Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Category: I Mondi della Narrativa

J. D. Salinger – Franny & Zooey

Faccio una piccola premessa: credo che Franny & Zooey sia uno di quei libri che hanno bisogno di essere letti più di una volta. Anzi, mi correggo: credo che Franny & Zooey sia uno di quei libri che vogliono essere letti più di una volta. Per lo meno, a me ha lasciato questa impressione. Nelle sue appena 155 pagine, è immenso. Così denso da custodire un tesoro forse inesauribile, che svela poco a poco ad ogni lettura. Ad ogni modo, io questa fantomatica seconda lettura non l’ho ancora fatta. Eppure sono qui a parlarvene lo stesso, mea culpa. Non ho resistito.

Detto questo… che libro! Qualche anno fa ho letto “Il giovane Holden”, che è sicuramente il romanzo più famoso di Salinger, ma credo che “Franny & Zooey” sia almeno una spanna sopra.
Franny & Zooey, però, non è un vero romanzo – almeno non nel senso stretto del termine. È un libro che raccoglie due racconti lunghi, strettamente collegati fra loro, che hanno gli stessi protagonisti e si completano a vicenda.
Questi protagonisti, ovviamente, sono Franny e Zooey – i due figli minori di una famiglia, i Glass, dell’alta borghesia newyorchese. Oltre a loro, Les e Bessie Glass hanno avuto altri cinque figli, tutti eccezionalmente intelligenti e dotati.
I più interessanti sono i più grandi, Seymour e Buddie. Studiosi di religioni e filosofie orientali, con una cultura vastissima che si estende ad includere anche la filosofia occidentale e la letteratura, sono personaggi misteriosi e affascinanti – specialmente Seymour, che è pressoché avvolto da un’aura di sacralità – che, però, non compaiono mai direttamente nella storia, ma vengono delineati in modo nitidissimo in absentia. Già solo su di loro ci sarebbe molto da dire, ma non voglio privarvi del piacere di scoprire il più possibile leggendo.
Quello di cui mi limito a parlare è l’elemento più importante per la trama: Seymour e Buddy si sono fatti carico dell’educazione di Zooey e Franny quando erano bambini, insegnando loro tutto ciò che sapevano sulle religioni, sulla spiritualità e sulla metafisica, per poi introdurli direttamente alla lettura dei testi sacri dell’umanità. Ovviamente, dire che i protagonisti fossero bambini precoci è riduttivo. Zooey una volta ha “dimenticato una delusione amorosa traducendo in greco classico la Mudaka Upanishad”, fate voi.
Questo però è il passato. Oggi Zooey ha venticinque anni e Franny venti. Il primo lavora come attore, la seconda studia al college. Ma sono due anormali – è lo stesso Zooey a dirlo: “Siamo degli anormali, ecco cosa siamo!”
In che senso? Nel senso che sono due persone troppo intelligenti e troppo profonde per essere felici. Le domande che si pongono e le risposte che trovano recidono sul nascere ogni possibilità di felicità o di una vita normale. Pensano troppo, lo fanno troppo a fondo e non riescono a smettere perché fa parte di ciò che sono. Citando Bessie, la madre: “non capisco proprio a cosa serva sapere tanto cose ed essere tanto intelligenti e così via, se non riuscite ad essere felici”.
Superfluo a dirsi, questa profondità di pensiero impedisce loro anche di adeguarsi alla società in cui vivono o di intrattenere normali rapporti sociali. Sono troppo diversi. Ed è tutto troppo superficiale, ipocrita o egoista per loro. Una frase che ci tengo a condividere e che cito a memoria (per pigrizia) è questa: “Noi non parliamo, dissertiamo”.
Ma c’è qualche differenza fra loro: Franny è in una fase turbolenta. Anche se ha già vent’anni, è in piena adolescenza. Patisce il peso delle aspettative che vengono riposte in lei per il suo talento e non si riconosce nella società in cui dovrebbe eccellere. Come se non bastasse, come tutti gli adolescenti è alla ricerca di se stessa e di un senso da dare alla sua vita. Per uno di questi motivi o forse per entrambi trova la sua strada in un libro, “Racconti di un pellegrino russo”, e nelle idee che racchiude; ma questo non le risparmia un esaurimento nervoso, anzi lo peggiora. Ed è proprio questo esaurimento a farla tornare a casa e a costituire il fulcro della trama.
Sì, perché a casa c’è Zooey, che, essendo di qualche anno più grande di lei, è già passato in quello che sta attraversando e può cercare di aiutarla. Zooey è stabile: ha fatto i conti con la sua anormalità, si è liberato dalle aspettative scegliendo di imboccare una carriera da attore quando tutti lo avrebbero mandato all’università e riesce, a grandi linee, a convivere con una società e delle persone così diverse da lui. Ma ho scritto “cercare di aiutarla” non a caso, perché quando ci si trova qualche passo avanti e si ha già assunto consapevolezza di certi processi spesso è difficile farci capire da chi sta dietro di noi. E infatti Zooey spesso finirà per doversi scusare e ripetere a Franny che non vuole portarle via la sua “preghiera”.
Una sola cosa: è un libro praticamente privo di trama. Non credo possa piacere a tutti, per lo meno non a chi, in un romanzo, cerca per prima cosa l’intrattenimento. Ma se avete un certo tipo di gusto o se siete aperti a nuovi generi di letture, è sicuramente un libro a cui vale la pena dedicare del tempo.

