Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Tag: letteratura contemporanea

La letteratura e la vita 9: Carver e l’amore

Mi dispiace riutilizzare una poesia di cui ho già parlato, ma è la più adatta per affrontare l’argomento di oggi, quello con cui voglio chiudere il progetto. E poi, da quando ne ho parlato per la prima volta questa “famiglia” è cresciuta molto, per cui è più che probabile che qualcuno non abbia mai letto il vecchio articolo. Nel caso, lo potete trovate qui.
La poesia in questione è “Ultimo Frammento” di Raymond Carver.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

Sogni e passioni sono una soluzione al problema del senso della vita. Ma ce n’è anche un’altra, che non esclude le prime due bensì, semplicemente, completa il quadro: l’amore. Ok, mi sento già in imbarazzo a parlarne. Dovete aiutarmi: non pensate male! Non state per sorbirvi uno sproloquio smielato, ve lo prometto.
Ad ogni modo, d’amore si tratta. Ultimo frammento è la poesia che preferisco sull’argomento. E lo è per molti motivi. Ad esempio perché è sincera. Oppure perché raccoglie al suo interno il bilancio di un’intera esistenza. Ma anche perché tratta il tema in modo sobrio e originale, ponendo l’accento sul bisogno umano di essere amati. E, infine, perché è scritta in modo semplice e preciso, senza lasciare spazio a vuota retorica (cosa che per fortuna Carver non ha mai fatto) ma usando comunque parole soppesate e scelte con cura. Mi emoziona sempre. E non poco.
Però, non è tutto: mi piace anche perché è una poesia che affronta il tema dell’amore in una prospettiva esistenziale. Qui non si parla di quanto il poeta soffra per amore o di quanto sia bello innamorarsi, si parla dell’amore come senso della vita. Nei suoi ultimi mesi, Carver ha capito che tutto ciò che aveva sempre desiderato era sentirsi amato. Che l’amore era la seconda metà di quella stella polare di cui aveva parlato appena qualche pagina prima. E che, alla fine, tutto quello che nella vita contava per lui era proprio l’amore.
Mi colpisce perché è la prova su carta di quello che vede un uomo quando, davanti alla morte, si guarda indietro. È una testimonianza di quello che secondo Carver conta veramente. Non c’è spazio per le ambizioni, non c’è spazio per il denaro o il successo, ma non c’è spazio neanche per i sogni né per la stessa letteratura. Non c’è spazio per i rimpianti e non c’è spazio per i rammarichi. C’è spazio solo per una cosa – che necessariamente deve essere la più importante. E per Carver questa cosa è l’amore.

È curioso come l’amore non possa risolvere il problema del senso della vita da un punto di vista razionale ma, al tempo stesso, ci riesca nella pratica. Cosa intendo dire? Che se senso significa anche scopo, l’amore non può essere il senso della vita, perché non è uno scopo – è una presenza. Non si lascia incasellare dalla ragione in nessuna cella concettuale fra quelle che fin qui abbiamo delineato. Eppure mi fa venire in mente una frase che Marquez ha scritto in “Memoria delle mie puttane tristi”: “la mia vita si riempì di lei”. Ed è proprio così, l’amore riempie la vita. E la riempie di qualcosa che oso chiamare “senso”.
Ma anche parlando di un concetto più semplice, come quello di felicità: sfido chiunque a trovare qualcosa capace di rendere felice un uomo quanto l’amore. Per lo meno nei primi mesi di un innamoramento. Niente ne eguaglia l’intensità.
Ma c’è una cosa ancora più bella, ed è che l’amore ha molte facce. No, non lo dico come frase fatta: sono seriamente convinto che l’amore si manifesti in molte forme oltre a quella “di coppia”. Potrei anche farvi degli esempi, ma non li faccio. Sono personali. Lascio a voi scoprire più sfaccettature possibili.

