Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Tag: letteratura giapponese

Banana Yoshimoto – Kitchen

Banana Yoshimoto,
Kitchen
Feltrinelli, 2014

Acquistabile qui.


Banana Yoshimoto. Nome buffo vero? Tranquilli, è uno pseudonimo. Ma forse tranquilli non bisogna stare, perché se è uno pseudonimo significa che se l’è scelto.
Va be’, in fin dei conti non penso che il nome sia rilevante. Ma chi è questa signora? Banana Yoshimoto è una delle più importanti scrittrici giapponesi contemporanee, forse seconda solo a Murakami in quanto a fama internazionale.
L’ho scoperta ormai più di due anni fa, durante l’ultimo anno di liceo. Era una di quelle mattinate noiose in cui tutti i professori devono interrogare, ma tu hai già i voti delle loro materie e quindi ti chiedi cosa ci sei andato a fare a scuola. Ero dalle macchinette del caffè e vicino a me c’era una serie di libri di letteratura italiana impilati sopra un ripiano. Qualche casa editrice doveva averli spediti ai professori perché li prendessero in considerazione. Io mi sono messo a sfogliarli.
Ad un certo punto avevo fra le mani un libro di quinta e nell’indice ho trovato una piccola sezione dedicata alla narrativa giapponese contemporanea. Ho sempre avuto un debole per il Giappone, ho letto diversi manga in passato e in quel periodo conoscevo già Murakami, così sono andato a curiosare quali autori menzionava. E lì ho scoperto la nostra amica Banana.
Tornato in classe ho cercato su internet informazioni su di lei ho trovato un file .pdf di “Moonlight Shadow”, il racconto che l’autrice aveva presentato come tesi di laurea. Me lo sono divorato quello stesso giorno e fin da subito mi sono parse ben chiare tre caratteristiche di questa autrice.
Per prima cosa, Banana Yoshimoto dev’essere una persona molto sensibile. Una di quelle persone che hanno una sensibilità più delicata del normale e che sanno dare attenzione anche alle più piccole emozioni. Se si leggono i suoi libri nell’ottica giusta, cercando dentro di noi proprio questo tipo di sensibilità, il risultato è davvero speciale.
La seconda cosa è che non le interessa più di tanto il realismo del racconto. Anche lei inserisce alcuni elementi fantastici in un’ambientazione completamente realistica, ma lo fa in un modo completamente diverso da, per esempio, Murakami. Il buon Haruki, infatti, eredita tutta la tradizione letteraria del realismo magico, ma la rielabora in modo personale producendo un risultato solamente suo: una particolare atmosfera che sembra il marchio di fabbrica di molti suoi lavori. Cerca il realismo magico, lo vuole, proprio per questa atmosfera e per le emozioni che riesce a creare. Se vuoi approfondire, puoi leggere l’articolo che ho scritto su “A sud del confine, a ovest del sole” qui.
Banana Yoshimoto invece eredita un’altra tradizione: quella dei manga shojo, cioè dei manga indirizzati principalmente ad un pubblico di ragazze adolescenti. Va da sé che, anche se ho letto manga nella mia vita, essendo un maschio lo “shojo” non è esattamente il genere che conosco meglio. Ma ho letto qualcosa sull’argomento, in particolare la postfazione di Giorgio Amitrano all’edizione italiana di Kitchen, primo romanzo della Yoshimoto di cui parleremo tra poco. L’idea che mi sono fatto è che agli autori di shojo e a Banana Yoshimoto quello che interessa veramente sia l’interiorità dei personaggi, i loro sentimenti e le loro emozioni, e che l’elemento fantastico venga inserito quando permette di esplorarli più facilmente. Anche se a volte la Yoshimoto dà l’impressione di ricorrere al fantastico perché non riesce a gestire la trama che ha in mente nei limiti del realistico, non cambia il fatto che ciò che veramente le interessa è il mondo dei sentimenti e delle emozioni per il quale dimostra sempre una sensibilità fuori dal comune.
Terzo e ultimo punto è lo stile: uno stile di scrittura semplice, a volte quasi ingenuo, scorrevole e bello da leggere. Cosa intendo dire? Su “scrittura semplice” non penso ci siano dubbi: è quel genere di scrittura comprensibile e leggera, che si legge senza fatica.
“Ingenuo” invece merita una precisazione. In scrittura a volte si sente parlare di una regola: “Show, don’t tell”, che in italiano potremmo tradurre come “Mostra, non dire”. Secondo questo principio un bravo scrittore non dovrebbe mai limitarsi a dire o a descrivere, ad esempio, che il suo personaggio è triste, ma mostrarlo triste e farlo così bene da far provare empatia al lettore. Ebbene, la Yoshimoto questo non lo fa. Soprattutto quando si tratta di stati d’animo, descrive i sentimenti e le emozioni dei personaggi più o meno come un gourmet potrebbe descrivere le note di sapore di un piatto; ma non li “mostra”.
Questo è un male? In realtà, secondo me, no. È vero che uno scrittore che si limita a dire le cose, senza mostrarle, soprattutto in ambito emotivo, rischia di essere uno scrittore noioso e di non riuscire ad arrivare al lettore, ma la Yoshimoto è talmente sensibile di fronte a certe emozioni che, quando lo fa lei, lo fa in un suo modo unico che va bene lo stesso. La letteratura è una forma d’arte e, per questo, le sue regole devono lasciare sempre spazio alle identità creative degli autori.

