Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Category: Diario di lettura (e divagazioni) (page 1 of 2)

Carlo Rovelli – L’ordine del tempo

Oggi una nuova variazione sul tema: parliamo di un libro di divulgazione scientifica, L’ordine del tempo di Carlo Rovelli, che ho letto nelle ultime settimane. Non so se vi ho mai confidato che fino al terzo anno di liceo la fisica è stata una delle mie passioni più grandi – prima che la letteratura prendesse il sopravvento. Ma è così. E, infatti, ho mosso i miei primi passi in una libreria spulciando proprio la sezione di divulgazione scientifica, oltre a quella delle filosofie orientali.

Detto questo, era comunque da anni (credo) che non leggevo un libro di fisica. Come mi sono ritrovato, quindi, a leggere L’ordine del tempo? Be’, si è trattato di una concomitanza di fattori diversi. Tanto per cominciare, quello del tempo è uno dei temi che più mi affascinano – da tutti i punti di vista da cui si può studiare: non solo fisico, ma anche filosofico, psicologico e letterario. Più in generale, umano. In secondo luogo, qualche tempo fa avevo ascoltato l’audiolibro di Sette brevi lezioni di fisica (l’opera precedente di Carlo Rovelli, che ho menzionato di sfuggita in un articolo sul tema della bellezza qui) ed ero rimasto favorevolmente colpito dalla sua prosa chiara e ricca di immagini. Questi due presupposti da soli basterebbero a motivare la mia curiosità nei confronti dell’ultima fatica rovelliana, ma c’è stato anche un terzo fattore: Arrival, un film di fantascienza che proprio intorno al concetto del tempo costruisce la sua trama. Mi è capitato di vederlo una sera con un amico; il giorno dopo sono saltato in macchina e sono andato a comprare il libro.

Ma ora veniamo a noi! Ne L’ordine del tempo, Carlo Rovelli sceglie di prendere in esame il tema del tempo e di affrontarlo in ogni suo aspetto, puntando ad una trattazione il più completa possibile. Rovelli è un fisico, perciò il punto di vista della fisica occupa una posizione centrale nel suo lavoro: la maggior parte dei capitoli è dedicata ad esso e a come nell’ultimo secolo abbia smontato il concetto di tempo a cui l’umanità era abituata per ricostruirne uno veramente nuovo e contro-intuitivo (e chi pensa che io mi riferisca solamente alla relatività, troverà interessanti sorprese). Ma non si limita solo a questo: Rovelli, per essere davvero esaustivo, non trascura neanche i contributi che la psicologia, la neurologia, la filosofia e la letteratura possono offrire al discorso, dimostrando, tra l’altro, una cultura davvero vasta e solida. Ma il punto di vista più interessante è – di nuovo – quello umano, che attraversa tutto il libro come un fiume sotterraneo per poi emergere nell’ultimo capitolo, dove l’autore dismette i panni dello scienziato (che comunque indossava in modo informale) per parlare come uomo, in modo sincero e sensibile, del modo in cui il tempo si relaziona alle nostre vite. Si tratta di un capitolo prezioso, che contiene le riflessioni genuine di un uomo sulla vita, capaci di aprire anche a noi nuove prospettive sul suo significato e di addolcire il nostro rapporto con lo scorrere del tempo e l’invecchiamento.
Va bene, va bene, lo ammetto: per quanto completo, il libro resta sbilanciato. Il punto di vista predominante è sicuramente quello della fisica. Ma, d’altronde, un libro di divulgazione scientifica è proprio quello che vuole essere. Ci riesce in pieno – e fa piacere, anzi, che sia arricchito dal punto di vista di così tante discipline differenti.
Per quanto riguarda la prosa, Rovelli conferma quello che già aveva dimostrato nelle Sette brevi lezioni di fisica: sa scrivere e sa farlo bene, in modo chiaro e scorrevole. Sa spiegare argomenti difficili in modo accessibile e quasi sempre efficace. Ed evoca anche immagini vivide che rendono la sua prosa quasi poetica.

Che dire, quindi? L’ordine del tempo è un libro che mi sento tranquillamente di consigliare a tutti i curiosi. Non solo a chi si interessa di fisica e di scienza, ma anche a chi si occupa di filosofia o, più in generale, sente caro il tema del tempo e vorrebbe saperne di più.


Se volete leggere “L’ordine del tempo” di Carlo Rovelli, lo trovate a questo link: L’ordine del tempo. Le “Sette brevi lezioni di fisica”, invece, qui: Sette brevi lezioni di fisica. Vi ricordo che, acquistando attraverso questi link, una piccola percentuale della vostra spesa mi sarà riconosciuta e starete, quindi, contribuendo al mio progetto – motivo per cui vi sono grato.

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Craig Thompson – Habibi

Qualche anno fa ho letto Blankets, il lavoro più conosciuto di Craig Thompson. Promosso a pieni voti: sincero, sensibile e delicato con disegni a tratti poetici, quasi onirici. Ogni volta che ci ripenso, lo faccio con nostalgia, tanto che non vedo l’ora di rileggerlo (e di parlarvene!). Così ho voluto ripetere l’esperienza. E ho letto Habibi, il secondo lavoro importante di Thompson, che mi ha davvero stupito. Non pensavo che l’autore potesse spingersi così tanto oltre.

Di cosa parla Habibi? Ci troviamo in medio-oriente, in un panorama di deserti biblici, harem sfarzosi e città labirintiche segnate dalla miseria. La prima dei nostri protagonisti è Dodola, una bambina che viene venduta in moglie ad un uomo molto più anziano di lei. Suo marito, per vivere, trascrive manoscritti. Ed ecco che al prezzo di un infanzia finita prima del tempo, Dodola riceve un dono prezioso: le viene insegnato a leggere e a scrivere. Ma, già nel primo capitolo, il marito di Dodola viene ucciso.
La ritroviamo nel secondo capitolo che vive in una barca abbandonata in mezzo al deserto, insieme a Zam, un bambino orfano di cui si prende cura e che condivide la sua sorte – il secondo dei nostri protagonisti. Per Zam, Dodola è tutto: una madre, una sorella, un’amica. Più avanti anche un desiderio. Tra i due si crea un legame unico, nutrito dalle storie che Dodola tutte le sere racconta al piccolo Zam per metterlo a dormire e che accompagneranno l’intera graphic novel.
Non vi preoccupate, vi ho raccontato meno di due capitoli. Il resto è giusto che lo leggiate; vi dico solo che niente sarà lineare, né facile, per i nostri protagonisti.

Ma Habibi non è solo una storia. Al suo interno ritornano i temi che l’autore aveva affrontato in Blankets: la religione e la spiritualità (quest’ultima, qui, ha più spazio rispetto al lavoro precedente), però, questa volta, in un contesto mussulmano; l’amore, il sesso e la sua scoperta, in tutte le loro sfaccettature, da quelle più dolci a quelle più spaventose. Gli stessi temi, sì, ma niente di più, perché non c’è nulla in Habibi che ripete Blankets; si parla di argomenti simili, ma quello che si dice è diverso. Qui Craig Thompson si lascia alle spalle l’esperienza personale, che era stata centrale nel lavoro precedente, e affronta i temi in una prospettiva universale, producendo una graphic novel che si presta a molteplici livelli di interpretazione e che non svela tutti i suoi segreti ad una prima lettura.
Non solo: per realizzare Habibi, Thompson ha dovuto conoscere a fondo la cultura araba. Influenze culturali diverse, dalla calligrafia alla letteratura, religiosa e non, fin quasi alla mistica, si mescolano in un mosaico complesso e ricco di simbolismi con una consapevolezza e una sensibilità che sorprendono e che sarebbero indispensabili ogni volta che si maneggia una cultura diversa dalla propria. Confesso di essere rimasto stupito dal lavoro che l’autore deve aver compiuto e affascinato dalla cultura araba, che conosco così poco.
Anche la scrittura, per esempio, viene guardata con occhi completamente nuovi, come un atto quasi magico. Le lettere arabe celano molti più significati di quelli che veicolano le semplici parole – leggere per credere. Thompson non è una persona superficiale e, nello scrivere una storia ambientata in un mondo così diverso, non trascura nemmeno il più piccolo dettaglio, portando il lettore a riscoprire cose banali – come, appunto, la scrittura – con occhi completamente nuovi.
Habibi è una graphic novel che allarga gli orizzonti e che porta a confrontarsi con qualcosa di diverso da ciò che ci viene posto di fronte dai soliti libri. Misticismo, amore e sessualità potrebbero essere le tre parole che lo definiscono. Il resto ve lo lascio scoprire.