Questo è ciò che può dare un senso alla vita, secondo me: sogni, passioni e amore. Per lo meno, è ciò che ad oggi credo possa farlo. In futuro, chissà. La ricerca del senso della vita è un viaggio dal finale aperto.
Se c’è qualche affezionato che ha seguito la rubrica dall’inizio alla fine, colgo l’occasione per ringraziarlo: era da molto tempo che volevo condividere quello che ho imparato sul senso della vita durante l’adolescenza. Sapere che c’è qualcuno, in qualche parte del mondo, che è stato disposto a leggerlo è davvero gratificante. Perciò, grazie di cuore.
A questo punto non posso che ricollegarmi a ciò che mi ero riproposto all’inizio del progetto: non ho niente da insegnare a nessuno perché l’esperienza di ogni persona è unica e diversa da quella di tutte le altre. Ho scritto questi articoli nella speranza che potessero essere utili a chi mi assomiglia, a chi si pone le stesse domande che mi sono posto anch’io tra i sedici e i diciannove anni, e mi auguro di esserci riuscito. Se vi hanno fatto fare anche solo un passo avanti nella vostra ricerca, hanno raggiunto il loro scopo.

Grazie ancora.


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J. D. Salinger – Franny & Zooey

Faccio una piccola premessa: credo che Franny & Zooey sia uno di quei libri che hanno bisogno di essere letti più di una volta. Anzi, mi correggo: credo che Franny & Zooey sia uno di quei libri che vogliono essere letti più di una volta. Per lo meno, a me ha lasciato questa impressione. Nelle sue appena 155 pagine, è immenso. Così denso da custodire un tesoro forse inesauribile, che svela poco a poco ad ogni lettura. Ad ogni modo, io questa fantomatica seconda lettura non l’ho ancora fatta. Eppure sono qui a parlarvene lo stesso, mea culpa. Non ho resistito.

Detto questo… che libro! Qualche anno fa ho letto “Il giovane Holden”, che è sicuramente il romanzo più famoso di Salinger, ma credo che “Franny & Zooey” sia almeno una spanna sopra.
Franny & Zooey, però, non è un vero romanzo – almeno non nel senso stretto del termine. È un libro che raccoglie due racconti lunghi, strettamente collegati fra loro, che hanno gli stessi protagonisti e si completano a vicenda.
Questi protagonisti, ovviamente, sono Franny e Zooey – i due figli minori di una famiglia, i Glass, dell’alta borghesia newyorchese. Oltre a loro, Les e Bessie Glass hanno avuto altri cinque figli, tutti eccezionalmente intelligenti e dotati.
I più interessanti sono i più grandi, Seymour e Buddie. Studiosi di religioni e filosofie orientali, con una cultura vastissima che si estende ad includere anche la filosofia occidentale e la letteratura, sono personaggi misteriosi e affascinanti – specialmente Seymour, che è pressoché avvolto da un’aura di sacralità – che, però, non compaiono mai direttamente nella storia, ma vengono delineati in modo nitidissimo in absentia. Già solo su di loro ci sarebbe molto da dire, ma non voglio privarvi del piacere di scoprire il più possibile leggendo.
Quello di cui mi limito a parlare è l’elemento più importante per la trama: Seymour e Buddy si sono fatti carico dell’educazione di Zooey e Franny quando erano bambini, insegnando loro tutto ciò che sapevano sulle religioni, sulla spiritualità e sulla metafisica, per poi introdurli direttamente alla lettura dei testi sacri dell’umanità. Ovviamente, dire che i protagonisti fossero bambini precoci è riduttivo. Zooey una volta ha “dimenticato una delusione amorosa traducendo in greco classico la Mudaka Upanishad”, fate voi.
Questo però è il passato. Oggi Zooey ha venticinque anni e Franny venti. Il primo lavora come attore, la seconda studia al college. Ma sono due anormali – è lo stesso Zooey a dirlo: “Siamo degli anormali, ecco cosa siamo!”
In che senso? Nel senso che sono due persone troppo intelligenti e troppo profonde per essere felici. Le domande che si pongono e le risposte che trovano recidono sul nascere ogni possibilità di felicità o di una vita normale. Pensano troppo, lo fanno troppo a fondo e non riescono a smettere perché fa parte di ciò che sono. Citando Bessie, la madre: “non capisco proprio a cosa serva sapere tanto cose ed essere tanto intelligenti e così via, se non riuscite ad essere felici”.
Superfluo a dirsi, questa profondità di pensiero impedisce loro anche di adeguarsi alla società in cui vivono o di intrattenere normali rapporti sociali. Sono troppo diversi. Ed è tutto troppo superficiale, ipocrita o egoista per loro. Una frase che ci tengo a condividere e che cito a memoria (per pigrizia) è questa: “Noi non parliamo, dissertiamo”.
Ma c’è qualche differenza fra loro: Franny è in una fase turbolenta. Anche se ha già vent’anni, è in piena adolescenza. Patisce il peso delle aspettative che vengono riposte in lei per il suo talento e non si riconosce nella società in cui dovrebbe eccellere. Come se non bastasse, come tutti gli adolescenti è alla ricerca di se stessa e di un senso da dare alla sua vita. Per uno di questi motivi o forse per entrambi trova la sua strada in un libro, “Racconti di un pellegrino russo”, e nelle idee che racchiude; ma questo non le risparmia un esaurimento nervoso, anzi lo peggiora. Ed è proprio questo esaurimento a farla tornare a casa e a costituire il fulcro della trama.
Sì, perché a casa c’è Zooey, che, essendo di qualche anno più grande di lei, è già passato in quello che sta attraversando e può cercare di aiutarla. Zooey è stabile: ha fatto i conti con la sua anormalità, si è liberato dalle aspettative scegliendo di imboccare una carriera da attore quando tutti lo avrebbero mandato all’università e riesce, a grandi linee, a convivere con una società e delle persone così diverse da lui. Ma ho scritto “cercare di aiutarla” non a caso, perché quando ci si trova qualche passo avanti e si ha già assunto consapevolezza di certi processi spesso è difficile farci capire da chi sta dietro di noi. E infatti Zooey spesso finirà per doversi scusare e ripetere a Franny che non vuole portarle via la sua “preghiera”.
Una sola cosa: è un libro praticamente privo di trama. Non credo possa piacere a tutti, per lo meno non a chi, in un romanzo, cerca per prima cosa l’intrattenimento. Ma se avete un certo tipo di gusto o se siete aperti a nuovi generi di letture, è sicuramente un libro a cui vale la pena dedicare del tempo.