Dopo Moonlight Shadow, qualche mese fa ho letto anche Kitchen, il primo romanzo dell’autrice (in realtà diviso in due parti che sono, a conti fatti, due racconti lunghi: Kitchen e Plenilunio). Che dire? Mi è piaciuto molto e mi ha confermato l’idea che mi ero fatto con Moonlight Shadow. Perciò mi limito a darvi l’incipit della trama, per invogliarvi a leggerlo.
La protagonista, Mikage, studentessa universitaria, ha da poco perso la nonna, ultimo parente che le era rimasto e con la quale viveva. Nella situazione di solitudine irreale in cui si ritrova le suona alla porta Yuichi, un ragazzo che studia nella sua stessa università e che conosceva la nonna. Yuichi la invita a vivere qualche tempo con lui e la madre, Eriko, e Mikage, sorprendendo perfino se stessa, accetta.
Anche Kitchen racconta una storia delicata, affrontando in modo marginale temi importanti come la solitudine e la morte e in modo diretto quello altrettanto importante della famiglia, con la preziosa idea che una famiglia non ci venga soltanto data ma che si possa anche scegliere e, in alcuni casi, costruire. In Kitchen, Banana Yoshimoto sorprende nuovamente per la sua sensibilità e per la semplicità dello stile, ma non fa un uso diretto dell’elemento fantastico come in Moonlight Shadow. Ci sono solo un paio di episodi, non fantastici ma inverosimili, che semplificano il lavoro all’autrice permettendole di condurre la trama dove vuole. Per chi lo ha letto, ad esempio, quando Mikage intuisce in quale camera d’albergo si trova Yuichi. Non so se siano ingenuità di una scrittrice alle prime armi (di lei ho letto solo i lavori che ho citato, Moonlight Shadow, Kitchen e Plenilunio, che sono tutti e tre giovanili) o sue caratteristiche, ma non compromettono l’impressione positiva che mi ha lasciato. Sono curioso di leggere altri suoi romanzi in futuro, anche per vedere come maturerà la sua scrittura.

E voi, lo avete letto? Cosa ne pensate?


Se volete acquistare “Kitchen” della Yoshimoto, potete farlo a questo link: Kitchen. Se lo farete, contribuirete al mio progetto e mi aiuterete a realizzare i miei sogni.

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Haruki Murakami – A Sud del Confine, a Ovest del Sole

Illustrazione di Noma Bar, design di Suzanne Dean.

Haruki Murakami,
A Sud del Confine, a Ovest del Sole
Einaudi, 2016

Acquistabile qui.


