Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Category: Diario di lettura (e divagazioni)

Divagazione: la bellezza è immediata?

Ogni tanto capita di leggere frasi che lì per lì non ci dicono niente o che, magari, qualcosa ci dicono, ma un “qualcosa” con cui non siamo affatto d’accordo, e che, però, entrano silenziosamente nella nostra testa e continuano a tornarci in mente. Noi continuiamo a vivere le nostre vite come se niente fosse finché, un giorno, non ci scopriamo d’accordo con quelle parole. Può darsi che abbiamo iniziato a leggerle da un punto di vista diverso e ad attribuire loro tutto un altro significato oppure che siamo maturati arrivando a scoprire che è vero quello che non credevamo lo fosse, in ogni caso sembra quasi che una parte di noi avesse sempre saputo che prima o poi quella frase ci sarebbe tornata utile e l’avesse tenuta da parte fino al momento giusto.
A me è successo con una frase di Carlo Rovelli. Stavo ascoltando l’audiolibro di “Sette brevi lezioni di fisica” e mi è rimasta impressa. È questa: “Ci sono sono capolavori assoluti che ci emozionano intensamente, il Requiem di Mozart, l’Odissea, la Cappella Sistina, Re Lear… Coglierne lo splendore può richiedere un percorso di apprendistato. Ma il premio è la pura bellezza. E non solo: anche l’aprirsi ai nostri occhi di uno sguardo nuovo sul mondo. La Relatività Generale, il gioiello di Albert Einstein, è uno di questi”.

Noi siamo abituati a pensare che la bellezza sia una cosa immediata. Che, se c’è, si dà e che, se non la percepiamo, è perché non c’è. Almeno non per noi. Quando guardiamo un quadro possiamo coglierne la bellezza e pensare che il quadro sia bello o che sia in linea con i nostri gusti, oppure possiamo non coglierla e pensare che sia brutto o che non sia fatto per noi. La stessa cosa può capitare con una poesia o con una persona. Pensiamo che, se una cosa è bella, si vede.
Non ci capita mai di pensare che la bellezza possa non darsi subito, possa essere nascosta, possa addirittura richiedere uno sforzo, da parte nostra, per essere trovata e capita – come se l’unica forma d’amore fosse l’amore a prima vista; come se l’amore che nasce dallo scoprirsi e dall’imparare ad apprezzarsi un po’ di più ogni singolo giorno, anche quando pensiamo che qualcosa non potrà mai piacerci, non esistesse.
E, invece, l’amore richiede un percorso di apprendistato. Che si tratti di una persona, di una poesia, di un quadro, esiste un tipo di bellezza che non si offre subito. Che richiede da noi sforzo e dedizione prima per conoscere, poi per capire, per creare un legame ed infine per innamorarci.

Oggi voglio parlarvi della poesia. Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con il genere e ce l’ho tuttora. Come tutti, ho iniziato a leggere con i romanzi e mi sono innamorato subito di questo mondo – altrimenti ora non sarei qua a scrivere di letteratura. Quella dei romanzi è una bellezza immediata, anche se non mancano eccezioni e anche se non si può mai parlare di bellezza e di letteratura con la stessa oggettività con cui si potrebbe parlare di fisica.
Poco dopo aver scoperto i romanzi, ho iniziato a scrivere. E, manco a dirlo, ho iniziato a scrivere narrativa. Ho scatole piene di idee e di tentativi di racconti falliti, ma resta la cosa che più amo fare.
Poi, ad un certo punto, è cambiato qualcosa. Quasi in contemporanea ho iniziato a sentirmi incuriosito dalla poesia, quasi attratto, e a scriverla. Il perché ho iniziato a scriverla è molto semplice: avevo bisogno di una forma espressiva più personale della narrativa, in cui parlare di me come in un diario, e, allo stesso tempo, anche più breve, perché non avevo molto tempo da dedicare alla scrittura. Perché io abbia iniziato a sentirmi incuriosito dal leggere poesie, invece, non lo so neanche ancora adesso. Forse più o meno per lo stesso motivo, ovvero per cercare una forma in cui l’autore si esprimesse in modo più personale e diretto. Ma non saprei.
Fatto sta che la mia relazione con la poesia è stata a lungo (ed è tuttora) una storia d’amore e d’odio. Per un poeta che riusciva ad “arrivarmi” ce n’erano dieci che semplicemente “non mi dicevano nulla”. Ma quel singolo poeta che riusciva a risuonarmi dentro era capace di farmi provare emozioni così forti e di insegnarmi così tanto sulla vita e su me stesso da compensare tutti gli altri e far sì che la ricerca valesse la pena.

Mi sono sempre chiesto il perché di tutto questo. Perché io – come la maggior parte delle persone – ho sempre apprezzato molto più facilmente i romanzi delle poesie? Perché per un poeta che mi faceva battere il cuore ce n’erano dieci che mi annoivano a morte? Perché dei romanzi mi sono innamorato subito e della poesia, invece, solo lentamente?
La risposta è una sola. I romanzi hanno una bellezza immediata: contengono già al loro interno tutto quello che serve per capirli e per amarli. Non c’è bisogno di sapere qualcosa in più sulla vita dell’autore, sulla sua visione del mondo o sulla storia che sta dietro al libro che hai tra le mani per apprezzarlo. Certo, se conosci tutto questo avrai accesso a molta più bellezza, ma anche senza puoi tranquillamente goderti il tuo libro, emozionarti e capirlo.
Con la poesia, invece, no. Quella della poesia non è una bellezza immediata. E non lo è perché la poesia non è autosufficiente, non basta a se stessa. Per sua natura è un frammento – di un ricordo, di un emozione, di un pensiero – e lo spazio bianco che manca a riempire la riga ce lo ricorda. È incompleta. Serve molto di più per apprezzarla, per coglierne la bellezza.

Facciamo un esempio semplice, uno di quelli in cui quanto ho detto è meno vero. Ultimo frammento di Carver. Recita così:

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E che cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

La leggi e, molto probabilmente, ti piace. Per essere una poesia, ha una bellezza immediata. Poi scopri che Carver l’ha scritta a cinquant’anni, mentre era malato di cancro e sapeva che sarebbe morto nell’arco di pochi mesi. Scopri che è la sua ultima poesia e che è il bilancio della sua vita. Scopri che, per tutta la vita, aveva cercato l’amore, che aveva alle spalle un matrimonio fallito che gli aveva lasciato una ferita profonda e che solo alla fine aveva finalmente trovato quello che cercava. A questo punto la rileggi e ti sembra ancora più bella, come se fino a quel momento ti fossi limitato a sbirciare la bellezza che filtrava dalla serratura e adesso ti avessero spalancato le porte. E, se questo è vero per una poesia di Carver, scritta all’incirca trent’anni fa, è ancora più vero per una poesia di duecento, quattrocento, settecento anni.
In una poesia confluisce la vita di chi la scrive, insieme alla sua visione del mondo, al suo retroterra culturale e all’atmosfera che si respira nel suo tempo. A tutto questo, poi, si aggiunge la questione della lingua: se è scritta in una lingua diversa dalla nostra c’è il problema della comprensione o della traduzione; se è scritta nella nostra, può esserci quello del tempo, perché sappiamo benissimo che l’italiano di due secoli fa non è quello di oggi.
Se noi avessimo letto “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Leopardi senza un professore che ci introducesse alla sua bellezza e che ci spiegasse cosa ci sta dietro e con quali occhi leggerlo, ci avrebbe fatto lo stesso effetto? Vedere la bellezza in una poesia così non è immediato. Ci serve sapere, per esempio, che “facelle” significa luci e, in questo caso, stelle, se vogliamo leggerla senza fermarci ad aprire il vocabolario. Ci serve sapere qualcosa sulla vita di Leopardi, sulle esperienze che sono state importanti per lui, sulla sua visione del mondo e sulla persona che era. E più scopriamo, più dettagli disseminati nel testo siamo in grado di cogliere. Più bellezza ci viene svelata.