Può darsi che qualcuno di voi non abbia mai letto una graphic novel. Può darsi che qualcuno di voi, addirittura, si stia chiedendo cosa sia. Non vi preoccupate, è normale. Essendo cresciuto tra i fumetti, sono abituato ad avere intorno un po’ di perplessità quando ne parlo.
Una graphic novel è, molto semplicemente, un romanzo a fumetti. A differenza dei comics, che raccontano storie prevalentemente di supereroi ed escono a numeri, una graphic novel invece racconta una storia unica, di qualsiasi argomento, dall’inizio alla fine – proprio come un romanzo, con l’unica differenza che, al posto di essere scritta, è disegnata.
Qualche anno fa, Dario Moccia aveva fatto un video in cui consigliava a chi non avesse mai letto un fumetto o una graphic novel di avvicinarsi al mondo proprio con Blankets ed io, oltre a consigliarvi di vedere il suo video, mi associo: potrebbe essere il ponte perfetto per collegare la narrativa in prosa a quella disegnata. Per questo vi lascio il link per il suo video e vi consiglio di leggere Blankets prima ancora di Habibi.


Se volete leggere Habibi, di Craig Thompson, potete acquistarlo a questo link: Habibi. Se volete leggere Blankets, invece, lo trovate qui: Blankets. Vi ricordo che, se acquisterete o inserirete nel carrello un prodotto attraverso uno dei miei link, starete supportando il mio progetto e, perciò, ve ne sarò grato.

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J. D. Salinger – Nove Racconti

Il mio viaggio alla scoperta di Salinger continua! Oggi si parla dei Nove Racconti. E vi anticipo subito che il buon J. D. c’è riuscito di nuovo.
Di solito non leggo racconti, non sono il mio genere. Preferisco i romanzi, che ti danno il tempo di conoscere bene i personaggi, di affezionarti e di restare con loro più a lungo, o le poesie, dove invece non c’è finzione narrativa e gli unici protagonisti sono l’autore e le persone a cui è legato. Comunque ho fatto anche qualche tentativo con il genere della narrativa breve: tralasciando i racconti di G.R.R. Martin, ho letto Bestiario di Cortazar (di cui ho parlato qui) e Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? di Carver. E, che dire, alcuni racconti mi sono piaciuti ma il genere nell’insieme non mi ha convinto.
Con Salinger, invece, il discorso è cambiato. Mi ha tenuto incollato al libro dall’inizio alla fine; ne avessi avuti altri nove, sarei stato felicissimo di leggerli. Ma come c’è riuscito? In tutta sincerità, non lo so. Non riesco ad identificare la ricetta del suo successo. Posso dire che, ancor più che nell’inventare situazioni e trame, ha un talento incredibile per creare i personaggi. Lo fa così bene che riesci a capirli e ad affezionarti a loro anche nell’arco delle poche pagine di un racconto. E poi sa scrivere, c’è poco da girarci intorno. È vero, i suoi racconti sono prevalentemente dialogati – quasi teatrali, a volte – ma, quando descrive una scena, sa scegliere i dettagli giusti per disegnartela perfettamente davanti agli occhi.
Oltre a questo, in realtà, non si può dire molto in generale. Data per scontata l’ambientazione realistica, infatti, i racconti sono uno diverso dall’altro e non si lasciano trattare nell’insieme.

Ho deciso di parlarvi di due di essi, lasciando a voi il piacere di scoprire gli altri.
Cominciamo con una domanda: perché ho deciso di leggere questo libro?
Vi ricordate Franny&Zooey? Ne avevo parlato qui. Ad ogni modo, per chi non ne sapesse nulla, è un libro di Salinger che ho letto negli ultimi mesi. Di fatto, unisce due racconti facendone un romanzo. I protagonisti, Franny e Zooey, appartengono alla famiglia Glass – una famiglia che ritorna in altri racconti dello stesso autore.
Sui Glass, infatti, J. D. scrive una storia in forma di frammenti: non un romanzo che segue le vicende dall’inizio alla fine, ma un insieme di racconti che il lettore non può fare a meno di collegare per tentare di ricostruire il più possibile sui protagonisti. Salinger dimostra di saper giocare con il non-detto e con la curiosità che questo riesce a creare, perché in ogni racconto rivela, sui personaggi che non compaiono direttamente, quel poco di informazioni che basta a stuzzicare l’interesse del lettore senza però soddisfarlo.
Fra tutti i personaggi, il più affascinante è senza ombra di dubbio Seymour. In Franny&Zooey viene creata intorno a lui un aura quasi sacrale, tanto che, non appena ho scoperto che era protagonista di un racconto, non ho potuto non volerlo leggere. Volevo sapere di più su di lui e “vedere com’era”.
Il racconto di cui parlo è “Un giorno ideale per i pesci-banana”: è quello che apre la raccolta ed è, per l’appunto, il motivo che mi ha spinto a comprarla.
È un racconto che non delude le aspettative. Già solo il fatto di “vedere” Seymour varrebbe tutta la raccolta. Su di lui non ci vengono rivelate troppe informazioni nuove, in compenso le domande crescono – e va bene così, sto iniziando a capire che questo fa parte del fascino dei racconti: avere sempre qualche lacuna e poterla riempire con la propria fantasia. E il finale – anche se può essere intuibile per chi ha letto Franny e Zooey – da un punto di vista strettamente narrativo è a dir poco efficace. Lascia senza parole.

L’altro racconto di cui muoio dalla voglia di parlare è Teddy. L’ultimo della raccolta, ti capita fra le mani quando ormai Salinger ti ha conquistato senza sbagliare un colpo e ti aspetteresti, quasi, un racconto di un livello un po’ più basso degli altri a dimostrazione che nessuno è infallibile.
È evidente, invece, che Salinger i suoi fallimenti deve averli chiusi a chiave in un cassetto, perché i Nove Racconti hanno un finale col botto. Teddy racconta di un bambino americano di 10 anni – Teddy appunto – che, nella sua vita precedente, è stato un praticante induista di grande spiritualità che ha smesso di meditare poco prima dell’illuminazione. Adesso si è reincarnato in un bambino che, però, è riuscito a recuperare i ricordi della sua vita passata e ha ripreso il suo cammino arrivando ad un contatto davvero profondo con l’universo e con i suoi segreti.
Salinger era uno studioso di filosofie e religioni orientali. Tenendo a mente questo mentre si legge, sembra quasi di sentire parlare direttamente lui attraverso la bocca di Teddy – come se nell’ultimo racconto della raccolta avesse voluto svelare qualcosa di sé, comparire in trasparenza e lasciare al lettore qualche domanda su argomenti che ritiene importanti – cosa che, ci tengo a precisare, non aveva fatto in nessun altro racconto della raccolta.
Basterebbe già solo questo a fare di Teddy una degna chiusura. Ma non finisce qui: il racconto non è di altissimo livello solo per le idee filosofiche che contiene, ma anche per tutto ciò che è puramente narrativo. Ancora una volta, proprio quando pensi che la raccolta abbia già dato il meglio di sé, volti l’ultima pagina, leggi l’ultima scena e resti sbalordito perché collega una serie di dettagli disseminati nel racconto a cui non avevi prestato attenzione (non in questo senso, almeno!) in un evento che già di per sé non ti saresti mai aspettato. E tu resti lì, con l’ultima pagina aperta fra le mani, incapace di spegnere la luce e di andare a dormire.

