Ci siamo, il momento è arrivato: per la prima volta sto pubblicando un mio racconto qui sul blog. E, proprio perché si tratta della prima volta, mi sembra doveroso scrivere due righe d’introduzione che non ci saranno poi nei racconti futuri. Quindi: vi presento “Continua a camminare”, il mio primo racconto reso pubblico.

Colgo l’occasione per dire anche un’altra cosa: in un certo senso il racconto svolge una funzione introduttiva ad un progetto a cui ho lavorato con Simone Paccini nel corso di tutto il 2018 e che vedrà la luce a Gennaio 2019. Sono consapevole di essere stato assente dal blog negli ultimi mesi, ma spero che quando vedrete a cosa ho lavorato nel frattempo penserete che ne sia valsa la pena come lo penso io.

Buona lettura.


Anche quel giorno, quando uscì dal lavoro, allungò il percorso per tornare a casa con la scusa che aveva voglia di camminare. Ed era vero, sentiva sempre il bisogno di sgranchirsi le gambe dopo una giornata nell’edicola e lo rilassava camminare per le vie del centro di Torino.
Negli ultimi mesi lo faceva sempre più spesso. Molte volte era un modo per pensare. Preferiva stare da solo in quei momenti, quando quell’umore prendeva il sopravvento. Si chiudeva in se stesso una ventina di minuti e affrontava il problema. Intanto, camminando, si rilassava e quando aveva finito stava meglio. Reset: pronto a ripartire fino alla volta successiva.
Ma quel giorno era diverso. Stava bene e non vedeva l’ora di tornare a casa da Emma, di scoprire cosa gli avesse cucinato e di passare un po’ di tempo con lei. Di fare l’amore, magari. Le preoccupazioni sulla vita erano relegate in qualche zona marginale della sua testa dove si nascondevano quando non dava loro troppa attenzione. E, se avesse continuato così, sarebbero rimasti lì ancora per un po’.
Come tutte le volte che allungava il tragitto, si fermò davanti ad un piccolo negozietto che vendeva materiale per dipingere. In vetrina, tra le tele bianche e i piccoli manichini da scrivania, c’era anche un nuovo set di colori ad olio. Quando lo vide gli si illuminarono gli occhi. Ormai non si informava da qualche anno, ma era quello che avrebbe voluto quando studiava al liceo. Controllò se ci fosse il prezzo, ma non c’era.
Si chiese se non fosse stata tutta lì la risposta. Era insoddisfatto della sua vita, non aveva senso nasconderlo a se stesso. Non era colpa di Emma, lei era perfetta. Gli dava tutto quello di cui aveva bisogno. Ma sentiva che gli mancava ancora qualcosa. E sapeva di essere stupido a star male per quel poco che gli mancava anziché essere felice per tutto quello che aveva, ma sapeva anche che gli esseri umani sono fatti così e che sarebbe stato ancora più stupido cercare di andare contro ad un meccanismo psicologico tanto naturale.
“Basta pensarci, Emma non c’entra”, si disse. “Il fatto è che non stai bene e che non sai che cos’è che vuoi. Di che cosa hai bisogno per stare finalmente bene? Vuoi tornare a dipingere?”
Poi capì che se avesse continuato così avrebbe tirato fuori i pensieri dalla cantina della sua testa, rovinandosi la serata. Perciò scrollò il capo e cercò di sgombrare la mente. Intanto si avviò verso casa.

Quando arrivò trovò Emma che stava cucinando. Vivevano insieme già da tre anni, ma ancora non si era abituato. Vederla che si girava a guardarlo nella luce del sole che filtrava dalla finestra, con i capelli biondi legati in uno chignon un po’ spettinato e con addosso una sua felpa, quella blu che gli rubava sempre, era una sensazione calda. Senza accorgersene sorrise come un’idiota e lei dovette notarlo perché ricambiò il sorriso e gli chiese: -Che c’è?
-Niente, pensavo che sei bella. – in realtà aveva pensato a quanto si sentisse fortunato ad averla, ma aveva deciso di non dirlo.
-Ma dai, sono inguardabile. Guarda come ho i capelli – disse lei, cercando di nascondere che il complimento le avesse fatto piacere.
-È vero, ma ogni tanto torno a stupirmi per cose che dovrebbero essere diventate normali.
Si tolse la giacca di jeans e la appese all’attaccapanni vicino alla porta.
-Be’, è bello che sia così.
