Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

La letteratura e la vita 5: Walt Whitman e il primo “ma”

Il post di oggi sarà diverso dal solito. Questa volta non avremo una poesia come punto di partenza, ma come punto d’arrivo.

Ormai il riassunto degli episodi precedenti è una tradizione. La settimana scorsa ci eravamo lasciati in una situazione senza speranze: dopo aver scoperto che il tempo scorre inarrestabilmente cancellando ogni cosa e che anche noi esseri umani siamo destinati a morire e a risolverci nel nulla, ci siamo chiesti quale senso avesse la vita. E il buon Leopardi ci ha aiutato a sviluppare la domanda, facendoci intuire che, con questa strana parola “senso”, stiamo in realtà cercando due concetti ben più concreti: lo scopo e il valore della vita.
A questo punto facciamo un ragionamento. Vi ricordate l’ipotesi nichilistica che avevamo introdotto in uno dei primi articoli? Bene, è arrivato il momento di rispolverarla. I punti cardine sono due: uno, Dio non esiste e, due, non ci sarà nessuna vita dopo la morte.
Però, se un Dio non esiste significa che né l’universo né noi siamo stati creati con uno scopo e che, al contrario, siamo solo il prodotto di una serie casuale di cause. La diretta conseguenza di questo è che la vita non ha uno scopo. Ce lo aveva detto anche Leopardi: “Uso alcuno, alcun frutto indovinar non so”. Ma non finisce qui. Se non esiste nessuna vita dopo la morte, quando moriremo non esisteremo più e ogni nostra traccia sulla terra sarà presto o tardi cancellata dal tempo. Quindi sarà come se non fossimo mai nati. E, perciò, la vita non ha nemmeno valore.
Almeno, così sembrerebbe.

Ma…

Ogni appassionato del Trono di Spade (cioè, grossomodo, il novanta per cento degli esseri umani) conoscerà la frase: “Una volta mio fratello mi disse che tutto ciò che viene prima della parola “ma” non conta niente”. L’ha pronunciata Benjen nel terzo episodio della prima stagione.
Da cosa vogliamo partire? Dal valore o dal fine?
Scelgo io: dal valore. Noi esseri umani abbiamo tutti una stramaledetta abitudine: quella di valutare le cose dopo che si sono concluse. Vi faccio un esempio: immaginate di avere una relazione. Siete fidanzati con una persona che amate e restate insieme per diverso tempo, ipotizziamo qualche anno, finché un giorno non vi lasciate. Vi sembrerà di aver sprecato una parte importantissima della vostra vita che non tornerà più indietro per camminare lungo un vicolo cieco e a questo punto vi chiederete: ma che senso ha avuto?
Personalmente, io credo che valutare una relazione dopo che si è conclusa non sia il punto di vista migliore da cui porsi. Il fatto che sia finita non cancella un altro fatto molto più importante, e cioè che c’è stata. Che c’è stata e che l’avete vissuta. E che mentre c’eravate dentro ogni cosa aveva un valore, un emozione e un senso. Il tempo che avete trascorso insieme a quella persona per voi è stato importante, così come per voi è stato importante tutto quello che avete fatto in due e l’affetto che vi siete scambiati. Il modo in cui è finita non è retroattivo: non ha il potere di cambiare il significato di quello che c’è stato e di quello che avete provato nel momento in cui lo stavate vivendo.

Lo stesso discorso vale con la vita: tendiamo a valutarla ponendoci in un punto di vista dopo la morte, sia che siamo credenti sia che non lo siamo, e a giudicare il suo valore in base al fatto che esisteremo ancora o che non esisteremo più. Ma questo è un punto di vista inefficace.
Dobbiamo fare tutti un cambio di prospettiva e metterci a valutarla da dentro, perché solo così restituiremo alla vita il suo valore. La vita ha senso mentre la viviamo: ogni cosa, grande o piccola, ha per noi una sua importanza che qui ed ora esiste. Il fatto che si perderà nel tempo, non intacca il momento che stiamo vivendo, né tutti gli altri che abbiamo vissuto o che vivremo. Solo dopo che saremo morti la vita perderà il suo significato, ma a noi quello che succederà dopo non interessa perché i nostri bilanci li faremo prima e perché tanto non ci saremo.
Se adesso appena smetto di scrivere sbatto il mignolo del piede contro una gamba del tavolo, mi farà male. Ed è vero che fra cent’anni, quando non ci sarò più, questo dolore non avrà alcun valore, ma adesso, cavolo, mi farà male! Lo stesso vale per questo post: il giorno in cui lo pubblicherò sarò agitato per quello che ne penserete, ma sarò anche incredibilmente soddisfatto. Ed è vero che questa soddisfazione un giorno non avrà più valore, ma adesso, per me, ne ha eccome.