Quasi dimenticavo, citando Teddy: la vita è un caval donato.


Se volete leggere i “Nove Racconti” di Salinger, potete acquistarli a questo link: Nove racconti. Oppure, potete trovare il cofanetto contenente tutte le opere pubblicate di Salinger qui: Cofanetto Salinger.

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5 poeti che vorrei approfondire quest’anno

La sessione invernale è finita e diariodiunviandante.it torna operativo! Iniziamo questa nuova stagione con un post diverso da quelli a cui vi avevo abituati. Diverso sia nel formato, perché per la prima volta si tratta di un elenco, sia nel contenuto, dal momento che non vi parlerò di libri che ho letto ma di libri che vorrei leggere. Consideratelo una sorta di raccolta di “buoni propositi per l’anno nuovo” a tema letterario!

Prima di cominciare, una breve comunicazione: d’ora in avanti, in ogni articolo (anche in quelli della scorsa stagione), troverete dei link attraverso i quali potrete acquistare i libri di cui parlo su Amazon. Vi rubo un minuto per spiegarvi come funziona: se voi acquistate attraverso il mio link, i prodotti per voi hanno lo stesso prezzo ma a me viene riconosciuta una piccola percentuale della cifra che spendete, perciò farlo è un ottimo modo per supportare i miei progetti. Inoltre, questo si verifica per qualsiasi prodotto acquistato attraverso un mio link, anche se non è quello a cui io vi rimando. Infine, se non siete sicuri di acquistare subito, potete aggiungerlo al carrello: se entro 89 giorni confermate l’ordine, a me viene comunque riconosciuto l’importo. Se deciderete di farlo, quindi, starete sostenendo il mio progetto e mi permetterete di dedicare sempre più tempo al blog, perciò ve ne sarò grato.

Ora, cominciamo:

1. Allen Ginsberg.

Il primo poeta che vorrei approfondire nel 2018 è il portavoce in versi della Beat Generation. Di lui ho già letto “Urlo”, la sua poesia più famosa – forse la poesia più famosa in assoluto fra tutte quelle scritte dai Beatnik. Una sorta di manifesto in versi della loro generazione tanto quanto “On the road” di Kerouac lo è in prosa.
Il primo verso ormai è iconico: “Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia, affamate, isteriche, nude”. Da lì in avanti, la poesia è un vortice di immagini che trascina il lettore fra le strade più squallide di New York a conoscere con i suoi occhi la sete spirituale e gli eccessi dei giovani membri del gruppo.
E ho letto anche “Kaddish”, edito da ilSaggiatore in un unico volume con “Urlo”. Si tratta di un poema molto diverso dal precedente, più intimo, che Ginsberg ha scritto per la morte della madre.
Ora vorrei approfondire la conoscenza dell’autore, leggendo innanzitutto “Jukebox all’idrogeno”. E dopo, chissà, magari qualcun’altra delle raccolte che ilSaggiatore sta continuando a pubblicare.

Urlo e Kaddish: Urlo & kaddish
Jukebox all’idrogeno: Jukebox all’idrogeno
Altri lavori: Allen Ginsberg

2. Eugenio Montale.

Ma come, non hai ancora letto Montale? In effetti, no. Quando l’ho conosciuto al liceo, è rimasto subito oscurato da Ungaretti, che è tutt’ora uno dei miei poeti preferiti in assoluto, e negli anni successivi è rimasto lì, come lacuna che non ero particolarmente interessato a colmare.
E poi, cos’è cambiato? In realtà, non molto. Continuando a non conoscerlo e sentendone parlare spesso molto bene, mi sono incuriosito. E quest’anno mi sembra l’anno giusto per rimediare!
Penso che comprerò la raccolta completa delle sue poesie, in modo da “tagliare la testa al toro”, ma sono interessato principalmente a “Ossi di seppia” e “Satura”.

Ossi di seppia: Ossi di seppia
Tutte le poesie: Tutte le poesie

3. Robert Frost.

Come sa chi mi segue su Instagram, qualche mese fa un’amica mi ha regalato una raccolta delle poesie di Frost – una delle poche che mi risulta siano state pubblicate in Italia. Ma avevo già diverse letture in programma, così ho lasciato il libro nello scaffale più di quanto si meritasse. Adesso è giunto il momento di leggerlo, anche perché ci sono alcune sue poesie – le poche che ho letto o che conosco per altri motivi – che mi piacciono davvero tanto! A titolo d’esempio, oltre alla più famosa “La strada non presa”, anche “Riluttanza” è una poesia che lascia il segno.
Ora, per Frost le cose si complicano. Come accennavo, in italiano non si trova molto. La raccolta che ho io non è più in circolazione, perciò non posso consigliarvela. Mi risulta però ci sia un e-book su Amazon, perciò vi lascio il link a questo (precisando che non l’ho letto e che, quindi, non posso esprimermi sulla qualità della traduzione). Per quanto riguarda me, credo proprio che dopo il libro che ho già tenterò con l’e-book oppure proverò a leggerlo direttamente in inglese.

Poesie in e-book: Le Poesie di Robert Frost nella Traduzione Italiana

4. Miklós Radnóti

Ok, qui immagino che molti di voi abbiano pensato: “Chi?”. Niente paura, mi avessero fatto il suo nome un mese fa lo avrei pensato anch’io. Anzi, probabilmente lo penserei anche adesso visto che non sono ancora riuscito a memorizzarlo. Quindi partiamo da una domanda più facile: come l’ho conosciuto?
All’incirca due settimane fa sono stato alla prima teatrale di “Ogni storia è una storia d’amore” ad Asti. E fra le sei storie che D’Avenia ha scelto di raccontare quella sera, c’è stata proprio quella di Miklós Radnóti e di sua moglie Fanni Gyarmati. Resta poco da dire: mi ha colpito. E mi hanno colpito anche le (mi sembra) due sue poesie che sono state lette durante lo spettacolo. Riuscivano a creare immagini veramente nitide ed evocative. Perciò non voglio lasciare che la curiosità si raffreddi e intendo leggere: Mi capirebbero le scimmie. Poesie (1928-1944). Testo ungherese a fronte.

5.

Bene, ora emergono i problemi. Avevo intenzione di scegliere cinque poeti perché mi piaceva il numero, ma non so quale includere nell’elenco come quinto – ce ne sono troppi! Perciò condivido con voi i nomi che mi restano: innanzitutto Anna Achmatova; ho avuto la fortuna di leggere qualche sua citazione su internet e ne sono rimasto piacevolmente incuriosito. Poi Emily Dickinson, perché da amante della letteratura americana è una lacuna che non posso permettermi. T.S. Eliot, che mi incuriosisce da diverso tempo. E, dulcis in fundo, Wislawa Szymborska, che ormai hanno letto praticamente tutti!

Spero che vi siate segnati qualche nome, perché mi piacerebbe portare un po’ più di poesia negli scaffali dove la narrativa regna sempre incontrastata! Di seguito, vi lascio i link ai libri di cui ho parlato. Intanto, gli articoli torneranno ad uscire con cadenza settimanale.


Urlo e Kaddish: Urlo & kaddish
Jukebox all’idrogeno: Jukebox all’idrogeno
Altri lavori: Allen Ginsberg
Ossi di seppia: Ossi di seppia
Tutte le poesie: Tutte le poesie
Poesie in e-book: Le Poesie di Robert Frost nella Traduzione Italiana
Mi capirebbero le scimmie: Mi capirebbero le scimmie. Poesie (1928-1944). Testo ungherese a fronte
Poema senza eroe: Poema senza eroe
Tutte le poesie di Emily Dickinson: Poesie
La terra desolata: La terra desolata. Testo inglese a fronte
La gioia di scrivere: La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009). Testo polacco a fronte

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Divagazione: la bellezza è immediata?