Tutto questo per arrivare a dire cosa? Che, secondo me, è vero che alcuni tipi di bellezza richiedono “un percorso di apprendistato”. Richiedono tempo, dedizione, fatica, impegno e studio. Sì, anche studio. Richiedono amore; richiedono cioè che con un atto di fede riponiamo il nostro amore in qualcosa di cui non siamo ancora in grado di cogliere la bellezza e ce ne innamoriamo prima di innamorarcene con la fiducia che, quando riusciremo a cogliere cosa si nasconde fra i versi, ne saremo ricompensati e scopriremo che la nostra fiducia non è stata mal riposta. Perché dico amore? Perché il tempo, la dedizione, la fatica e l’impegno di cui parlavo prima sono parte dell’amore. E perché credo che tutto questo possa essere vero anche per le persone.
Ne vale la pena: “Il premio è la pura bellezza”.

John Williams – Stoner

Lasciate che vi parli un attimo del mio amico William Stoner: è nato in Missouri nel 1891 in una famiglia di contadini ed è cresciuto lavorando la terra. Si è ritrovato a studiare all’università quasi per caso, quando un ispettore di contea ha consigliato al padre di iscriverlo alla Facoltà di Agraria. Al secondo anno ha conosciuto la letteratura e se ne è innamorato. Ha iniziato a leggere notte e giorno e ha frequentato sempre più corsi di letteratura, fino a laurearsi in lettere. No, non dovete immaginarvi una di quelle passioni che divampano sconvolgendo la vita alla radice. La sua era più simile ad un fuoco stabile, che arde con costanza e che cambia ogni cosa, sì, ma solo col passare del tempo. Dopo la laurea è rimasto in università prima come dottorando e poi come professore. Ha svolto lo stesso mestiere per più di quarant’anni, senza superare mai il grado di ricercatore. Ed è restato infelicemente sposato con la donna sbagliata per tutta la vita. Come scrive Peter Cameron nella postfazione: “Non sembra materia troppo promettente per un romanzo e tuttavia, in qualche modo, quasi miracoloso, John Williams fa della vita di William Stoner una storia appassionante, profonda e straziante”. Ed io sono d’accordo.

Stoner è un romanzo che nasconde un segreto. Non ha nessun presupposto per avere successo, eppure è un capolavoro. Mi ha fatto soffrire per una buona metà del tempo, ma, ciò nonostante, si è ritagliato un posto speciale fra i miei libri preferiti. Mi ci sono affezionato.
Non so quali intenzioni avesse John Williams, l’autore, ma il romanzo sembra davvero essere stato scritto senza nessuna aspirazione. La trama è modesta: quella di Stoner è una vita silenziosa, una di quelle vite che attraversano il mondo senza far rumore, che non lasciano segni evidenti e che, quando si spengono, vengono presto dimenticate.
Ed è modesto anche lo stile: uno stile semplice e chiarissimo, calmo e pacato che scorre sempre leggero nella lettura pur non andando mai di fretta. Uno stile che apprezzo tantissimo, ma che forse è troppo anonimo per fare di un libro un capolavoro se non è supportato da una trama all’altezza.
C’è anche un’altra cosa: qui mi rifaccio a quanto ho scritto sulla regola dello “Show, don’t tell” nell’articolo su Banana Yoshimoto. Per farla in breve, secondo questa regola gli scrittori dovrebbero cercare di “mostrare” le cose, non semplicemente “dirle”. Ad esempio, non si dovrebbe scrivere “Tommaso era un bambino vivace, nessuno riusciva mai a farlo stare tranquillo”, bensì raccontare un episodio in cui Tommaso viene lasciato da genitori all’asilo e inizia a mettere tutto a soqquadro senza che le maestre riescano a tenerlo a bada, lasciando che sia il lettore a capirne il carattere. Ecco, Williams questo non lo fa. Non ha paura di “dire” le cose, di descrivere lui – in qualità di narratore – i suoi personaggi e le loro emozioni e di mostrarli solo dopo in azione.
Personalmente sono contrario al concetto di “regola” in letteratura: è una forma d’arte, perciò nessuna possibilità dovrebbe essere preclusa a priori. Ma è pur vero che, statisticamente parlando, i romanzi che seguono lo “Show, don’t tell” piacciono di più. Perché vi racconto questo? Per arrivare a dire che in Stoner, sotto certi punti di vista, neanche lo stile ha i presupposti che dovrebbero servire per fare grande un romanzo.

Eppure il risultato è un romanzo straordinario, qualcuno lo ha addirittura definito “il romanzo perfetto”. Perché? Qual è il suo segreto?
Tanto per cominciare la vita di Stoner non è così piatta come sembra. Anche se rimane sempre in una dimensione di modestia, come ogni vita ha le sue gioie e i suoi dolori, le sue soddisfazioni e i suoi dispiaceri. Ha lotte protratte per anni e sprazzi d’amore intenso, come le vite di tutti noi, che forse non lasceranno grandi segni nel mondo, ma non per questo saranno meno vissute, meno intense o meno sofferte.
Leggere Stoner è stato per me come fare un lungo viaggio, il viaggio di una vita accanto ad un amico. Già, perché pagina dopo pagina ho conosciuto questo William Stoner, ho iniziato a capirlo e ad affezionarmi a lui. Ho seguito tutta la sua storia dall’inizio alla fine: ho sofferto con lui quando la donna che ha sposato si è rivelata essere quella sbagliata e ha iniziato a fare di tutto pur di rovinargli la vita. Ed è stato straziante. Ci sono stati alcuni giorni in cui non aprivo il libro volentieri perché non volevo uscire dalla mia vita per entrare nella sua.
Poi, quando finalmente era riuscito a trovare nell’università un nuovo spazio dove continuare i suoi studi indisturbato, è comparso qualcuno intenzionato a portargli via ciò che amava anche lì. Ma Stoner ha la capacità, ogni volta che la vita gli porta via qualcosa, di ritagliarsi un nuovo spazio, di riscoprire la felicità in quello che gli resta e di andare avanti comunque. E così ha fatto: è andato avanti. E ben presto è riuscito a prendersi due rivincite, una in amore e una in università, non tanto sulle persone che gli hanno fatto del male quanto sulla vita in sé. E leggerle mi ha soddisfatto come se me le fossi prese io.
Nelle ultime settimane avevo difficoltà a leggere di sera. Nel giro di poche pagine mi si chiudevano gli occhi. Con Stoner, invece, questo non è successo: non riuscivo a smettere di leggerlo! Sia quando le cose gli andavano bene, sia quando gli andavano male. Ad un certo punto mi dovevo imporre di chiudere il libro e andare a dormire, altrimenti avrei fatto troppo tardi perché la voglia di continuare non diminuiva.

