Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

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Divagazione: la bellezza è immediata?

Ogni tanto capita di leggere frasi che lì per lì non ci dicono niente o che, magari, qualcosa ci dicono, ma un “qualcosa” con cui non siamo affatto d’accordo, e che, però, entrano silenziosamente nella nostra testa e continuano a tornarci in mente. Noi continuiamo a vivere le nostre vite come se niente fosse finché, un giorno, non ci scopriamo d’accordo con quelle parole. Può darsi che abbiamo iniziato a leggerle da un punto di vista diverso e ad attribuire loro tutto un altro significato oppure che siamo maturati arrivando a scoprire che è vero quello che non credevamo lo fosse, in ogni caso sembra quasi che una parte di noi avesse sempre saputo che prima o poi quella frase ci sarebbe tornata utile e l’avesse tenuta da parte fino al momento giusto.
A me è successo con una frase di Carlo Rovelli. Stavo ascoltando l’audiolibro di “Sette brevi lezioni di fisica” e mi è rimasta impressa. È questa: “Ci sono sono capolavori assoluti che ci emozionano intensamente, il Requiem di Mozart, l’Odissea, la Cappella Sistina, Re Lear… Coglierne lo splendore può richiedere un percorso di apprendistato. Ma il premio è la pura bellezza. E non solo: anche l’aprirsi ai nostri occhi di uno sguardo nuovo sul mondo. La Relatività Generale, il gioiello di Albert Einstein, è uno di questi”.

Noi siamo abituati a pensare che la bellezza sia una cosa immediata. Che, se c’è, si dà e che, se non la percepiamo, è perché non c’è. Almeno non per noi. Quando guardiamo un quadro possiamo coglierne la bellezza e pensare che il quadro sia bello o che sia in linea con i nostri gusti, oppure possiamo non coglierla e pensare che sia brutto o che non sia fatto per noi. La stessa cosa può capitare con una poesia o con una persona. Pensiamo che, se una cosa è bella, si vede.
Non ci capita mai di pensare che la bellezza possa non darsi subito, possa essere nascosta, possa addirittura richiedere uno sforzo, da parte nostra, per essere trovata e capita – come se l’unica forma d’amore fosse l’amore a prima vista; come se l’amore che nasce dallo scoprirsi e dall’imparare ad apprezzarsi un po’ di più ogni singolo giorno, anche quando pensiamo che qualcosa non potrà mai piacerci, non esistesse.
E, invece, l’amore richiede un percorso di apprendistato. Che si tratti di una persona, di una poesia, di un quadro, esiste un tipo di bellezza che non si offre subito. Che richiede da noi sforzo e dedizione prima per conoscere, poi per capire, per creare un legame ed infine per innamorarci.

Oggi voglio parlarvi della poesia. Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con il genere e ce l’ho tuttora. Come tutti, ho iniziato a leggere con i romanzi e mi sono innamorato subito di questo mondo – altrimenti ora non sarei qua a scrivere di letteratura. Quella dei romanzi è una bellezza immediata, anche se non mancano eccezioni e anche se non si può mai parlare di bellezza e di letteratura con la stessa oggettività con cui si potrebbe parlare di fisica.
Poco dopo aver scoperto i romanzi, ho iniziato a scrivere. E, manco a dirlo, ho iniziato a scrivere narrativa. Ho scatole piene di idee e di tentativi di racconti falliti, ma resta la cosa che più amo fare.
Poi, ad un certo punto, è cambiato qualcosa. Quasi in contemporanea ho iniziato a sentirmi incuriosito dalla poesia, quasi attratto, e a scriverla. Il perché ho iniziato a scriverla è molto semplice: avevo bisogno di una forma espressiva più personale della narrativa, in cui parlare di me come in un diario, e, allo stesso tempo, anche più breve, perché non avevo molto tempo da dedicare alla scrittura. Perché io abbia iniziato a sentirmi incuriosito dal leggere poesie, invece, non lo so neanche ancora adesso. Forse più o meno per lo stesso motivo, ovvero per cercare una forma in cui l’autore si esprimesse in modo più personale e diretto. Ma non saprei.
Fatto sta che la mia relazione con la poesia è stata a lungo (ed è tuttora) una storia d’amore e d’odio. Per un poeta che riusciva ad “arrivarmi” ce n’erano dieci che semplicemente “non mi dicevano nulla”. Ma quel singolo poeta che riusciva a risuonarmi dentro era capace di farmi provare emozioni così forti e di insegnarmi così tanto sulla vita e su me stesso da compensare tutti gli altri e far sì che la ricerca valesse la pena.

