Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Tag: La letteratura e la vita

La letteratura e la vita 9: Carver e l’amore

Mi dispiace riutilizzare una poesia di cui ho già parlato, ma è la più adatta per affrontare l’argomento di oggi, quello con cui voglio chiudere il progetto. E poi, da quando ne ho parlato per la prima volta questa “famiglia” è cresciuta molto, per cui è più che probabile che qualcuno non abbia mai letto il vecchio articolo. Nel caso, lo potete trovate qui.
La poesia in questione è “Ultimo Frammento” di Raymond Carver.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

Sogni e passioni sono una soluzione al problema del senso della vita. Ma ce n’è anche un’altra, che non esclude le prime due bensì, semplicemente, completa il quadro: l’amore. Ok, mi sento già in imbarazzo a parlarne. Dovete aiutarmi: non pensate male! Non state per sorbirvi uno sproloquio smielato, ve lo prometto.
Ad ogni modo, d’amore si tratta. Ultimo frammento è la poesia che preferisco sull’argomento. E lo è per molti motivi. Ad esempio perché è sincera. Oppure perché raccoglie al suo interno il bilancio di un’intera esistenza. Ma anche perché tratta il tema in modo sobrio e originale, ponendo l’accento sul bisogno umano di essere amati. E, infine, perché è scritta in modo semplice e preciso, senza lasciare spazio a vuota retorica (cosa che per fortuna Carver non ha mai fatto) ma usando comunque parole soppesate e scelte con cura. Mi emoziona sempre. E non poco.
Però, non è tutto: mi piace anche perché è una poesia che affronta il tema dell’amore in una prospettiva esistenziale. Qui non si parla di quanto il poeta soffra per amore o di quanto sia bello innamorarsi, si parla dell’amore come senso della vita. Nei suoi ultimi mesi, Carver ha capito che tutto ciò che aveva sempre desiderato era sentirsi amato. Che l’amore era la seconda metà di quella stella polare di cui aveva parlato appena qualche pagina prima. E che, alla fine, tutto quello che nella vita contava per lui era proprio l’amore.
Mi colpisce perché è la prova su carta di quello che vede un uomo quando, davanti alla morte, si guarda indietro. È una testimonianza di quello che secondo Carver conta veramente. Non c’è spazio per le ambizioni, non c’è spazio per il denaro o il successo, ma non c’è spazio neanche per i sogni né per la stessa letteratura. Non c’è spazio per i rimpianti e non c’è spazio per i rammarichi. C’è spazio solo per una cosa – che necessariamente deve essere la più importante. E per Carver questa cosa è l’amore.

È curioso come l’amore non possa risolvere il problema del senso della vita da un punto di vista razionale ma, al tempo stesso, ci riesca nella pratica. Cosa intendo dire? Che se senso significa anche scopo, l’amore non può essere il senso della vita, perché non è uno scopo – è una presenza. Non si lascia incasellare dalla ragione in nessuna cella concettuale fra quelle che fin qui abbiamo delineato. Eppure mi fa venire in mente una frase che Marquez ha scritto in “Memoria delle mie puttane tristi”: “la mia vita si riempì di lei”. Ed è proprio così, l’amore riempie la vita. E la riempie di qualcosa che oso chiamare “senso”.
Ma anche parlando di un concetto più semplice, come quello di felicità: sfido chiunque a trovare qualcosa capace di rendere felice un uomo quanto l’amore. Per lo meno nei primi mesi di un innamoramento. Niente ne eguaglia l’intensità.
Ma c’è una cosa ancora più bella, ed è che l’amore ha molte facce. No, non lo dico come frase fatta: sono seriamente convinto che l’amore si manifesti in molte forme oltre a quella “di coppia”. Potrei anche farvi degli esempi, ma non li faccio. Sono personali. Lascio a voi scoprire più sfaccettature possibili.

Questo è ciò che può dare un senso alla vita, secondo me: sogni, passioni e amore. Per lo meno, è ciò che ad oggi credo possa farlo. In futuro, chissà. La ricerca del senso della vita è un viaggio dal finale aperto.
Se c’è qualche affezionato che ha seguito la rubrica dall’inizio alla fine, colgo l’occasione per ringraziarlo: era da molto tempo che volevo condividere quello che ho imparato sul senso della vita durante l’adolescenza. Sapere che c’è qualcuno, in qualche parte del mondo, che è stato disposto a leggerlo è davvero gratificante. Perciò, grazie di cuore.
A questo punto non posso che ricollegarmi a ciò che mi ero riproposto all’inizio del progetto: non ho niente da insegnare a nessuno perché l’esperienza di ogni persona è unica e diversa da quella di tutte le altre. Ho scritto questi articoli nella speranza che potessero essere utili a chi mi assomiglia, a chi si pone le stesse domande che mi sono posto anch’io tra i sedici e i diciannove anni, e mi auguro di esserci riuscito. Se vi hanno fatto fare anche solo un passo avanti nella vostra ricerca, hanno raggiunto il loro scopo.

Grazie ancora.


La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.
La letteratura e la vita 3, qui.
La letteratura e la vita 4, qui.
La letteratura e la vita 5, qui.
La letteratura e la vita 6, qui.
La letteratura e la vita 7, qui.
La letteratura e la vita 8, qui.

La letteratura e la vita 8: Carver e la stella polare

Dal momento che di recente ho scritto un articolo sulle poesie di Carver, mi sono detto: “Perché no? Chiudiamo il progetto con Carver”. Originariamente avevo intenzione di farlo con Berserk, ma ho cambiato idea.
Verso la fine di Orientarsi con le stelle c’è un testo in prosa. S’intitola “La stella polare” ed è il racconto autobiografico di un episodio della vita del poeta. “Sarà stato nel ’56 o nel ’57”, Carver aveva tra i diciotto e i diciannove anni e lavorava come fattorino per un farmacista di Yakima. Un giorno si è ritrovato a dover fare una consegna ad un signore molto anziano, che lo ha invitato ad entrare in casa mentre cercava il libretto degli assegni. In salotto c’erano un sacco di libri e il giovane Ray non aveva mai visto una biblioteca personale in vita sua! Tra i volumi sparsi su un tavolino, c’era anche una rivista con su scritto “Poetry”.
Ai quei tempi il nostro amico scriveva già – o almeno ci provava – ma non aveva molta coscienza del mondo letterario intorno a sé. Non sapeva, ad esempio, a chi mandare una poesia per farla pubblicare ne come funzionasse l’editoria. Scriveva e basta, “ossessionato dall’idea di dover «scrivere qualcosa»”.
Quella rivista gli ha fatto capire che non era il solo a sentire quel bisogno. E gli ha anche indicato la strada per condividere con gli altri il suo lavoro. L’anziano signore si accorse della sua curiosità e glie la regalò, ignaro della catena di eventi a cui stava dando inizio. “Ti interessa la poesia? Perché non prendi anche la rivista? Magari un giorno scriverai qualcosa anche tu. Se è così, dovrai pur sapere dove mandarla”.
Da allora, la scrittura è stato il fil rouge della vita di Carver. La sua “passione”, potremmo dire.

