Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Il Mercante di Venezia e la Malinconia

Antonio

In verità non so perché sono così triste;
mi stanca e voi dite che vi stanca;
ma come l’abbia presa, dove l’ho trovata,
o me la sono procurata, di che sostanza è fatta,
da dove è nata devo capirlo;
e così ottuso mi rende la tristezza
che faccio fatica a conoscere me stesso.

[…]

Solanio

[…] Diciamo allora che sei triste
perché non sei allegro; e ti sarebbe altrettanto facile
ridere e saltare, e dire che sei allegro
perché non sei triste.

[…]

Graziano

Non hai un bell’aspetto, signor Antonio,
ti preoccupi troppo del mondo:
quelli che lo comprano con troppo affanno, lo perdono.
Credimi, sei straordinariamente cambiato.

Antonio

Io tengo il mondo per quello che è. Graziano,
un palcoscenico, dove ogni uomo deve recitare una parte,
e la mia è triste.

Testo tratto dall’edizione italiana Garzanti che potete trovare qui.


Questo bellissimo scambio di battute, che non si meritava tutti i tagli che gli ho fatto, è il dialogo che apre Il Mercante di Venezia. Ed è sempre curioso che Il Mercante di Venezia, che almeno sulla carta dovrebbe essere una commedia, si apra così: all’insegna della malinconia.
Perché dico: “almeno sulla carta”? Perché le categorie di tragedia e commedia non sono le più indicate per classificare i drammi di Shakespeare, come un po’ tutti quelli del teatro elisabettiano, che, in linea con la più pura tradizione anglosassone della drammaturgia flessibile, mescolano elementi comici e tragici – producendo, tra l’altro, un ritratto più realistico della vita vera. Ma questo, per quanto interessante, è un altro discorso.
Ho scelto di condividere con voi questo brano, che adoro, perché offre una descrizione completa e precisa dei sintomi della malinconia e la offre proprio agli albori del periodo storico di cui questo umore sarà caratteristico, cioè la modernità.

Antonio è triste, ma non sa perché lo sia. Si sente stanco della vita, ma non riesce a capire quale sia la sostanza di questo suo malessere, né cosa lo abbia provocato. La malinconia lo confonde, gli rende difficile conoscersi, come se offuscasse la sua vista ogni volta che prova a guardarsi dentro.
E dunque, quali informazioni ci offre il mercante del titolo su questo argomento? Be’, ci dice almeno tre cose: uno, che la malinconia è un umore di tristezza lieve ma persistente; due, che quando la si prova non si riesce a capirne le cause, né come la si sia presa; tre, che rende difficile conoscere se stessi. In sintesi: sei triste, e non sai perché.
I suoi amici provano ad avanzare spiegazioni concrete per questo suo stato d’animo, ad esempio l’angoscia del mercante per le sue spedizioni in mare, ma Antonio le confuta tutte una dopo l’altra, lasciando loro nessun’altra alternativa che concludere che Antonio sia triste perché non è felice e che, con la stessa facilità, potrebbe anche essere felice perché non è triste. Una riflessione curiosa, che mi fa sempre guardare le cose da un’altra prospettiva.

In psicologia si distinguono sentimenti, emozioni e umori. Adesso, io non sono uno psicologo e se qualcuno è più competente di me in materia può scriverci una spiegazione più approfondita nei commenti, ma penso di poter dire che i sentimenti e le emozioni sono sempre rivolti verso o causati da qualcosa/qualcuno: ad esempio, io sono innamorato di una persona (sentimento) o sono felice per un motivo (emozione). Quello che li contraddistingue è che i sentimenti sono a lunga durata (mesi o anni) mentre le emozioni durano poco (da qualche ora ad un paio di giorni).
Poi ci sono gli umori, che hanno la particolarità di non avere nessuna causa precisa – almeno all’apparenza. Tipo quando c’è una giornata uggiosa e ci sentiamo un po’ grigi anche noi. E possono durare da uno a qualche giorno.
Ecco, la malinconia è come un umore – non è motivata, almeno all’apparenza; ma c’è – solo che è capace di essere molto più persistente.

