Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Tag: letteratura italiana

Alessandro D’Avenia – L’arte di essere fragili

Ebbene sì, anch’io ho finalmente letto “L’arte di essere fragili” di Alessandro D’Avenia. E devo ringraziare una persona a sua volta fragile e speciale che me lo ha regalato il giorno del mio compleanno.

Tutti i libri lasciano qualcosa di diverso ad ognuno, ma alcuni più di altri. Secondo me, “L’arte di essere fragili” rientra fra questi ultimi, quelli per cui leggere diventa un’esperienza del tutto soggettiva costruita a quattro mani dall’autore e dal lettore. Per questo non sono neanche sicuro che se ne possa parlare in maniera oggettiva. Per lo meno, sicuramente io non lo potrei fare: per cui oggi vi parlerò de “L’arte di essere fragili”, sì, ma vi parlerò anche un po’ di me.

“L’arte di essere fragili” è il libro che avrei voluto avere fra le mani dai sedici ai diciannove anni. Prende come punto di partenza tutte le domande che mi ponevo io a quell’età – domande che anche il buon Leopardi e D’Avenia si sono posti – e cerca risposte efficaci, che possano funzionare davvero come Ars Vivendi per dare un senso alle nostre vite, accettarci in tutte le nostre fragilità e trovare una felicità autentica. Si tratta di questioni fondamentali per tutti, ma in modo particolare per gli adolescenti, perché l’adolescenza è quella fase della vita in cui tutti noi siamo chiamati a scegliere la nostra strada, a chiederci chi siamo, a trovare o a costruire la nostra identità e a fare pace con noi stessi, accettandoci per quello che siamo davvero e non per quello che abbiamo sempre pensato di dover essere. Per lo meno, la psicologia insegna questo ed io, per esperienza personale, posso confermare.
Durante l’adolescenza ho cercato continuamente un libro che prendesse in considerazione le mie domande e che potesse fare un po’ di luce sui dubbi che mi accompagnavano ogni giorno. Avrei voluto qualcosa che fosse come una pista di decollo in piena notte, ce l’avete presente? Quando tante piccole lucine lampeggianti in successione disegnano i bordi della strada. Così anche nel buio più totale uno riesce a non perdersi. E invece ho trovato solo qualche lumino sparso che mi aiutava a fare un passo in avanti ogni tanto ma, di fatto, non mi risolveva il problema, non mi aiutava a non perdermi e non mi faceva stare meno male. E, tra parentesi, Leopardi per me è stato proprio uno di questi “lumini”, uno dei più importanti.
Ciò nonostante, sono riuscito ugualmente a trovare la mia strada e le risposte che cercavo. Certo, la confusione è stata tanta e ci ho messo un anno in più del dovuto, ma alla fine dalla mia crisi adolescenziale sono uscito. E mi è servita.
Sul tutto vale una frase sicuramente un po’ banale, molto tumblr e, per il mio caso, anche troppo altisonante, ma comunque vera, che Murakami ha scritto in “Kafka sulla spiaggia”: “Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e ad uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro che sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”. Per quanto mi riguarda, sono entrato nell’adolescenza come studente di liceo scientifico che riteneva tutte le discipline umanistiche inutili e adesso studio lettere e nella vita vorrei fare il professore (e magari anche lo scrittore, ma questo non diciamolo troppo forte). Che poi, quando sei cresciuto avendo per tanti anni un’idea di te di un certo tipo, non è facile accettare di essere tutta un’altra persona. Ma questa è un’altra storia.

Tornando invece alla persona che sono e ai miei sogni nel cassetto, fin da quando ho preso in mano il libro mi sono accorto di quante cose abbiamo in comune io e D’Avenia. Entrambi ci siamo posti un certo tipo di domande, entrambi abbiamo avuto Leopardi come punto di riferimento nell’adolescenza ed entrambi abbiamo deciso che nella vita volevamo seguire la nostra passione per la letteratura sognando di insegnare e di scrivere. Tant’è che un po’ lo ammiro e un po’ lo invidio per aver già realizzato entrambi i miei sogni e perfino con dei grandi risultati. E sono anche curioso di leggere gli altri suoi libri per conoscerlo meglio e per capire in cosa, invece, siamo diversi.
Ma c’è anche un altro punto che ci accomuna. Anche io, nel mio piccolo, da quando ho trovato le risposte alle domande dell’adolescenza ho sempre voluto scrivere un libro per aiutare chiunque si trovasse nella stessa situazione in cui mi ero trovato io ad uscirne fuori, per dare a ragazzi e ragazze come me quel libro che avevo sempre voluto e che non avevo mai trovato. Ma mi sono reso ben presto conto che non era così facile. Alla fine tutto quello che sono riuscito a tirar fuori è una raccolta di poesie. Una raccolta di poesie che è come un diario del viaggio che ho fatto dentro me stesso e che, per questo, nella mia testa ad un certo punto ho iniziato a chiamare “Diario di un viandante”. Il titolo del blog viene da lì. Alle poesie, poi, si è aggiunta anche la serie di articoli “La letteratura e la vita” che sto portando avanti qui sul blog, ma ripercorre solo una parte del viaggio e da una prospettiva diversa. Quindi, sotto questo punto di vista, “L’arte di essere fragili” non è solo il libro che avrei voluto leggere tra i sedici e i diciannove anni, è anche quello che avrei voluto scrivere.