Stoner racconta la vita modesta di un uomo normale. Una vita che si potrebbe anche definire “assai piatta e desolata” come fa Peter Cameron nella postfazione. Eppure ha saputo coinvolgermi e farmi provare in prima persona tutto quello che provava il protagonista come pochi romanzi sono riusciti a fare, a tal punto che sento di aver creato un vero e proprio legame con il libro. Ma, allora, qual’è il segreto? Il trucco sta – forse – nel modo in cui la storia è raccontata. John Williams, nella sua pacatezza di narratore, sembra essere il primo ad affezionarsi al suo protagonista. Racconta la vita di Stoner con affetto e comprensione, dandole il giusto tempo e il giusto peso e coinvolgendo in questa prospettiva anche il lettore, che si ritrova presto a provare lo stesso affetto e la stessa comprensione per questo professore di letteratura incuriosito da ciò che resta della tradizione latina nella letteratura inglese.
Insomma, è vero: è una vita modesta. Ma è una vita modesta come potrebbe essere la nostra, per questo sentiamo Stoner così vero e vicino. Smettere di leggere la sua storia è impossibile come sarebbe impossibile smettere di leggere la biografia del nostro migliore amico. E, infatti, per me è uno di quei libri che, ogni volta che lo riaprirò, mi farà sentire come se stessi andando a trovare un vecchio amico.

Alessandro D’Avenia – L’arte di essere fragili

Ebbene sì, anch’io ho finalmente letto “L’arte di essere fragili” di Alessandro D’Avenia. E devo ringraziare una persona a sua volta fragile e speciale che me lo ha regalato il giorno del mio compleanno.

Tutti i libri lasciano qualcosa di diverso ad ognuno, ma alcuni più di altri. Secondo me, “L’arte di essere fragili” rientra fra questi ultimi, quelli per cui leggere diventa un’esperienza del tutto soggettiva costruita a quattro mani dall’autore e dal lettore. Per questo non sono neanche sicuro che se ne possa parlare in maniera oggettiva. Per lo meno, sicuramente io non lo potrei fare: per cui oggi vi parlerò de “L’arte di essere fragili”, sì, ma vi parlerò anche un po’ di me.

“L’arte di essere fragili” è il libro che avrei voluto avere fra le mani dai sedici ai diciannove anni. Prende come punto di partenza tutte le domande che mi ponevo io a quell’età – domande che anche il buon Leopardi e D’Avenia si sono posti – e cerca risposte efficaci, che possano funzionare davvero come Ars Vivendi per dare un senso alle nostre vite, accettarci in tutte le nostre fragilità e trovare una felicità autentica. Si tratta di questioni fondamentali per tutti, ma in modo particolare per gli adolescenti, perché l’adolescenza è quella fase della vita in cui tutti noi siamo chiamati a scegliere la nostra strada, a chiederci chi siamo, a trovare o a costruire la nostra identità e a fare pace con noi stessi, accettandoci per quello che siamo davvero e non per quello che abbiamo sempre pensato di dover essere. Per lo meno, la psicologia insegna questo ed io, per esperienza personale, posso confermare.
Durante l’adolescenza ho cercato continuamente un libro che prendesse in considerazione le mie domande e che potesse fare un po’ di luce sui dubbi che mi accompagnavano ogni giorno. Avrei voluto qualcosa che fosse come una pista di decollo in piena notte, ce l’avete presente? Quando tante piccole lucine lampeggianti in successione disegnano i bordi della strada. Così anche nel buio più totale uno riesce a non perdersi. E invece ho trovato solo qualche lumino sparso che mi aiutava a fare un passo in avanti ogni tanto ma, di fatto, non mi risolveva il problema, non mi aiutava a non perdermi e non mi faceva stare meno male. E, tra parentesi, Leopardi per me è stato proprio uno di questi “lumini”, uno dei più importanti.
Ciò nonostante, sono riuscito ugualmente a trovare la mia strada e le risposte che cercavo. Certo, la confusione è stata tanta e ci ho messo un anno in più del dovuto, ma alla fine dalla mia crisi adolescenziale sono uscito. E mi è servita.
Sul tutto vale una frase sicuramente un po’ banale, molto tumblr e, per il mio caso, anche troppo altisonante, ma comunque vera, che Murakami ha scritto in “Kafka sulla spiaggia”: “Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e ad uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro che sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”. Per quanto mi riguarda, sono entrato nell’adolescenza come studente di liceo scientifico che riteneva tutte le discipline umanistiche inutili e adesso studio lettere e nella vita vorrei fare il professore (e magari anche lo scrittore, ma questo non diciamolo troppo forte). Che poi, quando sei cresciuto avendo per tanti anni un’idea di te di un certo tipo, non è facile accettare di essere tutta un’altra persona. Ma questa è un’altra storia.

Tornando invece alla persona che sono e ai miei sogni nel cassetto, fin da quando ho preso in mano il libro mi sono accorto di quante cose abbiamo in comune io e D’Avenia. Entrambi ci siamo posti un certo tipo di domande, entrambi abbiamo avuto Leopardi come punto di riferimento nell’adolescenza ed entrambi abbiamo deciso che nella vita volevamo seguire la nostra passione per la letteratura sognando di insegnare e di scrivere. Tant’è che un po’ lo ammiro e un po’ lo invidio per aver già realizzato entrambi i miei sogni e perfino con dei grandi risultati. E sono anche curioso di leggere gli altri suoi libri per conoscerlo meglio e per capire in cosa, invece, siamo diversi.
Ma c’è anche un altro punto che ci accomuna. Anche io, nel mio piccolo, da quando ho trovato le risposte alle domande dell’adolescenza ho sempre voluto scrivere un libro per aiutare chiunque si trovasse nella stessa situazione in cui mi ero trovato io ad uscirne fuori, per dare a ragazzi e ragazze come me quel libro che avevo sempre voluto e che non avevo mai trovato. Ma mi sono reso ben presto conto che non era così facile. Alla fine tutto quello che sono riuscito a tirar fuori è una raccolta di poesie. Una raccolta di poesie che è come un diario del viaggio che ho fatto dentro me stesso e che, per questo, nella mia testa ad un certo punto ho iniziato a chiamare “Diario di un viandante”. Il titolo del blog viene da lì. Alle poesie, poi, si è aggiunta anche la serie di articoli “La letteratura e la vita” che sto portando avanti qui sul blog, ma ripercorre solo una parte del viaggio e da una prospettiva diversa. Quindi, sotto questo punto di vista, “L’arte di essere fragili” non è solo il libro che avrei voluto leggere tra i sedici e i diciannove anni, è anche quello che avrei voluto scrivere.

