Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Tag: letteratura inglese

Ian Fleming – Casino Royale

Eccoci qui, dopo un lungo silenzio si ritorna alle sane vecchie abitudini: il diario di lettura. Eh sì, perché se in estate non ho letto più di tanto e in autunno, tra l’università e il progetto che al momento conoscete solo come 11QCNE, non ho trovato molto tempo da dedicare agli articoli, in questi giorni finalmente non solo ho ripreso a leggere per piacere, ma mi sono anche imbattuto in un libro di cui ho voglia di scrivere – e non poca!
Perciò, siccome ormai sapete che quando qualcosa mi appassiona non riesco a non parlarne, cominciamo subito! Ho da poco finito di leggere Casino Royale di Ian Fleming (nella bellissima edizione Adelphi che potete trovare qui) e in questo articolo vi racconterò qualcosa a riguardo.

Casino Royale è il primo libro della serie di James Bond. La leggenda vuole che il buon Ian Fleming, il creatore dell’agente segreto più famoso di tutti i tempi, quando si è seduto alla scrivania della sua villa in Giamaica il 15 Gennaio del 1952, non sapesse ancora cosa avrebbe scritto – nessun’idea sull’agente 007, né sulla trama o, tantomeno, sui personaggi che gli si muovono intorno. Ciò nonostante, dopo solo 6 settimane di scrittura serrata e quasi interamente di getto, il romanzo era pronto.
A questa versione dei fatti sono state avanzate molte obiezioni. Sembrerebbe che Flaming avesse già manifestato in precedenza l’intenzione di lavorare ad un romanzo di spionaggio, prima o poi, e, anche se la sua esperienza di scrittura narrativa era modesta, non era estraneo al mondo della letteratura né a quello dell’editoria.
Ma, forse, qualcosa di vero nella leggenda c’è: non possiamo stabilire se Ian Flaming si sia seduto alla scrivania con in mente tutto l’intreccio del romanzo oppure no, ma possiamo dedurre che probabilmente non aveva ancora pianificato di costruire un’intera serie intorno al suo personaggio. Il Bond di questo primo libro, infatti, è un Bond diverso da quello che incontreremo in futuro e, soprattutto, da quello a cui ci siamo abituati nei film: è più giovane, più passionale, più fallibile – in una parola, più umano. La sua sicurezza in se stesso non è ai limiti dell’arroganza e le provocazioni sono poche; non tratta le donne con impenetrabile distacco ed è affascinante, sì, ma non nello stesso modo in cui lo sarà in futuro.
Si tratta di un primo abbozzo del personaggio, insomma, ma che contiene già in nuce le caratteristiche che lo contraddistingueranno – solamente in misura più moderata. Ed è anche questo che rende interessante il romanzo: il fatto che ci permette di assistere agli avvenimenti che porteranno questo primo Bond a diventare quello che noi conosciamo.