Il brano s’intitola “La stella polare”. Perché? La stella polare non è una stella qualsiasi. È una stella che, dalla terra, si vede sempre nella stessa posizione – non si sposta mai. Per questo è stata usata anche dai marinai come punto di riferimento per secoli. Serve per orientarsi: se si punta verso di lei, si sta andando a Nord.
Per Carver, la poesia è stata una stella polare. Diciamocelo, la vita è un mare così vasto che può facilmente lasciare smarriti. Le possibilità sono tante e le scelte difficili. Ancora di più nell’età contemporanea, postmoderna, in cui tutte le grandi “narrazioni”, gli ideali e i valori che potevano costituire un punto fermo per l’uomo sono venuti meno. Per questo, abbiamo tutti bisogno di una stella polare, che brilli fissa anche nella notte, verso cui indirizzare la nostra rotta e che ci permetta di orientarci. È questo che ci serve per dare un senso alla vita.
Ma che cos’è una stella polare? Per Carver è stata la poesia. Generalizzando, una passione a cui dedicarsi. E per noi può essere lo stesso. Non importa quale passione – può essere la danza, la cucina o la scienza – quello che conta è che sia ciò verso cui punta la nostra bussola interiore.
Può anche essere un sogno, un obiettivo da realizzare. Non è poi così diverso: le passioni sono come strade che non sappiamo dove ci porteranno ma che vogliamo comunque percorrere; i sogni sono come destinazioni, che non sappiamo come raggiungere ma che vogliamo comunque raggiungere. Ma ogni meta implica una strada e ogni strada implica una meta, per cui, a livello pratico, non fa molta differenza: entrambe le soluzioni danno uno scopo alla nostra vita e ci forniscono un antidoto per quel senso di smarrimento che a volte ci schiaccia. Soddisfano la testa e soddisfano il cuore.
E voi, cosa ne pensate? Siete d’accordo?

“Allora non ero che un ragazzotto ingenuo, ma niente può spiegare o negare quel momento: il momento in cui la cosa di cui avevo maggior bisogno nella vita – chiamatela una stella polare, un punto di riferimento – mi si presento davanti per caso e con generosità. Nessun’altra cosa sia pure vagamente simile a quell’attimo mi è più accaduta da allora.”

Raymond Carver, La stella polare.


La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.
La letteratura e la vita 3, qui.
La letteratura e la vita 4, qui.
La letteratura e la vita 5, qui.
La letteratura e la vita 6, qui.
La letteratura e la vita 7, qui.

La letteratura e la vita 7: Intermezzo

Allora, eccoci di nuovo qua. Il progetto “La letteratura e la vita” ha saltato due settimane ma ora è tornato ed è pronto a volgere verso la conclusione. Lo so, lo so, vi devo delle spiegazioni. Come mai questa latitanza? Il fatto è che, nonostante avessi pianificato tutta la serie di articoli dall’inizio alla fine, ad un tratto alcuni dei testi che avevo scelto non mi soddisfacevano più. Così ho preferito prendermi un po’ di tempo per cercare testi migliori. Li ho trovati? Non proprio. E allora perché sono qui? Perché non mi piaceva l’idea di far passare troppo tempo senza darvi notizie. E anche perché avevo alcune cose da dire prima di addentrarmi nella sezione conclusiva del progetto.

Il problema che abbiamo affrontato finora – quello del senso della vita – secondo me ha due facce. Una è quella filosofica, che consiste in una riflessione razionale sul valore della vita,  sulla sua mancanza di scopo, sulle implicazioni di questo e sulle possibili soluzioni. L’altra è quella psicologica. Ora, premesso che né la filosofia né la psicologia sono i miei settori e che, quindi, parlo solo per esperienza personale, che cosa voglio dire quando mi riferisco alla faccia psicologica del problema? In realtà è piuttosto semplice: la consapevolezza del fatto che la vita sia priva di senso e che quando moriremo sarà come se non fossimo mai esistiti non è una consapevolezza leggera con cui fare i conti (anche Nietzsche parlava del peso psicologico della morte di Dio). Provoca tutta una serie di conseguenze, come smarrimento, confusione, inquietudine e tristezza (va bene, va bene, scritto così sembra il foglio illustrativo di un medicinale – sintomatologia della morte di Dio. Attenzione, potrebbe causare effetti collaterali – ma mi divertiva).
È uno stato d’animo che si avvicina al mal di vivere di Montale, allo spleen di Baudelaire e al tedio di Leopardi e su cui la letteratura ci ha lasciato numerose pagine. A volte con il nome di angoscia, altre con quello di disagio, sempre seguiti dalla parolina “esistenziale” che ci ricorda che hanno a che fare con il senso della vita e con la condizione umana. Io, per quanto mi riguarda, l’ho sempre chiamato “crisi”.
Ordunque, qual’è il punto, miei cari bucanieri? Il punto è che, se le cose stanno così, risolvere il problema del senso della vita non significa soltanto cercare quel cavillo teorico che salva l’esistenza dalla sua vanità, ma anche una soluzione pratica che faccia sparire questo stato d’animo e ci faccia pensare “Ecco, sono soddisfatto della mia vita – non sto vivendo invano”. In altre parole, da qui in avanti la strada della ragione si intreccia con quella del cuore e una qualsiasi risposta deve essere approvata da entrambe le facoltà. L’obiettivo non sarà più la verità, ma l’efficacia: due concetti che appartengono a due piani diversi.
Va da sé che se il problema è anche psicologico, allora la soluzione non potrà che essere soggettiva. Quello che funziona per me, potrebbe non funzionare per te e viceversa. Mi vengono in mente le parole che Woody Allen fa pronunciare a Gertrude Stein in Midnight in Paris: “Compito dell’artista non è soccombere alla disperazione, ma trovare un antidoto per la futilità dell’esistenza”. E io direi che questo potrebbe essere il compito di ogni uomo. Certo, un artista ha una responsabilità diversa: non deve trovare un rimedio solo per se stesso ma anche per gli altri. Eppure anche noi persone normali non siamo esonerati dal farlo.