Lui non rispose. Le si avvicinò da dietro, le scostò lentamente i ciuffi di capelli fuori posto e la baciò sul collo, abbracciandola. Emma lo accarezzò su un braccio e lui continuò.
-No no, adesso fermati però. Devo finire di cucinare.
-Ah sì? – chiese lui, con quella voce da finto seduttore che la faceva tanto ridere.
-Sì. Ho fame, sai?
Rinunciò, ma non a malincuore perché sapeva che per fare l’amore avrebbero avuto tempo dopo. Però continuò ad abbracciarla.
-Cosa mi stai cucinando di buono?
-Sto facendo un esperimento. Anzi, non guardare. È una sorpresa.
Gli coprì gli occhi con una mano.
-Ah, non posso guardare? – chiese, giocando.
-No, non puoi. – rispose lei, stando al gioco. Poi lo baciò.
-Va bene, va bene. Preparo un film per la cena.
-Ecco bravo.
Adorava la loro “casetta”, come la chiamava Emma. Era un bilocale in Corso Vittorio Emanuele II. C’era solo un soggiorno-cucina e la camera da letto, oltre al bagno, ma era più che sufficiente. Le dimensioni non erano un problema, anzi lo rendevano più accogliente, come un piccolo universo tutto loro. Ma la cosa che preferiva era il carattere: ogni pezzo d’arredamento aveva una storia e uno stile, come l’attaccapanni ricoperto di pagine di libri a decupage che avevano costruito loro un’estate, il divano largo in stile etnico e quella statua del Buddha di legno a cui avevano messo dei libri fra le gambe incrociate.
Lo avevano arredato come volevano. La mobilia era costata buona parte dei risparmi, ma ne era valsa la pena perché era il loro mondo. Nella stanza principale c’era un mobiletto basso contro la parete con sopra una grande smart-tv che si vedeva bene sia dalla tavola sia dal divano. Più in alto c’era una serie di mensole con i libri e i dischi e, vicino, una grande cartina del mondo su cui avevano segnato tutti i posti dove erano stati. Tom prese l’Hard Disk esterno dalla scrivania e lo collegò dietro al televisore. Poi lo accese. Con il telecomando passò in rassegna l’elenco dei file.
-Qualche preferenza?
-Mah, no.. Cosa c’è di nuovo?
-Niente di speciale. Un paio di thriller che so che ti piacciono, ma sono nella media e non ho molta voglia… Fight Club?
-No, dai… Non ho voglia di botte e sangue.
-Ma non è solo botte e sangue. Federico continua a insistere per farmelo guardare. Dice che è uno dei suoi film preferiti.
-Bah, non lo so…
-Guardiamo il trailer?
-No dai, dopo che adesso sto cucinando. Tu vuoi vederlo?
-Più che altro sono curioso. Facciamo così: lo iniziamo e se nella prima mezz’ora non ci prende metto quello che volevi vedere l’altra sera. Come si chiamava? Identità Violate?
-Va bene dai. Tanto sapevo già che prima o poi avrei dovuto vederlo.
-Comunque non so quanto lo seguiremo.
Emma si voltò a guardarlo. Lui le fece di nuovo lo sguardo del seduttore e lei, prevedibilmente, si mise a ridere. Poi scrollò il capo e disse -Che scemo che sei.

Aveva cucinato degli involtini di pollo con ripieno di pancetta e formaggio sfumati al vino bianco e patate al forno. Posò pentola e teglia sulla tovaglia viola, quella con i fronzoli in stile mediorientale. Poi riempì i piatti e iniziarono a mangiare. Tom premette play sul telecomando.
Si accorsero presto di aver scelto un film che dovevano seguire se volevano capire, così ridussero al minimo le parole. Dopo aver finito di cenare si spostarono sul divano.
-Capolavoro. Capolavoro. Assolutamente un capolavoro. – commentò Emma quando finì.
-“Questa è la tua vita e sta finendo un minuto alla volta”. È geniale. Geniale.
-E “Tu non sei il tuo lavoro” e tutto il resto del monologo?
-Si, infatti. Che figata, lo riguarderei da capo.
-Incredibile. Fede ha fatto bene ad insistere.
-Di solito su queste cose non sbaglia. Ma… Tu lo avevi capito? – chiese Tom.
-Intendi di lui e Tyler?
Tom annuì.
-Mah, ti dirò, in realtà qualcosina lo avevo immaginato- le arrivò addosso un cuscino.