Cosa resta da dire? Be’, bisogna spendere due parole su come è scritto. Salinger in questo lavoro ha una prosa brillante, che combina ironia e vividezza.
Cominciamo dall’ironia: perfino io, che faccio così tanta fatica a coglierla quando è scritta, non solo l’ho capita ma l’ho anche adorata. La sezione intitolata Zooey ha una voce narrante molto più presente dell’altra. Questo narratore, in cui non è difficile scorgere uno dei personaggi, apre il racconto dicendo che sa benissimo che le introduzioni sono oggetto di biasimo (scoccando una freccia dritta dritta contro i critici) e che, nonostante questo, intende scriverne una lo stesso. E perfino prolissa. Con questo paragrafo, Salinger fa un occhiolino al lettore e cerca la sua complicità contro il mondo della critica. E lascia anche la chiave di lettura del suo stile in mano al lettore: uno stile che sposa le caratteristiche del personaggio che sceglie come voce narrante e che osa scrivere come non si dovrebbe, ma che lo fa con consapevolezza, ironia e maestria, rendendo divertenti descrizioni che altrimenti sarebbero state a dir poco noiose.
Ma l’ironia non è onnipresente – anzi, è più simile ad una comparsa ricorrente. La vera cifra stilistica della prosa di Salinger in questo suo lavoro è la vividezza. Ogni scena ci viene disegnata davanti agli occhi e ci assorbe completamente. Non la guardiamo da fuori, ma da dentro, e ne respiriamo l’atmosfera con i protagonisti. Che si tratti dell’irritazione per la presenza di Bessie in bagno o della sacralità di una certa stanza della casa, non riusciamo a non provare le emozioni che provano i personaggi.

Franny & Zooey riprende i temi cari a Salinger: come l’adolescenza, già affrontata nel giovane Holden, o la spiritualità orientale. E li sviluppa ad un nuovo livello di profondità. Davvero una piccola perla che consiglio a tutti gli adolescenti in crisi perché pensano troppo. Magari non troveranno risposte, ma almeno qualcuno che si pone le loro stesse domande.

Jack Kerouac – On The Road

Sono felice di scrivere di uno dei romanzi che preferisco, anche se probabilmente è già stato detto tutto a riguardo.
Per chi non ne sapesse nulla, On the Road è il romanzo più famoso dello scrittore americano Jack Karouac ed è considerato il manifesto in prosa della Beat Generation.
E che cos’è la Beat Generation? È un movimento letterario giovanile che ha avuto il suo apice negli anni ’50 del Novecento in America e che faceva capo ad un gruppo di ragazzi ribelli e intelligenti, insofferenti nei confronti della società del tempo e dello stile di vita predominante nel mondo occidentale, animati da una voglia di vivere incontenibile e dal desiderio di sperimentare nuove strade, anche attraverso droghe, sessualità libera e filosofie orientali. Tra le altre cose, sono considerati anche i padri della controcultura americana.
Ebbene, On the Road è il romanzo che meglio incarna il loro spirito – diventato subito un libro culto per migliaia di giovani (per fare un nome a caso, Johnny Depp). È semi-autobiografico e racconta i viaggi attraverso il paese, on the road e con pochi soldi, che l’autore ha fatto negli anni dell’università con gli altri beatnik.
L’ambientazione è l’America degli anni Cinquanta, tra lunghe autostrade che attraversano il paese, locali fumosi, musica jazz, ragazze dolci trascinate nel vortice della trasgressione e bisogno di libertà.
I personaggi principali sono tutti realmente esistiti. Kerouac cambia loro solo i nomi, trasformando Allen Ginsbergh in Carlo Marx, William Burroughs in Old Bull Lee e LuAnne Henderson in Marylou. Ovviamente lo stesso discorso vale per i protagonisti: Sal Paradise è l’alterego dell’autore e Dean Moriarty è quello di Neal Cassidy.
Va bene, va bene, uno dei due protagonisti è l’autore, ma chi è l’altro? Neal Cassidy è stato una sorta di musa al maschile per la Beat-generation. Uno spirito libero appena uscito dal riformatorio, con una voglia di vivere incontenibile e energie illimitate, che non perde tempo a pensare ma agisce, agisce e vive. Era l’incarnazione di tutto quello in cui i beatnik credevano e conoscerlo fu come una rivelazione per molti di loro.
Sarà lui a trascinare Sal/Jack in quattro viaggi attraverso il paese e a fornirgli materiale per il suo romanzo. Un romanzo dalla trama intensa e trascinante, anche se caotica, che sa affascinare i lettori.
Lo stile è uguale allo spirito dell’opera: libero e sperimentale, con una scrittura affine al nostro modo di parlare e di pensare; ma anche energico e dirompente, incalzante.
Come dev’essere letto? Come il grido di una generazione e, allo stesso tempo, dei giovani di ogni tempo. La sua grandezza risiede in questo: nel dare una voce ad ogni ragazzo o ragazza che non trova il proprio posto nel mondo e che non si accontenta di vivere lungo binari precostruiti, ma che ha bisogno di sperimentare nuove strade e di vivere davvero, di toccare il mondo con mano e di vederlo con i propri occhi. Un monumento al bisogno di buttarsi nella vita a capofitto che, ovviamente, non può non far venire voglia di partire.

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