Vi è mai capitato che un libro vi sembrasse lunghissimo per le prime duecento pagine e di volerne poi altre cinquecento dopo averlo finito? A me è successo, con “Il Figlio” di Philipp Meyer. C’è stato un momento in cui ha rischiato di ingrossare la pila della vergogna, dove finiscono i libri lasciati a metà, ma quando la trama è decollata non sono più riuscito a staccarmi.
Oggi parliamo proprio de “Il Figlio” (mannaggia ai titoli dei libri che iniziano con l’articolo), il secondo romanzo di Philipp Meyer, che, a mio parere, è uno dei più promettenti scrittori americani contemporanei. Di suo ho già letto “Ruggine Americana”, su cui tra l’altro avevo scritto un post neanche troppo tempo fa. Ve lo siete persi? Siate curiosi e andate a recuperarvelo qui, impiegherete meno di cinque minuti.

Comincio col dire che i due romanzi sono diversi come il giorno e la notte. In Ruggine Americana erano le tematiche a tenermi incollato al libro, tematiche attuali come la ricerca esistenziale dei giovani protagonisti che si trovano le strade sbarrate dalla crisi economica e dai problemi familiari. I personaggi e la trama, però, pur essendo buoni, non erano il punto di forza.
“Il Figlio”, invece, ribalta la situazione. Qui Meyer mostra il suo talento di narratore nel significato più letterale del termine: racconta una storia, una grande storia che diventa di riflesso anche la storia di un epoca e di un paese. E lo fa mettendo in scena dei personaggi altrettanto grandi.
Siamo in Texas. E ci muoviamo fra tre piani temporali: l’età dell’espansione ad Ovest e degli scontri con gli indiani nel secondo ottocento; quella dei grandi allevamenti di bestiame (i ranch) del primo Novecento; e la conversione delle ricchezze in petrolio nel Novecento inoltrato.
In ogni tempo seguiamo le vicende di un personaggio diverso, ma tutti e tre facenti parte della stessa famiglia. Il primo è Eli McCullough, detto il Colonnello, capostipite della famiglia e colui che ha dato inizio all’impero economico dei McCullough. La sua storia prende il via in gioventù, quando gli indiani attaccano casa sua, stuprano e uccidono sua madre e sua sorella e portano via come prigionieri lui e suo fratello. Ma non vi dico di più.
Poi c’è Peter, figlio del Colonnello e voce dissonante della famiglia. È un uomo tormentato con una forte coscienza morale che lo porta a disapprovare i metodi usati dal padre per far crescere il ranch. Nella sua linea temporale, infatti, l’impero dei McCullough è già avviato ed Eli è un ricco, potente e rispettato proprietario terriero che, con il pretesto di un presunto furto di bestiame ha sterminato la famiglia dei suoi vicini messicani, i Garcia, e si è impossessato delle loro terre.
Infine c’è Jane Anne, bisnipote del Colonnello e nipote di Peter. Alla sua nascita, il colonnello è anziano e Peter ha lasciato la tenuta di famiglia ormai da tempo, anche se non si sa molto su di lui perché i suoi figli preferiscono non parlarne. J.a. si ritroverà ad ereditare l’impero di famiglia e a gestirlo in un momento difficile, quello della conversione al petrolio, combattendo con i ruoli tradizionalmente imposti alla donna. Ma, siccome è lei quella che ha ereditato più di chiunque altro lo spirito del Colonnello, saprà farsi valere.
Tre trame forse un po’ lente a partire, ma destinate a diventare intense e coinvolgenti. A venirci raccontata è la storia di una famiglia, intessuta di violenza, amore e business. Quella che sembra delineare è la parabola degli imperi di ogni tempo: un uomo forte crea qualcosa di grande in tempi difficili. I frutti del suo lavoro creano tempi di prosperità, ma il benessere a portata di mano rende inetti molti dei suoi eredi dando inizio alla decadenza. E alla fine, cosa resta?
Lascio a voi scoprirlo! Io mi limito a consigliarvi di leggerlo e a dire che con la sua seconda fatica Mayer ha dimostrato di saper padroneggiare anche le doti di scrittore complementari a quelle mostrate nella prima. Non vedo l’ora di leggere quello che scriverà in futuro.