Alcune ingenuità da “primo romanzo” si possono individuare anche nella costruzione della trama e nella prosa, ma niente che possa farne un brutto libro. Anzi, Casino Royale è, a mio parere, un romanzo ben scritto. E adesso vi spiegherò perché.
Anche se immagino che quasi tutti abbiano visto l’omonimo film del 2006, il primo con Daniel Craig nei panni dell’agente 007, comunque eviterò di fare spoiler. Mi limito a scrivervi l’incipit della trama e niente di più: Le Chiffre è il ricco tesoriere del Partito Comunista Francese, che cura gli interessi sovietici in Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale. A quanto pare, alcuni investimenti sbagliati gli sono costati le sue finanze private e anche una discreta porzione di quelle del partito, che era suo compito curare, per questo ha deciso di prelevare il denaro restante, usarlo per recuperare quello perso e ri-depositare il tutto prima che la SMERSH (organizzazione sovietica che si occupa di eliminare gli agenti sovietici che hanno tradito, commesso errori imperdonabili o che semplicemente non sono più utili) scopra l’ammanco. E come intende farlo? Giocando al Casino di Royale-les-Eaux. L’MI6 decide di inviare sul posto uno degli agenti più abili nel gioco d’azzardo, l’agente 007, con lo scopo di impedire a Le Chiffre di recuperare il denaro al tavolo da gioco e, se ciò non fosse possibile, anche con altri mezzi.
Nel risvolto della sovracopertina dell’edizione italiana viene detto: “le scene sono poche, non più di quattro”, ed è vero. Se si escludono le brevi scene iniziali in cui ci vengono presentati i personaggi e si dispongono i fili dell’intreccio, la trama vera e propria è condensata in quattro lunghe scene, a partire dal duello a carte tra Bond e Le Chiffre. Ogni scena occupa tutto lo spazio che deve occupare affinché la narrazione sia completa e il lettore venga assorbito dal racconto.
Qui si manifesta tutto il talento narrativo di Flaming, che riesce a coinvolgerci emotivamente nella vicenda, a farci provare la stessa tensione che Bond prova e a renderci davvero difficile smettere di leggere. La narrazione ampia e intensa realizza l’effetto che ogni libro che si rispetti dovrebbe aspirare a realizzare: quello di trasportarci lì, a Royale, con Bond e di farci provare sulla nostra pelle il più possibile di quello che prova il protagonista. Da quando la trama decolla, ogni volta che finisce un capitolo non si riesce a non pensare: “Ne leggo ancora uno!”.

L’articolo non può finire senza due parole su Vesper Lynd. Come Bond, qui, è più “umano” di quello che sarà in futuro, anche la protagonista femminile del primo romanzo è più “umana” di quelle che seguiranno. Una donna che non sembra tagliata per il mondo dello spionaggio, più ingenua, emotiva e sensibile di quello che dovrebbe essere – e, allo stesso tempo, però, anche la più letale.
Forse è proprio lei, con tutto il suo fardello di segreti e malinconia, il fattore che più di ogni altro ha cambiato Bond. Nonostante l’apparente semplicità, un atmosfera di mistero circonderà il personaggio fin dalla sua prima apparizione e non riusciremo a smettere di pensarci finché non si sarà dipanata. Anche quando avremmo ormai intuito di che cosa si tratti.

Quindi, che dire? Casino Royale è sicuramente un romanzo di spionaggio, che in quanto tale rientra nella categoria della “letteratura di consumo”; eppure allo stesso tempo è un classico contemporaneo che merita di essere letto non solo per quanto è coinvolgente ma anche per quello che ci insegna in materia di “tensione narrativa”.
Se è da un po’ che curiosate sul mio blog, ormai dovreste averlo capito: leggo davvero “un po’ di tutto” – questa volta è toccato ad un “giallo”, anche se non sono solito leggere questo genere. Ed è proprio per questo che mi sento di consigliarlo, anche a chi, come me, legge più spesso classici.


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Il Mercante di Venezia e la Malinconia

Antonio

In verità non so perché sono così triste;
mi stanca e voi dite che vi stanca;
ma come l’abbia presa, dove l’ho trovata,
o me la sono procurata, di che sostanza è fatta,
da dove è nata devo capirlo;
e così ottuso mi rende la tristezza
che faccio fatica a conoscere me stesso.

[…]

Solanio

[…] Diciamo allora che sei triste
perché non sei allegro; e ti sarebbe altrettanto facile
ridere e saltare, e dire che sei allegro
perché non sei triste.

[…]

Graziano

Non hai un bell’aspetto, signor Antonio,
ti preoccupi troppo del mondo:
quelli che lo comprano con troppo affanno, lo perdono.
Credimi, sei straordinariamente cambiato.

Antonio

Io tengo il mondo per quello che è. Graziano,
un palcoscenico, dove ogni uomo deve recitare una parte,
e la mia è triste.

Testo tratto dall’edizione italiana Garzanti che potete trovare qui.