Ogni tanto capita di leggere frasi che lì per lì non ci dicono niente o che, magari, qualcosa ci dicono, ma un “qualcosa” con cui non siamo affatto d’accordo, e che, però, entrano silenziosamente nella nostra testa e continuano a tornarci in mente. Noi continuiamo a vivere le nostre vite come se niente fosse finché, un giorno, non ci scopriamo d’accordo con quelle parole. Può darsi che abbiamo iniziato a leggerle da un punto di vista diverso e ad attribuire loro tutto un altro significato oppure che siamo maturati arrivando a scoprire che è vero quello che non credevamo lo fosse, in ogni caso sembra quasi che una parte di noi avesse sempre saputo che prima o poi quella frase ci sarebbe tornata utile e l’avesse tenuta da parte fino al momento giusto.
A me è successo con una frase di Carlo Rovelli. Stavo ascoltando l’audiolibro di “Sette brevi lezioni di fisica” e mi è rimasta impressa. È questa: “Ci sono capolavori assoluti che ci emozionano intensamente, il Requiem di Mozart, l’Odissea, la Cappella Sistina, Re Lear… Coglierne lo splendore può richiedere un percorso di apprendistato. Ma il premio è la pura bellezza. E non solo: anche l’aprirsi ai nostri occhi di uno sguardo nuovo sul mondo. La Relatività Generale, il gioiello di Albert Einstein, è uno di questi”.

Noi siamo abituati a pensare che la bellezza sia una cosa immediata. Che, se c’è, si dà e che, se non la percepiamo, è perché non c’è. Almeno non per noi. Quando guardiamo un quadro possiamo coglierne la bellezza e pensare che il quadro sia bello o che sia in linea con i nostri gusti, oppure possiamo non coglierla e pensare che sia brutto o che non sia fatto per noi. La stessa cosa può capitare con una poesia o con una persona. Pensiamo che, se una cosa è bella, si vede.
Non ci capita mai di pensare che la bellezza possa non darsi subito, possa essere nascosta, possa addirittura richiedere uno sforzo, da parte nostra, per essere trovata e capita – come se l’unica forma d’amore fosse l’amore a prima vista; come se l’amore che nasce dallo scoprirsi e dall’imparare ad apprezzarsi un po’ di più ogni singolo giorno, anche quando pensiamo che qualcosa non potrà mai piacerci, non esistesse.
E, invece, l’amore richiede un percorso di apprendistato. Che si tratti di una persona, di una poesia, di un quadro, esiste un tipo di bellezza che non si offre subito. Che richiede da noi sforzo e dedizione prima per conoscere, poi per capire, per creare un legame ed infine per innamorarci.

Oggi voglio parlarvi della poesia. Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con il genere e ce l’ho tuttora. Come tutti, ho iniziato a leggere con i romanzi e mi sono innamorato subito di questo mondo – altrimenti ora non sarei qua a scrivere di letteratura. Quella dei romanzi è una bellezza immediata, anche se non mancano eccezioni e anche se non si può mai parlare di bellezza e di letteratura con la stessa oggettività con cui si potrebbe parlare di fisica.
Poco dopo aver scoperto i romanzi, ho iniziato a scrivere. E, manco a dirlo, ho iniziato a scrivere narrativa. Ho scatole piene di idee e di tentativi di racconti falliti, ma resta la cosa che più amo fare.
Poi, ad un certo punto, è cambiato qualcosa. Quasi in contemporanea ho iniziato a sentirmi incuriosito dalla poesia, quasi attratto, e a scriverla. Il perché ho iniziato a scriverla è molto semplice: avevo bisogno di una forma espressiva più personale della narrativa, in cui parlare di me come in un diario, e, allo stesso tempo, anche più breve, perché non avevo molto tempo da dedicare alla scrittura. Perché io abbia iniziato a sentirmi incuriosito dal leggere poesie, invece, non lo so neanche ancora adesso. Forse più o meno per lo stesso motivo, ovvero per cercare una forma in cui l’autore si esprimesse in modo più personale e diretto. Ma non saprei.
Fatto sta che la mia relazione con la poesia è stata a lungo (ed è tuttora) una storia d’amore e d’odio. Per un poeta che riusciva ad “arrivarmi” ce n’erano dieci che semplicemente “non mi dicevano nulla”. Ma quel singolo poeta che riusciva a risuonarmi dentro era capace di farmi provare emozioni così forti e di insegnarmi così tanto sulla vita e su me stesso da compensare tutti gli altri e far sì che la ricerca valesse la pena.

Mi sono sempre chiesto il perché di tutto questo. Perché io – come la maggior parte delle persone – ho sempre apprezzato molto più facilmente i romanzi delle poesie? Perché per un poeta che mi faceva battere il cuore ce n’erano dieci che mi annoivano a morte? Perché dei romanzi mi sono innamorato subito e della poesia, invece, solo lentamente?
La risposta è una sola. I romanzi hanno una bellezza immediata: contengono già al loro interno tutto quello che serve per capirli e per amarli. Non c’è bisogno di sapere qualcosa in più sulla vita dell’autore, sulla sua visione del mondo o sulla storia che sta dietro al libro che hai tra le mani per apprezzarlo. Certo, se conosci tutto questo avrai accesso a molta più bellezza, ma anche senza puoi tranquillamente goderti il tuo libro, emozionarti e capirlo.
Con la poesia, invece, no. Quella della poesia non è una bellezza immediata. E non lo è perché la poesia non è autosufficiente, non basta a se stessa. Per sua natura è un frammento – di un ricordo, di un emozione, di un pensiero – e lo spazio bianco che manca a riempire la riga ce lo ricorda. È incompleta. Serve molto di più per apprezzarla, per coglierne la bellezza.

Facciamo un esempio semplice, uno di quelli in cui quanto ho detto è meno vero. Ultimo frammento di Carver. Recita così:

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E che cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

La leggi e, molto probabilmente, ti piace. Per essere una poesia, ha una bellezza immediata. Poi scopri che Carver l’ha scritta a cinquant’anni, mentre era malato di cancro e sapeva che sarebbe morto nell’arco di pochi mesi. Scopri che è la sua ultima poesia e che è il bilancio della sua vita. Scopri che, per tutta la vita, aveva cercato l’amore, che aveva alle spalle un matrimonio fallito che gli aveva lasciato una ferita profonda e che solo alla fine aveva finalmente trovato quello che cercava. A questo punto la rileggi e ti sembra ancora più bella, come se fino a quel momento ti fossi limitato a sbirciare la bellezza che filtrava dalla serratura e adesso ti avessero spalancato le porte. E, se questo è vero per una poesia di Carver, scritta all’incirca trent’anni fa, è ancora più vero per una poesia di duecento, quattrocento, settecento anni.
In una poesia confluisce la vita di chi la scrive, insieme alla sua visione del mondo, al suo retroterra culturale e all’atmosfera che si respira nel suo tempo. A tutto questo, poi, si aggiunge la questione della lingua: se è scritta in una lingua diversa dalla nostra c’è il problema della comprensione o della traduzione; se è scritta nella nostra, può esserci quello del tempo, perché sappiamo benissimo che l’italiano di due secoli fa non è quello di oggi.
Se noi avessimo letto “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Leopardi senza un professore che ci introducesse alla sua bellezza e che ci spiegasse cosa ci sta dietro e con quali occhi leggerlo, ci avrebbe fatto lo stesso effetto? Vedere la bellezza in una poesia così non è immediato. Ci serve sapere, per esempio, che “facelle” significa luci e, in questo caso, stelle, se vogliamo leggerla senza fermarci ad aprire il vocabolario. Ci serve sapere qualcosa sulla vita di Leopardi, sulle esperienze che sono state importanti per lui, sulla sua visione del mondo e sulla persona che era. E più scopriamo, più dettagli disseminati nel testo siamo in grado di cogliere. Più bellezza ci viene svelata.