-No, no, no. Non ci credo. Non puoi aver indovinato anche questo- incalzò lui, ridendo, mentre la colpiva con l’altro cuscino. Emma rideva e si prendeva i colpi.
Dio, quanto amava vederla ridere. Ad un certo punto iniziò a farle il solletico.
-No, basta basta!- diceva lei, ma non riusciva a smettere di ridere.
Rise così tanto da finire coricata sul divano, con le gambe e le braccia rannicchiate per proteggere la pancia. Lui ne approfittò, le salì sopra e si fermò. Emma aprì gli occhi e rimasero a guardarsi, tra la luce della luna che entrava dalla finestra e quella dello schermo della televisione in pausa sui titoli di coda.
In momenti come quelli era felice di aver comprato un divano largo su cui era comodo fare l’amore.

A metà si erano spostati in camera da letto. Emma si era addormentata nuda, quasi subito dopo che avevano finito. Adesso era coricata su un fianco con le coperte in disordine intorno alle gambe. Le persiane erano ancora aperte ed entrava la luce della luna.
Tom la teneva per mano. Si mise a sedere sul materasso facendo forza con un braccio solo perché non voleva lasciarle le dita, poi le scostò i capelli dal viso. Sembrava così serena e gli piaceva pensare che fosse anche per merito suo. Lei era di gran lunga la cosa migliore che gli fosse capitata.
I suoi lineamenti sembravano ancora più belli nella luce della luna. Quel nasino. La sua pelle liscia. Le sue labbra sottili. E il suo corpo, il corpo nudo di Emma sembrava un capolavoro. Le guardò i seni, poi scese con gli occhi lungo la pancia e arrivò ai fianchi e alla coscia che restavano scoperti dal lenzuolo. Le accarezzò delicatamente una gamba, ma non volle scoprirla di più. Quel momento era perfetto così, come un quadro.
Dopo qualche minuto si alzò e uscì dalla camera. Sapeva che non si sarebbe addormentato facilmente, così andò in cucina e si versò un bicchiere d’acqua. Bevve, poi andò a sedersi sul divano facendo attenzione a non fare rumore.
Prese lo smartphone e aprì instagram. Quando Emma aveva voluto installarglielo, inizialmente era stato restio, ma alla fine aveva ceduto e da quel momento era diventato dipendente. La sua pagina delle ricerche era piena di dipinti, disegni, foto artistiche e belle ragazze in bikini. Iniziò a scorrere.
Negli ultimi tempi guardava quelle immagini sempre più spesso. Non riusciva a decidere se riprendere a dipingere o no. Da un lato sapeva che dedicarsi a qualcosa di suo gli avrebbe fatto bene, poteva essere un modo per dare un senso alla sua vita. In fin dei conti anche Emma aveva il suo blog, non poteva vivere di solo lavoro. Dall’altro però gli sembrava così inutile disegnare. Se avesse continuato a studiare legge forse avrebbe potuto fare qualcosa di più concreto. “E nel dubbio vendi giornali”.
Decise di non pensarci, ma ormai si sentiva già mancare l’aria. Bloccò il telefono, lo gettò sul divano e andò in bagno. Si lavò la faccia con l’acqua fredda.
“Guardati.” si disse. “Ventitré anni e dove sta andando la tua vita? È bloccata esattamente nello stesso punto da quando hai mollato l’università.”
“Ti eri fatto delle promesse. Il lavoro all’edicola era solo per mantenerti. Nel tempo libero avresti fatto altro: avresti continuato a studiare da solo, ti saresti dedicato a qualcosa di tuo.”
Inspirò profondamente. “E invece guardati adesso. Sono passati tre anni e sei ancora lì, nello stesso posto e nella stessa situazione. Con lo stesso lavoro che doveva essere solo un impiego temporaneo e senza aver fatto nulla di quello che ti eri ripromesso. Niente”.
Si passò le mani sulla faccia e decise che avrebbe fumato. Lui e Emma tenevano un pacchetto di Marlboro in casa per quelle rare volte che avevano voglia di una sigaretta. Lo tenevano nascosto dentro il cofanetto dell’edizione limitata dei migliori brani dei Guns N’ Roses come dei quattordicenni che cercano di nasconderlo dai genitori perché, non fumando abitualmente, non volevano dare spiegazioni ai loro amici se lo avessero trovato in casa. Tom lo prese, si infilò i jeans che erano rimasti sul divano e uscì sul terrazzo.