Questo bellissimo scambio di battute, che non si meritava tutti i tagli che gli ho fatto, è il dialogo che apre Il Mercante di Venezia. Ed è sempre curioso che Il Mercante di Venezia, che almeno sulla carta dovrebbe essere una commedia, si apra così: all’insegna della malinconia.
Perché dico: “almeno sulla carta”? Perché le categorie di tragedia e commedia non sono le più indicate per classificare i drammi di Shakespeare, come un po’ tutti quelli del teatro elisabettiano, che, in linea con la più pura tradizione anglosassone della drammaturgia flessibile, mescolano elementi comici e tragici – producendo, tra l’altro, un ritratto più realistico della vita vera. Ma questo, per quanto interessante, è un altro discorso.
Ho scelto di condividere con voi questo brano, che adoro, perché offre una descrizione completa e precisa dei sintomi della malinconia e la offre proprio agli albori del periodo storico di cui questo umore sarà caratteristico, cioè la modernità.

Antonio è triste, ma non sa perché lo sia. Si sente stanco della vita, ma non riesce a capire quale sia la sostanza di questo suo malessere, né cosa lo abbia provocato. La malinconia lo confonde, gli rende difficile conoscersi, come se offuscasse la sua vista ogni volta che prova a guardarsi dentro.
E dunque, quali informazioni ci offre il mercante del titolo su questo argomento? Be’, ci dice almeno tre cose: uno, che la malinconia è un umore di tristezza lieve ma persistente; due, che quando la si prova non si riesce a capirne le cause, né come la si sia presa; tre, che rende difficile conoscere se stessi. In sintesi: sei triste, e non sai perché.
I suoi amici provano ad avanzare spiegazioni concrete per questo suo stato d’animo, ad esempio l’angoscia del mercante per le sue spedizioni in mare, ma Antonio le confuta tutte una dopo l’altra, lasciando loro nessun’altra alternativa che concludere che Antonio sia triste perché non è felice e che, con la stessa facilità, potrebbe anche essere felice perché non è triste. Una riflessione curiosa, che mi fa sempre guardare le cose da un’altra prospettiva.

In psicologia si distinguono sentimenti, emozioni e umori. Adesso, io non sono uno psicologo e se qualcuno è più competente di me in materia può scriverci una spiegazione più approfondita nei commenti, ma penso di poter dire che i sentimenti e le emozioni sono sempre rivolti verso o causati da qualcosa/qualcuno: ad esempio, io sono innamorato di una persona (sentimento) o sono felice per un motivo (emozione). Quello che li contraddistingue è che i sentimenti sono a lunga durata (mesi o anni) mentre le emozioni durano poco (da qualche ora ad un paio di giorni).
Poi ci sono gli umori, che hanno la particolarità di non avere nessuna causa precisa – almeno all’apparenza. Tipo quando c’è una giornata uggiosa e ci sentiamo un po’ grigi anche noi. E possono durare da uno a qualche giorno.
Ecco, la malinconia è come un umore – non è motivata, almeno all’apparenza; ma c’è – solo che è capace di essere molto più persistente.

I critici si sono spesso interrogati sulla malinconia di Antonio e alcuni di loro sono arrivati a concludere questo: Antonio è un uomo che, da un punto di vista materiale, ha tutto; nella nascente economia capitalista viene posto l’accento sul denaro, sulle ricchezze e sul successo materiale – tutte cose che Antonio, in qualità di abile mercante, ha ottenuto. Eppure, adesso, ancora non si sente soddisfatto: gli manca qualcosa per essere felice, qualcosa che va al di là delle semplici leggi dell’utile e del profitto e che lui, negli anni, ha perso di vita. Qualcosa che ha a che fare con una serie di valori umani che la modernità ha posto in secondo piano. E questa mancanza sarebbe la causa della sua malinconia. Vi convince questa spiegazione o pensate ci sia altro dietro?
La domanda successiva sarebbe: che cosa gli manca? Non lo sappiamo, non lo sa nemmeno lui perché la malinconia gli rende difficile conoscersi e, se non conosce se stesso, non sa nemmeno quello che vuole.

Per quanto mi riguarda, ho scelto questa interpretazione perché penso possa avere qualcosa da dirci ancora oggi. Lo stato d’animo di Antonio, infatti, non ha smesso di caratterizzare la condizione umana, nonostante siano trascorsi più di quattrocento anni. Ma mi interessa molto anche sapere cosa ne pensate voi. Vi siete mai sentiti malinconici come Antonio? Quale pensate possa essere la causa? Fatemelo sapere nei commenti!