Mi sono sempre chiesto il perché di tutto questo. Perché io – come la maggior parte delle persone – ho sempre apprezzato molto più facilmente i romanzi delle poesie? Perché per un poeta che mi faceva battere il cuore ce n’erano dieci che mi annoivano a morte? Perché dei romanzi mi sono innamorato subito e della poesia, invece, solo lentamente?
La risposta è una sola. I romanzi hanno una bellezza immediata: contengono già al loro interno tutto quello che serve per capirli e per amarli. Non c’è bisogno di sapere qualcosa in più sulla vita dell’autore, sulla sua visione del mondo o sulla storia che sta dietro al libro che hai tra le mani per apprezzarlo. Certo, se conosci tutto questo avrai accesso a molta più bellezza, ma anche senza puoi tranquillamente goderti il tuo libro, emozionarti e capirlo.
Con la poesia, invece, no. Quella della poesia non è una bellezza immediata. E non lo è perché la poesia non è autosufficiente, non basta a se stessa. Per sua natura è un frammento – di un ricordo, di un emozione, di un pensiero – e lo spazio bianco che manca a riempire la riga ce lo ricorda. È incompleta. Serve molto di più per apprezzarla, per coglierne la bellezza.

Facciamo un esempio semplice, uno di quelli in cui quanto ho detto è meno vero. Ultimo frammento di Carver. Recita così:

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E che cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

La leggi e, molto probabilmente, ti piace. Per essere una poesia, ha una bellezza immediata. Poi scopri che Carver l’ha scritta a cinquant’anni, mentre era malato di cancro e sapeva che sarebbe morto nell’arco di pochi mesi. Scopri che è la sua ultima poesia e che è il bilancio della sua vita. Scopri che, per tutta la vita, aveva cercato l’amore, che aveva alle spalle un matrimonio fallito che gli aveva lasciato una ferita profonda e che solo alla fine aveva finalmente trovato quello che cercava. A questo punto la rileggi e ti sembra ancora più bella, come se fino a quel momento ti fossi limitato a sbirciare la bellezza che filtrava dalla serratura e adesso ti avessero spalancato le porte. E, se questo è vero per una poesia di Carver, scritta all’incirca trent’anni fa, è ancora più vero per una poesia di duecento, quattrocento, settecento anni.
In una poesia confluisce la vita di chi la scrive, insieme alla sua visione del mondo, al suo retroterra culturale e all’atmosfera che si respira nel suo tempo. A tutto questo, poi, si aggiunge la questione della lingua: se è scritta in una lingua diversa dalla nostra c’è il problema della comprensione o della traduzione; se è scritta nella nostra, può esserci quello del tempo, perché sappiamo benissimo che l’italiano di due secoli fa non è quello di oggi.
Se noi avessimo letto “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Leopardi senza un professore che ci introducesse alla sua bellezza e che ci spiegasse cosa ci sta dietro e con quali occhi leggerlo, ci avrebbe fatto lo stesso effetto? Vedere la bellezza in una poesia così non è immediato. Ci serve sapere, per esempio, che “facelle” significa luci e, in questo caso, stelle, se vogliamo leggerla senza fermarci ad aprire il vocabolario. Ci serve sapere qualcosa sulla vita di Leopardi, sulle esperienze che sono state importanti per lui, sulla sua visione del mondo e sulla persona che era. E più scopriamo, più dettagli disseminati nel testo siamo in grado di cogliere. Più bellezza ci viene svelata.

Tutto questo per arrivare a dire cosa? Che, secondo me, è vero che alcuni tipi di bellezza richiedono “un percorso di apprendistato”. Richiedono tempo, dedizione, fatica, impegno e studio. Sì, anche studio. Richiedono amore; richiedono cioè che con un atto di fede riponiamo il nostro amore in qualcosa di cui non siamo ancora in grado di cogliere la bellezza e ce ne innamoriamo prima di innamorarcene con la fiducia che, quando riusciremo a cogliere cosa si nasconde fra i versi, ne saremo ricompensati e scopriremo che la nostra fiducia non è stata mal riposta. Perché dico amore? Perché il tempo, la dedizione, la fatica e l’impegno di cui parlavo prima sono parte dell’amore. E perché credo che tutto questo possa essere vero anche per le persone.
Ne vale la pena: “Il premio è la pura bellezza”.

Divagazione: Alfred Tennyson a Camden Town

Siete mai stati a Camden Town? Lo chiedo perché io, nella mia ignoranza, ero già stato a Londra una volta senza neanche sapere che esistesse. Ci voleva la mia ragazza, Marta, per farmelo scoprire.

Come chi mi segue su Instagram saprà già, negli ultimi quattro giorni sono stato a Londra, in quello che è stato il mio ultimo (e, per quest’estate, unico) viaggio prima di tornare alla vita dello studente universitario. Il Diario di un Viandante, però, non è un blog di viaggi, perciò non vi racconterò nulla delle mie esperienze. O quasi.
Quando sono partito mi sono ripromesso di non comprare libri nuovi perché, avendo compiuto gli anni da poco, ho già sul comodino una pila di letture che mi aspettano. Ma voi siete intelligenti e con una premessa di questo tipo avrete già capito dove sto andando a parare. Tanto ormai “Questa volta non compro libri” è il nuovo “Stasera non bevo”.
I miei buoni propositi erano già titubanti sul nascere: una parte di me accarezzava l’idea di comprare un libro in inglese come ricordo del viaggio. Magari uno di poesia, in modo da non compromettere la coda di letture che mi aspettava a casa. Ancora meglio se di uno di quei poeti che in Italia si trovano di rado, come Shelley, Byron o Tennyson…
Tutti avrete letto il titolo in cima al post, quindi posso andare dritto al dunque: Camden Town. Per chi fosse ignorante quanto me, è un quartiere alternativo nella zona Nord di Londra. Al centro, vicino ad un canale attraversato da ponticelli pedonali e avvolto dalle fronde dei salici, accoglie un complesso di edifici in mattoni, con quei colori terrosi spenti tipici della città che ricordano i romanzi di Dickens. Al suo interno si sviluppa un mercato immenso e labirintico, in parte all’aperto in parte al chiuso, con bancarelle che vendono dischi in vinile, vestiti in stile etnico o punk-rock sia nuovi sia usati, collane fatte a mano, quadri e poster pop-art o di film anni ’90, il tutto avvolto in una sua atmosfera bohémien davvero affascinante.
C’erano anche bancarelle che vendevano cibi di diverse cucine. La cosa più bella, però, era vedere persone che esprimevano la propria arte in modo creativo e originale, liberamente e senza pretese, come una ragazza che dipingeva All-star bianche o una donna che disegnava su pagine strappate e ingiallite di vecchi libri. Ma questa è una divagazione nella divagazione.
Ovviamente in tutto questo c’era anche una libreria. Una piccola libreria indipendente portata avanti da un libraio che avrei voluto fotografare perché mi sembrava la perfetta sovrapposizione fra Herman Hesse e il libraio inglese da stereotipo. Teneva e vendeva libri per la maggior parte usati ed era in uno stanzino striminzito, ma ci avrei passato delle ore. Purtroppo, però, non avevo molto tempo. Così mi sono limitato alla sezione poesia. Cosa ho trovato? La raccolta completa dei lavori di Tennyson in un’edizione con copertina rigida che ho poi scoperto essere datata 1920.
Un libro usato, in inglese e di un poeta inglese, comprato in una libreria indipendente a Camden Town. Non so voi, ma io lo trovo poetico. Voi invece volete sapere chi sia Tennyson? Vi prometto che prima o poi ne parlerò.

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