D’Avenia ha conosciuto Leopardi quando aveva diciassette anni. Leggere le sue poesie è stato per lui come leggere le lettere che un amico gli scriveva dal passato. Arrivato ai trentanove, poi, con alle spalle una certa dose di esperienza come professore e come scrittore, ha deciso di rispondere a quelle lettere per ringraziare Giacomo di tutto quello che, inconsapevolmente, aveva fatto per lui. Ma non solo: ha deciso di coinvolgere anche noi. E, così, in un clima di sincero affetto ci presenta un amico che gli è stato vicino nei momenti difficili della vita e ci aiuta conoscerlo come lo ha conosciuto lui, a guardarlo con i suoi stessi occhi, ad accorgerci di quanto sia simile a noi e a trovare le risposte alle nostre domande tra i suoi versi – perché ci sono, abbiamo solo bisogno di qualcuno che ce le indichi.
A volte un professore usa i testi solo come pre-testi per insegnare ai suoi studenti qualcosa su loro stessi, sul mondo che si portano dentro e sulla vita: un qualcosa che va oltre la letteratura e allo stesso tempo ne costituisce l’essenza. E così fa D’avenia.
E che cos’è che ci insegna? Questo non sta a me dirlo, per scoprirlo dovete leggere il libro. Anche perché un articolo non gli renderebbe giustizia e non riuscirebbe mai a dire tutto quello che c’è da dire. Io vi parlo solo di un concetto, uno dei più preziosi tra quelli che sono racchiusi nelle lettere di D’avenia a Leopardi: la fragilità. Una parola che prima non mi avrebbe detto molto e che adesso, invece, sta diventando un elemento costituente delle lenti attraverso le quali guardo il mondo. Il fatto è che tutti noi siamo fragili. Tutti noi ci portiamo dietro un bagaglio di difetti e di imperfezioni, di debolezze e di vulnerabilità. Un bagaglio di cui ci vergogniamo e che ci fa sentire in difetto quando ci guardiamo intorno perché siamo costantemente circondati da persone che sembrano perfette. Quello che spesso ci dimentichiamo è che anche queste persone sono umane e fragili esattamente come noi. E non mi riferisco solo alle modelle dai corpi ritoccati al computer o ai cantanti e agli attori che nelle storie di Instagram sembrano avere una vita da sogno soltanto perché su quello che non vogliono far vedere non puntano mai l’obiettivo. No, mi riferisco anche a tutte le persone normali che, proprio perché si sentono insufficienti, nascondono le loro debolezze dietro uno scudo di superbia. Ovviamente all’estremo opposto c’è anche chi è talmente schiacciato dalla sua fragilità e dalla sua vulnerabilità da chiudersi, da non trovare neanche il coraggio di affrontare la vita.
D’avenia ci ricorda che fragili lo siamo tutti. Che siamo tutti imperfetti e vulnerabili allo stesso modo. E che possiamo – anzi, dobbiamo – re-imparare ad accettare le nostre fragilità, i nostri difetti e le nostre debolezze per vivere la vita così, per quello che siamo e felici di esserlo. Perché ognuno di noi è unico e irripetibile ed è custode di un’unicità preziosa che lui solo può offrire al mondo e che altrimenti andrebbe perduta.
Insomma, essere noi stessi e accettarci nonostante le nostre fragilità, o proprio in virtù delle nostre fragilità, è il primo passo di quell’arte di vivere che D’avenia ci insegna e che può davvero permetterci di dare un senso alle nostre vite e di essere felici. Gli altri ve li lascio scoprire.

La letteratura e la vita 2: d’Annunzio e la morte

Qui giacciono i miei cani – Gabriele d’Annunzio

Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.