D’Avenia ha conosciuto Leopardi quando aveva diciassette anni. Leggere le sue poesie è stato per lui come leggere le lettere che un amico gli scriveva dal passato. Arrivato ai trentanove, poi, con alle spalle una certa dose di esperienza come professore e come scrittore, ha deciso di rispondere a quelle lettere per ringraziare Giacomo di tutto quello che, inconsapevolmente, aveva fatto per lui. Ma non solo: ha deciso di coinvolgere anche noi. E, così, in un clima di sincero affetto ci presenta un amico che gli è stato vicino nei momenti difficili della vita e ci aiuta conoscerlo come lo ha conosciuto lui, a guardarlo con i suoi stessi occhi, ad accorgerci di quanto sia simile a noi e a trovare le risposte alle nostre domande tra i suoi versi – perché ci sono, abbiamo solo bisogno di qualcuno che ce le indichi.
A volte un professore usa i testi solo come pre-testi per insegnare ai suoi studenti qualcosa su loro stessi, sul mondo che si portano dentro e sulla vita: un qualcosa che va oltre la letteratura e allo stesso tempo ne costituisce l’essenza. E così fa D’avenia.
E che cos’è che ci insegna? Questo non sta a me dirlo, per scoprirlo dovete leggere il libro. Anche perché un articolo non gli renderebbe giustizia e non riuscirebbe mai a dire tutto quello che c’è da dire. Io vi parlo solo di un concetto, uno dei più preziosi tra quelli che sono racchiusi nelle lettere di D’avenia a Leopardi: la fragilità. Una parola che prima non mi avrebbe detto molto e che adesso, invece, sta diventando un elemento costituente delle lenti attraverso le quali guardo il mondo. Il fatto è che tutti noi siamo fragili. Tutti noi ci portiamo dietro un bagaglio di difetti e di imperfezioni, di debolezze e di vulnerabilità. Un bagaglio di cui ci vergogniamo e che ci fa sentire in difetto quando ci guardiamo intorno perché siamo costantemente circondati da persone che sembrano perfette. Quello che spesso ci dimentichiamo è che anche queste persone sono umane e fragili esattamente come noi. E non mi riferisco solo alle modelle dai corpi ritoccati al computer o ai cantanti e agli attori che nelle storie di Instagram sembrano avere una vita da sogno soltanto perché su quello che non vogliono far vedere non puntano mai l’obiettivo. No, mi riferisco anche a tutte le persone normali che, proprio perché si sentono insufficienti, nascondono le loro debolezze dietro uno scudo di superbia. Ovviamente all’estremo opposto c’è anche chi è talmente schiacciato dalla sua fragilità e dalla sua vulnerabilità da chiudersi, da non trovare neanche il coraggio di affrontare la vita.
D’avenia ci ricorda che fragili lo siamo tutti. Che siamo tutti imperfetti e vulnerabili allo stesso modo. E che possiamo – anzi, dobbiamo – re-imparare ad accettare le nostre fragilità, i nostri difetti e le nostre debolezze per vivere la vita così, per quello che siamo e felici di esserlo. Perché ognuno di noi è unico e irripetibile ed è custode di un’unicità preziosa che lui solo può offrire al mondo e che altrimenti andrebbe perduta.
Insomma, essere noi stessi e accettarci nonostante le nostre fragilità, o proprio in virtù delle nostre fragilità, è il primo passo di quell’arte di vivere che D’avenia ci insegna e che può davvero permetterci di dare un senso alle nostre vite e di essere felici. Gli altri ve li lascio scoprire.

Luciano Canfora – Giulio Cesare, il dittatore democratico

“Giulio Cesare, il dittatore democratico” di Luciano Canfora potrebbe sentirsi un intruso nel mio diario di lettura. Non è stata una lettura privata, ma per l’università, e non è neanche un romanzo, come la netta maggioranza dei libri di cui ho parlato in questa rubrica, bensì una biografia. Ma, in fin dei conti, la narrativa e le biografie non sono poi così diverse, soprattutto quando si tratta di una vita avvincente come quella di Cesare. Ancor di più se scritta in modo così chiaro e scorrevole che potrebbe essere letta anche la sera prima di andare a dormire. L’ho apprezzata moltissimo, perciò ho deciso di parlarvene!

Lo scorso anno accademico dovevo inserire nel piano carriera un corso di storia. In tutta la mia ingenuità ho scelto Storia Romana, senza pensare al fatto che Roma, tra una cosa e l’altra, è rimasta in piedi per più di milleduecento anni. E che questo avrebbe significato milleduecento anni di nomi e di date da ricordare. Masochismo.
No, scherzo. Ho scelto Storia Romana perché mi ha sempre affascinato e non me ne sono pentito. Il corso era ben strutturato e mi ha lasciato molto anche dopo aver chiuso i libri. E poi, non potete neanche immaginare quanto mi sia divertito a cercare collegamenti fra la Storia di Roma e quella di Westeros.
Oltre al manuale e a due testi di approfondimento dovevamo preparare anche un libro a scelta tra un elenco di consigliati. Giulio Cesare è un personaggio storico che ha sempre suscitato la mia ammirazione e la mia curiosità, perciò la scelta è stata facile. E non sono rimasto deluso.

La biografia ripercorre la vita del futuro dittatore dalle prime esperienze politiche fino alla morte, scavando a fondo e cercando di far chiarezza su alcuni dei misteri più intriganti che lo circondano, tra cui le sue reali motivazioni. Sì, perché quello che ha fatto non può essere banalmente liquidato con il movente dell’ambizione.
Leggere una biografia, come tutti i libri che raccontano una storia vera, comporta una serie di implicazioni: la trama non è stata progettata a tavolino da uno scrittore per essere coinvolgente ed emozionante, ma è il prodotto dell’intreccio casuale di eventi reali. Eventi che non si sono verificati secondo ritmi e archetipi narrativi efficaci per far palpitare un lettore o tenerlo incollato alle pagine. Tant’è che, molte volte, i libri di questo genere possono lasciare insoddisfatti, soprattutto nel finale. Questo, però, non accade nel caso di Cesare, la cui vita è talmente avvincente da sembrare un romanzo.
Se aggiungiamo anche che Canfora riesce a scrivere allo stesso tempo con il rigore e l’attenzione per le fonti che contraddistinguono un grande studioso e con la semplicità e la scorrevolezza che invece sono propri di un divulgatore, il risultato è un libro capace di soddisfare il palato sia degli addetti al settore sia dei curiosi occasionali.

Trattandosi di un libro diverso dai soliti, è diversa anche la conclusione. Non è un libro per tutti: non leggetelo se non siete affascinati da Cesare. Ma, se come me subite l’effetto del suo carisma magnetico, allora fatevi avanti: non è una lettura faticosa, ma coinvolgente e scorrevole. Che vi insegnerà anche i segreti di un esperto per vincere al gioco del trono. Accidenti, sto mescolando le cose?