Quindi: come andrà avanti il progetto d’ora in poi? Ogni articolo proporrà una possibile soluzione – tratta da quelle che ho conosciuto in prima persona e che hanno funzionato per me. Saranno due o tre, adesso deciderò. Dopodiché il progetto sarà finito. Ma, siccome stiamo parlando di un problema sempre suscettibile di revisioni, messe in discussione, dubbi, ritrattazioni e scoperte, il progetto in un certo senso resterà aperto: qualora dovessi trovare nuove soluzioni o accorgermi che una di quelle proposte non funziona come pensavo, usciranno nuovi articoli. E va be’, ovviamente nel frattempo riprenderanno/continueranno le rubriche normali. Ça va sans dire.


La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.
La letteratura e la vita 3, qui.
La letteratura e la vita 4, qui.
La letteratura e la vita 5, qui.
La letteratura e la vita 6, qui.

La letteratura e la vita 6: Edgar Lee Masters e il secondo “ma”

Allora, allora, allora, lo scorso post e questo sono strettamente collegati! Quindi, dritti al dunque: dove eravamo rimasti? No, non spaventatevi, so che dei miei riassunti ne avete le scatole piene. A questo punto do per scontato che, se siete qui, avete letto i post precedenti. Altrimenti potete rimediare qui.

Tornando a noi: ci stavamo chiedendo quale fosse il senso della vita. E abbiamo scoperto che, anche se un giorno moriremo risolvendoci nel nulla, la vita non perde il suo valore.
Ma lo scopo? Qual’è lo scopo della vita? Perché esistiamo? Difficile da accettare, ma lo sappiamo già: la vita non ha uno scopo. Non esiste nessun dio che possa averla creata con un fine. E allora?
E allora qualcuno ha avuto un’intuizione. Uno a caso. Indovinate chi? Nietzsche, che ha capito che se la vita non ha uno scopo non è una cosa così brutta perché, in questo modo, l’uomo può essere libero di dargliene uno. “DARE UN SENSO – questo compito resta assolutamente da assolvere, posto che nessun senso vi sia già” (Frammenti postumi 1887-88).
Certo, un uomo potrà dare uno scopo solo alla sua vita e non all’esistenza dell’intero universo. È vero. Ma questo è un problema? Significherà solo che questo scopo sarà relativo, cioè valido soltanto per l’uomo che se lo è posto; non che non sarà valido affatto.

Ma perché bisogna dare uno scopo/un senso alla vita? Perché “una vita senza senso è la tortura / dell’inquietudine e del vano desiderio – / è una barca che anela al mare eppure lo teme”. Sono le parole che Edgar Lee Masters ha usato nella poesia George Gray.
Se non diamo un senso alle nostre vite, saremo perennemente schiacciati dal peso della loro inutilità e della vanità del tutto e vivere sarà per noi una tortura fatta d’inquietudine. Non solo: siamo esseri teleologici, la nostra natura è quella di desiderare, di darci degli obiettivi e di agire in vista di essi. Senza uno scopo, saremo tormentati dal “desiderio vano”, cioè da un desiderio che non sa dove rivolgersi ma che ha ugualmente bisogno di desiderare. A maggior ragione se consideriamo che, senza uno scopo, non sapremo che direzione dare alle nostre vite.
In molti lo hanno detto: la natura dell’uomo è quella di desiderare, di volere, di porsi sempre nuovi traguardi ogni volta che ne raggiunge uno. Il problema è che la maggior parte di questi hanno visto l’avere sempre un nuovo scopo come una tortura, perché fa sì che l’uomo non sia mai appagato. Ma si sono sbagliati, perché la vera tortura non è tanto avere sempre nuovi desideri, quanto non averne.

Ma bando alle ciance, voi volete la poesia! Vi accontenterò. Una poesia speciale, che raccoglie quello che abbiamo detto negli ultimi due post: il valore della vita e il bisogno di darle uno scopo. A voi:

Edgar Lee Masters – George Gray

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, e io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio-
è una barca che anela al mare eppure lo teme.


La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.
La letteratura e la vita 3, qui.
La letteratura e la vita 4, qui.
La letteratura e la vita 5, qui.

La letteratura e la vita 5: Walt Whitman e il primo “ma”

Il post di oggi sarà diverso dal solito. Questa volta non avremo una poesia come punto di partenza, ma come punto d’arrivo.

Ormai il riassunto degli episodi precedenti è una tradizione. La settimana scorsa ci eravamo lasciati in una situazione senza speranze: dopo aver scoperto che il tempo scorre inarrestabilmente cancellando ogni cosa e che anche noi esseri umani siamo destinati a morire e a risolverci nel nulla, ci siamo chiesti quale senso avesse la vita. E il buon Leopardi ci ha aiutato a sviluppare la domanda, facendoci intuire che, con questa strana parola “senso”, stiamo in realtà cercando due concetti ben più concreti: lo scopo e il valore della vita.
A questo punto facciamo un ragionamento. Vi ricordate l’ipotesi nichilistica che avevamo introdotto in uno dei primi articoli? Bene, è arrivato il momento di rispolverarla. I punti cardine sono due: uno, Dio non esiste e, due, non ci sarà nessuna vita dopo la morte.
Però, se un Dio non esiste significa che né l’universo né noi siamo stati creati con uno scopo e che, al contrario, siamo solo il prodotto di una serie casuale di cause. La diretta conseguenza di questo è che la vita non ha uno scopo. Ce lo aveva detto anche Leopardi: “Uso alcuno, alcun frutto indovinar non so”. Ma non finisce qui. Se non esiste nessuna vita dopo la morte, quando moriremo non esisteremo più e ogni nostra traccia sulla terra sarà presto o tardi cancellata dal tempo. Quindi sarà come se non fossimo mai nati. E, perciò, la vita non ha nemmeno valore.
Almeno, così sembrerebbe.

Ma…

Ogni appassionato del Trono di Spade (cioè, grossomodo, il novanta per cento degli esseri umani) conoscerà la frase: “Una volta mio fratello mi disse che tutto ciò che viene prima della parola “ma” non conta niente”. L’ha pronunciata Benjen nel terzo episodio della prima stagione.
Da cosa vogliamo partire? Dal valore o dal fine?
Scelgo io: dal valore. Noi esseri umani abbiamo tutti una stramaledetta abitudine: quella di valutare le cose dopo che si sono concluse. Vi faccio un esempio: immaginate di avere una relazione. Siete fidanzati con una persona che amate e restate insieme per diverso tempo, ipotizziamo qualche anno, finché un giorno non vi lasciate. Vi sembrerà di aver sprecato una parte importantissima della vostra vita che non tornerà più indietro per camminare lungo un vicolo cieco e a questo punto vi chiederete: ma che senso ha avuto?
Personalmente, io credo che valutare una relazione dopo che si è conclusa non sia il punto di vista migliore da cui porsi. Il fatto che sia finita non cancella un altro fatto molto più importante, e cioè che c’è stata. Che c’è stata e che l’avete vissuta. E che mentre c’eravate dentro ogni cosa aveva un valore, un emozione e un senso. Il tempo che avete trascorso insieme a quella persona per voi è stato importante, così come per voi è stato importante tutto quello che avete fatto in due e l’affetto che vi siete scambiati. Il modo in cui è finita non è retroattivo: non ha il potere di cambiare il significato di quello che c’è stato e di quello che avete provato nel momento in cui lo stavate vivendo.