Sentire l’aria fresca sul viso gli fece piacere. Era così leggera in confronto a quella in casa. Poi appoggiò gli avambracci sulla ringhiera e aprì il pacchetto. L’accendino era dentro. Prese una sigaretta, la mise in bocca e la accese. Fece il primo tiro senza buttare giù il fumo per abituarsi gradualmente. Poi espirò.
Alzò la testa e vide la luna. Rimase qualche secondo a guardarla respirando l’aria fresca, ma non sapeva cosa dirle e tornò a fumare. Si fece durare la sigaretta il più che poteva perché voleva godersi il momento e non aveva voglia di tornare dentro.
Dopo qualche minuto sentì dei rumori. Si voltò verso casa e vide Emma in pigiama che si sfregava gli occhi sulla soglia della finestra. -Ehi – gli disse.
Tom pensò di spegnere la sigaretta, ma capì subito che non avrebbe avuto senso perché ormai lo aveva visto. Aveva il cuore che gli martellava nel petto. “Calmati”, si disse, “non stai facendo niente di male e non hai niente da nascondere”.
-Stai bene? – gli chiese Emma. Poi uscì sul terrazzò anche lei e lo abbracciò. Il suo corpo era ancora caldo per il sesso e per il sonno e lui fu contento di abbracciarla.
Poi lei si staccò e andò ad appoggiarsi alla ringhiera vicino a lui. -Allora? C’è qualcosa che non va?
Lui fece cenno di sì col capo e le allungò il pacchetto. Emma prese una sigaretta, la portò alla bocca e allungò una mano per l’accendino. Tom glie lo passò, poi tornò a guardare nel vuoto mentre lei accendeva.
Voleva parlarle, ma non sapeva da dove cominciare. Fece un respiro profondo.
-Hai qualche problema con me? – chiese Emma. Iniziava a preoccuparsi.
-No, no. Tu sei fantastica. Non so nemmeno io cosa mi succede. – fece una pausa, poi riprese – Il problema di fondo è che mi sento – fece una breve pausa per cercare la parola giusta – insoddisfatto. Ma non pensare di essere tu il problema, tu mi dai tantissimo e senza di te non so dove sarei.
Emma si voltò a guardarlo.
-Non so – continuò – è come se tu mi dessi il novanta percento di quello di cui ho bisogno e io non riuscissi a non pensare a quel dieci percento che mi manca per essere felice. Ma non pensare di essere tu il problema. Cioè, non sei tu che me lo devi dare, il novanta percento è già più di quanto si diano a vicenda due persone che si amano. Il dieci lo devo trovare da solo, ma non so cosa sia.
Emma ascoltò in silenzio. Le raccontò tutto quello che gli era passato per la testa in quel periodo. Del senso di inutilità della sua vita, del “tutto qui?” che non gli dava tregua. Dei dubbi sull’università, della pittura e perfino del negozio di materiali da dipingere. Lo fece senza guardarla in faccia perché aveva paura di vedere come reagiva. Si sentì anche un po’ stupido e temette che lei potesse scambiare i suoi problemi con il piangersi addosso di un ventenne immaturo. “Cosa che, per altro, forse sei”.
Invece Emma non disse niente del genere, si limitò ad accarezzargli la schiena con la sua mano calda. -Me ne ero accorta, sai? Che c’era qualcosa che non andava, intendo.
-Davvero?
-Sì, ti conosco – sorrise – perché non compri il set per dipingere e non fai un tentativo? Inizi e guardi se è quello di cui avevi bisogno.
-Non è così facile. – rispose, chiedendosi se non fosse, invece, esattamente così facile. -Devo prima capire se è quello che voglio e togliermi dalla testa le alternative, altrimenti rimarrò sempre col dubbio.
-Be’, l’università l’hai già provata e scartata. Ti conviene fidarti del te stesso di tre anni fa, se ha preso questa scelta avrà avuto delle ottime motivazioni. Evidentemente continuare gli studi non faceva per te. Per il resto, forse sei tu che complichi il problema pensando troppo. Domani andiamo a comprare le tele e i colori, okay?

***

Controllò che fosse nel cassetto. C’era. Richiuse.
Il fottuto giornalista sarebbe arrivato nell’arco di una ventina di minuti. Da come si vestiva, doveva essere una persona puntuale. Controllò la disposizione dei quadri: erano tutti e cinque posizionati su altrettanti treppiedi, allineati con una leggera curvatura nella zona più spaziosa dell’officina e coperti con un telo, come dovevano essere. Si limitò a spostarne uno un paio di centimetri più indietro perché sentiva che dovesse essere così. Non sopportava l’attesa, si versò del whisky.