Banana Yoshimoto – Kitchen

Banana Yoshimoto. Nome buffo vero? Tranquilli, è uno pseudonimo. Ma forse tranquilli non bisogna stare, perché se è uno pseudonimo significa che se l’è scelto.
Va be’, in fin dei conti non penso che il nome sia rilevante. Ma chi è questa signora? Banana Yoshimoto è una delle più importanti scrittrici giapponesi contemporanee, forse seconda solo a Murakami in quanto a fama internazionale.
L’ho scoperta ormai più di due anni fa, durante l’ultimo anno di liceo. Era una di quelle mattinate noiose in cui tutti i professori devono interrogare, ma tu hai già i voti delle loro materie e quindi ti chiedi cosa ci sei andato a fare a scuola. Ero dalle macchinette del caffè e vicino a me c’era una serie di libri di letteratura italiana impilati sopra un ripiano. Qualche casa editrice doveva averli spediti ai professori perché li prendessero in considerazione. Io mi sono messo a sfogliarli.
Ad un certo punto avevo fra le mani un libro di quinta e nell’indice ho trovato una piccola sezione dedicata alla narrativa giapponese contemporanea. Ho sempre avuto un debole per il Giappone, ho letto diversi manga in passato e in quel periodo conoscevo già Murakami, così sono andato a curiosare quali autori menzionava. E lì ho scoperto la nostra amica Banana.
Tornato in classe ho cercato su internet informazioni su di lei ho trovato un file .pdf di “Moonlight Shadow”, il racconto che l’autrice aveva presentato come tesi di laurea. Me lo sono divorato quello stesso giorno e fin da subito mi sono parse ben chiare tre caratteristiche di questa autrice.
Per prima cosa, Banana Yoshimoto dev’essere una persona molto sensibile. Una di quelle persone che hanno una sensibilità più delicata del normale e che sanno dare attenzione anche alle più piccole emozioni. Se si leggono i suoi libri nell’ottica giusta, cercando dentro di noi proprio questo tipo di sensibilità, il risultato è davvero speciale.
La seconda cosa è che non le interessa più di tanto il realismo del racconto. Anche lei inserisce alcuni elementi fantastici in un’ambientazione completamente realistica, ma lo fa in un modo completamente diverso da, per esempio, Murakami. Il buon Haruki, infatti, eredita tutta la tradizione letteraria del realismo magico, ma la rielabora in modo personale producendo un risultato solamente suo: una particolare atmosfera che sembra il marchio di fabbrica di molti suoi lavori. Cerca il realismo magico, lo vuole, proprio per questa atmosfera e per le emozioni che riesce a creare. Se vuoi approfondire, puoi leggere l’articolo che ho scritto su “A sud del confine, a ovest del sole” qui.
Banana Yoshimoto invece eredita un’altra tradizione: quella dei manga shojo, cioè dei manga indirizzati principalmente ad un pubblico di ragazze adolescenti. Va da sé che, anche se ho letto manga nella mia vita, essendo un maschio lo “shojo” non è esattamente il genere che conosco meglio. Ma ho letto qualcosa sull’argomento, in particolare la postfazione di Giorgio Amitrano all’edizione italiana di Kitchen, primo romanzo della Yoshimoto di cui parleremo tra poco. L’idea che mi sono fatto è che agli autori di shojo e a Banana Yoshimoto quello che interessa veramente sia l’interiorità dei personaggi, i loro sentimenti e le loro emozioni, e che l’elemento fantastico venga inserito quando permette di esplorarli più facilmente. Anche se a volte la Yoshimoto dà l’impressione di ricorrere al fantastico perché non riesce a gestire la trama che ha in mente nei limiti del realistico, non cambia il fatto che ciò che veramente le interessa è il mondo dei sentimenti e delle emozioni per il quale dimostra sempre una sensibilità fuori dal comune.
Terzo e ultimo punto è lo stile: uno stile di scrittura semplice, a volte quasi ingenuo, scorrevole e bello da leggere. Cosa intendo dire? Su “scrittura semplice” non penso ci siano dubbi: è quel genere di scrittura comprensibile e leggera, che si legge senza fatica.
“Ingenuo” invece merita una precisazione. In scrittura a volte si sente parlare di una regola: “Show, don’t tell”, che in italiano potremmo tradurre come “Mostra, non dire”. Secondo questo principio un bravo scrittore non dovrebbe mai limitarsi a dire o a descrivere, ad esempio, che il suo personaggio è triste, ma mostrarlo triste e farlo così bene da far provare empatia al lettore. Ebbene, la Yoshimoto questo non lo fa. Soprattutto quando si tratta di stati d’animo, descrive i sentimenti e le emozioni dei personaggi più o meno come un gourmet potrebbe descrivere le note di sapore di un piatto; ma non li “mostra”.
Questo è un male? In realtà, secondo me, no. È vero che uno scrittore che si limita a dire le cose, senza mostrarle, soprattutto in ambito emotivo, rischia di essere uno scrittore noioso e di non riuscire ad arrivare al lettore, ma la Yoshimoto è talmente sensibile di fronte a certe emozioni che, quando lo fa lei, lo fa in un suo modo unico che va bene lo stesso. La letteratura è una forma d’arte e, per questo, le sue regole devono lasciare sempre spazio alle identità creative degli autori.

Dopo Moonlight Shadow, qualche mese fa ho letto anche Kitchen, il primo romanzo dell’autrice (in realtà diviso in due parti che sono, a conti fatti, due racconti lunghi: Kitchen e Plenilunio). Che dire? Mi è piaciuto molto e mi ha confermato l’idea che mi ero fatto con Moonlight Shadow. Perciò mi limito a darvi l’incipit della trama, per invogliarvi a leggerlo.
La protagonista, Mikage, studentessa universitaria, ha da poco perso la nonna, ultimo parente che le era rimasto e con la quale viveva. Nella situazione di solitudine irreale in cui si ritrova le suona alla porta Yuichi, un ragazzo che studia nella sua stessa università e che conosceva la nonna. Yuichi la invita a vivere qualche tempo con lui e la madre, Eriko, e Mikage, sorprendendo perfino se stessa, accetta.
Anche Kitchen racconta una storia delicata, affrontando in modo marginale temi importanti come la solitudine e la morte e in modo diretto quello altrettanto importante della famiglia, con la preziosa idea che una famiglia non ci venga soltanto data ma che si possa anche scegliere e, in alcuni casi, costruire. In Kitchen, Banana Yoshimoto sorprende nuovamente per la sua sensibilità e per la semplicità dello stile, ma non fa un uso diretto dell’elemento fantastico come in Moonlight Shadow. Ci sono solo un paio di episodi, non fantastici ma inverosimili, che semplificano il lavoro all’autrice permettendole di condurre la trama dove vuole. Per chi lo ha letto, ad esempio, quando Mikage intuisce in quale camera d’albergo si trova Yuichi. Non so se siano ingenuità di una scrittrice alle prime armi (di lei ho letto solo i lavori che ho citato, Moonlight Shadow, Kitchen e Plenilunio, che sono tutti e tre giovanili) o sue caratteristiche, ma non compromettono l’impressione positiva che mi ha lasciato. Sono curioso di leggere altri suoi romanzi in futuro, anche per vedere come maturerà la sua scrittura.

