Mi dispiace riutilizzare una poesia di cui ho già parlato, ma è la più adatta per affrontare l’argomento di oggi, quello con cui voglio chiudere il progetto. E poi, da quando ne ho parlato per la prima volta questa “famiglia” è cresciuta molto, per cui è più che probabile che qualcuno non abbia mai letto il vecchio articolo. Nel caso, lo potete trovate qui.
La poesia in questione è “Ultimo Frammento” di Raymond Carver.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

Sogni e passioni sono una soluzione al problema del senso della vita. Ma ce n’è anche un’altra, che non esclude le prime due bensì, semplicemente, completa il quadro: l’amore. Ok, mi sento già in imbarazzo a parlarne. Dovete aiutarmi: non pensate male! Non state per sorbirvi uno sproloquio smielato, ve lo prometto.
Ad ogni modo, d’amore si tratta. Ultimo frammento è la poesia che preferisco sull’argomento. E lo è per molti motivi. Ad esempio perché è sincera. Oppure perché raccoglie al suo interno il bilancio di un’intera esistenza. Ma anche perché tratta il tema in modo sobrio e originale, ponendo l’accento sul bisogno umano di essere amati. E, infine, perché è scritta in modo semplice e preciso, senza lasciare spazio a vuota retorica (cosa che per fortuna Carver non ha mai fatto) ma usando comunque parole soppesate e scelte con cura. Mi emoziona sempre. E non poco.
Però, non è tutto: mi piace anche perché è una poesia che affronta il tema dell’amore in una prospettiva esistenziale. Qui non si parla di quanto il poeta soffra per amore o di quanto sia bello innamorarsi, si parla dell’amore come senso della vita. Nei suoi ultimi mesi, Carver ha capito che tutto ciò che aveva sempre desiderato era sentirsi amato. Che l’amore era la seconda metà di quella stella polare di cui aveva parlato appena qualche pagina prima. E che, alla fine, tutto quello che nella vita contava per lui era proprio l’amore.
Mi colpisce perché è la prova su carta di quello che vede un uomo quando, davanti alla morte, si guarda indietro. È una testimonianza di quello che secondo Carver conta veramente. Non c’è spazio per le ambizioni, non c’è spazio per il denaro o il successo, ma non c’è spazio neanche per i sogni né per la stessa letteratura. Non c’è spazio per i rimpianti e non c’è spazio per i rammarichi. C’è spazio solo per una cosa – che necessariamente deve essere la più importante. E per Carver questa cosa è l’amore.

È curioso come l’amore non possa risolvere il problema del senso della vita da un punto di vista razionale ma, al tempo stesso, ci riesca nella pratica. Cosa intendo dire? Che se senso significa anche scopo, l’amore non può essere il senso della vita, perché non è uno scopo – è una presenza. Non si lascia incasellare dalla ragione in nessuna cella concettuale fra quelle che fin qui abbiamo delineato. Eppure mi fa venire in mente una frase che Marquez ha scritto in “Memoria delle mie puttane tristi”: “la mia vita si riempì di lei”. Ed è proprio così, l’amore riempie la vita. E la riempie di qualcosa che oso chiamare “senso”.
Ma anche parlando di un concetto più semplice, come quello di felicità: sfido chiunque a trovare qualcosa capace di rendere felice un uomo quanto l’amore. Per lo meno nei primi mesi di un innamoramento. Niente ne eguaglia l’intensità.
Ma c’è una cosa ancora più bella, ed è che l’amore ha molte facce. No, non lo dico come frase fatta: sono seriamente convinto che l’amore si manifesti in molte forme oltre a quella “di coppia”. Potrei anche farvi degli esempi, ma non li faccio. Sono personali. Lascio a voi scoprire più sfaccettature possibili.

Questo è ciò che può dare un senso alla vita, secondo me: sogni, passioni e amore. Per lo meno, è ciò che ad oggi credo possa farlo. In futuro, chissà. La ricerca del senso della vita è un viaggio dal finale aperto.
Se c’è qualche affezionato che ha seguito la rubrica dall’inizio alla fine, colgo l’occasione per ringraziarlo: era da molto tempo che volevo condividere quello che ho imparato sul senso della vita durante l’adolescenza. Sapere che c’è qualcuno, in qualche parte del mondo, che è stato disposto a leggerlo è davvero gratificante. Perciò, grazie di cuore.
A questo punto non posso che ricollegarmi a ciò che mi ero riproposto all’inizio del progetto: non ho niente da insegnare a nessuno perché l’esperienza di ogni persona è unica e diversa da quella di tutte le altre. Ho scritto questi articoli nella speranza che potessero essere utili a chi mi assomiglia, a chi si pone le stesse domande che mi sono posto anch’io tra i sedici e i diciannove anni, e mi auguro di esserci riuscito. Se vi hanno fatto fare anche solo un passo avanti nella vostra ricerca, hanno raggiunto il loro scopo.

Grazie ancora.


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