Per scrivere un post su d’Annunzio devo darmi una pacca d’incoraggiamento da solo. Non è esattamente il mio poeta preferito. Anzi, tutt’altro. Un uomo finto, artefatto, che si è costruito un personaggio e ha passato la vita a recitarlo nel bisogno di sembrare di più di quello che era.
Forse, però, è lui stesso la vittima: non credo sia mai stato capace di accettarsi. Può darsi che il personaggio, le manie di protagonismo e il bisogno di ostentare fossero solo un disperato tentativo di sentirsi degno d’affetto e di guadagnarsi l’ammirazione altrui.
Resta il fatto che non amo quello che scrive. Le sue poesie mi sembrano superficiali e finte quando, per i miei gusti, la sincerità in poesia è tutto. I contenuti non si salvano, ma lo stile? idem. Ha uno stile eccessivamente elaborato che probabilmente, nei suoi piani, doveva avere un sapore aristocratico e intellettuale quando in realtà risulta solo anacronistico e pesante.

Ma bando alle ciance, non mi piace parlare male delle persone. Se ho deciso di scrivere un articolo su di lui, un motivo ci sarà! E, infatti, in tutta la sua produzione, c’è un testo diverso dagli altri. S’intitola “Qui giacciono i miei cani” ed è, probabilmente, l’ultima poesia che ha scritto. Abbozzata a matita nel 1935, è stata ritrovata fra le carte del Vittoriale dopo la sua morte e pubblicata postuma.
Un componimento cupo e di stampo nichilista, che colpisce perché sembra più sincero degli altri dello stesso autore, come se d’Annunzio, davanti alla morte dei suoi cani, avesse finalmente dismesso i panni del personaggio che si era costruito per scrivere una poesia autentica, lasciando da parte ogni artificiosità.
Possiamo supporre che in questa occasione D’annunzio si sia trovato per la prima volta a riflettere davvero sulla morte. E da questo confronto ne esce sconfitto. Lui, che in vita aveva cercato di essere tutto, getta la maschera e si definisce “uom da nulla”. Si è reso conto che gli ideali a cui aveva consacrato la sua vita, il superomismo (cattiva interpretazione del pensiero nietschiano), il vitalismo e l’estetismo, in realtà di fronte alla morte non valgono niente. E che, con questi, non valeva niente neanche la sua vita.

È la sconfitta di un uomo che si accorge di aver vissuto un’esistenza vana, ma, allo stesso tempo, è anche la sconfitta dell’uomo in generale. Perché sì, contiene riflessioni che, in fin dei conti, potrebbero valere per tutti.
E qui arriviamo a quello che interessa a noi. Vi ricordate come ci eravamo lasciati la scorsa settimana con l’articolo su Ozymandias di Percy Bysshe Shelley? Avevamo discusso del primo protagonista del nostro ragionamento, il tempo, che scorre inesorabilmente cancellando poco alla volta ogni cosa. Bene, da questa legge non è di certo esente l’uomo, che in confronto all’impero e alla gloria di Ramesse II appare fin troppo effimero. Ogni uomo, presto o tardi, è destinato a morire. “Valar Morghulis”, direbbe qualcuno. E questo, alla fine, lo aveva capito anche d’Annunzio, che ci dice che “la morte è tutto”, nel senso che è quello a cui tutti andiamo incontro.
Ma dopo la morte cosa verrà? Nessuno può dirlo. Questo dipende da quello in cui credete voi. Il progetto che ho in mente, però, si muove in una prospettiva atea, perciò non posso che rispondervi che dopo la morte viene il nulla. Il binomio morte/nulla è il secondo protagonista del nostro ragionamento e vi starete ormai accorgendo che questa poesia di D’annunzio lo introduce in modo eccellente.
L’approdo nichilistico viene sancito dagli ultimi due versi: “Ogni uomo sepellito / è il cane del suo nulla”, che significano che l’uomo di fronte al nulla è come un cane di fronte al suo padrone.

Anche per oggi ci fermiamo qui. Chi si fosse perso l’articolo precedente, lo può recuperare a questo link. La domanda “Ma dopo la morte cosa verrà?” sarà l’argomento principale del prossimo articolo, in cui punteremo ancora verso il basso, sempre più in profondità nella riflessione intorno al nulla e al nichilismo. La svolta arriverà con il quarto e, da quel momento in poi, viaggeremo in salita. Citando Liga, “il meglio deve ancora venire”.


La letteratura e la vita 1, qui.

Continua la lettura qui.

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