E voi, lo avete letto? Cosa ne pensate?

Divagazione: Alfred Tennyson a Camden Town

Siete mai stati a Camden Town? Lo chiedo perché io, nella mia ignoranza, ero già stato a Londra una volta senza neanche sapere che esistesse. Ci voleva la mia ragazza, Marta, per farmelo scoprire.

Come chi mi segue su Instagram saprà già, negli ultimi quattro giorni sono stato a Londra, in quello che è stato il mio ultimo (e, per quest’estate, unico) viaggio prima di tornare alla vita dello studente universitario. Il Diario di un Viandante, però, non è un blog di viaggi, perciò non vi racconterò nulla delle mie esperienze. O quasi.
Quando sono partito mi sono ripromesso di non comprare libri nuovi perché, avendo compiuto gli anni da poco, ho già sul comodino una pila di letture che mi aspettano. Ma voi siete intelligenti e con una premessa di questo tipo avrete già capito dove sto andando a parare. Tanto ormai “Questa volta non compro libri” è il nuovo “Stasera non bevo”.
I miei buoni propositi erano già titubanti sul nascere: una parte di me accarezzava l’idea di comprare un libro in inglese come ricordo del viaggio. Magari uno di poesia, in modo da non compromettere la coda di letture che mi aspettava a casa. Ancora meglio se di uno di quei poeti che in Italia si trovano di rado, come Shelley, Byron o Tennyson…
Tutti avrete letto il titolo in cima al post, quindi posso andare dritto al dunque: Camden Town. Per chi fosse ignorante quanto me, è un quartiere alternativo nella zona Nord di Londra. Al centro, vicino ad un canale attraversato da ponticelli pedonali e avvolto dalle fronde dei salici, accoglie un complesso di edifici in mattoni, con quei colori terrosi spenti tipici della città che ricordano i romanzi di Dickens. Al suo interno si sviluppa un mercato immenso e labirintico, in parte all’aperto in parte al chiuso, con bancarelle che vendono dischi in vinile, vestiti in stile etnico o punk-rock sia nuovi sia usati, collane fatte a mano, quadri e poster pop-art o di film anni ’90, il tutto avvolto in una sua atmosfera bohémien davvero affascinante.
C’erano anche bancarelle che vendevano cibi di diverse cucine. La cosa più bella, però, era vedere persone che esprimevano la propria arte in modo creativo e originale, liberamente e senza pretese, come una ragazza che dipingeva All-star bianche o una donna che disegnava su pagine strappate e ingiallite di vecchi libri. Ma questa è una divagazione nella divagazione.
Ovviamente in tutto questo c’era anche una libreria. Una piccola libreria indipendente portata avanti da un libraio che avrei voluto fotografare perché mi sembrava la perfetta sovrapposizione fra Herman Hesse e il libraio inglese da stereotipo. Teneva e vendeva libri per la maggior parte usati ed era in uno stanzino striminzito, ma ci avrei passato delle ore. Purtroppo, però, non avevo molto tempo. Così mi sono limitato alla sezione poesia. Cosa ho trovato? La raccolta completa dei lavori di Tennyson in un’edizione con copertina rigida che ho poi scoperto essere datata 1920.
Un libro usato, in inglese e di un poeta inglese, comprato in una libreria indipendente a Camden Town. Non so voi, ma io lo trovo poetico. Voi invece volete sapere chi sia Tennyson? Vi prometto che prima o poi ne parlerò.

Philipp Meyer – Il Figlio

Vi è mai capitato che un libro vi sembrasse lunghissimo per le prime duecento pagine e di volerne poi altre cinquecento dopo averlo finito? A me è successo, con “Il Figlio” di Philipp Meyer. C’è stato un momento in cui ha rischiato di ingrossare la pila della vergogna, dove finiscono i libri lasciati a metà, ma quando la trama è decollata non sono più riuscito a staccarmi.
Oggi parliamo proprio de “Il Figlio” (mannaggia ai titoli dei libri che iniziano con l’articolo), il secondo romanzo di Philipp Meyer, che, a mio parere, è uno dei più promettenti scrittori americani contemporanei. Di suo ho già letto “Ruggine Americana”, su cui tra l’altro avevo scritto un post neanche troppo tempo fa. Ve lo siete persi? Siate curiosi e andate a recuperarvelo qui, impiegherete meno di cinque minuti.

Comincio col dire che i due romanzi sono diversi come il giorno e la notte. In Ruggine Americana erano le tematiche a tenermi incollato al libro, tematiche attuali come la ricerca esistenziale dei giovani protagonisti che si trovano le strade sbarrate dalla crisi economica e dai problemi familiari. I personaggi e la trama, però, pur essendo buoni, non erano il punto di forza.
“Il Figlio”, invece, ribalta la situazione. Qui Meyer mostra il suo talento di narratore nel significato più letterale del termine: racconta una storia, una grande storia che diventa di riflesso anche la storia di un epoca e di un paese. E lo fa mettendo in scena dei personaggi altrettanto grandi.
Siamo in Texas. E ci muoviamo fra tre piani temporali: l’età dell’espansione ad Ovest e degli scontri con gli indiani nel secondo ottocento; quella dei grandi allevamenti di bestiame (i ranch) del primo Novecento; e la conversione delle ricchezze in petrolio nel Novecento inoltrato.
In ogni tempo seguiamo le vicende di un personaggio diverso, ma tutti e tre facenti parte della stessa famiglia. Il primo è Eli McCullough, detto il Colonnello, capostipite della famiglia e colui che ha dato inizio all’impero economico dei McCullough. La sua storia prende il via in gioventù, quando gli indiani attaccano casa sua, stuprano e uccidono sua madre e sua sorella e portano via come prigionieri lui e suo fratello. Ma non vi dico di più.
Poi c’è Peter, figlio del Colonnello e voce dissonante della famiglia. È un uomo tormentato con una forte coscienza morale che lo porta a disapprovare i metodi usati dal padre per far crescere il ranch. Nella sua linea temporale, infatti, l’impero dei McCullough è già avviato ed Eli è un ricco, potente e rispettato proprietario terriero che, con il pretesto di un presunto furto di bestiame ha sterminato la famiglia dei suoi vicini messicani, i Garcia, e si è impossessato delle loro terre.
Infine c’è Jane Anne, bisnipote del Colonnello e nipote di Peter. Alla sua nascita, il colonnello è anziano e Peter ha lasciato la tenuta di famiglia ormai da tempo, anche se non si sa molto su di lui perché i suoi figli preferiscono non parlarne. J.a. si ritroverà ad ereditare l’impero di famiglia e a gestirlo in un momento difficile, quello della conversione al petrolio, combattendo con i ruoli tradizionalmente imposti alla donna. Ma, siccome è lei quella che ha ereditato più di chiunque altro lo spirito del Colonnello, saprà farsi valere.
Tre trame forse un po’ lente a partire, ma destinate a diventare intense e coinvolgenti. A venirci raccontata è la storia di una famiglia, intessuta di violenza, amore e business. Quella che sembra delineare è la parabola degli imperi di ogni tempo: un uomo forte crea qualcosa di grande in tempi difficili. I frutti del suo lavoro creano tempi di prosperità, ma il benessere a portata di mano rende inetti molti dei suoi eredi dando inizio alla decadenza. E alla fine, cosa resta?
Lascio a voi scoprirlo! Io mi limito a consigliarvi di leggerlo e a dire che con la sua seconda fatica Mayer ha dimostrato di saper padroneggiare anche le doti di scrittore complementari a quelle mostrate nella prima. Non vedo l’ora di leggere quello che scriverà in futuro.