Come aveva previsto, alle dieci e trenta qualcuno bussò. Finì quel che restava del secondo bicchiere in un sorso e aprì. Il giornalista era lì fuori, sorridente, nella sua fottuta polo pulita. Era poco più che un ragazzo. Gli fece cenno col capo di entrare.
-E così è qui che vivi? – chiese, muovendo i primi passi dentro. Aspettò una risposta per qualche secondo, poi, quando capì che non sarebbe arrivata, aggiunse – Ha un suo perché. Nel senso, è un posto che ci vedo per un artista.
“Devi rispondere” si impose Tom “è questo lo scopo dell’intervista. Tieni a mentre perché lo fai”. Poi disse – È funzionale.
-Funzionale?
-Non ci sono distrazioni.
Il giornalista annuì. -È una questione di distrazioni, quindi. È per questo che l’artista emergente più promettente di Torino si ritira in campagna in un paese sperduto del basso Piemonte?
-Sì, è anche –
-Aspetta – lo interruppe il giornalista. -Ti dispiace se accendo il registratore?
Si prese un momento per non insultarlo, poi disse -Sì, mi dispiace. Preferirei se prima parlassimo un po’ senza. Io non ti conosco, tu non mi conosci. Ho bisogno che si crei l’atmosfera giusta per parlare del mio lavoro.
Il giornalista tradì un accenno di sorpresa. -Va bene. Allora scusami se ti ho interrotto. Dicevi? È anche per questo?
-Sì, è anche per questo.
-Se è “anche” per questo, devo supporre che sia “anche” per qualcos’altro.
-Infatti.
-Non hai voglia di parlarne?
-Francamente non avrei voglia di parlare di un cazzo di niente. – Raggiunse l’armadietto dei liquori e si versò il terzo bicchiere. -Ne vuoi un po’? – chiese.
-A quest’ora? No, grazie. Anzi sì, può aiutare.
“Ecco, inizi a capire” pensò mentre gli prendeva un bicchiere. Nonostante l’aspetto da damerino, il ragazzino bevve senza difficoltà.
“Ricordati perché devi farlo” si ripeté. Poi fece un respiro profondo e riprese a parlare -Sì, è anche per evitare le distrazioni. In più era comodo, l’officina era dei miei nonni e non la usa più nessuno da diversi anni. Venendo qui non avrei dovuto pagare l’affitto e avrei avuto tutto lo spazio e le cose di cui avevo bisogno. – tacque.
-Ho capito.
-No, non hai capito. Non hai capito perché non ti ho spiegato tutto e non hai capito perché anche se ti avessi spiegato tutto nessuno può arrivare davvero ad immedesimarsi nei panni di un’altra persona. Non potrai mai… ma che cazzo lo dico a fare? C’entra anche mia moglie.
-Tua moglie?
-Sì.
-Cioè?
-Mia moglie, la mia cazzo di moglie. Lo sai cos’è una moglie?
Il giornalista doveva sapere che era importante non perdere la calma, perché rimase rilassato. -Certo che so cos’è una moglie. Volevo dire, cos’è successo?
-Niente. Non è successo niente. Sono io che avevo bisogno di allontanarmi, di prendermi il mio tempo per affrontare una cosa.
-Sei sicuro che non vuoi che accenda il registratore?
-Se c’è una cosa di cui sono sicuro è che non voglio che tu accenda quel tuo cazzo di registratore mentre parlo di mia moglie. Garantito. Quando parlerò del resto, sì. Se parlo di lei, no. Anzi, lasciamola perdere. Concentriamoci sul mio lavoro.
Il giornalista guardò i quadri coperti. -Lei non ha niente a che fare con tutto questo?
Fece cenno di no col capo. -Tutto questo è solo fra me e il mio stomaco. Lei non c’entra. E non sarebbe stato giusto che c’entrasse.
-Quindi te ne sei andato per questo?
Ignorò la domanda e si avvicinò al primo quadro. -Accendi il registratore. Cominciamo.
-Sì, certo. – ebbe difficoltà a tirar fuori il registratore dalla tasca posteriore dei suoi fottuti pantaloni a quadri da damerino, ma alla fine ci riuscì. Lo accese e lo posò sul tavolo di ferro, nell’angolo più vicino ai quadri. Poi aprì il quaderno che aveva in mano ed estrasse una penna dall’elastico che la teneva. Scarabocchio qualche cazzata e disse che potevano cominciare.
