Chi è Julio Cortázar? Mi sono reso conto che in pochi lo conoscono e anche per me sarebbe un perfetto sconosciuto se non mi fossi ritrovato a frequentare un corso su di lui all’università. È uno scrittore argentino del secondo Novecento annoverato nel “Boom” della letteratura latinoamericana degli anni ’50-’60. Un fenomeno di cui hanno fatto parte anche Borghes e Marquez, per intenderci.
Ha scritto qualche romanzo, tra cui Rayuela che è considerato il suo capolavoro, e delle poesie, ma è stato soprattutto un autore di racconti. Bestiario, infatti, è una raccolta di racconti. Una di quelle che meglio incarna la sua poetica.

Il genere non è facile da definire. Cortázar stesso ha detto che i suoi racconti “appartengono al genere chiamato fantastico per mancanza di un termine migliore”. E infatti si tratta di un fantastico diverso da quello della tradizione precedente. Qui l’elemento sovrannaturale che dovrebbe essere il centro del racconto viene rimosso e, al suo posto, l’autore lascia una vuoto.
Rimangono le conseguenze: una serie di eventi inspiegabili secondo la logica della realtà per come siamo abituati ad intenderla. Ma le cause vengono omesse, come se Cortazar non puntasse mai la telecamera direttamente sull’elemento chiave.
L’omissione fa sì che il centro del racconto assuma le caratteristiche dell’assurdo. Un assurdo che si inserisce in un ambientazione perfettamente realistica facendo collassare la struttura logica della realtà attraverso l’inspiegabile.
Ma, ancora prima dell’inspiegabile, è l’inspiegato a farla da padrone: Cortázar ha il controllo di quello che scrive e, come tutti i grandi scrittori, sa costruire la narrazione sia con quello che dice sia con quello che non dice. E il centro del racconto, l’origine del fantastico, non lo spiega. Lo evita.

Prendete Casa Tomada, per esempio. Un fratello e una sorella vivono nella vecchia casa di famiglia, una casa a cui sono legati da un forte legame affettivo e da cui non intendono separarsi. Conducono una vita abitudinaria, scandita dalle stesse azioni ripetute. La casa è divisa in due metà da un corridoio con una porta e, ad un certo punto, il fratello sente dei rumori dall’altra parte. Allora chiude di scatto la porta. A questo punto cosa farebbe una persona normale? Andrebbe a vedere se c’è qualcuno? Chiamerebbe la polizia? Di sicuro non tornerebbe a preparare il mate come se niente fosse. Ma questo è proprio quello che fa lui. E dopo, quando ne porta una tazza alla sorella, si limita a dire che l’altra metà della casa “è stata presa”. E, la sorella, come se fosse la cosa più naturale al mondo, risponde che a questo punto dovranno imparare a vivere solo in quella metà.
Dopo qualche tempo sentono rumori anche nella zona in cui vivono. Che fanno? Escono di corsa chiudendosi il portone alle spalle e rinunciano alla casa per sempre. A quella stessa casa a cui erano così affezionati.
In tutto il racconto, l’elemento fantastico viene omesso. Il narratore e i personaggi non indagano mai chi o che cosa abbia occupato la casa, si limitano a chiamarlo “presenza”. Di nuovo, la “telecamera” del narratore non viene mai puntata su questo elemento. Non ci è dato sapere neanche se si tratta di qualcosa di sovrannaturale o perfettamente ammissibile anche nella nostra realtà. L’irrazionale, l’inspiegabile sta nelle conseguenze che produce – nei fratelli che abbandonano la casa senza cercare di recuperarla o, quantomeno, di capire cosa stia accadendo.
Ma non dovete pensare ai racconti di Cortazar come al regno del non-sense. Dell’assurdo sì, del non-sense mai. L’autore ha un’idea ben precisa: sospetta che esista un altro ordine, più segreto e meno comunicabile, dietro alla realtà e che noi la percepiamo in un certo modo solo perché siamo abituati a concepirla così da oltre due mila anni di storia del pensiero. È un surrealista e la sua intenzione è quella di andare contro alle abitudini – anche e soprattutto alle abitudini che ci vincolano nel ragionare o nel concepire la realtà – per restituire al reale tutte le sue possibilità.

Comunque sia, Cortázar si dimostra un vero maestro del racconto, perfettamente padrone della sua scrittura. Sono affascinato dal modo in cui semina indizi nel testo, lasciando con maestria piccoli dettagli che il lettore dovrà saper cogliere e collegare fra loro. O che magari dovrà cercare a ritroso dopo aver letto il finale, per dare un senso a quello che è successo. Cortázar infatti vuole un lettore attivo, che sia suo complice nella costruzione della storia e del suo significato, che sfogli le pagine avanti e indietro in cerca dei puntini da collegare che lui ha abilmente nascosto fra le righe.

Il post finisce qui, spero che vi sia piaciuto anche se è stato diverso dai soliti sul Diario di lettura. Normalmente scrivo i miei pensieri su un libro che ho letto da poco, ma questa volta ho voluto inserire anche una parte di quello che ho studiato. Fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate! Intanto vi consiglio di rileggere anche il post che avevo scritto su Haruki Murakami, troverete delle somiglianze.