Julio Cortázar – Bestiario

Chi è Julio Cortázar? Mi sono reso conto che in pochi lo conoscono e anche per me sarebbe un perfetto sconosciuto se non mi fossi ritrovato a frequentare un corso su di lui all’università. È uno scrittore argentino del secondo Novecento annoverato nel “Boom” della letteratura latinoamericana degli anni ’50-’60. Un fenomeno di cui hanno fatto parte anche Borghes e Marquez, per intenderci.
Ha scritto qualche romanzo, tra cui Rayuela che è considerato il suo capolavoro, e delle poesie, ma è stato soprattutto un autore di racconti. Bestiario, infatti, è una raccolta di racconti. Una di quelle che meglio incarna la sua poetica.

Il genere non è facile da definire. Cortázar stesso ha detto che i suoi racconti “appartengono al genere chiamato fantastico per mancanza di un termine migliore”. E infatti si tratta di un fantastico diverso da quello della tradizione precedente. Qui l’elemento sovrannaturale che dovrebbe essere il centro del racconto viene rimosso e, al suo posto, l’autore lascia una vuoto.
Rimangono le conseguenze: una serie di eventi inspiegabili secondo la logica della realtà per come siamo abituati ad intenderla. Ma le cause vengono omesse, come se Cortazar non puntasse mai la telecamera direttamente sull’elemento chiave.
L’omissione fa sì che il centro del racconto assuma le caratteristiche dell’assurdo. Un assurdo che si inserisce in un ambientazione perfettamente realistica facendo collassare la struttura logica della realtà attraverso l’inspiegabile.
Ma, ancora prima dell’inspiegabile, è l’inspiegato a farla da padrone: Cortázar ha il controllo di quello che scrive e, come tutti i grandi scrittori, sa costruire la narrazione sia con quello che dice sia con quello che non dice. E il centro del racconto, l’origine del fantastico, non lo spiega. Lo evita.

Prendete Casa Tomada, per esempio. Un fratello e una sorella vivono nella vecchia casa di famiglia, una casa a cui sono legati da un forte legame affettivo e da cui non intendono separarsi. Conducono una vita abitudinaria, scandita dalle stesse azioni ripetute. La casa è divisa in due metà da un corridoio con una porta e, ad un certo punto, il fratello sente dei rumori dall’altra parte. Allora chiude di scatto la porta. A questo punto cosa farebbe una persona normale? Andrebbe a vedere se c’è qualcuno? Chiamerebbe la polizia? Di sicuro non tornerebbe a preparare il mate come se niente fosse. Ma questo è proprio quello che fa lui. E dopo, quando ne porta una tazza alla sorella, si limita a dire che l’altra metà della casa “è stata presa”. E, la sorella, come se fosse la cosa più naturale al mondo, risponde che a questo punto dovranno imparare a vivere solo in quella metà.
Dopo qualche tempo sentono rumori anche nella zona in cui vivono. Che fanno? Escono di corsa chiudendosi il portone alle spalle e rinunciano alla casa per sempre. A quella stessa casa a cui erano così affezionati.
In tutto il racconto, l’elemento fantastico viene omesso. Il narratore e i personaggi non indagano mai chi o che cosa abbia occupato la casa, si limitano a chiamarlo “presenza”. Di nuovo, la “telecamera” del narratore non viene mai puntata su questo elemento. Non ci è dato sapere neanche se si tratta di qualcosa di sovrannaturale o perfettamente ammissibile anche nella nostra realtà. L’irrazionale, l’inspiegabile sta nelle conseguenze che produce – nei fratelli che abbandonano la casa senza cercare di recuperarla o, quantomeno, di capire cosa stia accadendo.
Ma non dovete pensare ai racconti di Cortazar come al regno del non-sense. Dell’assurdo sì, del non-sense mai. L’autore ha un’idea ben precisa: sospetta che esista un altro ordine, più segreto e meno comunicabile, dietro alla realtà e che noi la percepiamo in un certo modo solo perché siamo abituati a concepirla così da oltre due mila anni di storia del pensiero. È un surrealista e la sua intenzione è quella di andare contro alle abitudini – anche e soprattutto alle abitudini che ci vincolano nel ragionare o nel concepire la realtà – per restituire al reale tutte le sue possibilità.

Comunque sia, Cortázar si dimostra un vero maestro del racconto, perfettamente padrone della sua scrittura. Sono affascinato dal modo in cui semina indizi nel testo, lasciando con maestria piccoli dettagli che il lettore dovrà saper cogliere e collegare fra loro. O che magari dovrà cercare a ritroso dopo aver letto il finale, per dare un senso a quello che è successo. Cortázar infatti vuole un lettore attivo, che sia suo complice nella costruzione della storia e del suo significato, che sfogli le pagine avanti e indietro in cerca dei puntini da collegare che lui ha abilmente nascosto fra le righe.

Il post finisce qui, spero che vi sia piaciuto anche se è stato diverso dai soliti sul Diario di lettura. Normalmente scrivo i miei pensieri su un libro che ho letto da poco, ma questa volta ho voluto inserire anche una parte di quello che ho studiato. Fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate! Intanto vi consiglio di rileggere anche il post che avevo scritto su Haruki Murakami, troverete delle somiglianze.