Ho scoperto Murakami l’ultimo anno di liceo. Prima di iniziare l’università ho letto Norvegian Wood e 1Q84 e mi sono innamorato di entrambi. Tutt’ora lo considero uno dei miei scrittori preferiti, tant’è che qualche mese fa sono stato preso dalla nostalgia nei suoi confronti: volevo leggere un altro suo libro. Questa volta però non sono andato a cercare su internet quali fossero i migliori; sono semplicemente entrato in libreria, ho letto le trame in quarta di copertina e ho scelto quello che mi ha ispirato di più: A Sud del Confine, a Ovest del sole.
Ambientato nella tokyo contemporanea, segue un unico protagonista, Hajime, di cui ci racconta la vita dall’infanzia all’età adulta. L’inizio della storia é cruciale: alle scuole medie il protagonista conosce una bambina, Shimamoto, con un instaura un legame profondo che non avrà pari negli anni a venire. Ma in vista dell’inizio delle scuole superiori lei si trasferirà e le loro vite prenderanno strade diverse. Nonostante questo, Hajime si porterà sempre dentro il ricordo di quell’amicizia/amore che sarà il termine di paragone per tutti i suoi rapporti futuri, nessuno dei quali sarà mai all’altezza. La storia prende davvero il via quando Hajime è adulto, felicemente sposato, con due splendide figlie e proprietario di due locali di successo: a questo punto Shimamoto si presenterà al suo locale, portando con sé un pesante bagaglio di segreti.
Una storia in perfetto stile Murakami, in cui due innamorati sembrano appartenere a mondi separati e riescono ad incontrarsi solo quando queste due realtà si allineano e fra loro si apre un varco. Così era in 1Q84 e così è, in un modo molto più sottile e metaforico, anche in A Sud del Confine, a Ovest del Sole.

Murakami viene spesso ricondotto alla corrente del realismo magico. Eppure questo romanzo, ad un primo sguardo, si presenta puramente realistico. Dov’è il magico?
Il fantastico in letteratura è cambiato. Nell’ottocento e nel primo Novecento faceva capo ad un elemento sovrannaturale come nel caso del Ritratto di Dorian Gray o di Dracula. Ma nel secondo novecento alcuni scrittori hanno iniziato ad omettere questo elemento, lasciando al suo posto un alone di mistero fatto di non-detto. La questione è un po’ più complicata, ma è il caso degli scrittori del Boom sudamericano degli anni ’50, per esempio, che infatti sono proprio i padri del realismo magico.
Murakami raccoglie la lezione ma la reinterpreta secondo la sua sensibilità. A Sud del Confine, a Ovest del Sole è stracolmo di domande che circondano Shimamoto e che possono suggerire una risposta sovrannaturale, ma l’elemento fantastico vero e proprio viene volontariamente taciuto dall’autore. Quello che resta sono le sue conseguenze: eventi inspiegabili che non trovano spazio nella logica del lettore – come le costanti scomparse di Shimamoto o Hajime che accetta la sua richiesta di non farle domande sulla sua vita, nonostante la curiosità e i dubbi che suscita.
Eventi non solo inspiegabili, ma soprattutto inspiegati. E qui risiede il trucco: Murakami ci riempie di domande intorno al personaggio di Shimamoto, creando misteri delicati – che non turbano la storia ma rimangono ai suoi margini – le cui risposte, però, non ci vengono date; si perdono nella luce soffusa di un locale jazz o nella pioggia di Tokyo.
Ad alcuni lettori potrebbe far storcere il naso una storia di questo genere, con un finale aperto e che lascia gli interrogativi irrisolti, ma il talento di Murakami sta nell’insegnarci ad apprezzarlo, come se ci volesse dire “Guarda bene, non sempre è necessario cercare una risposta a tutto, a volte è più bello contemplare il mistero”. Alla fine, ciò che resta di magico è un atmosfera. Credo che solo con questi occhi si possa cogliere tutta la bellezza di A Sud del Confine, a Ovest del Sole.


Se volete acquistare “A sud del confine, a ovest del sole” di Murakami, potete farlo a questo link: A sud del confine, a ovest del sole. Se lo farete, contribuirete al mio progetto e mi aiuterete a realizzare i miei sogni.

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