Cosa resta da dire? Be’, bisogna spendere due parole su come è scritto. Salinger in questo lavoro ha una prosa brillante, che combina ironia e vividezza.
Cominciamo dall’ironia: perfino io, che faccio così tanta fatica a coglierla quando è scritta, non solo l’ho capita ma l’ho anche adorata. La sezione intitolata Zooey ha una voce narrante molto più presente dell’altra. Questo narratore, in cui non è difficile scorgere uno dei personaggi, apre il racconto dicendo che sa benissimo che le introduzioni sono oggetto di biasimo (scoccando una freccia dritta dritta contro i critici) e che, nonostante questo, intende scriverne una lo stesso. E perfino prolissa. Con questo paragrafo, Salinger fa un occhiolino al lettore e cerca la sua complicità contro il mondo della critica. E lascia anche la chiave di lettura del suo stile in mano al lettore: uno stile che sposa le caratteristiche del personaggio che sceglie come voce narrante e che osa scrivere come non si dovrebbe, ma che lo fa con consapevolezza, ironia e maestria, rendendo divertenti descrizioni che altrimenti sarebbero state a dir poco noiose.
Ma l’ironia non è onnipresente – anzi, è più simile ad una comparsa ricorrente. La vera cifra stilistica della prosa di Salinger in questo suo lavoro è la vividezza. Ogni scena ci viene disegnata davanti agli occhi e ci assorbe completamente. Non la guardiamo da fuori, ma da dentro, e ne respiriamo l’atmosfera con i protagonisti. Che si tratti dell’irritazione per la presenza di Bessie in bagno o della sacralità di una certa stanza della casa, non riusciamo a non provare le emozioni che provano i personaggi.