Tutto questo per arrivare a dire cosa? Che, secondo me, è vero che alcuni tipi di bellezza richiedono “un percorso di apprendistato”. Richiedono tempo, dedizione, fatica, impegno e studio. Sì, anche studio. Richiedono amore; richiedono cioè che con un atto di fede riponiamo il nostro amore in qualcosa di cui non siamo ancora in grado di cogliere la bellezza e ce ne innamoriamo prima di innamorarcene con la fiducia che, quando riusciremo a cogliere cosa si nasconde fra i versi, ne saremo ricompensati e scopriremo che la nostra fiducia non è stata mal riposta. Perché dico amore? Perché il tempo, la dedizione, la fatica e l’impegno di cui parlavo prima sono parte dell’amore. E perché credo che tutto questo possa essere vero anche per le persone.
Ne vale la pena: “Il premio è la pura bellezza”.


Se volete leggere “Sette brevi lezioni di fisica” di Rovelli, lo potete acquistare a questo link: Sette brevi lezioni di fisica. Le poesie di Carver, invece, qui: Orientarsi con le stelle. Tutte le poesie. Se lo farete, contribuirete al mio progetto e mi aiuterete a realizzare i miei sogni.

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John Williams – Stoner

Lasciate che vi parli un attimo del mio amico William Stoner: è nato in Missouri nel 1891 in una famiglia di contadini ed è cresciuto lavorando la terra. Si è ritrovato a studiare all’università quasi per caso, quando un ispettore di contea ha consigliato al padre di iscriverlo alla Facoltà di Agraria. Al secondo anno ha conosciuto la letteratura e se ne è innamorato. Ha iniziato a leggere notte e giorno e ha frequentato sempre più corsi di letteratura, fino a laurearsi in lettere. No, non dovete immaginarvi una di quelle passioni che divampano sconvolgendo la vita alla radice. La sua era più simile ad un fuoco stabile, che arde con costanza e che cambia ogni cosa, sì, ma solo col passare del tempo. Dopo la laurea è rimasto in università prima come dottorando e poi come professore. Ha svolto lo stesso mestiere per più di quarant’anni, senza superare mai il grado di ricercatore. Ed è restato infelicemente sposato con la donna sbagliata per tutta la vita. Come scrive Peter Cameron nella postfazione: “Non sembra materia troppo promettente per un romanzo e tuttavia, in qualche modo, quasi miracoloso, John Williams fa della vita di William Stoner una storia appassionante, profonda e straziante”. Ed io sono d’accordo.

Stoner è un romanzo che nasconde un segreto. Non ha nessun presupposto per avere successo, eppure è un capolavoro. Mi ha fatto soffrire per una buona metà del tempo, ma, ciò nonostante, si è ritagliato un posto speciale fra i miei libri preferiti. Mi ci sono affezionato.
Non so quali intenzioni avesse John Williams, l’autore, ma il romanzo sembra davvero essere stato scritto senza nessuna aspirazione. La trama è modesta: quella di Stoner è una vita silenziosa, una di quelle vite che attraversano il mondo senza far rumore, che non lasciano segni evidenti e che, quando si spengono, vengono presto dimenticate.
Ed è modesto anche lo stile: uno stile semplice e chiarissimo, calmo e pacato che scorre sempre leggero nella lettura pur non andando mai di fretta. Uno stile che apprezzo tantissimo, ma che forse è troppo anonimo per fare di un libro un capolavoro se non è supportato da una trama all’altezza.
C’è anche un’altra cosa: qui mi rifaccio a quanto ho scritto sulla regola dello “Show, don’t tell” nell’articolo su Banana Yoshimoto. Per farla in breve, secondo questa regola gli scrittori dovrebbero cercare di “mostrare” le cose, non semplicemente “dirle”. Ad esempio, non si dovrebbe scrivere “Tommaso era un bambino vivace, nessuno riusciva mai a farlo stare tranquillo”, bensì raccontare un episodio in cui Tommaso viene lasciato da genitori all’asilo e inizia a mettere tutto a soqquadro senza che le maestre riescano a tenerlo a bada, lasciando che sia il lettore a capirne il carattere. Ecco, Williams questo non lo fa. Non ha paura di “dire” le cose, di descrivere lui – in qualità di narratore – i suoi personaggi e le loro emozioni e di mostrarli solo dopo in azione.
Personalmente sono contrario al concetto di “regola” in letteratura: è una forma d’arte, perciò nessuna possibilità dovrebbe essere preclusa a priori. Ma è pur vero che, statisticamente parlando, i romanzi che seguono lo “Show, don’t tell” piacciono di più. Perché vi racconto questo? Per arrivare a dire che in Stoner, sotto certi punti di vista, neanche lo stile ha i presupposti che dovrebbero servire per fare grande un romanzo.

Eppure il risultato è un romanzo straordinario, qualcuno lo ha addirittura definito “il romanzo perfetto”. Perché? Qual è il suo segreto?
Tanto per cominciare la vita di Stoner non è così piatta come sembra. Anche se rimane sempre in una dimensione di modestia, come ogni vita ha le sue gioie e i suoi dolori, le sue soddisfazioni e i suoi dispiaceri. Ha lotte protratte per anni e sprazzi d’amore intenso, come le vite di tutti noi, che forse non lasceranno grandi segni nel mondo, ma non per questo saranno meno vissute, meno intense o meno sofferte.
Leggere Stoner è stato per me come fare un lungo viaggio, il viaggio di una vita accanto ad un amico. Già, perché pagina dopo pagina ho conosciuto questo William Stoner, ho iniziato a capirlo e ad affezionarmi a lui. Ho seguito tutta la sua storia dall’inizio alla fine: ho sofferto con lui quando la donna che ha sposato si è rivelata essere quella sbagliata e ha iniziato a fare di tutto pur di rovinargli la vita. Ed è stato straziante. Ci sono stati alcuni giorni in cui non aprivo il libro volentieri perché non volevo uscire dalla mia vita per entrare nella sua.
Poi, quando finalmente era riuscito a trovare nell’università un nuovo spazio dove continuare i suoi studi indisturbato, è comparso qualcuno intenzionato a portargli via ciò che amava anche lì. Ma Stoner ha la capacità, ogni volta che la vita gli porta via qualcosa, di ritagliarsi un nuovo spazio, di riscoprire la felicità in quello che gli resta e di andare avanti comunque. E così ha fatto: è andato avanti. E ben presto è riuscito a prendersi due rivincite, una in amore e una in università, non tanto sulle persone che gli hanno fatto del male quanto sulla vita in sé. E leggerle mi ha soddisfatto come se me le fossi prese io.
Nelle ultime settimane avevo difficoltà a leggere di sera. Nel giro di poche pagine mi si chiudevano gli occhi. Con Stoner, invece, questo non è successo: non riuscivo a smettere di leggerlo! Sia quando le cose gli andavano bene, sia quando gli andavano male. Ad un certo punto mi dovevo imporre di chiudere il libro e andare a dormire, altrimenti avrei fatto troppo tardi perché la voglia di continuare non diminuiva.

Stoner racconta la vita modesta di un uomo normale. Una vita che si potrebbe anche definire “assai piatta e desolata” come fa Peter Cameron nella postfazione. Eppure ha saputo coinvolgermi e farmi provare in prima persona tutto quello che provava il protagonista come pochi romanzi sono riusciti a fare, a tal punto che sento di aver creato un vero e proprio legame con il libro. Ma, allora, qual’è il segreto? Il trucco sta – forse – nel modo in cui la storia è raccontata. John Williams, nella sua pacatezza di narratore, sembra essere il primo ad affezionarsi al suo protagonista. Racconta la vita di Stoner con affetto e comprensione, dandole il giusto tempo e il giusto peso e coinvolgendo in questa prospettiva anche il lettore, che si ritrova presto a provare lo stesso affetto e la stessa comprensione per questo professore di letteratura incuriosito da ciò che resta della tradizione latina nella letteratura inglese.
Insomma, è vero: è una vita modesta. Ma è una vita modesta come potrebbe essere la nostra, per questo sentiamo Stoner così vero e vicino. Smettere di leggere la sua storia è impossibile come sarebbe impossibile smettere di leggere la biografia del nostro migliore amico. E, infatti, per me è uno di quei libri che, ogni volta che lo riaprirò, mi farà sentire come se stessi andando a trovare un vecchio amico.