Lo stesso discorso vale con la vita: tendiamo a valutarla ponendoci in un punto di vista dopo la morte, sia che siamo credenti sia che non lo siamo, e a giudicare il suo valore in base al fatto che esisteremo ancora o che non esisteremo più. Ma questo è un punto di vista inefficace.
Dobbiamo fare tutti un cambio di prospettiva e metterci a valutarla da dentro, perché solo così restituiremo alla vita il suo valore. La vita ha senso mentre la viviamo: ogni cosa, grande o piccola, ha per noi una sua importanza che qui ed ora esiste. Il fatto che si perderà nel tempo, non intacca il momento che stiamo vivendo, né tutti gli altri che abbiamo vissuto o che vivremo. Solo dopo che saremo morti la vita perderà il suo significato, ma a noi quello che succederà dopo non interessa perché i nostri bilanci li faremo prima e perché tanto non ci saremo.
Se adesso appena smetto di scrivere sbatto il mignolo del piede contro una gamba del tavolo, mi farà male. Ed è vero che fra cent’anni, quando non ci sarò più, questo dolore non avrà alcun valore, ma adesso, cavolo, mi farà male! Lo stesso vale per questo post: il giorno in cui lo pubblicherò sarò agitato per quello che ne penserete, ma sarò anche incredibilmente soddisfatto. Ed è vero che questa soddisfazione un giorno non avrà più valore, ma adesso, per me, ne ha eccome.

Parlando, ho sentito molti amici fare ragionamenti di questo tipo: tra un centinaio d’anni tutti noi saremo morti e tra centocinquanta saremo stati anche tutti dimenticati, allora che senso ha vivere? Aggiungo io: mettiamo caso anche che uno di noi si sia distinto in un qualche campo e che, per questo, venga ricordato. Tra mille o due mila anni sarà stato dimenticato pure lui. E, anche se così non fosse, sicuramente prima o poi il suo ricordo si perderà. Tutto questo è vero. Ma non dobbiamo chiederci che valore avrà ciò che abbiamo fatto nella vostra vita dopo che sarete morti, perché non ne avrà nessuno, bensì che valore ha adesso, che valore ha per noi finché siamo vivi.

Conclusione? Dobbiamo cambiare punto di vista. Smetterla di posizionarci dopo la morte per valutare la vita, iniziare a posizionarci dentro la vita stessa e valutarla da qui. Solo così la vita riacquista il suo valore, un suo valore intrinseco, che non viene minimamente intaccato dal fatto che un giorno finirà. E solo così riusciremo a capire cosa intendeva lo zio Walt quando ha scritto la sua risposta ad una domanda che, nonostante il modo in cui era formulata, in fin dei conti è la stessa che ci stiamo ponendo noi e che si è posto anche Leopardi.

Walt Whtiman – Oh me! Oh vita!

Oh me! Oh vita! Di queste domande che ricorrono,
Degli infiniti cortei di infedeli, di città gremite di stolti,
Di me stesso che sempre mi rimprovero, (Perché chi più stolto di me, chi più infedele?)
Di occhi che invano bramano la luce, degli scopi meschini, della battaglia sempre rinnovata,
Dei poveri risultati di tutto, delle sordide folle ansimanti che vedo intorno a me,
Degli anni inutili e vuoti del resto, io intrecciato col resto,
La domanda, ahimé!così triste, ricorrente
-Cosa c’è di buono in tutto questo, oh me, oh vita?

Risposta:
Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità,
Che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un verso.

P.S. Vi prometto che quando questo progetto sarà finito parlerò anche di altre poesie di Walt Whitman che non sono questa.


La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.
La letteratura e la vita 3, qui.
La letteratura e la vita 4, qui.
Continua la lettura, qui.

La letteratura e la vita 4: Leopardi e la domanda

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia – Giacomo Leopardi

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

Silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

Contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga

Di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

Di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

La vita del pastore.

Sorge in sul primo albore

Move la greggia oltre pel campo, e vede

Greggi, fontane ed erbe;

Poi stanco si riposa in su la sera:

Altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,

Mezzo vestito e scalzo,

Con gravissimo fascio in su le spalle,

Per montagna e per valle,

Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

L’ora, e quando poi gela,

Corre via, corre, anela,

Varca torrenti e stagni,

Cade, risorge, e più e più s’affretta,

Senza posa o ristoro,

Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

Colà dove la via

E dove il tanto affaticar fu volto:

Abisso orrido, immenso,

Ov’ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,

Ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

Per prima cosa; e in sul principio stesso

La madre e il genitore

Il prende a consolar dell’esser nato.

Poi che crescendo viene,

L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre

Con atti e con parole

Studiasi fargli core,

E consolarlo dell’umano stato:

Altro ufficio più grato

Non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura,

Perché da noi si dura?

Intatta luna, tale

E’ lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

Rida la primavera,

A chi giovi l’ardore, e che procacci

Il verno co’ suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

Che son celate al semplice pastore.

Spesso quand’io ti miro

Star così muta in sul deserto piano,

Che, in suo giro lontano, al ciel confina;

Ovver con la mia greggia

Seguirmi viaggiando a mano a mano;

E quando miro in cielo arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco ragiono: e della stanza

Smisurata e superba,

E dell’innumerabile famiglia;

Poi di tanto adoprar, di tanti moti

D’ogni celeste, ogni terrena cosa,

Girando senza posa,

Per tornar sempre là donde son mosse;

Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,

Giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,

Che degli eterni giri,

Che dell’esser mio frale,

Qualche bene o contento

Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,

Che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d’affanno

Quasi libera vai;

Ch’ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

Tu se’ queta e contenta;

E gran parte dell’anno

Senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

E un fastidio m’ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perché giacendo

A bell’agio, ozioso,

S’appaga ogni animale;

Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale

Da volar su le nubi,

E noverar le stelle ad una ad una,

O come il tuono errar di giogo in giogo,

Più felice sarei, dolce mia greggia,

Più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:

Forse in qual forma, in quale

Stato che sia, dentro covile o cuna,

E’ funesto a chi nasce il dì natale.