Franny & Zooey riprende i temi cari a Salinger: come l’adolescenza, già affrontata nel giovane Holden, o la spiritualità orientale. E li sviluppa ad un nuovo livello di profondità. Davvero una piccola perla che consiglio a tutti gli adolescenti in crisi perché pensano troppo. Magari non troveranno risposte, ma almeno qualcuno che si pone le loro stesse domande.

La letteratura e la vita 8: Carver e la stella polare

Dal momento che di recente ho scritto un articolo sulle poesie di Carver, mi sono detto: “Perché no? Chiudiamo il progetto con Carver”. Originariamente avevo intenzione di farlo con Berserk, ma ho cambiato idea.
Verso la fine di Orientarsi con le stelle c’è un testo in prosa. S’intitola “La stella polare” ed è il racconto autobiografico di un episodio della vita del poeta. “Sarà stato nel ’56 o nel ’57”, Carver aveva tra i diciotto e i diciannove anni e lavorava come fattorino per un farmacista di Yakima. Un giorno si è ritrovato a dover fare una consegna ad un signore molto anziano, che lo ha invitato ad entrare in casa mentre cercava il libretto degli assegni. In salotto c’erano un sacco di libri e il giovane Ray non aveva mai visto una biblioteca personale in vita sua! Tra i volumi sparsi su un tavolino, c’era anche una rivista con su scritto “Poetry”.
Ai quei tempi il nostro amico scriveva già – o almeno ci provava – ma non aveva molta coscienza del mondo letterario intorno a sé. Non sapeva, ad esempio, a chi mandare una poesia per farla pubblicare ne come funzionasse l’editoria. Scriveva e basta, “ossessionato dall’idea di dover «scrivere qualcosa»”.
Quella rivista gli ha fatto capire che non era il solo a sentire quel bisogno. E gli ha anche indicato la strada per condividere con gli altri il suo lavoro. L’anziano signore si accorse della sua curiosità e glie la regalò, ignaro della catena di eventi a cui stava dando inizio. “Ti interessa la poesia? Perché non prendi anche la rivista? Magari un giorno scriverai qualcosa anche tu. Se è così, dovrai pur sapere dove mandarla”.
Da allora, la scrittura è stato il fil rouge della vita di Carver. La sua “passione”, potremmo dire.

Il brano s’intitola “La stella polare”. Perché? La stella polare non è una stella qualsiasi. È una stella che, dalla terra, si vede sempre nella stessa posizione – non si sposta mai. Per questo è stata usata anche dai marinai come punto di riferimento per secoli. Serve per orientarsi: se si punta verso di lei, si sta andando a Nord.
Per Carver, la poesia è stata una stella polare. Diciamocelo, la vita è un mare così vasto che può facilmente lasciare smarriti. Le possibilità sono tante e le scelte difficili. Ancora di più nell’età contemporanea, postmoderna, in cui tutte le grandi “narrazioni”, gli ideali e i valori che potevano costituire un punto fermo per l’uomo sono venuti meno. Per questo, abbiamo tutti bisogno di una stella polare, che brilli fissa anche nella notte, verso cui indirizzare la nostra rotta e che ci permetta di orientarci. È questo che ci serve per dare un senso alla vita.
Ma che cos’è una stella polare? Per Carver è stata la poesia. Generalizzando, una passione a cui dedicarsi. E per noi può essere lo stesso. Non importa quale passione – può essere la danza, la cucina o la scienza – quello che conta è che sia ciò verso cui punta la nostra bussola interiore.
Può anche essere un sogno, un obiettivo da realizzare. Non è poi così diverso: le passioni sono come strade che non sappiamo dove ci porteranno ma che vogliamo comunque percorrere; i sogni sono come destinazioni, che non sappiamo come raggiungere ma che vogliamo comunque raggiungere. Ma ogni meta implica una strada e ogni strada implica una meta, per cui, a livello pratico, non fa molta differenza: entrambe le soluzioni danno uno scopo alla nostra vita e ci forniscono un antidoto per quel senso di smarrimento che a volte ci schiaccia. Soddisfano la testa e soddisfano il cuore.
E voi, cosa ne pensate? Siete d’accordo?