Se volete acquistare “Stoner” di Williams, potete farlo a questo link: Stoner. Se lo farete, contribuirete al mio progetto e mi aiuterete a realizzare i miei sogni.

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Alessandro D’Avenia – L’arte di essere fragili

Ebbene sì, anch’io ho finalmente letto “L’arte di essere fragili” di Alessandro D’Avenia. E devo ringraziare una persona a sua volta fragile e speciale che me lo ha regalato il giorno del mio compleanno.

Tutti i libri lasciano qualcosa di diverso ad ognuno, ma alcuni più di altri. Secondo me, “L’arte di essere fragili” rientra fra questi ultimi, quelli per cui leggere diventa un’esperienza del tutto soggettiva costruita a quattro mani dall’autore e dal lettore. Per questo non sono neanche sicuro che se ne possa parlare in maniera oggettiva. Per lo meno, sicuramente io non lo potrei fare: per cui oggi vi parlerò de “L’arte di essere fragili”, sì, ma vi parlerò anche un po’ di me.

“L’arte di essere fragili” è il libro che avrei voluto avere fra le mani dai sedici ai diciannove anni. Prende come punto di partenza tutte le domande che mi ponevo io a quell’età – domande che anche il buon Leopardi e D’Avenia si sono posti – e cerca risposte efficaci, che possano funzionare davvero come Ars Vivendi per dare un senso alle nostre vite, accettarci in tutte le nostre fragilità e trovare una felicità autentica. Si tratta di questioni fondamentali per tutti, ma in modo particolare per gli adolescenti, perché l’adolescenza è quella fase della vita in cui tutti noi siamo chiamati a scegliere la nostra strada, a chiederci chi siamo, a trovare o a costruire la nostra identità e a fare pace con noi stessi, accettandoci per quello che siamo davvero e non per quello che abbiamo sempre pensato di dover essere. Per lo meno, la psicologia insegna questo ed io, per esperienza personale, posso confermare.
Durante l’adolescenza ho cercato continuamente un libro che prendesse in considerazione le mie domande e che potesse fare un po’ di luce sui dubbi che mi accompagnavano ogni giorno. Avrei voluto qualcosa che fosse come una pista di decollo in piena notte, ce l’avete presente? Quando tante piccole lucine lampeggianti in successione disegnano i bordi della strada. Così anche nel buio più totale uno riesce a non perdersi. E invece ho trovato solo qualche lumino sparso che mi aiutava a fare un passo in avanti ogni tanto ma, di fatto, non mi risolveva il problema, non mi aiutava a non perdermi e non mi faceva stare meno male. E, tra parentesi, Leopardi per me è stato proprio uno di questi “lumini”, uno dei più importanti.
Ciò nonostante, sono riuscito ugualmente a trovare la mia strada e le risposte che cercavo. Certo, la confusione è stata tanta e ci ho messo un anno in più del dovuto, ma alla fine dalla mia crisi adolescenziale sono uscito. E mi è servita.
Sul tutto vale una frase sicuramente un po’ banale, molto tumblr e, per il mio caso, anche troppo altisonante, ma comunque vera, che Murakami ha scritto in “Kafka sulla spiaggia”: “Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e ad uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro che sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”. Per quanto mi riguarda, sono entrato nell’adolescenza come studente di liceo scientifico che riteneva tutte le discipline umanistiche inutili e adesso studio lettere e nella vita vorrei fare il professore (e magari anche lo scrittore, ma questo non diciamolo troppo forte). Che poi, quando sei cresciuto avendo per tanti anni un’idea di te di un certo tipo, non è facile accettare di essere tutta un’altra persona. Ma questa è un’altra storia.

Tornando invece alla persona che sono e ai miei sogni nel cassetto, fin da quando ho preso in mano il libro mi sono accorto di quante cose abbiamo in comune io e D’Avenia. Entrambi ci siamo posti un certo tipo di domande, entrambi abbiamo avuto Leopardi come punto di riferimento nell’adolescenza ed entrambi abbiamo deciso che nella vita volevamo seguire la nostra passione per la letteratura sognando di insegnare e di scrivere. Tant’è che un po’ lo ammiro e un po’ lo invidio per aver già realizzato entrambi i miei sogni e perfino con dei grandi risultati. E sono anche curioso di leggere gli altri suoi libri per conoscerlo meglio e per capire in cosa, invece, siamo diversi.
Ma c’è anche un altro punto che ci accomuna. Anche io, nel mio piccolo, da quando ho trovato le risposte alle domande dell’adolescenza ho sempre voluto scrivere un libro per aiutare chiunque si trovasse nella stessa situazione in cui mi ero trovato io ad uscirne fuori, per dare a ragazzi e ragazze come me quel libro che avevo sempre voluto e che non avevo mai trovato. Ma mi sono reso ben presto conto che non era così facile. Alla fine tutto quello che sono riuscito a tirar fuori è una raccolta di poesie. Una raccolta di poesie che è come un diario del viaggio che ho fatto dentro me stesso e che, per questo, nella mia testa ad un certo punto ho iniziato a chiamare “Diario di un viandante”. Il titolo del blog viene da lì. Alle poesie, poi, si è aggiunta anche la serie di articoli “La letteratura e la vita” che sto portando avanti qui sul blog, ma ripercorre solo una parte del viaggio e da una prospettiva diversa. Quindi, sotto questo punto di vista, “L’arte di essere fragili” non è solo il libro che avrei voluto leggere tra i sedici e i diciannove anni, è anche quello che avrei voluto scrivere.

D’Avenia ha conosciuto Leopardi quando aveva diciassette anni. Leggere le sue poesie è stato per lui come leggere le lettere che un amico gli scriveva dal passato. Arrivato ai trentanove, poi, con alle spalle una certa dose di esperienza come professore e come scrittore, ha deciso di rispondere a quelle lettere per ringraziare Giacomo di tutto quello che, inconsapevolmente, aveva fatto per lui. Ma non solo: ha deciso di coinvolgere anche noi. E, così, in un clima di sincero affetto ci presenta un amico che gli è stato vicino nei momenti difficili della vita e ci aiuta conoscerlo come lo ha conosciuto lui, a guardarlo con i suoi stessi occhi, ad accorgerci di quanto sia simile a noi e a trovare le risposte alle nostre domande tra i suoi versi – perché ci sono, abbiamo solo bisogno di qualcuno che ce le indichi.
A volte un professore usa i testi solo come pre-testi per insegnare ai suoi studenti qualcosa su loro stessi, sul mondo che si portano dentro e sulla vita: un qualcosa che va oltre la letteratura e allo stesso tempo ne costituisce l’essenza. E così fa D’avenia.
E che cos’è che ci insegna? Questo non sta a me dirlo, per scoprirlo dovete leggere il libro. Anche perché un articolo non gli renderebbe giustizia e non riuscirebbe mai a dire tutto quello che c’è da dire. Io vi parlo solo di un concetto, uno dei più preziosi tra quelli che sono racchiusi nelle lettere di D’avenia a Leopardi: la fragilità. Una parola che prima non mi avrebbe detto molto e che adesso, invece, sta diventando un elemento costituente delle lenti attraverso le quali guardo il mondo. Il fatto è che tutti noi siamo fragili. Tutti noi ci portiamo dietro un bagaglio di difetti e di imperfezioni, di debolezze e di vulnerabilità. Un bagaglio di cui ci vergogniamo e che ci fa sentire in difetto quando ci guardiamo intorno perché siamo costantemente circondati da persone che sembrano perfette. Quello che spesso ci dimentichiamo è che anche queste persone sono umane e fragili esattamente come noi. E non mi riferisco solo alle modelle dai corpi ritoccati al computer o ai cantanti e agli attori che nelle storie di Instagram sembrano avere una vita da sogno soltanto perché su quello che non vogliono far vedere non puntano mai l’obiettivo. No, mi riferisco anche a tutte le persone normali che, proprio perché si sentono insufficienti, nascondono le loro debolezze dietro uno scudo di superbia. Ovviamente all’estremo opposto c’è anche chi è talmente schiacciato dalla sua fragilità e dalla sua vulnerabilità da chiudersi, da non trovare neanche il coraggio di affrontare la vita.
D’avenia ci ricorda che fragili lo siamo tutti. Che siamo tutti imperfetti e vulnerabili allo stesso modo. E che possiamo – anzi, dobbiamo – re-imparare ad accettare le nostre fragilità, i nostri difetti e le nostre debolezze per vivere la vita così, per quello che siamo e felici di esserlo. Perché ognuno di noi è unico e irripetibile ed è custode di un’unicità preziosa che lui solo può offrire al mondo e che altrimenti andrebbe perduta.
Insomma, essere noi stessi e accettarci nonostante le nostre fragilità, o proprio in virtù delle nostre fragilità, è il primo passo di quell’arte di vivere che D’avenia ci insegna e che può davvero permetterci di dare un senso alle nostre vite e di essere felici. Gli altri ve li lascio scoprire.


