Ruggine Americana è il primo libro di Philipp Meyer che ho letto. E non è neanche così strano, considerando che è il primo che ha scritto e che, per ora, ne ha pubblicato solo un secondo. Me lo sono ritrovato fra le mani per caso: lo avevano regalato a mio padre, ma lui doveva ancora finire di leggere “L’uccello che girava le viti del mondo” di Murakami e, perciò, lo ha lasciato in casa a prendere la polvere. Poco a poco ha iniziato ad esercitare su di me una forma di attrazione – credo che a tutti sia capitato almeno una volta. Lo prendevo in mano, lo sfogliavo e leggevo la quarta di copertina, finché la curiosità non è diventata così grande che ho deciso di leggerlo.
Siamo a Buell, una città immaginaria nella contea di Fayette, in Pennsylvania, Stati Uniti. Un tempo era il principale centro siderurgico del paese: economia fiorente, stipendi alti e lavoro per tutti. Ma non è questa la Buell che conosciamo noi. Philip Meyer ci accompagna in un paesaggio fatto di fabbriche dismesse e acciaierie arrugginite, dove la natura sembra volersi riprendere ogni lembo di terra su cui l’uomo ha costruito, con un avanzata tanto lenta quanto implacabile. È arrivata la crisi economica e ha lasciato un segno indelebile. Le fabbriche hanno chiuso e ora vengono smantellate o restano lì ad arrugginire, come metafora di quello che sta accadendo al sogno americano.
In quest’ambientazione seguiamo le vicende di due protagonisti e dei personaggi che ruotano intorno a loro: Isaac English e Billy Poe. Isaac è un ragazzo di corporatura gracile, ma con una mente geniale. Ha sempre sognato un futuro diverso, fuori dalla contea di Fayette, e ha tutte le capacità per realizzarlo, ma non può allontanarsi da Buell perché deve prendersi cura del padre, rimasto invalido in seguito ad un incedente in fabbrica.
Billy è l’esatto opposto: ha una testa nella media, ma compensa con un fisico da atleta. È stato una stella del football al liceo, ma ha rifiutato le borse di studio che aveva vinto e ora passa le sue giornate a bere birra davanti a casa, forse per stare vicino alla madre che ha sempre fatto del suo meglio per tirarlo su o forse perché si è già rassegnato all’idea di essere un buono a nulla come il padre.
Due ragazzi diversi, anzi contrapposti, accomunati dal fatto di essere rimasti senza un futuro: non possono studiare e non possono lavorare. Da quando hanno finito il liceo sono rimasti fermi, con le strade sbarrate dalla crisi economica e dai problemi familiari. Isaac non si arrende e, all’inizio del libro, partirà a piedi con i risparmi del padre per raggiungere la California e iniziare una nuova vita; Billy si è già rassegnato alla sua condizione e per questo si sacrifica per Isaac, assumendosi le sue colpe per lasciarlo partire. Ma alla fine la vita riporterà entrambi al punto di partenza, senza che siano riusciti a cambiare le loro sorti o a tirarsi fuori dal pantano in cui sono rimasti intrappolati.
Di cosa parla quindi Ruggine Americana? Parla del sogno americano che sta cadendo a pezzi. Ci offre un immagine pessimistica dell’America, dove la mobilità sociale è solo un ricordo e l’ideale secondo cui ogni uomo o donna può diventare chiunque voglia nella vita sta arrugginendo. Alla terra delle opportunità si è sostituita una terra dove nemmeno chi porta dentro un grande potenziale, come Isaac, può cambiare la propria condizione.
Ma l’affresco del romanzo non è tutto pessimistico. Alla fine si aprirà uno spiraglio di speranza per entrambi, grazie però alla generazione precedente che si sacrificherà per il loro futuro. Non vi dico altro, ma vi consiglio di leggerlo.