“Allora non ero che un ragazzotto ingenuo, ma niente può spiegare o negare quel momento: il momento in cui la cosa di cui avevo maggior bisogno nella vita – chiamatela una stella polare, un punto di riferimento – mi si presento davanti per caso e con generosità. Nessun’altra cosa sia pure vagamente simile a quell’attimo mi è più accaduta da allora.”

Raymond Carver, La stella polare.


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Banana Yoshimoto – Kitchen

Banana Yoshimoto. Nome buffo vero? Tranquilli, è uno pseudonimo. Ma forse tranquilli non bisogna stare, perché se è uno pseudonimo significa che se l’è scelto.
Va be’, in fin dei conti non penso che il nome sia rilevante. Ma chi è questa signora? Banana Yoshimoto è una delle più importanti scrittrici giapponesi contemporanee, forse seconda solo a Murakami in quanto a fama internazionale.
L’ho scoperta ormai più di due anni fa, durante l’ultimo anno di liceo. Era una di quelle mattinate noiose in cui tutti i professori devono interrogare, ma tu hai già i voti delle loro materie e quindi ti chiedi cosa ci sei andato a fare a scuola. Ero dalle macchinette del caffè e vicino a me c’era una serie di libri di letteratura italiana impilati sopra un ripiano. Qualche casa editrice doveva averli spediti ai professori perché li prendessero in considerazione. Io mi sono messo a sfogliarli.
Ad un certo punto avevo fra le mani un libro di quinta e nell’indice ho trovato una piccola sezione dedicata alla narrativa giapponese contemporanea. Ho sempre avuto un debole per il Giappone, ho letto diversi manga in passato e in quel periodo conoscevo già Murakami, così sono andato a curiosare quali autori menzionava. E lì ho scoperto la nostra amica Banana.
Tornato in classe ho cercato su internet informazioni su di lei ho trovato un file .pdf di “Moonlight Shadow”, il racconto che l’autrice aveva presentato come tesi di laurea. Me lo sono divorato quello stesso giorno e fin da subito mi sono parse ben chiare tre caratteristiche di questa autrice.
Per prima cosa, Banana Yoshimoto dev’essere una persona molto sensibile. Una di quelle persone che hanno una sensibilità più delicata del normale e che sanno dare attenzione anche alle più piccole emozioni. Se si leggono i suoi libri nell’ottica giusta, cercando dentro di noi proprio questo tipo di sensibilità, il risultato è davvero speciale.
La seconda cosa è che non le interessa più di tanto il realismo del racconto. Anche lei inserisce alcuni elementi fantastici in un’ambientazione completamente realistica, ma lo fa in un modo completamente diverso da, per esempio, Murakami. Il buon Haruki, infatti, eredita tutta la tradizione letteraria del realismo magico, ma la rielabora in modo personale producendo un risultato solamente suo: una particolare atmosfera che sembra il marchio di fabbrica di molti suoi lavori. Cerca il realismo magico, lo vuole, proprio per questa atmosfera e per le emozioni che riesce a creare. Se vuoi approfondire, puoi leggere l’articolo che ho scritto su “A sud del confine, a ovest del sole” qui.
Banana Yoshimoto invece eredita un’altra tradizione: quella dei manga shojo, cioè dei manga indirizzati principalmente ad un pubblico di ragazze adolescenti. Va da sé che, anche se ho letto manga nella mia vita, essendo un maschio lo “shojo” non è esattamente il genere che conosco meglio. Ma ho letto qualcosa sull’argomento, in particolare la postfazione di Giorgio Amitrano all’edizione italiana di Kitchen, primo romanzo della Yoshimoto di cui parleremo tra poco. L’idea che mi sono fatto è che agli autori di shojo e a Banana Yoshimoto quello che interessa veramente sia l’interiorità dei personaggi, i loro sentimenti e le loro emozioni, e che l’elemento fantastico venga inserito quando permette di esplorarli più facilmente. Anche se a volte la Yoshimoto dà l’impressione di ricorrere al fantastico perché non riesce a gestire la trama che ha in mente nei limiti del realistico, non cambia il fatto che ciò che veramente le interessa è il mondo dei sentimenti e delle emozioni per il quale dimostra sempre una sensibilità fuori dal comune.
Terzo e ultimo punto è lo stile: uno stile di scrittura semplice, a volte quasi ingenuo, scorrevole e bello da leggere. Cosa intendo dire? Su “scrittura semplice” non penso ci siano dubbi: è quel genere di scrittura comprensibile e leggera, che si legge senza fatica.
“Ingenuo” invece merita una precisazione. In scrittura a volte si sente parlare di una regola: “Show, don’t tell”, che in italiano potremmo tradurre come “Mostra, non dire”. Secondo questo principio un bravo scrittore non dovrebbe mai limitarsi a dire o a descrivere, ad esempio, che il suo personaggio è triste, ma mostrarlo triste e farlo così bene da far provare empatia al lettore. Ebbene, la Yoshimoto questo non lo fa. Soprattutto quando si tratta di stati d’animo, descrive i sentimenti e le emozioni dei personaggi più o meno come un gourmet potrebbe descrivere le note di sapore di un piatto; ma non li “mostra”.
Questo è un male? In realtà, secondo me, no. È vero che uno scrittore che si limita a dire le cose, senza mostrarle, soprattutto in ambito emotivo, rischia di essere uno scrittore noioso e di non riuscire ad arrivare al lettore, ma la Yoshimoto è talmente sensibile di fronte a certe emozioni che, quando lo fa lei, lo fa in un suo modo unico che va bene lo stesso. La letteratura è una forma d’arte e, per questo, le sue regole devono lasciare sempre spazio alle identità creative degli autori.