Se volete acquistare “L’arte di essere fragili” di D’Avenia, potete farlo a questo link: L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita Se lo farete, contribuirete al mio progetto e mi aiuterete a realizzare i miei sogni.

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Luciano Canfora – Giulio Cesare, il dittatore democratico

“Giulio Cesare, il dittatore democratico” di Luciano Canfora potrebbe sentirsi un intruso nel mio diario di lettura. Non è stata una lettura privata, ma per l’università, e non è neanche un romanzo, come la netta maggioranza dei libri di cui ho parlato in questa rubrica, bensì una biografia. Ma, in fin dei conti, la narrativa e le biografie non sono poi così diverse, soprattutto quando si tratta di una vita avvincente come quella di Cesare. Ancor di più se scritta in modo così chiaro e scorrevole che potrebbe essere letta anche la sera prima di andare a dormire. L’ho apprezzata moltissimo, perciò ho deciso di parlarvene!

Lo scorso anno accademico dovevo inserire nel piano carriera un corso di storia. In tutta la mia ingenuità ho scelto Storia Romana, senza pensare al fatto che Roma, tra una cosa e l’altra, è rimasta in piedi per più di milleduecento anni. E che questo avrebbe significato milleduecento anni di nomi e di date da ricordare. Masochismo.
No, scherzo. Ho scelto Storia Romana perché mi ha sempre affascinato e non me ne sono pentito. Il corso era ben strutturato e mi ha lasciato molto anche dopo aver chiuso i libri. E poi, non potete neanche immaginare quanto mi sia divertito a cercare collegamenti fra la Storia di Roma e quella di Westeros.
Oltre al manuale e a due testi di approfondimento dovevamo preparare anche un libro a scelta tra un elenco di consigliati. Giulio Cesare è un personaggio storico che ha sempre suscitato la mia ammirazione e la mia curiosità, perciò la scelta è stata facile. E non sono rimasto deluso.

La biografia ripercorre la vita del futuro dittatore dalle prime esperienze politiche fino alla morte, scavando a fondo e cercando di far chiarezza su alcuni dei misteri più intriganti che lo circondano, tra cui le sue reali motivazioni. Sì, perché quello che ha fatto non può essere banalmente liquidato con il movente dell’ambizione.
Leggere una biografia, come tutti i libri che raccontano una storia vera, comporta una serie di implicazioni: la trama non è stata progettata a tavolino da uno scrittore per essere coinvolgente ed emozionante, ma è il prodotto dell’intreccio casuale di eventi reali. Eventi che non si sono verificati secondo ritmi e archetipi narrativi efficaci per far palpitare un lettore o tenerlo incollato alle pagine. Tant’è che, molte volte, i libri di questo genere possono lasciare insoddisfatti, soprattutto nel finale. Questo, però, non accade nel caso di Cesare, la cui vita è talmente avvincente da sembrare un romanzo.
Se aggiungiamo anche che Canfora riesce a scrivere allo stesso tempo con il rigore e l’attenzione per le fonti che contraddistinguono un grande studioso e con la semplicità e la scorrevolezza che invece sono propri di un divulgatore, il risultato è un libro capace di soddisfare il palato sia degli addetti al settore sia dei curiosi occasionali.

Trattandosi di un libro diverso dai soliti, è diversa anche la conclusione. Non è un libro per tutti: non leggetelo se non siete affascinati da Cesare. Ma, se come me subite l’effetto del suo carisma magnetico, allora fatevi avanti: non è una lettura faticosa, ma coinvolgente e scorrevole. Che vi insegnerà anche i segreti di un esperto per vincere al gioco del trono. Accidenti, sto mescolando le cose?


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Banana Yoshimoto – Kitchen

Banana Yoshimoto. Nome buffo vero? Tranquilli, è uno pseudonimo. Ma forse tranquilli non bisogna stare, perché se è uno pseudonimo significa che se l’è scelto.
Va be’, in fin dei conti non penso che il nome sia rilevante. Ma chi è questa signora? Banana Yoshimoto è una delle più importanti scrittrici giapponesi contemporanee, forse seconda solo a Murakami in quanto a fama internazionale.
L’ho scoperta ormai più di due anni fa, durante l’ultimo anno di liceo. Era una di quelle mattinate noiose in cui tutti i professori devono interrogare, ma tu hai già i voti delle loro materie e quindi ti chiedi cosa ci sei andato a fare a scuola. Ero dalle macchinette del caffè e vicino a me c’era una serie di libri di letteratura italiana impilati sopra un ripiano. Qualche casa editrice doveva averli spediti ai professori perché li prendessero in considerazione. Io mi sono messo a sfogliarli.
Ad un certo punto avevo fra le mani un libro di quinta e nell’indice ho trovato una piccola sezione dedicata alla narrativa giapponese contemporanea. Ho sempre avuto un debole per il Giappone, ho letto diversi manga in passato e in quel periodo conoscevo già Murakami, così sono andato a curiosare quali autori menzionava. E lì ho scoperto la nostra amica Banana.
Tornato in classe ho cercato su internet informazioni su di lei ho trovato un file .pdf di “Moonlight Shadow”, il racconto che l’autrice aveva presentato come tesi di laurea. Me lo sono divorato quello stesso giorno e fin da subito mi sono parse ben chiare tre caratteristiche di questa autrice.
Per prima cosa, Banana Yoshimoto dev’essere una persona molto sensibile. Una di quelle persone che hanno una sensibilità più delicata del normale e che sanno dare attenzione anche alle più piccole emozioni. Se si leggono i suoi libri nell’ottica giusta, cercando dentro di noi proprio questo tipo di sensibilità, il risultato è davvero speciale.
La seconda cosa è che non le interessa più di tanto il realismo del racconto. Anche lei inserisce alcuni elementi fantastici in un’ambientazione completamente realistica, ma lo fa in un modo completamente diverso da, per esempio, Murakami. Il buon Haruki, infatti, eredita tutta la tradizione letteraria del realismo magico, ma la rielabora in modo personale producendo un risultato solamente suo: una particolare atmosfera che sembra il marchio di fabbrica di molti suoi lavori. Cerca il realismo magico, lo vuole, proprio per questa atmosfera e per le emozioni che riesce a creare. Se vuoi approfondire, puoi leggere l’articolo che ho scritto su “A sud del confine, a ovest del sole” qui.
Banana Yoshimoto invece eredita un’altra tradizione: quella dei manga shojo, cioè dei manga indirizzati principalmente ad un pubblico di ragazze adolescenti. Va da sé che, anche se ho letto manga nella mia vita, essendo un maschio lo “shojo” non è esattamente il genere che conosco meglio. Ma ho letto qualcosa sull’argomento, in particolare la postfazione di Giorgio Amitrano all’edizione italiana di Kitchen, primo romanzo della Yoshimoto di cui parleremo tra poco. L’idea che mi sono fatto è che agli autori di shojo e a Banana Yoshimoto quello che interessa veramente sia l’interiorità dei personaggi, i loro sentimenti e le loro emozioni, e che l’elemento fantastico venga inserito quando permette di esplorarli più facilmente. Anche se a volte la Yoshimoto dà l’impressione di ricorrere al fantastico perché non riesce a gestire la trama che ha in mente nei limiti del realistico, non cambia il fatto che ciò che veramente le interessa è il mondo dei sentimenti e delle emozioni per il quale dimostra sempre una sensibilità fuori dal comune.
Terzo e ultimo punto è lo stile: uno stile di scrittura semplice, a volte quasi ingenuo, scorrevole e bello da leggere. Cosa intendo dire? Su “scrittura semplice” non penso ci siano dubbi: è quel genere di scrittura comprensibile e leggera, che si legge senza fatica.
“Ingenuo” invece merita una precisazione. In scrittura a volte si sente parlare di una regola: “Show, don’t tell”, che in italiano potremmo tradurre come “Mostra, non dire”. Secondo questo principio un bravo scrittore non dovrebbe mai limitarsi a dire o a descrivere, ad esempio, che il suo personaggio è triste, ma mostrarlo triste e farlo così bene da far provare empatia al lettore. Ebbene, la Yoshimoto questo non lo fa. Soprattutto quando si tratta di stati d’animo, descrive i sentimenti e le emozioni dei personaggi più o meno come un gourmet potrebbe descrivere le note di sapore di un piatto; ma non li “mostra”.
Questo è un male? In realtà, secondo me, no. È vero che uno scrittore che si limita a dire le cose, senza mostrarle, soprattutto in ambito emotivo, rischia di essere uno scrittore noioso e di non riuscire ad arrivare al lettore, ma la Yoshimoto è talmente sensibile di fronte a certe emozioni che, quando lo fa lei, lo fa in un suo modo unico che va bene lo stesso. La letteratura è una forma d’arte e, per questo, le sue regole devono lasciare sempre spazio alle identità creative degli autori.