-Allora, Signor Gregorelli, dopo il successo del suo ultimo progetto, lei si è isolato completamente dal panorama artistico nazionale. Non ha più rilasciato comunicati né interviste, ha chiuso le sue pagine sui social network e ha tagliato i rapporti con –
-Lasciamo perdere ‘ste cazzate, per favore. Non darmi del lei e non fare tutto ‘sto giro di parole. Va bene che devi fare esperienza, ma certe cose non le sopporto. Ti dico come faremo: prima parlo io, ti spiego quello a cui sto lavorando. Poi mi fai le domande, precise e pulite. Se no, non si fa. D’accordo?
Era un ragazzo giovane, se voleva fare carriera non poteva assolutamente perdersi un’occasione come quella. Per questo gli aveva permesso di intervistarlo, perché sapeva che avrebbe accettato di fare tutto a modo suo. E infatti fu d’accordo.
-Bene. Conosci Jung? È stato uno dei padri della psicanalisi, prima al fianco di quel coglione di Freud e poi per conto suo, quando ha capito che era un coglione. Jung aveva questa idea: che le regioni più profonde della nostra mente comunichino con noi attraverso delle immagini che sono declinazioni diverse degli stessi archetipi di base. E che questi archetipi di base sono uguali in tutto il mondo, per tutti gli esseri umani, per il semplice fatto che sono umani. Mi segui? – I bicchieri erano serviti. Le parole venivano fuori.
-Credo di sì.
Camminò verso l’angolo dell’officina dove aveva buttato per terra un materasso e qualche coperta. Lì vicino c’erano i suoi libri. Ne prese uno con gli angoli tutti stropicciati e le pagine ingiallite. “Introduzione a Jung”. Poi tornò dai quadri e lo lanciò al giornalista. -Tieni. Leggilo.
-Adesso?
-Non adesso, cretino. Te lo porti a casa.
-Davvero? La ringrazio.
-Ma va a fare in culo. Allora, Jung aveva questa idea. Ed era vera. Poi molti studiosi hanno portato avanti le sue ricerche. Tra questi c’era Joseph Campbell. E se non conosci Jung, figurati se conosci lui. Però non ho voglia di andarti a prendere un altro libro, questo te lo compri. Si chiama “L’eroe dai mille volti”, segnatelo sul tuo taccuino del cazzo.
Mentre il ragazzo scriveva, proseguì – Campbell studiava mitologia e religioni basandosi sulle idee di Jung. Andava a ricercare gli archetipi in tutti i miti e le religioni del mondo. E che cosa scopre? Scopre che tutte le narrazioni seguono uno stesso schema di fondo. “The hero’s journey”, l’ha chiamato. Ma che cazzo perdo tempo a spiegarti ‘ste cazzate? Ti compri il libro e te lo leggi prima di scrivere il tuo articolo. D’accordo?
Annuì.
-Bene, allora vengo al dunque. – fece un respiro profondo. “Ricordati perché lo fai, è necessario affinché il tuo lavoro venga capito. Ricordati perché lo fai.” -Proviamoci. Non sto attraversando un buon momento. La fortuna di essere un artista è che quando mangi merda puoi sempre trasformarla in qualcosa di buono, ma non cambia il fatto che merda stai mangiando e che mentre gli altri possono farlo distraendosi tu invece devi concentrarti sul sapore. Non mi è facile spiegarlo, vorrei che tu lo capissi, soprattutto se penso a quel tuo registratore del cazzo. Ma è necessario che io lo faccia, quindi tieni a mente anche che tutto questo quando viene messo a parole perde sempre qualcosa. Il fatto è che non sto bene e ho difficoltà a mettere a fuoco il perché. Non so bene chi sono e non so cosa voglio fare della mia vita se non dipingere. Non so quanto amo mia moglie e quanto voglio andare lontano con lei, ho paura di pentirmene a portare avanti ‘sta storia, però a lei tengo da morire. E non so più che cazzo provo per le cose, non c’è niente che mi faccia provare emozioni. Niente che mi faccia innamorare, a volte non so neanche se lo fa questa pittura del cazzo, ma ho bisogno di dipingere se no sarei messo peggio di così. Per cui ho dovuto iniziare a guardarmi dentro, capisci? A vedere cosa c’era, da dove arrivasse tutto questo, quale fosse l’origine del problema. Se c’è una cosa che mi ha aiutato fin qui è che sono una testa di cazzo e ho la forza di volontà che serve a mettere un piede davanti all’altro. Se continuo ad andare avanti, prima o poi troverò le risposte che cerco. È tutto qui il nocciolo della questione.
Ora, parlando di arte. Come Jung insegna, le zone più profonde della mia mente comunicano con me attraverso delle immagini, è chiaro? Ci sono delle immagini che vedo e rivedo sempre. – si bloccò. Doveva bere. Andò a versarsi un bicchiere, lo bevve in un sorso, poi se ne versò un altro e tornò dal giornalista portandolo con sé.
-La mia idea – riprese – è di raccontare quello che sto vivendo attraverso un percorso di immagini che sono esattamente le immagini che vedo, quelle simboliche che la mia testa mi manda. Mi segui?
Il ragazzo annuì. -In pratica prendi queste immagini che vedi e le dipingi.
-Esatto. Se lo faccio bene e se le dipingo tutte, dovrebbero creare un percorso che sarà come un diario del mio viaggio interiore. Chiaro?
-È chiaro. Mi piace. Per ora hai fatto questi sei?
-Cinque. La sesta tela è ancora bianca. Te ne farò vedere qualcuno per l’intervista, ma non tutti.
-Va bene.
Si vedeva che il fottuto ragazzo era incuriosito ma che voleva mantenere un minimo di professionalità. E lui iniziava a sentire che aveva già parlato troppo. Sentiva nello stomaco quella sensazione del cazzo che provava tutte le volte che diceva troppo tutto insieme e non poteva più rimangiarselo. Ma doveva andare avanti. “Cazzo, non pensarci”, si disse.
Si avvicinò alla terza tela e la scoprì.
-Cazzo. – disse il giornalista. Poi si coprì la bocca, probabilmente perché ricordò che il registratore era acceso.
-Che cosa vedi? Descrivila, così ce l’hai sul tuo coso.
-Non posso fare una foto?
-No. – la risposta fu lapidaria, il ragazzo non osò insistere.
-Allora – iniziò – c’è un ragazzo che si spalanca il costato con le mani e da dentro gli esce una sorta di, scusami, che cos’è?
-Cosa ti sembra?
-Non lo so, sembra viscido e violaceo. Ma non si capisce se è un uomo o qualcos’altro.
-Esatto. È quello il punto. È una placenta, ma cosa ci sia dentro non è chiaro neanche a me. – guardò il quadro attorcigliandosi i capelli intorno alle dita sopra la testa. -È una metamorfosi, un cambiamento. Anzi no, neanche di questo sono sicuro, potrebbe essere anche uno sdoppiamento. Quello di cui sono certo è che è una sorta di parto. Ma non so se il nuovo prende il posto del vecchio o se convivono e non credo che il nuovo sia qualcosa di buono. Capisci?
-Credo di sì.
-Non sono uno scrittore, dipingo. Non dovrei neanche spiegarli, i miei lavori. Fanculo, lasciamo perdere e andiamo avanti. Cos’altro vedi?
-B-be’, il ragazzo è nudo e pallido
-Sì, e poi? Intorno?
-È tutto nero.
-Sì, è tutto nero. I colori e le luci non sono messi a caso. E com’è dipinto? Intendo il tratto.
Il giornalista si avvicinò e osservò la tela col naso a pochi centimetri. -La superficie è tutta ruvida. Sembra increspata. Cioè, i colori lasciano dei solchi solidi, quasi tridimensionali.
-Chissà perché cazzo mandano un incompetente ad intervistarmi.
-Veramente – provò a replicare il ragazzo.
-Lasciamo perdere il tratto e andiamo avanti. – lo interruppe Tom. Scoprì la tela successiva, la quarta – qui cosa vedi?
-C’è un uomo, incappucciato, di schiena, con un mantello scuro e lungo. Ma è tutto dipinto sfocato, come se ci fosse la nebbia. E sta guardando una collina, insomma un rialzamento, con sopra un castello nero. Ed è notte, è buio, come in quello di prima.
-Esatto. Di nuovo, non sto a spiegarti il tratto, quello lo capirà uno più esperto. Parliamo dell’immagine. È un viandante, forse la prima immagine che mi sia apparsa.
-Cosa vuol dire “lo capirà uno più esperto”? Ha in programma altre interviste?