L’articolo di oggi sarà il punto di svolta del nostro ragionamento. Lo affrontiamo con Leopardi, che si contende con Walt Whitman il prestigioso titolo di mio poeta preferito.
Inizio con una premessa: per tutte le poesie che abbiamo trattato ci sarebbero state moltissime cose da dire. Io, per questo mio progetto, ho deciso di concentrami su un solo aspetto per ciascuna: quello che serve ai fini del nostro ragionamento. Va da sé che svariati punti, anche molto importanti, sono stati e saranno lasciati fuori. E questo sarà vero soprattutto nel caso della poesia di oggi. Per comodità ho grassettato le parti della poesia su cui ci concentreremo, anche perché so bene che, a chi la legge per la prima volta, può sembrare molto lunga.

Ora addentriamoci nel discorso. Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia ha due delle caratteristiche che amo di più in una poesia: una riflessione profonda, sentita e sincera, e delle immagini evocative.
Nelle puntate precedenti abbiamo ragionato intorno ad alcuni fatti. Primo, che il tempo scorre in modo inarrestabile cancellando lentamente ogni cosa. Secondo, che noi non siamo esenti da questa regola: anche noi, presto o tardi, moriremo e saremo cancellati dal tempo. E terzo, che dopo la morte ci risolveremo nel nulla, come prima della nostra nascita.
A questo punto viene spontaneo porsi una domanda: ma se quando moriremo cesseremo di esistere e, per noi, sarà come se non fossimo mai nati, allora che senso ha vivere? D’altronde, morire domani o morire fra trent’anni non fa alcuna differenza se tanto svaniremo comunque nel nulla.
Questa stessa domanda se l’è posta anche Leopardi, che a porsi domande non era secondo a nessuno. No no, guardate che è una grande qualità, anche se nella maggior parte dei casi non aiuta a vivere sereni e felici. In questa poesia in particolare la pone alla Luna: è lei che sceglie come sua interlocutrice, una Luna distante e muta che, ovviamente, non risponde. E cosa le chiede? Leggiamo: “Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?”
Noi ci chiediamo “Qual’è il senso della vita?”, ma poi potremmo chiederci “Che cosa significa la parola senso? Cos’è questa proprietà del senso che la vita può avere o non avere?”. Calma, a lasciarci andare in un ragionamento troppo astratto rischiamo di fare la fine di un palloncino pieno d’elio che si perde nell’atmosfera. Rimaniamo con i piedi per terra. Leopardi sdoppia la domanda e usa parole molto più concrete: prima chiede “A che vale al pastore la sua vita […]?”, cioè: qual’è il valore della vita dell’uomo? E, poi, “ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?”, vale a dire: qual’è lo scopo sia della vita dell’uomo sia dell’esistenza dell’intero universo? Valore e scopo, concetti molto più concreti e più facili da gestire rispetto alla parola senso che rischia di trarci in inganno. Dal mio canto penso che valga l’equazione valore + scopo = senso, perciò è su questo che dobbiamo concentrarci se vogliamo trovare il senso della vita.

E adesso? Leopardi ha passato la sua vita a cercare di rispondere alla domanda, ma alla fine ha dovuto ammettere “Uso alcuno, alcun frutto indovinar non so”. Dove “uso” e “frutto” stanno per scopo. In un’altra poesia intitolata “A se stesso” scriverà queste parole: “Non val cosa nessuna / i moti tuoi”, rivolgendosi al suo cuore. Niente scopo e niente valore, quindi.
Non esiste nessun Dio che possa aver creato tutto questo per un fine e, quando moriremo, sarà come se non fossimo mai nati. Quindi? Qual’è il risultato? Il risultato è uno solo: che la vita non ha senso. O, per restare in tema, il risultato è “l’infinita vanità del tutto” (Leopardi, A se stesso).

Questo articolo è giunto al termine. Certo, ci ha portato ad una conclusione, ma in fin dei conti il suo nucleo centrale resta una domanda. Una domanda a cui, dalla prossima settimana, inizieremo a cercare una risposta! Mi raccomando, fatemi sapere cosa ne pensate. Per quanto mi riguarda, non vedo l’ora di pubblicare il prossimo articolo.

La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.
La letteratura e la vita 3, qui.

La letteratura e la vita 3: Shakespeare, il nulla e l’incoscienza

Monologo di Prospero ne “La Tempesta” – William Shakespeare

I nostri spettacoli adesso sono finiti. Questi nostri attori,
Come vi avevo anticipato, erano tutti spiriti, e
Si sono dissolti nell’aria, nell’aria sottile:
E, come la fabbrica senza fondamento di questa visione,
Le torri incappucciate di nubi, gli splendidi palazzi,
I templi solenni, lo stesso grande globo
E tutto quello che contiene dovranno dissolversi
e, com’è svanito questo spettacolo inconsistente,
non lasciarsi alle spalle nemmeno un rimasuglio.
Noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni
e la nostra breve vita è circondata dal sonno.

Eccoci arrivati al terzo articolo della serie. Questa volta non prendiamo in considerazione una poesia, non in senso stretto per lo meno, ma un estratto di un monologo di un’opera teatrale, “The Tempest” di William Shakespeare. In realtà, però, anche questo brano è scritto in versi, così come la maggior parte della produzione di Shakespeare, perciò resta in linea con gli altri articoli del progetto.
Bene, siamo quasi arrivati alla svolta e iniziamo ad aver già un po’ di carne al fuoco. A questo punto urge un riassuntino! Posso già sentire le vostre grida di gioia. Immaginate che compaia in sovrimpressione la scritta “negli episodi precedenti”.
Dove eravamo rimasti? Percy Bysshe Shelley ci ha ricordato che il tempo scorre inesorabilmente cancellando ogni cosa, anche quelle che sembrano eterne, e D’annunzio, in un momento della sua vita in cui era più sincero del suo solito, ci ha insegnato che anche noi esseri umani non siamo esenti da questa legge, perché siamo destinati a morire e a dissolverci nel nulla.
Fine del riassuntino. Rapido e indolore. A questo punto entra in gioco Shakespeare.
De “La Tempesta” parlerò in futuro nella rubrica “I mondi della narrativa“. Qui mi limito ad una breve introduzione per permettere anche a chi non ne conoscesse nulla di capire meglio quello di cui parleremo. La Tempesta è l’ultima opera di Shakespeare, unanimemente considerata il suo testamento artistico. Nella trama, alcuni nobili italiani fanno naufragio su un’isola governata dal Mago Prospero che, quando recita il monologo che ho riportato, ha appena finito di intrattenere i suoi ospiti con uno spettacolo messo in scena attraverso la magia.