Dopo Moonlight Shadow, qualche mese fa ho letto anche Kitchen, il primo romanzo dell’autrice (in realtà diviso in due parti che sono, a conti fatti, due racconti lunghi: Kitchen e Plenilunio). Che dire? Mi è piaciuto molto e mi ha confermato l’idea che mi ero fatto con Moonlight Shadow. Perciò mi limito a darvi l’incipit della trama, per invogliarvi a leggerlo.
La protagonista, Mikage, studentessa universitaria, ha da poco perso la nonna, ultimo parente che le era rimasto e con la quale viveva. Nella situazione di solitudine irreale in cui si ritrova le suona alla porta Yuichi, un ragazzo che studia nella sua stessa università e che conosceva la nonna. Yuichi la invita a vivere qualche tempo con lui e la madre, Eriko, e Mikage, sorprendendo perfino se stessa, accetta.
Anche Kitchen racconta una storia delicata, affrontando in modo marginale temi importanti come la solitudine e la morte e in modo diretto quello altrettanto importante della famiglia, con la preziosa idea che una famiglia non ci venga soltanto data ma che si possa anche scegliere e, in alcuni casi, costruire. In Kitchen, Banana Yoshimoto sorprende nuovamente per la sua sensibilità e per la semplicità dello stile, ma non fa un uso diretto dell’elemento fantastico come in Moonlight Shadow. Ci sono solo un paio di episodi, non fantastici ma inverosimili, che semplificano il lavoro all’autrice permettendole di condurre la trama dove vuole. Per chi lo ha letto, ad esempio, quando Mikage intuisce in quale camera d’albergo si trova Yuichi. Non so se siano ingenuità di una scrittrice alle prime armi (di lei ho letto solo i lavori che ho citato, Moonlight Shadow, Kitchen e Plenilunio, che sono tutti e tre giovanili) o sue caratteristiche, ma non compromettono l’impressione positiva che mi ha lasciato. Sono curioso di leggere altri suoi romanzi in futuro, anche per vedere come maturerà la sua scrittura.

E voi, lo avete letto? Cosa ne pensate?