-Concentrati sul lavoro.
-Sì, mi scusi. Un viandante hai detto?
-Sì, un viandante, un viandante. È l’archetipo di chi intraprende un viaggio dentro se stesso per trovarsi. Ma questo l’ho scoperto dopo averlo dipinto. Capisci perché tutto questo è più grande di me?
-Sì, credo di sì.
Non ne aveva più voglia, decise di accelerare. Aveva già detto troppo a quel cazzo di giornalista e la sensazione nello stomaco peggiorava ad ogni parola. Forse sarebbe stato meglio non farlo venire. Scoprì la quinta tela. “Sbrigati prima di iniziare a pensare troppo”. -Qui cosa vedi?
-C’è un mostro? Un demone. Sembra una sorta di Minotauro. Cioè, è grosso e peloso come un orso ma ha delle corna da toro o qualcosa del genere. E sta ruggendo verso il cielo, mentre muove – si corresse – dimena le braccia. – si prese un istante per scegliere le parole -Sembra in preda ad un delirio.
-Più o meno ci sei. Questa è la rappresentazione di quello che devo affrontare. Ultima tavola e poi te ne vai – “Che inizio già a sentirmi ridicolo.” aggiunse fra sé. “Fanculo. Avrei dovuto smettere di dipingere, ignorare quello che avevo dentro e restare con Emma. Fanculo.”
Scoprì la sesta tavola. -È bianca – constatò il giornalista.
-Te lo avevo detto, no? Che la sesta era bianca.
-Sì, ma – esitò – Perché me la fai vedere allora?
-È la più importante. La numero sei è il momento cruciale, il punto di svolta. Morte e rinascita. Tocchi il fondo e ricominci a salire. Oppure muori davvero, resti schiacciato. Qui ti giochi tutto.
-Sai già cosa dipingerai?
Si accorse di avere la fronte sudata. Si asciugò col dorso della mano. Poi andò vicino al tavolo e si resse con le mani. Non ce la faceva più, si sarebbe sparato in quello stesso istante piuttosto che dire un’altra parola.
-Ti senti bene?
Gli fece un cenno spazientito con la mano per zittirlo. “Ci sei quasi, attieniti a quanto hai deciso. Tra poco sarà finito” si disse, poi rispose -Lascia stare. Se sapessi cosa dipingere lo avrei già dipinto. No, non lo so. Devo fare dei passi avanti, prima. Ma un giorno o l’altro, se non ne ho più voglia, ci appoggio la testa sopra, mi infilo una pistola tra i denti – mimò il gesto – sparo e lo dipingo col sangue.
Il ragazzo lo guardò senza sapere cosa dire. Tom si avvicinò, gli diede uno schiaffetto sulla guancia e disse -Adesso basta, te ne vai. Ho parlato davvero troppo.
-Aspetta, volevo chiederti – provò a obiettare il ragazzo, mentre lui si allontanava.
-No, non mi chiedi proprio un cazzo. Ho parlato troppo e mi sento già abbastanza ridicolo. Sapevo di non doverlo fare, cazzo. Senti, vattene prima che cambi idea e ti spacchi il registratore.
-Ma –
-Sparisci, cazzo. Vuoi sparire o no? – gridò.
Il giornalista rimase impalato un istante, con gli occhi spalancati. Poi sbatté due volte le palpebre, raccolse velocemente registratore e quaderno e se ne andò di fretta senza dire una parola.
Tom non aveva ancora sentito il suono metallico della porta di ferro che sbatteva che aveva già aperto il cassetto. Aveva detto troppo a quel fottuto giornalista di merda. Tirò fuori la pistola. Non aveva mai capito niente di quella roba, suo nonno aveva provato a spiegargli che modello fosse eccetera, ma a lui non importava. Per lui era nera, pesante, fredda e carica. E bastava. “Quanto sarà già lontano quel fottuto giornalista di merda?” Erano passati pochi secondo e se ne stava andando con il suo registratore del cazzo e con tutte le sue parole. Tolse la sicura, poi tirò indietro la parte superiore finché non sentì un clic. A quel punto la fece scattare subito in avanti. “Veloce, non ne ho più voglia”.
Andò a sedersi a gambe incrociate davanti alla tela bianca, appoggiò la nuca alla tela, si infilò la canna in bocca e sparò.


Il presente racconto è una creazione originale di Andrea Viglietti. Tutti i diritti appartengono all’autore.