Dopo Moonlight Shadow, qualche mese fa ho letto anche Kitchen, il primo romanzo dell’autrice (in realtà diviso in due parti che sono, a conti fatti, due racconti lunghi: Kitchen e Plenilunio). Che dire? Mi è piaciuto molto e mi ha confermato l’idea che mi ero fatto con Moonlight Shadow. Perciò mi limito a darvi l’incipit della trama, per invogliarvi a leggerlo.
La protagonista, Mikage, studentessa universitaria, ha da poco perso la nonna, ultimo parente che le era rimasto e con la quale viveva. Nella situazione di solitudine irreale in cui si ritrova le suona alla porta Yuichi, un ragazzo che studia nella sua stessa università e che conosceva la nonna. Yuichi la invita a vivere qualche tempo con lui e la madre, Eriko, e Mikage, sorprendendo perfino se stessa, accetta.
Anche Kitchen racconta una storia delicata, affrontando in modo marginale temi importanti come la solitudine e la morte e in modo diretto quello altrettanto importante della famiglia, con la preziosa idea che una famiglia non ci venga soltanto data ma che si possa anche scegliere e, in alcuni casi, costruire. In Kitchen, Banana Yoshimoto sorprende nuovamente per la sua sensibilità e per la semplicità dello stile, ma non fa un uso diretto dell’elemento fantastico come in Moonlight Shadow. Ci sono solo un paio di episodi, non fantastici ma inverosimili, che semplificano il lavoro all’autrice permettendole di condurre la trama dove vuole. Per chi lo ha letto, ad esempio, quando Mikage intuisce in quale camera d’albergo si trova Yuichi. Non so se siano ingenuità di una scrittrice alle prime armi (di lei ho letto solo i lavori che ho citato, Moonlight Shadow, Kitchen e Plenilunio, che sono tutti e tre giovanili) o sue caratteristiche, ma non compromettono l’impressione positiva che mi ha lasciato. Sono curioso di leggere altri suoi romanzi in futuro, anche per vedere come maturerà la sua scrittura.

E voi, lo avete letto? Cosa ne pensate?


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Divagazione: Alfred Tennyson a Camden Town

Siete mai stati a Camden Town? Lo chiedo perché io, nella mia ignoranza, ero già stato a Londra una volta senza neanche sapere che esistesse. Ci voleva la mia ragazza, Marta, per farmelo scoprire.

Come chi mi segue su Instagram saprà già, negli ultimi quattro giorni sono stato a Londra, in quello che è stato il mio ultimo (e, per quest’estate, unico) viaggio prima di tornare alla vita dello studente universitario. Il Diario di un Viandante, però, non è un blog di viaggi, perciò non vi racconterò nulla delle mie esperienze. O quasi.
Quando sono partito mi sono ripromesso di non comprare libri nuovi perché, avendo compiuto gli anni da poco, ho già sul comodino una pila di letture che mi aspettano. Ma voi siete intelligenti e con una premessa di questo tipo avrete già capito dove sto andando a parare. Tanto ormai “Questa volta non compro libri” è il nuovo “Stasera non bevo”.
I miei buoni propositi erano già titubanti sul nascere: una parte di me accarezzava l’idea di comprare un libro in inglese come ricordo del viaggio. Magari uno di poesia, in modo da non compromettere la coda di letture che mi aspettava a casa. Ancora meglio se di uno di quei poeti che in Italia si trovano di rado, come Shelley, Byron o Tennyson…
Tutti avrete letto il titolo in cima al post, quindi posso andare dritto al dunque: Camden Town. Per chi fosse ignorante quanto me, è un quartiere alternativo nella zona Nord di Londra. Al centro, vicino ad un canale attraversato da ponticelli pedonali e avvolto dalle fronde dei salici, accoglie un complesso di edifici in mattoni, con quei colori terrosi spenti tipici della città che ricordano i romanzi di Dickens. Al suo interno si sviluppa un mercato immenso e labirintico, in parte all’aperto in parte al chiuso, con bancarelle che vendono dischi in vinile, vestiti in stile etnico o punk-rock sia nuovi sia usati, collane fatte a mano, quadri e poster pop-art o di film anni ’90, il tutto avvolto in una sua atmosfera bohémien davvero affascinante.
C’erano anche bancarelle che vendevano cibi di diverse cucine. La cosa più bella, però, era vedere persone che esprimevano la propria arte in modo creativo e originale, liberamente e senza pretese, come una ragazza che dipingeva All-star bianche o una donna che disegnava su pagine strappate e ingiallite di vecchi libri. Ma questa è una divagazione nella divagazione.
Ovviamente in tutto questo c’era anche una libreria. Una piccola libreria indipendente portata avanti da un libraio che avrei voluto fotografare perché mi sembrava la perfetta sovrapposizione fra Herman Hesse e il libraio inglese da stereotipo. Teneva e vendeva libri per la maggior parte usati ed era in uno stanzino striminzito, ma ci avrei passato delle ore. Purtroppo, però, non avevo molto tempo. Così mi sono limitato alla sezione poesia. Cosa ho trovato? La raccolta completa dei lavori di Tennyson in un’edizione con copertina rigida che ho poi scoperto essere datata 1920.
Un libro usato, in inglese e di un poeta inglese, comprato in una libreria indipendente a Camden Town. Non so voi, ma io lo trovo poetico. Voi invece volete sapere chi sia Tennyson? Vi prometto che prima o poi ne parlerò.

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