Se volete leggere “Il Mercante di Venezia” di William Shakespeare, potete acquistarlo qui: Il Mercante di Venezia (Garzanti) oppure Il Mercante di Venezia (Mondadori). Vi ricordo che, acquistando attraverso questi link, mi sarà riconosciuta una piccola percentuale della vostra spesa e starete quindi contribuendo ai miei progetti – e di questo vi ringrazio!

La letteratura e la vita 3: Shakespeare, il nulla e l’incoscienza

Monologo di Prospero ne “La Tempesta” – William Shakespeare

I nostri spettacoli adesso sono finiti. Questi nostri attori,
Come vi avevo anticipato, erano tutti spiriti, e
Si sono dissolti nell’aria, nell’aria sottile:
E, come la fabbrica senza fondamento di questa visione,
Le torri incappucciate di nubi, gli splendidi palazzi,
I templi solenni, lo stesso grande globo
E tutto quello che contiene dovranno dissolversi
e, com’è svanito questo spettacolo inconsistente,
non lasciarsi alle spalle nemmeno un rimasuglio.
Noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni
e la nostra breve vita è circondata dal sonno.

Eccoci arrivati al terzo articolo della serie. Questa volta non prendiamo in considerazione una poesia, non in senso stretto per lo meno, ma un estratto di un monologo di un’opera teatrale, “The Tempest” di William Shakespeare. In realtà, però, anche questo brano è scritto in versi, così come la maggior parte della produzione di Shakespeare, perciò resta in linea con gli altri articoli del progetto.
Bene, siamo quasi arrivati alla svolta e iniziamo ad aver già un po’ di carne al fuoco. A questo punto urge un riassuntino! Posso già sentire le vostre grida di gioia. Immaginate che compaia in sovrimpressione la scritta “negli episodi precedenti”.
Dove eravamo rimasti? Percy Bysshe Shelley ci ha ricordato che il tempo scorre inesorabilmente cancellando ogni cosa, anche quelle che sembrano eterne, e D’annunzio, in un momento della sua vita in cui era più sincero del suo solito, ci ha insegnato che anche noi esseri umani non siamo esenti da questa legge, perché siamo destinati a morire e a dissolverci nel nulla.
Fine del riassuntino. Rapido e indolore. A questo punto entra in gioco Shakespeare.
De “La Tempesta” parlerò in futuro nella rubrica “I mondi della narrativa“. Qui mi limito ad una breve introduzione per permettere anche a chi non ne conoscesse nulla di capire meglio quello di cui parleremo. La Tempesta è l’ultima opera di Shakespeare, unanimemente considerata il suo testamento artistico. Nella trama, alcuni nobili italiani fanno naufragio su un’isola governata dal Mago Prospero che, quando recita il monologo che ho riportato, ha appena finito di intrattenere i suoi ospiti con uno spettacolo messo in scena attraverso la magia.

In Shakespeare i termini vita, teatro, sogno e magia vanno a braccetto in molte occasioni: il bardo dell’Avon ritiene infatti che il teatro, come un sogno, ci trasporti in un mondo al di fuori della realtà, a volte anche fantastico, magico appunto, e che qui ci faccia vivere un’esperienza. Alla fine dello spettacolo, nulla sarà cambiato: ci ritroveremo esattamente nel luogo da cui eravamo partiti, nelle stesse condizioni e nella stessa realtà. Lo spettacolo non ci avrà resi eroi, non avrà rovesciato le dittature degli usurpatori o delle regine cattive né ci avrà fatto sposare il principe o la principessa. Ma l’esperienza che avremo vissuto, come le esperienze reali, ci avrà fatto maturare, forse anche cambiare, lasciandoci una prospettiva nuova da cui guardare noi stessi, la vita e il mondo.
Ne “La Tempesta”, poi, il discorso si spinge oltre. Ogni spettacolo teatrale mette in scena una realtà che esiste solo per il tempo della sua rappresentazione e che svanisce nel nulla appena viene calato il sipario. Questo è ancora più vero nel caso dello spettacolo di Prospero, in cui gli attori erano spiriti che si sono letteralmente “dissolti nell’aria” non appena hanno portato a termine il loro dovere.
E che cosa ci dice Shakespeare? Ci dice che noi non siamo diversi da questi spettacoli, che la vita non è diversa dal teatro. Come la realtà dello spettacolo (“la fabbrica senza fondamento di questa visione”), con la sua ambientazione, i suoi personaggi e i suoi eventi, si è dissolta nel momento in cui la rappresentazione si è conclusa, così anche la nostra realtà, quella materiale, insieme a tutto ciò che contiene, dovrà dissolversi senza lasciarsi alle spalle nemmeno il più piccolo rimasuglio.
Fin qui, niente di nuovo. Ma Shakespeare continua. “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni / e la nostra breve vita è circondata dal sonno”. Questi versi li conoscevate vero? Credo sia una delle frasi più citate della storia della letteratura. Il problema è che vengono sempre citati da soli, mentre solo alla luce di quanto Shakespeare ha scritto prima assumono significato. Ma tranquilli, non è colpa vostra, sono le ragazze su Facebook/Instagram che non scrivono mai tutto il monologo sotto le foto.
Scherzi a parte, “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni” perché siamo inconsistenti ed effimeri e, come i sogni, destinati a svanire nel nulla in un momento ben preciso, quello della nostra morte.
“E la nostra breve vita è circondata dal sonno”. Ma perché il sonno? Facciamo un breve ragionamento. Cosa eravamo prima di nascere? Non lo sappiamo. Se prendiamo per vere le ipotesi dell’ateismo su cui ho impostato il lavoro, non esistevamo. Ma, anche se fossimo esistiti in qualche forma, non ce n’è rimasto ricordo perché non eravamo coscienti. E dopo la morte? Quando moriremo il nostro cuore si fermerà, smettendo di pompare il sangue nelle vene. Al nostro cervello non arriverà più nutrimento e così smetterà di funzionare. E, smettendo di funzionare, smetterà anche di stanziare la mente e, con essa, la coscienza, cioè la facoltà di essere presenti a noi stessi, di essere consapevoli di esistere. Risultato? Non solo non esisteremo più come mente pensante, ma non sapremo neanche di non esistere più. Saremo incoscienti, come quando dormiamo in un sonno profondo e senza sogni.
Per questo Shakespeare dice che la nostra breve vita è circondata dal sonno: perché il sonno è uno stato di incoscienza. Quando noi dormiamo e non stiamo sognando, la nostra coscienza è spenta. Non pensiamo e non siamo più presenti a noi stessi, addirittura non sappiamo nemmeno più se esistiamo o no. Non abbiamo neanche la percezione del tempo, tant’è vero che quando ci svegliamo ci sembra sia passato un istante da quando ci siamo addormentati. Tranne nelle notti insonni, brutta cosa le notti insonni.

Anche questa volta abbiamo aggiunto un tassello al nostro ragionamento, andando a discutere dell’incoscienza che segue alla morte se non esiste un anima. Spero che l’articolo vi sia piaciuto. Siete tutti caldamente invitati a farmi sapere cosa ne pensate qui nei commenti, in direct su instagram o per e-mail. Non mangio nessuno, giuro!
Adesso sono anche impaziente di scrivere un articolo su “La Tempesta” al di fuori del progetto, per parlarne non solo da un punto di vista filosofico ma anche letterario e artistico.
Ci rivediamo la prossima settimana con il quarto articolo! Sarà un momento di svolta nel nostro percorso: per la prima volta tireremo le somme e ci porremo una domanda, anzi la domanda. Dopodiché il nostro scopo sarà quello di trovare una risposta.


Se volete acquistare “La tempesta” di Shakespeare, potete farlo a questo link: La tempesta. Se lo farete, contribuirete al mio progetto e mi aiuterete a realizzare i miei sogni.

Inoltre, vi ricordo che dalla pagina dei contatti potete iscrivervi alla Newsletter in modo da rimanere sempre aggiornati su tutte le novità del blog!

La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.

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