In Shakespeare i termini vita, teatro, sogno e magia vanno a braccetto in molte occasioni: il bardo dell’Avon ritiene infatti che il teatro, come un sogno, ci trasporti in un mondo al di fuori della realtà, a volte anche fantastico, magico appunto, e che qui ci faccia vivere un’esperienza. Alla fine dello spettacolo, nulla sarà cambiato: ci ritroveremo esattamente nel luogo da cui eravamo partiti, nelle stesse condizioni e nella stessa realtà. Lo spettacolo non ci avrà resi eroi, non avrà rovesciato le dittature degli usurpatori o delle regine cattive né ci avrà fatto sposare il principe o la principessa. Ma l’esperienza che avremo vissuto, come le esperienze reali, ci avrà fatto maturare, forse anche cambiare, lasciandoci una prospettiva nuova da cui guardare noi stessi, la vita e il mondo.
Ne “La Tempesta”, poi, il discorso si spinge oltre. Ogni spettacolo teatrale mette in scena una realtà che esiste solo per il tempo della sua rappresentazione e che svanisce nel nulla appena viene calato il sipario. Questo è ancora più vero nel caso dello spettacolo di Prospero, in cui gli attori erano spiriti che si sono letteralmente “dissolti nell’aria” non appena hanno portato a termine il loro dovere.
E che cosa ci dice Shakespeare? Ci dice che noi non siamo diversi da questi spettacoli, che la vita non è diversa dal teatro. Come la realtà dello spettacolo (“la fabbrica senza fondamento di questa visione”), con la sua ambientazione, i suoi personaggi e i suoi eventi, si è dissolta nel momento in cui la rappresentazione si è conclusa, così anche la nostra realtà, quella materiale, insieme a tutto ciò che contiene, dovrà dissolversi senza lasciarsi alle spalle nemmeno il più piccolo rimasuglio.
Fin qui, niente di nuovo. Ma Shakespeare continua. “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni / e la nostra breve vita è circondata dal sonno”. Questi versi li conoscevate vero? Credo sia una delle frasi più citate della storia della letteratura. Il problema è che vengono sempre citati da soli, mentre solo alla luce di quanto Shakespeare ha scritto prima assumono significato. Ma tranquilli, non è colpa vostra, sono le ragazze su Facebook/Instagram che non scrivono mai tutto il monologo sotto le foto.
Scherzi a parte, “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni” perché siamo inconsistenti ed effimeri e, come i sogni, destinati a svanire nel nulla in un momento ben preciso, quello della nostra morte.
“E la nostra breve vita è circondata dal sonno”. Ma perché il sonno? Facciamo un breve ragionamento. Cosa eravamo prima di nascere? Non lo sappiamo. Se prendiamo per vere le ipotesi dell’ateismo su cui ho impostato il lavoro, non esistevamo. Ma, anche se fossimo esistiti in qualche forma, non ce n’è rimasto ricordo perché non eravamo coscienti. E dopo la morte? Quando moriremo il nostro cuore si fermerà, smettendo di pompare il sangue nelle vene. Al nostro cervello non arriverà più nutrimento e così smetterà di funzionare. E, smettendo di funzionare, smetterà anche di stanziare la mente e, con essa, la coscienza, cioè la facoltà di essere presenti a noi stessi, di essere consapevoli di esistere. Risultato? Non solo non esisteremo più come mente pensante, ma non sapremo neanche di non esistere più. Saremo incoscienti, come quando dormiamo in un sonno profondo e senza sogni.
Per questo Shakespeare dice che la nostra breve vita è circondata dal sonno: perché il sonno è uno stato di incoscienza. Quando noi dormiamo e non stiamo sognando, la nostra coscienza è spenta. Non pensiamo e non siamo più presenti a noi stessi, addirittura non sappiamo nemmeno più se esistiamo o no. Non abbiamo neanche la percezione del tempo, tant’è vero che quando ci svegliamo ci sembra sia passato un istante da quando ci siamo addormentati. Tranne nelle notti insonni, brutta cosa le notti insonni.

Anche questa volta abbiamo aggiunto un tassello al nostro ragionamento, andando a discutere dell’incoscienza che segue alla morte se non esiste un anima. Spero che l’articolo vi sia piaciuto. Siete tutti caldamente invitati a farmi sapere cosa ne pensate qui nei commenti, in direct su instagram o per e-mail. Non mangio nessuno, giuro!
Adesso sono anche impaziente di scrivere un articolo su “La Tempesta” al di fuori del progetto, per parlarne non solo da un punto di vista filosofico ma anche letterario e artistico.
Ci rivediamo la prossima settimana con il quarto articolo! Sarà un momento di svolta nel nostro percorso: per la prima volta tireremo le somme e ci porremo una domanda, anzi la domanda. Dopodiché il nostro scopo sarà quello di trovare una risposta.


La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.

Continua la lettura qui.

La letteratura e la vita 2: d’Annunzio e la morte

Qui giacciono i miei cani – Gabriele d’Annunzio

Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.

Per scrivere un post su d’Annunzio devo darmi una pacca d’incoraggiamento da solo. Non è esattamente il mio poeta preferito. Anzi, tutt’altro. Un uomo finto, artefatto, che si è costruito un personaggio e ha passato la vita a recitarlo nel bisogno di sembrare di più di quello che era.
Forse, però, è lui stesso la vittima: non credo sia mai stato capace di accettarsi. Può darsi che il personaggio, le manie di protagonismo e il bisogno di ostentare fossero solo un disperato tentativo di sentirsi degno d’affetto e di guadagnarsi l’ammirazione altrui.
Resta il fatto che non amo quello che scrive. Le sue poesie mi sembrano superficiali e finte quando, per i miei gusti, la sincerità in poesia è tutto. I contenuti non si salvano, ma lo stile? idem. Ha uno stile eccessivamente elaborato che probabilmente, nei suoi piani, doveva avere un sapore aristocratico e intellettuale quando in realtà risulta solo anacronistico e pesante.