I critici si sono spesso interrogati sulla malinconia di Antonio e alcuni di loro sono arrivati a concludere questo: Antonio è un uomo che, da un punto di vista materiale, ha tutto; nella nascente economia capitalista viene posto l’accento sul denaro, sulle ricchezze e sul successo materiale – tutte cose che Antonio, in qualità di abile mercante, ha ottenuto. Eppure, adesso, ancora non si sente soddisfatto: gli manca qualcosa per essere felice, qualcosa che va al di là delle semplici leggi dell’utile e del profitto e che lui, negli anni, ha perso di vita. Qualcosa che ha a che fare con una serie di valori umani che la modernità ha posto in secondo piano. E questa mancanza sarebbe la causa della sua malinconia. Vi convince questa spiegazione o pensate ci sia altro dietro?
La domanda successiva sarebbe: che cosa gli manca? Non lo sappiamo, non lo sa nemmeno lui perché la malinconia gli rende difficile conoscersi e, se non conosce se stesso, non sa nemmeno quello che vuole.

Per quanto mi riguarda, ho scelto questa interpretazione perché penso possa avere qualcosa da dirci ancora oggi. Lo stato d’animo di Antonio, infatti, non ha smesso di caratterizzare la condizione umana, nonostante siano trascorsi più di quattrocento anni. Ma mi interessa molto anche sapere cosa ne pensate voi. Vi siete mai sentiti malinconici come Antonio? Quale pensate possa essere la causa? Fatemelo sapere nei commenti!


Se volete leggere “Il Mercante di Venezia” di William Shakespeare, potete acquistarlo qui: Il Mercante di Venezia (Garzanti) oppure Il Mercante di Venezia (Mondadori). Vi ricordo che, acquistando attraverso questi link, mi sarà riconosciuta una piccola percentuale della vostra spesa e starete quindi contribuendo ai miei progetti – e di questo vi ringrazio!

4 Comments

  1. Stefania Frediani

    giugno 18, 2018 at 11:36 pm

    Ogni cosa materiale per quanto difficile da raggiungere o da ottenere e nobile,se una volta ottenuta,viene usata in modo giusto,crea malinconia perché non corrisponde alla felicità che il cuore cerca,di cui il cuore stesso è fatto. E che nessun denaro o capacità o sapienza o intelligenza potrà semplicemente comprare. Il cuore dell’uomo è inquieto e malinconico finché non trova amore

    • Mi trovi d’accordo. L’amore è sicuramente una delle cose di cui il cuore dell’uomo ha bisogno per superare la sua inquietudine. Forse, addirittura la più importante, insieme ad uno scopo che dia un senso alla vita. Per come la vedo io, sono due metà che si completano: un senso alla vita per se stessi, indipendentemente dagli altri, e l’amore. I due ingredienti che servono per superare malinconia e inquietudine.

  2. Credo che ognuno di noi senta in sé questa malinconia, questa comune tristezza o affannoso senso di inappagamento, che a volte abbandoniamo quando coinvolti dalle cose quotidiane. Ma se ci fermiamo a riflettere, realizziamo la malinconia che fa da velo al nostro vivere, sensazione che può svanire solo se nasce in noi altro: emozioni, sentimenti di cui hai approfondito il significato. A parer mio, una vita, per quanto ricca di lussi e denaro, non è serena se non hai dei valori, degli affetti, che annullino la perpetua malinconia. Antonio è, dunque, una metafora dell’uomo moderno, sempre alla proteso alle cose materiali ma, tristemente, vuoto.

    • Mi piace il tuo punto di vista e anch’io la penso come te su molti aspetti. Partendo dall’inizio, anch’io credo che ciascuno di noi in fondo senta questa malinconia, che a volte ignoriamo quando le cose quotidiane ci distraggono. Andando avanti, io tendo a vederla come il segnale che manchi qualcosa (valori, affetti, amore, uno scopo, etc) e, perciò, un monito a colmare questa mancanza; tu, quando dici che la malinconia fa da velo al nostro vivere e che svanisce solo se nasce in noi altro, mi sembra che invece ritieni che la malinconia sua una condizione standard della vita, che queste emozioni e valori riescono però a superare, o sbaglio? In ogni caso, questi sono dettagli perché mi sembra proprio che torniamo a convergere sulle conclusioni: servono valori e affetti autentici per annullarla.
      La malinconia del Mercante di Venezia è quella di ciascuno di noi ed è un bene: in questo modo la letteratura riesce ancora una volta a farci da specchio e a insegnarci qualcosa su noi stessi.

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