Parlando, ho sentito molti amici fare ragionamenti di questo tipo: tra un centinaio d’anni tutti noi saremo morti e tra centocinquanta saremo stati anche tutti dimenticati, allora che senso ha vivere? Aggiungo io: mettiamo caso anche che uno di noi si sia distinto in un qualche campo e che, per questo, venga ricordato. Tra mille o due mila anni sarà stato dimenticato pure lui. E, anche se così non fosse, sicuramente prima o poi il suo ricordo si perderà. Tutto questo è vero. Ma non dobbiamo chiederci che valore avrà ciò che abbiamo fatto nella vostra vita dopo che sarete morti, perché non ne avrà nessuno, bensì che valore ha adesso, che valore ha per noi finché siamo vivi.

Conclusione? Dobbiamo cambiare punto di vista. Smetterla di posizionarci dopo la morte per valutare la vita, iniziare a posizionarci dentro la vita stessa e valutarla da qui. Solo così la vita riacquista il suo valore, un suo valore intrinseco, che non viene minimamente intaccato dal fatto che un giorno finirà. E solo così riusciremo a capire cosa intendeva lo zio Walt quando ha scritto la sua risposta ad una domanda che, nonostante il modo in cui era formulata, in fin dei conti è la stessa che ci stiamo ponendo noi e che si è posto anche Leopardi.

Walt Whtiman – Oh me! Oh vita!

Oh me! Oh vita! Di queste domande che ricorrono,
Degli infiniti cortei di infedeli, di città gremite di stolti,
Di me stesso che sempre mi rimprovero, (Perché chi più stolto di me, chi più infedele?)
Di occhi che invano bramano la luce, degli scopi meschini, della battaglia sempre rinnovata,
Dei poveri risultati di tutto, delle sordide folle ansimanti che vedo intorno a me,
Degli anni inutili e vuoti del resto, io intrecciato col resto,
La domanda, ahimé!così triste, ricorrente
-Cosa c’è di buono in tutto questo, oh me, oh vita?

Risposta:
Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità,
Che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un verso.

P.S. Vi prometto che quando questo progetto sarà finito parlerò anche di altre poesie di Walt Whitman che non sono questa.


La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.
La letteratura e la vita 3, qui.
La letteratura e la vita 4, qui.
Continua la lettura, qui.

13 Comments

  1. Condivido parola per parola. E poi lo zio Walt… O capitano mio capitano, l’attimo Fuggente e tAntonio altro…
    Un saluto
    Alexandra

  2. Grazie di essere passato nel mio blog di cucina 😀 ma… non ho ancora visto il Trono di Spade! sono il 10% 😉😉 Buona domenica, Cinzia

  3. Hai un modo davvero complesso e contorto di ragionare, però cavolo se mi piace!😝 ti volevo ringraziare per i like😘

  4. Scusami, sono quella sopra solo con un account diverso, mi sono sbagliata. I like erano su un blog diverso da quello, volevo precisare😝 perciò sì, continuerò a seguirti!🌹

  5. Forse ci aspetta una grande bellezza dopo la morte. Crederlo, ti assicuro, non ha controindicazioni. Ma se ci fosse il nulla, pazienza, l’importante è che non sia quel sonno tormentato dagli incubi che fa tanta paura al principe Amleto.

    • Ah Amleto! Che bello leggere il suo nome!
      Purtroppo credere non è del tutto una libera scelta. Usando termini cristiani, è una questione di fede: alcuni sono capaci di credere in qualcosa solo per fede, altri no. Io rientro nella seconda categoria.
      Ma sono felice così: un tempo il nichilismo che deriva dall’ateismo mi paralizzava; adesso ho trovato “valori” e un senso miei su cui fondare la mia vita e trovo in essi, per citarti, una “grande bellezza”.

  6. Ovvio, la grande bellezza è tutta da raccogliere nella vita e noi, attraverso l’arte, lo facciamo, ma non è solo nell’arte, per me è anche nello sguardo del mio gatto e in molte altre situazioni.

    • Certo, sono d’accordo. Poi molto dipende anche da persona a persona: c’è chi la scorge più facilmente nell’arte, chi nella vita, chi solo in un attività e chi in più di una. E c’è anche chi riesce a scorgerla più o meno in tutto. Ed è questo il bello. Quello che conta è che ciascuno riesca a trovare la sua strada.

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