Ma bando alle ciance, non mi piace parlare male delle persone. Se ho deciso di scrivere un articolo su di lui, un motivo ci sarà! E, infatti, in tutta la sua produzione, c’è un testo diverso dagli altri. S’intitola “Qui giacciono i miei cani” ed è, probabilmente, l’ultima poesia che ha scritto. Abbozzata a matita nel 1935, è stata ritrovata fra le carte del Vittoriale dopo la sua morte e pubblicata postuma.
Un componimento cupo e di stampo nichilista, che colpisce perché sembra più sincero degli altri dello stesso autore, come se d’Annunzio, davanti alla morte dei suoi cani, avesse finalmente dismesso i panni del personaggio che si era costruito per scrivere una poesia autentica, lasciando da parte ogni artificiosità.
Possiamo supporre che in questa occasione D’annunzio si sia trovato per la prima volta a riflettere davvero sulla morte. E da questo confronto ne esce sconfitto. Lui, che in vita aveva cercato di essere tutto, getta la maschera e si definisce “uom da nulla”. Si è reso conto che gli ideali a cui aveva consacrato la sua vita, il superomismo (cattiva interpretazione del pensiero nietschiano), il vitalismo e l’estetismo, in realtà di fronte alla morte non valgono niente. E che, con questi, non valeva niente neanche la sua vita.

È la sconfitta di un uomo che si accorge di aver vissuto un’esistenza vana, ma, allo stesso tempo, è anche la sconfitta dell’uomo in generale. Perché sì, contiene riflessioni che, in fin dei conti, potrebbero valere per tutti.
E qui arriviamo a quello che interessa a noi. Vi ricordate come ci eravamo lasciati la scorsa settimana con l’articolo su Ozymandias di Percy Bysshe Shelley? Avevamo discusso del primo protagonista del nostro ragionamento, il tempo, che scorre inesorabilmente cancellando poco alla volta ogni cosa. Bene, da questa legge non è di certo esente l’uomo, che in confronto all’impero e alla gloria di Ramesse II appare fin troppo effimero. Ogni uomo, presto o tardi, è destinato a morire. “Valar Morghulis”, direbbe qualcuno. E questo, alla fine, lo aveva capito anche d’Annunzio, che ci dice che “la morte è tutto”, nel senso che è quello a cui tutti andiamo incontro.
Ma dopo la morte cosa verrà? Nessuno può dirlo. Questo dipende da quello in cui credete voi. Il progetto che ho in mente, però, si muove in una prospettiva atea, perciò non posso che rispondervi che dopo la morte viene il nulla. Il binomio morte/nulla è il secondo protagonista del nostro ragionamento e vi starete ormai accorgendo che questa poesia di D’annunzio lo introduce in modo eccellente.
L’approdo nichilistico viene sancito dagli ultimi due versi: “Ogni uomo sepellito / è il cane del suo nulla”, che significano che l’uomo di fronte al nulla è come un cane di fronte al suo padrone.

Anche per oggi ci fermiamo qui. Chi si fosse perso l’articolo precedente, lo può recuperare a questo link. La domanda “Ma dopo la morte cosa verrà?” sarà l’argomento principale del prossimo articolo, in cui punteremo ancora verso il basso, sempre più in profondità nella riflessione intorno al nulla e al nichilismo. La svolta arriverà con il quarto e, da quel momento in poi, viaggeremo in salita. Citando Liga, “il meglio deve ancora venire”.


La letteratura e la vita 1, qui.

Continua la lettura qui.

La letteratura e la vita 1: Percy Bysshe Shelley e il tempo

Ozymandias – Percy Bysshe Shelley

Incontrai un viaggiatore proveniente da un’antica terra
Che disse: “Due gambe di pietra immense e stroncate
Si ergono nel deserto. Vicino ad esse, sulla sabbia
Giace un volto mezzo sprofondato e distrutto, il cui cipiglio
E le labbra raggrinzite e il ghigno di fredda autorità
Rivelano che il suo scultore comprendeva bene quelle passioni,
Che ancora sopravvivono, stampate su queste pietre senza vita,
Alla mano che le imitò e al cuore che le alimentò.
E sul piedistallo appaiono queste parole:
“Il mio nome è Ozymandias, Re dei Re:
Guardate le mie opere, voi potenti, e disperate!”
Nient’altro rimane. Intorno alle rovine
Di quel rudere colossale, sterminate e spoglie
Le sabbie solitarie e piatte si estendono a perdita d’occhio.”

Ufficialmente questo esperimento che ho intitolato “La letteratura e la vita” è iniziato la settimana scorsa, ma il primo  articolo serviva solo a presentare il progetto. È con questo che faremo il primo passo del nostro viaggio. Perciò sedetevi qui vicino a me, ordinate qualcosa da bere e diamo inizio alla chiacchierata. Come al solito non preoccupatevi, non vi prenderà più di dieci minuti.

La poesia che avete letto è Ozymandias di Percy Bysshe Shelley, uno dei più importanti poeti romantici inglesi. Dicono che la poesia parli per immagini e infatti noi, al suo interno, troviamo alcune tra le immagini più iconiche del romanticismo: un viandante, che ritorna spesso nell’immaginario di chi si immerge in profondità alla ricerca di risposte su se stesso e sulla vita; e le rovine, circondate dalla sabbia, simbolo tangibile dello scorrere del tempo che distrugge ogni cosa.
Ed è proprio di questo che volevo parlarvi: del tempo. Ozymandias era un grande sovrano, un Re dei Re, e verosimilmente deve aver compiuto imprese maestose in vita. Eppure di lui resta solo una statua mezza crollata che sta venendo lentamente erosa dal vento e sommersa dalla sabbia, come è rimasto sommerso dalla sabbia anche il suo immenso impero. Con il tempo ogni cosa viene cancellata: gli uomini muoiono, gli imperi finiscono, le razze si estinguono e prima o poi, per dirlo con le parole di Ungaretti, “Anche il cielo stellato finirà”.
Ma voi sapete chi era Ozymandias? Perché, sì, è realmente esistito. Era il faraone Ramesse II, uno dei più potenti sovrani d’Egitto. Il suo nome non vi dice niente? Neanche a me. Nessuno dispera più guardando le sue opere. È anche questo che ci ricorda Shelley, che di ogni cosa, per quanto grande possa essere stata, si perderà anche il ricordo.
L’istinto di sopravvivenza nell’uomo è così forte da spingerci a desiderare la gloria perché, in fin dei conti, è la cosa più vicina all’immortalità a cui possiamo ambire. Ma l’uomo non può vivere in eterno e neanche la sua memoria. È destinata a perdersi, come si è persa quella di Ozymandias. Perfino l’arte e la letteratura che ci sono sempre sembrate eterne in realtà non lo sono: i quadri sbiadiscono, le statue crollano e i libri vengono perduti.