Philipp Meyer – Il Figlio

Vi è mai capitato che un libro vi sembrasse lunghissimo per le prime duecento pagine e di volerne poi altre cinquecento dopo averlo finito? A me è successo, con “Il Figlio” di Philipp Meyer. C’è stato un momento in cui ha rischiato di ingrossare la pila della vergogna, dove finiscono i libri lasciati a metà, ma quando la trama è decollata non sono più riuscito a staccarmi.
Oggi parliamo proprio de “Il Figlio” (mannaggia ai titoli dei libri che iniziano con l’articolo), il secondo romanzo di Philipp Meyer, che, a mio parere, è uno dei più promettenti scrittori americani contemporanei. Di suo ho già letto “Ruggine Americana”, su cui tra l’altro avevo scritto un post neanche troppo tempo fa. Ve lo siete persi? Siate curiosi e andate a recuperarvelo qui, impiegherete meno di cinque minuti.

Comincio col dire che i due romanzi sono diversi come il giorno e la notte. In Ruggine Americana erano le tematiche a tenermi incollato al libro, tematiche attuali come la ricerca esistenziale dei giovani protagonisti che si trovano le strade sbarrate dalla crisi economica e dai problemi familiari. I personaggi e la trama, però, pur essendo buoni, non erano il punto di forza.
“Il Figlio”, invece, ribalta la situazione. Qui Meyer mostra il suo talento di narratore nel significato più letterale del termine: racconta una storia, una grande storia che diventa di riflesso anche la storia di un epoca e di un paese. E lo fa mettendo in scena dei personaggi altrettanto grandi.
Siamo in Texas. E ci muoviamo fra tre piani temporali: l’età dell’espansione ad Ovest e degli scontri con gli indiani nel secondo ottocento; quella dei grandi allevamenti di bestiame (i ranch) del primo Novecento; e la conversione delle ricchezze in petrolio nel Novecento inoltrato.
In ogni tempo seguiamo le vicende di un personaggio diverso, ma tutti e tre facenti parte della stessa famiglia. Il primo è Eli McCullough, detto il Colonnello, capostipite della famiglia e colui che ha dato inizio all’impero economico dei McCullough. La sua storia prende il via in gioventù, quando gli indiani attaccano casa sua, stuprano e uccidono sua madre e sua sorella e portano via come prigionieri lui e suo fratello. Ma non vi dico di più.
Poi c’è Peter, figlio del Colonnello e voce dissonante della famiglia. È un uomo tormentato con una forte coscienza morale che lo porta a disapprovare i metodi usati dal padre per far crescere il ranch. Nella sua linea temporale, infatti, l’impero dei McCullough è già avviato ed Eli è un ricco, potente e rispettato proprietario terriero che, con il pretesto di un presunto furto di bestiame ha sterminato la famiglia dei suoi vicini messicani, i Garcia, e si è impossessato delle loro terre.
Infine c’è Jane Anne, bisnipote del Colonnello e nipote di Peter. Alla sua nascita, il colonnello è anziano e Peter ha lasciato la tenuta di famiglia ormai da tempo, anche se non si sa molto su di lui perché i suoi figli preferiscono non parlarne. J.a. si ritroverà ad ereditare l’impero di famiglia e a gestirlo in un momento difficile, quello della conversione al petrolio, combattendo con i ruoli tradizionalmente imposti alla donna. Ma, siccome è lei quella che ha ereditato più di chiunque altro lo spirito del Colonnello, saprà farsi valere.
Tre trame forse un po’ lente a partire, ma destinate a diventare intense e coinvolgenti. A venirci raccontata è la storia di una famiglia, intessuta di violenza, amore e business. Quella che sembra delineare è la parabola degli imperi di ogni tempo: un uomo forte crea qualcosa di grande in tempi difficili. I frutti del suo lavoro creano tempi di prosperità, ma il benessere a portata di mano rende inetti molti dei suoi eredi dando inizio alla decadenza. E alla fine, cosa resta?
Lascio a voi scoprirlo! Io mi limito a consigliarvi di leggerlo e a dire che con la sua seconda fatica Mayer ha dimostrato di saper padroneggiare anche le doti di scrittore complementari a quelle mostrate nella prima. Non vedo l’ora di leggere quello che scriverà in futuro.

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