Philipp Meyer – Ruggine Americana

Ruggine Americana è il primo libro di Philipp Meyer che ho letto. E non è neanche così strano, considerando che è il primo che ha scritto e che, per ora, ne ha pubblicato solo un secondo. Me lo sono ritrovato fra le mani per caso: lo avevano regalato a mio padre, ma lui doveva ancora finire di leggere “L’uccello che girava le viti del mondo” di Murakami e, perciò, lo ha lasciato in casa a prendere la polvere. Poco a poco ha iniziato ad esercitare su di me una forma di attrazione – credo che a tutti sia capitato almeno una volta. Lo prendevo in mano, lo sfogliavo e leggevo la quarta di copertina, finché la curiosità non è diventata così grande che ho deciso di leggerlo.
Siamo a Buell, una città immaginaria nella contea di Fayette, in Pennsylvania, Stati Uniti. Un tempo era il principale centro siderurgico del paese: economia fiorente, stipendi alti e lavoro per tutti. Ma non è questa la Buell che conosciamo noi. Philip Meyer ci accompagna in un paesaggio fatto di fabbriche dismesse e acciaierie arrugginite, dove la natura sembra volersi riprendere ogni lembo di terra su cui l’uomo ha costruito, con un avanzata tanto lenta quanto implacabile. È arrivata la crisi economica e ha lasciato un segno indelebile. Le fabbriche hanno chiuso e ora vengono smantellate o restano lì ad arrugginire, come metafora di quello che sta accadendo al sogno americano.
In quest’ambientazione seguiamo le vicende di due protagonisti e dei personaggi che ruotano intorno a loro: Isaac English e Billy Poe. Isaac è un ragazzo di corporatura gracile, ma con una mente geniale. Ha sempre sognato un futuro diverso, fuori dalla contea di Fayette, e ha tutte le capacità per realizzarlo, ma non può allontanarsi da Buell perché deve prendersi cura del padre, rimasto invalido in seguito ad un incedente in fabbrica.
Billy è l’esatto opposto: ha una testa nella media, ma compensa con un fisico da atleta. È stato una stella del football al liceo, ma ha rifiutato le borse di studio che aveva vinto e ora passa le sue giornate a bere birra davanti a casa, forse per stare vicino alla madre che ha sempre fatto del suo meglio per tirarlo su o forse perché si è già rassegnato all’idea di essere un buono a nulla come il padre.
Due ragazzi diversi, anzi contrapposti, accomunati dal fatto di essere rimasti senza un futuro: non possono studiare e non possono lavorare. Da quando hanno finito il liceo sono rimasti fermi, con le strade sbarrate dalla crisi economica e dai problemi familiari. Isaac non si arrende e, all’inizio del libro, partirà a piedi con i risparmi del padre per raggiungere la California e iniziare una nuova vita; Billy si è già rassegnato alla sua condizione e per questo si sacrifica per Isaac, assumendosi le sue colpe per lasciarlo partire. Ma alla fine la vita riporterà entrambi al punto di partenza, senza che siano riusciti a cambiare le loro sorti o a tirarsi fuori dal pantano in cui sono rimasti intrappolati.
Di cosa parla quindi Ruggine Americana? Parla del sogno americano che sta cadendo a pezzi. Ci offre un immagine pessimistica dell’America, dove la mobilità sociale è solo un ricordo e l’ideale secondo cui ogni uomo o donna può diventare chiunque voglia nella vita sta arrugginendo. Alla terra delle opportunità si è sostituita una terra dove nemmeno chi porta dentro un grande potenziale, come Isaac, può cambiare la propria condizione.
Ma l’affresco del romanzo non è tutto pessimistico. Alla fine si aprirà uno spiraglio di speranza per entrambi, grazie però alla generazione precedente che si sacrificherà per il loro futuro. Non vi dico altro, ma vi consiglio di leggerlo.

Haruki Murakami – A Sud del Confine, a Ovest del Sole

Ho scoperto Murakami l’ultimo anno di liceo. Prima di iniziare l’università ho letto Norvegian Wood e 1Q84 e mi sono innamorato di entrambi. Tutt’ora lo considero uno dei miei scrittori preferiti, tant’è che qualche mese fa sono stato preso dalla nostalgia nei suoi confronti: volevo leggere un altro suo libro. Questa volta però non sono andato a cercare su internet quali fossero i migliori; sono semplicemente entrato in libreria, ho letto le trame in quarta di copertina e ho scelto quello che mi ha ispirato di più: A Sud del Confine, a Ovest del sole.
Ambientato nella tokyo contemporanea, segue un unico protagonista, Hajime, di cui ci racconta la vita dall’infanzia all’età adulta. L’inizio della storia é cruciale: alle scuole medie il protagonista conosce una bambina, Shimamoto, con un instaura un legame profondo che non avrà pari negli anni a venire. Ma in vista dell’inizio delle scuole superiori lei si trasferirà e le loro vite prenderanno strade diverse. Nonostante questo, Hajime si porterà sempre dentro il ricordo di quell’amicizia/amore che sarà il termine di paragone per tutti i suoi rapporti futuri, nessuno dei quali sarà mai all’altezza. La storia prende davvero il via quando Hajime è adulto, felicemente sposato, con due splendide figlie e proprietario di due locali di successo: a questo punto Shimamoto si presenterà al suo locale, portando con sé un pesante bagaglio di segreti.
Una storia in perfetto stile Murakami, in cui due innamorati sembrano appartenere a mondi separati e riescono ad incontrarsi solo quando queste due realtà si allineano e fra loro si apre un varco. Così era in 1Q84 e così è, in un modo molto più sottile e metaforico, anche in A Sud del Confine, a Ovest del Sole.

Murakami viene spesso ricondotto alla corrente del realismo magico. Eppure questo romanzo, ad un primo sguardo, si presenta puramente realistico. Dov’è il magico?
Il fantastico in letteratura è cambiato. Nell’ottocento e nel primo Novecento faceva capo ad un elemento sovrannaturale come nel caso del Ritratto di Dorian Gray o di Dracula. Ma nel secondo novecento alcuni scrittori hanno iniziato ad omettere questo elemento, lasciando al suo posto un alone di mistero fatto di non-detto. La questione è un po’ più complicata, ma è il caso degli scrittori del Boom sudamericano degli anni ’50, per esempio, che infatti sono proprio i padri del realismo magico.
Murakami raccoglie la lezione ma la reinterpreta secondo la sua sensibilità. A Sud del Confine, a Ovest del Sole è stracolmo di domande che circondano Shimamoto e che possono suggerire una risposta sovrannaturale, ma l’elemento fantastico vero e proprio viene volontariamente taciuto dall’autore. Quello che resta sono le sue conseguenze: eventi inspiegabili che non trovano spazio nella logica del lettore – come le costanti scomparse di Shimamoto o Hajime che accetta la sua richiesta di non farle domande sulla sua vita, nonostante la curiosità e i dubbi che suscita.
Eventi non solo inspiegabili, ma soprattutto inspiegati. E qui risiede il trucco: Murakami ci riempie di domande intorno al personaggio di Shimamoto, creando misteri delicati – che non turbano la storia ma rimangono ai suoi margini – le cui risposte, però, non ci vengono date; si perdono nella luce soffusa di un locale jazz o nella pioggia di Tokyo.
Ad alcuni lettori potrebbe far storcere il naso una storia di questo genere, con un finale aperto e che lascia gli interrogativi irrisolti, ma il talento di Murakami sta nell’insegnarci ad apprezzarlo, come se ci volesse dire “Guarda bene, non sempre è necessario cercare una risposta a tutto, a volte è più bello contemplare il mistero”. Alla fine, ciò che resta di magico è un atmosfera. Credo che solo con questi occhi si possa cogliere tutta la bellezza di A Sud del Confine, a Ovest del Sole.

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