Va bene dai, per oggi fermiamoci qui che inizio a sentirmi il profeta dell’apocalisse. Vi è sembrato breve? Non vi preoccupate, il ragionamento riprenderà esattamente da dove lo abbiamo lasciato la settimana prossima.
Intanto colgo l’occasione per una comunicazione: da oggi è disponibile sul sito la possibilità di “seguire” il blog. Cosa vuol dire? Vuol dire che potete entrare a far parte della cerchia dei lettori fissi di diariodiunviandante.it. Il vantaggio per voi è che sarete aggiornati automaticamente via e-mail ogni volta che uscirà un nuovo articolo, quello per me è che potrò facilmente tenere il conto di quanti dei miei follower sono a tutti gli effetti attivi sul blog. Non male, no? Tra l’altro in questo modo posso aggiornare anche i lettori che non mi seguono sui social! Come potete fare per seguirmi? È semplice: andate nella pagina “Contatti”, inserite il vostro indirizzo e-mail nell’apposito spazio e cliccate il pulsante segui. A questo punto vi sarà inviata un’e-mail di conferma: dovrete aprirla, cliccare su “Conferma Segui” e il gioco è fatto.
Per sdrammatizzare vi saluto con una curiosità: Ozymandias è un personaggio molto citato in letteratura. Fra i lavori in cui compare ce ne sono due che mi mandano in estasi ogni volta che li leggo: Fight Club di Chuck Palahaniuk e Watchmen di Alan Moore. Se non li avete mai letti, andate a recuperarli.

P.S. La traduzione del testo l’ho fatta io, che non sono un traduttore. Se volete confrontarla con l’originale o con un’altra traduzione italiana, vi basta andare su Wikipedia.


Continua la lettura qui.

La letteratura e la vita 0: Cosa sarà?

Vi siete mai chiesti quale sia il senso della vita? E vi siete mai ritrovati a non sapere dove sbattere la testa per capirlo? O, addirittura, a non sapere quale direzione dare alla vostra vita perché ogni cosa vi sembra priva di valore?
Bene, io non ho la soluzione per voi. E lasciamo da parte queste strategie di comunicazione e di marketing che rischiano di farmi perdere di vista quella che invece è la cosa più importante quando si scrive: la sincerità.
A me, però, è capitato di pormi queste domande. Durante gli ultimi anni del liceo erano per me un chiodo fisso. Sentivo che non sarei riuscito a vivere una vita normale e nemmeno a scegliere quale strada prendere all’università, se prima non avessi trovato le risposte. Alla fine, però, ce l’ho fatta. E col senno di poi penso di poter dire di essere uscito dall’adolescenza con ancora un briciolo di sanità mentale.

Ora, le cose sono due: o sono l’unico ad essermi posto certo problemi e, probabilmente, così tanto sano di mente almeno in passato non lo sono stato; o c’è qualcun altro nel mondo che si è trovato e magari si trova tuttora nella stessa situazione. E a me piace pensare che sia vera la seconda.
Per questo ho sempre voluto raccontare quello che ho imparato sull’argomento. Spero, forse con un po’ di presunzione, che la mia esperienza possa essere utile a qualcuno che si sta ponendo le stesse domande che mi sono posto io. Se dovessi riuscire ad aiutarlo a fare anche solo un piccolo passo avanti nella sua ricerca personale, ne sarei felice.
Qui vorrei fare subito una premessa: parlo di “un passo avanti” non a caso. Non ho la presunzione di avere le risposte alle domande di nessuno perché ogni persona è diversa dalle altre e, quindi, quello che ha funzionato per me potrebbe non funzionare per voi. Quello che posso fare è condividere delle riflessioni e, nella migliore delle ipotesi, far scattare qualche rotella nella vostra testa, aiutandovi così a trovare le vostre risposte. Tentar non nuoce, no?

Questo ci porta al mio progetto: il “Diario di un Viandante” è un blog che parla di letteratura e, nonostante il nome, al momento la mia esperienza personale non fa parte degli argomenti trattati. E quindi, cosa ho in mente di fare? Semplice: vi racconterò cosa mi ha insegnato la letteratura sul senso della vita.
Il progetto che ho in mente è questo: sarà una serie di nove post (ne volevo fare sette, ma le cose non sono andate secondo i piani) ciascuno dei quali prenderà una poesia o un testo e svilupperà delle riflessioni sul senso della vita a partire da esso. I post si collegheranno fra loro, nel senso che quello che viene dopo svilupperà il ragionamento di quello uscito prima, perciò vi consiglio di leggerli in ordine. Ne uscirà uno ogni giovedì e saranno brevi, cinque-dieci minuti di lettura come al solito, quindi non spaventatevi. Inoltre, nel frattempo continueranno i post ordinari nella rubrica “Diario di lettura”, in modo che anche coloro ai quali dovesse non piacere questa idea possano trovare qualcosa di loro gradimento.

È un progetto a cui tengo molto, per questo vi chiederei, dopo ogni articolo, di mettere “mi piace” e di condividerlo sui social in modo che possa arrivare al più ampio numero di persone possibile. Come al solito ho bisogno di tutto il vostro aiuto per crescere. Ovviamente siete anche tutti invitati a farmi sapere cosa ne pensate: potete commentare qui sotto, inviarmi un e-mail all’indirizzo del blog che trovate nei contatti o scrivermi in direct su instagram. Non mangio nessuno, lo giuro!

Prima di concludere, volevo fare ancora alcune premesse. Prima di tutto, le poesie di cui parleremo possono essere considerate da molti punti di vista diversi. Noi, per i fini del nostro discorso, prenderemo in analisi solo alcuni aspetti, lasciandone invece fuori altri, anche molto importanti. In particolare gli aspetti puramente artistici-letterari saranno messi in secondo piano in favore di quelli più filosofici. Ma va bene, saranno trascurati solo per questo progetto e torneranno nei post successivi!
Secondo, le riflessioni che svilupperò saranno personali. Alcune volte saranno fedeli al testo, altre saranno più simili a voli pindarici. Perciò, se siete studenti del liceo e sperate di evitare di studiare leggendovi i post sul mio blog, mi dispiace dirvelo ma i vostri professori potrebbero non essere contenti.
Infine, non sono qui per mettermi a fare il predicatore o il guru del web. Siccome molto spesso chi esprime idee personali su un blog rischia di essere recepito come tale, ci tengo a precisarlo. Mi sto mettendo in gioco, ma nel momento in cui dovessi sentirmi una sorta di guru o accorgermi di venire recepito come tale, smetterò di farlo e tornerò ai vecchi articoli. Ma anche voi, aiutatemi: se strada facendo dovessi perdere quel poco di sana umiltà che non fa male a nessuno e diventare ridicolo, fermatemi!

Bene, la presentazione finisce qui. Spero che la mia idea vi piaccia! Fatemi sapere cosa ne pensate e fatelo in tanti, questa volta è fondamentale! Il primo articolo arriva giovedì prossimo.

Continua la lettura qui.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: