Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Tag: letteratura (page 1 of 3)

La letteratura e la vita 9: Carver e l’amore

Mi dispiace riutilizzare una poesia di cui ho già parlato, ma è la più adatta per affrontare l’argomento di oggi, quello con cui voglio chiudere il progetto. E poi, da quando ne ho parlato per la prima volta questa “famiglia” è cresciuta molto, per cui è più che probabile che qualcuno non abbia mai letto il vecchio articolo. Nel caso, lo potete trovate qui.
La poesia in questione è “Ultimo Frammento” di Raymond Carver.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

Sogni e passioni sono una soluzione al problema del senso della vita. Ma ce n’è anche un’altra, che non esclude le prime due bensì, semplicemente, completa il quadro: l’amore. Ok, mi sento già in imbarazzo a parlarne. Dovete aiutarmi: non pensate male! Non state per sorbirvi uno sproloquio smielato, ve lo prometto.
Ad ogni modo, d’amore si tratta. Ultimo frammento è la poesia che preferisco sull’argomento. E lo è per molti motivi. Ad esempio perché è sincera. Oppure perché raccoglie al suo interno il bilancio di un’intera esistenza. Ma anche perché tratta il tema in modo sobrio e originale, ponendo l’accento sul bisogno umano di essere amati. E, infine, perché è scritta in modo semplice e preciso, senza lasciare spazio a vuota retorica (cosa che per fortuna Carver non ha mai fatto) ma usando comunque parole soppesate e scelte con cura. Mi emoziona sempre. E non poco.
Però, non è tutto: mi piace anche perché è una poesia che affronta il tema dell’amore in una prospettiva esistenziale. Qui non si parla di quanto il poeta soffra per amore o di quanto sia bello innamorarsi, si parla dell’amore come senso della vita. Nei suoi ultimi mesi, Carver ha capito che tutto ciò che aveva sempre desiderato era sentirsi amato. Che l’amore era la seconda metà di quella stella polare di cui aveva parlato appena qualche pagina prima. E che, alla fine, tutto quello che nella vita contava per lui era proprio l’amore.
Mi colpisce perché è la prova su carta di quello che vede un uomo quando, davanti alla morte, si guarda indietro. È una testimonianza di quello che secondo Carver conta veramente. Non c’è spazio per le ambizioni, non c’è spazio per il denaro o il successo, ma non c’è spazio neanche per i sogni né per la stessa letteratura. Non c’è spazio per i rimpianti e non c’è spazio per i rammarichi. C’è spazio solo per una cosa – che necessariamente deve essere la più importante. E per Carver questa cosa è l’amore.

È curioso come l’amore non possa risolvere il problema del senso della vita da un punto di vista razionale ma, al tempo stesso, ci riesca nella pratica. Cosa intendo dire? Che se senso significa anche scopo, l’amore non può essere il senso della vita, perché non è uno scopo – è una presenza. Non si lascia incasellare dalla ragione in nessuna cella concettuale fra quelle che fin qui abbiamo delineato. Eppure mi fa venire in mente una frase che Marquez ha scritto in “Memoria delle mie puttane tristi”: “la mia vita si riempì di lei”. Ed è proprio così, l’amore riempie la vita. E la riempie di qualcosa che oso chiamare “senso”.
Ma anche parlando di un concetto più semplice, come quello di felicità: sfido chiunque a trovare qualcosa capace di rendere felice un uomo quanto l’amore. Per lo meno nei primi mesi di un innamoramento. Niente ne eguaglia l’intensità.
Ma c’è una cosa ancora più bella, ed è che l’amore ha molte facce. No, non lo dico come frase fatta: sono seriamente convinto che l’amore si manifesti in molte forme oltre a quella “di coppia”. Potrei anche farvi degli esempi, ma non li faccio. Sono personali. Lascio a voi scoprire più sfaccettature possibili.

Questo è ciò che può dare un senso alla vita, secondo me: sogni, passioni e amore. Per lo meno, è ciò che ad oggi credo possa farlo. In futuro, chissà. La ricerca del senso della vita è un viaggio dal finale aperto.
Se c’è qualche affezionato che ha seguito la rubrica dall’inizio alla fine, colgo l’occasione per ringraziarlo: era da molto tempo che volevo condividere quello che ho imparato sul senso della vita durante l’adolescenza. Sapere che c’è qualcuno, in qualche parte del mondo, che è stato disposto a leggerlo è davvero gratificante. Perciò, grazie di cuore.
A questo punto non posso che ricollegarmi a ciò che mi ero riproposto all’inizio del progetto: non ho niente da insegnare a nessuno perché l’esperienza di ogni persona è unica e diversa da quella di tutte le altre. Ho scritto questi articoli nella speranza che potessero essere utili a chi mi assomiglia, a chi si pone le stesse domande che mi sono posto anch’io tra i sedici e i diciannove anni, e mi auguro di esserci riuscito. Se vi hanno fatto fare anche solo un passo avanti nella vostra ricerca, hanno raggiunto il loro scopo.

Grazie ancora.


La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.
La letteratura e la vita 3, qui.
La letteratura e la vita 4, qui.
La letteratura e la vita 5, qui.
La letteratura e la vita 6, qui.
La letteratura e la vita 7, qui.
La letteratura e la vita 8, qui.

J. D. Salinger – Franny & Zooey

Faccio una piccola premessa: credo che Franny & Zooey sia uno di quei libri che hanno bisogno di essere letti più di una volta. Anzi, mi correggo: credo che Franny & Zooey sia uno di quei libri che vogliono essere letti più di una volta. Per lo meno, a me ha lasciato questa impressione. Nelle sue appena 155 pagine, è immenso. Così denso da custodire un tesoro forse inesauribile, che svela poco a poco ad ogni lettura. Ad ogni modo, io questa fantomatica seconda lettura non l’ho ancora fatta. Eppure sono qui a parlarvene lo stesso, mea culpa. Non ho resistito.

Detto questo… che libro! Qualche anno fa ho letto “Il giovane Holden”, che è sicuramente il romanzo più famoso di Salinger, ma credo che “Franny & Zooey” sia almeno una spanna sopra.
Franny & Zooey, però, non è un vero romanzo – almeno non nel senso stretto del termine. È un libro che raccoglie due racconti lunghi, strettamente collegati fra loro, che hanno gli stessi protagonisti e si completano a vicenda.
Questi protagonisti, ovviamente, sono Franny e Zooey – i due figli minori di una famiglia, i Glass, dell’alta borghesia newyorchese. Oltre a loro, Les e Bessie Glass hanno avuto altri cinque figli, tutti eccezionalmente intelligenti e dotati.
I più interessanti sono i più grandi, Seymour e Buddie. Studiosi di religioni e filosofie orientali, con una cultura vastissima che si estende ad includere anche la filosofia occidentale e la letteratura, sono personaggi misteriosi e affascinanti – specialmente Seymour, che è pressoché avvolto da un’aura di sacralità – che, però, non compaiono mai direttamente nella storia, ma vengono delineati in modo nitidissimo in absentia. Già solo su di loro ci sarebbe molto da dire, ma non voglio privarvi del piacere di scoprire il più possibile leggendo.
Quello di cui mi limito a parlare è l’elemento più importante per la trama: Seymour e Buddy si sono fatti carico dell’educazione di Zooey e Franny quando erano bambini, insegnando loro tutto ciò che sapevano sulle religioni, sulla spiritualità e sulla metafisica, per poi introdurli direttamente alla lettura dei testi sacri dell’umanità. Ovviamente, dire che i protagonisti fossero bambini precoci è riduttivo. Zooey una volta ha “dimenticato una delusione amorosa traducendo in greco classico la Mudaka Upanishad”, fate voi.
Questo però è il passato. Oggi Zooey ha venticinque anni e Franny venti. Il primo lavora come attore, la seconda studia al college. Ma sono due anormali – è lo stesso Zooey a dirlo: “Siamo degli anormali, ecco cosa siamo!”
In che senso? Nel senso che sono due persone troppo intelligenti e troppo profonde per essere felici. Le domande che si pongono e le risposte che trovano recidono sul nascere ogni possibilità di felicità o di una vita normale. Pensano troppo, lo fanno troppo a fondo e non riescono a smettere perché fa parte di ciò che sono. Citando Bessie, la madre: “non capisco proprio a cosa serva sapere tanto cose ed essere tanto intelligenti e così via, se non riuscite ad essere felici”.
Superfluo a dirsi, questa profondità di pensiero impedisce loro anche di adeguarsi alla società in cui vivono o di intrattenere normali rapporti sociali. Sono troppo diversi. Ed è tutto troppo superficiale, ipocrita o egoista per loro. Una frase che ci tengo a condividere e che cito a memoria (per pigrizia) è questa: “Noi non parliamo, dissertiamo”.
Ma c’è qualche differenza fra loro: Franny è in una fase turbolenta. Anche se ha già vent’anni, è in piena adolescenza. Patisce il peso delle aspettative che vengono riposte in lei per il suo talento e non si riconosce nella società in cui dovrebbe eccellere. Come se non bastasse, come tutti gli adolescenti è alla ricerca di se stessa e di un senso da dare alla sua vita. Per uno di questi motivi o forse per entrambi trova la sua strada in un libro, “Racconti di un pellegrino russo”, e nelle idee che racchiude; ma questo non le risparmia un esaurimento nervoso, anzi lo peggiora. Ed è proprio questo esaurimento a farla tornare a casa e a costituire il fulcro della trama.
Sì, perché a casa c’è Zooey, che, essendo di qualche anno più grande di lei, è già passato in quello che sta attraversando e può cercare di aiutarla. Zooey è stabile: ha fatto i conti con la sua anormalità, si è liberato dalle aspettative scegliendo di imboccare una carriera da attore quando tutti lo avrebbero mandato all’università e riesce, a grandi linee, a convivere con una società e delle persone così diverse da lui. Ma ho scritto “cercare di aiutarla” non a caso, perché quando ci si trova qualche passo avanti e si ha già assunto consapevolezza di certi processi spesso è difficile farci capire da chi sta dietro di noi. E infatti Zooey spesso finirà per doversi scusare e ripetere a Franny che non vuole portarle via la sua “preghiera”.
Una sola cosa: è un libro praticamente privo di trama. Non credo possa piacere a tutti, per lo meno non a chi, in un romanzo, cerca per prima cosa l’intrattenimento. Ma se avete un certo tipo di gusto o se siete aperti a nuovi generi di letture, è sicuramente un libro a cui vale la pena dedicare del tempo.

Cosa resta da dire? Be’, bisogna spendere due parole su come è scritto. Salinger in questo lavoro ha una prosa brillante, che combina ironia e vividezza.
Cominciamo dall’ironia: perfino io, che faccio così tanta fatica a coglierla quando è scritta, non solo l’ho capita ma l’ho anche adorata. La sezione intitolata Zooey ha una voce narrante molto più presente dell’altra. Questo narratore, in cui non è difficile scorgere uno dei personaggi, apre il racconto dicendo che sa benissimo che le introduzioni sono oggetto di biasimo (scoccando una freccia dritta dritta contro i critici) e che, nonostante questo, intende scriverne una lo stesso. E perfino prolissa. Con questo paragrafo, Salinger fa un occhiolino al lettore e cerca la sua complicità contro il mondo della critica. E lascia anche la chiave di lettura del suo stile in mano al lettore: uno stile che sposa le caratteristiche del personaggio che sceglie come voce narrante e che osa scrivere come non si dovrebbe, ma che lo fa con consapevolezza, ironia e maestria, rendendo divertenti descrizioni che altrimenti sarebbero state a dir poco noiose.
Ma l’ironia non è onnipresente – anzi, è più simile ad una comparsa ricorrente. La vera cifra stilistica della prosa di Salinger in questo suo lavoro è la vividezza. Ogni scena ci viene disegnata davanti agli occhi e ci assorbe completamente. Non la guardiamo da fuori, ma da dentro, e ne respiriamo l’atmosfera con i protagonisti. Che si tratti dell’irritazione per la presenza di Bessie in bagno o della sacralità di una certa stanza della casa, non riusciamo a non provare le emozioni che provano i personaggi.

Franny & Zooey riprende i temi cari a Salinger: come l’adolescenza, già affrontata nel giovane Holden, o la spiritualità orientale. E li sviluppa ad un nuovo livello di profondità. Davvero una piccola perla che consiglio a tutti gli adolescenti in crisi perché pensano troppo. Magari non troveranno risposte, ma almeno qualcuno che si pone le loro stesse domande.

La letteratura e la vita 8: Carver e la stella polare

Dal momento che di recente ho scritto un articolo sulle poesie di Carver, mi sono detto: “Perché no? Chiudiamo il progetto con Carver”. Originariamente avevo intenzione di farlo con Berserk, ma ho cambiato idea.
Verso la fine di Orientarsi con le stelle c’è un testo in prosa. S’intitola “La stella polare” ed è il racconto autobiografico di un episodio della vita del poeta. “Sarà stato nel ’56 o nel ’57”, Carver aveva tra i diciotto e i diciannove anni e lavorava come fattorino per un farmacista di Yakima. Un giorno si è ritrovato a dover fare una consegna ad un signore molto anziano, che lo ha invitato ad entrare in casa mentre cercava il libretto degli assegni. In salotto c’erano un sacco di libri e il giovane Ray non aveva mai visto una biblioteca personale in vita sua! Tra i volumi sparsi su un tavolino, c’era anche una rivista con su scritto “Poetry”.
Ai quei tempi il nostro amico scriveva già – o almeno ci provava – ma non aveva molta coscienza del mondo letterario intorno a sé. Non sapeva, ad esempio, a chi mandare una poesia per farla pubblicare ne come funzionasse l’editoria. Scriveva e basta, “ossessionato dall’idea di dover «scrivere qualcosa»”.
Quella rivista gli ha fatto capire che non era il solo a sentire quel bisogno. E gli ha anche indicato la strada per condividere con gli altri il suo lavoro. L’anziano signore si accorse della sua curiosità e glie la regalò, ignaro della catena di eventi a cui stava dando inizio. “Ti interessa la poesia? Perché non prendi anche la rivista? Magari un giorno scriverai qualcosa anche tu. Se è così, dovrai pur sapere dove mandarla”.
Da allora, la scrittura è stato il fil rouge della vita di Carver. La sua “passione”, potremmo dire.

Il brano s’intitola “La stella polare”. Perché? La stella polare non è una stella qualsiasi. È una stella che, dalla terra, si vede sempre nella stessa posizione – non si sposta mai. Per questo è stata usata anche dai marinai come punto di riferimento per secoli. Serve per orientarsi: se si punta verso di lei, si sta andando a Nord.
Per Carver, la poesia è stata una stella polare. Diciamocelo, la vita è un mare così vasto che può facilmente lasciare smarriti. Le possibilità sono tante e le scelte difficili. Ancora di più nell’età contemporanea, postmoderna, in cui tutte le grandi “narrazioni”, gli ideali e i valori che potevano costituire un punto fermo per l’uomo sono venuti meno. Per questo, abbiamo tutti bisogno di una stella polare, che brilli fissa anche nella notte, verso cui indirizzare la nostra rotta e che ci permetta di orientarci. È questo che ci serve per dare un senso alla vita.
Ma che cos’è una stella polare? Per Carver è stata la poesia. Generalizzando, una passione a cui dedicarsi. E per noi può essere lo stesso. Non importa quale passione – può essere la danza, la cucina o la scienza – quello che conta è che sia ciò verso cui punta la nostra bussola interiore.
Può anche essere un sogno, un obiettivo da realizzare. Non è poi così diverso: le passioni sono come strade che non sappiamo dove ci porteranno ma che vogliamo comunque percorrere; i sogni sono come destinazioni, che non sappiamo come raggiungere ma che vogliamo comunque raggiungere. Ma ogni meta implica una strada e ogni strada implica una meta, per cui, a livello pratico, non fa molta differenza: entrambe le soluzioni danno uno scopo alla nostra vita e ci forniscono un antidoto per quel senso di smarrimento che a volte ci schiaccia. Soddisfano la testa e soddisfano il cuore.
E voi, cosa ne pensate? Siete d’accordo?

“Allora non ero che un ragazzotto ingenuo, ma niente può spiegare o negare quel momento: il momento in cui la cosa di cui avevo maggior bisogno nella vita – chiamatela una stella polare, un punto di riferimento – mi si presento davanti per caso e con generosità. Nessun’altra cosa sia pure vagamente simile a quell’attimo mi è più accaduta da allora.”

Raymond Carver, La stella polare.


La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.
La letteratura e la vita 3, qui.
La letteratura e la vita 4, qui.
La letteratura e la vita 5, qui.
La letteratura e la vita 6, qui.
La letteratura e la vita 7, qui.

Raymond Carver – Orientarsi con le stelle

Vi ho già raccontato qual è stato il mio primo impatto con le poesie di Carver?
Per molto tempo ho diviso gli scrittori in due categorie: quelli introversi e quelli estroversi. Nella mia definizione, i primi sono quelli più interessati al mondo che portano dentro che a quello fuori e di solito sviluppano riflessioni introspettive o esistenziali. I secondi, invece, tendono a concentrare le loro energie mentali sul mondo esterno e, qualche volta, su problematiche sociali e politiche.
Circa uno o due anni fa, mentre ero in libreria e stavo curiosando nella sezione poesia, portandomi dietro, come al solito, il mio rapporto conflittuale con il genere, ho preso in mano per la prima volta “Orientarsi con le stelle”, la raccolta completa delle poesie di Carver. L’ho aperta, l’ho sfogliata e poco dopo l’ho richiusa e l’ho posata. Ho pensato: “Non farà mai per me”. Superfluo dire che se sono qui a parlarvene ho cambiato idea: qualche mese fa l’ho comprata e da poco l’ho finita, a conferma del fatto che certi libri non basta leggerli per apprezzarli, ma bisogna trovare gli occhi giusti con cui guardarli, quelli che possono svelarci la loro bellezza.
Ma come mai è andata così? Quando ho sfogliato le poesie di Carver per la prima volta ho avuto l’impressione di trovarmi davanti ad uno scrittore che usa la poesia per raccontare storie. Se conoscete Carver come autore di racconti: mi sembrava che in poesia scrivesse le stesse cose, solo con una forma più breve e andando a capo prima della fine della riga. E questo è, in parte, vero. Aggiungete poi che Carver nello scrivere i racconti è un realista, che per me è l’incarnazione per eccellenza dello scrittore “estroverso”, e che preferisco di gran lunga i poeti introversi ed il risultato diventa scontato: non mi sembrava il mio genere di poesia. Amo chi mi scrive del mondo che ha dentro e Carver, invece, mi era sembrato che raccontasse storie inventate di personaggi che poco avevano a che fare con lui. Ma mi ero sbagliato.

È vero, la maggior parte delle poesie di Carver sono racconti in versi. Addirittura una delle raccolte che ha pubblicato in vita e che sono state poi incluse in “Orientarsi con le stelle” si intitolava “Racconti in forma di poesia”: più esplicito di così! Ma questo non significa, innanzitutto, che non racchiudano bellezza.
Le poesie di Carver sono come dei quadri: creano un’immagine, raccontano un’emozione. Chi cerca un “messaggio” probabilmente rimarrà deluso, perché a Carver non interessa trasmetterne uno. Leggere le sue poesie per la prima volta è come fare un giro in una galleria d’arte senza nessuna preparazione sul pittore di cui si guardano le opere: ci fermiamo davanti ad un quadro e lo osserviamo per tutto il tempo che riesce a tenerci affascinati. Se abbiamo una sensibilità affine a quella del pittore e ci troviamo a guardarlo nel momento giusto della nostra vita, ci arriva, ci emoziona. Altrimenti passiamo al successivo e, forse, sarà quello a trasmetterci qualcosa. Così, molto ingenuamente.
Ma non è vero che nelle poesie di Carver la vita e l’interiorità del poeta siano assenti. Al contrario, sono presenti, ma lo sono in una forma molto particolare. L’autobiografia e l’invenzione narrativa si intrecciano in un modo complesso da districare. Certo, ci sono poesie in cui il poeta racconta qualcosa di sé e della sua vita e ci sono anche poesie che sono davvero dei racconti in versi. Ma, nella maggior parte, i due piani si mescolano: uno spunto autobiografico può diventare il punto di partenza per un racconto in versi. O, addirittura, un episodio di vita può essere raccontato in terza persona come se fosse fiction, rendendo difficile capire se il poeta stia parlando di se stesso o di un suo personaggio.
Il confine è difficile da individuare, ma, per farla breve, la mia prima impressione era sbagliata. Avrei dovuto ricordarmi quello che insegnava Jung: che le persone non sono mai del tutto estroverse o del tutto introverse, ma combinano entrambe le tendenze in una diversa percentuale. Eppure anche questo non sarebbe bastato, perché Carver non solo le combina ma addirittura le mescola fra loro. Come ha scritto la sua compagna, Tess Gallagher, nell’introduzione al libro: “Molte delle sue poesie più recenti hanno la caratteristica di un diario”, però “Il punto di vista di Ray, che spesso racconta in terza persona, lo colloca al fianco del lettore”.

Ma cosa canta Raymond Carver?
Canta scene di vita quotidiana dell’America degli anni ’80, tra la grigia piattezza di una battuta di pesca e la sofferenza taciuta di un matrimonio fallito. Canta la perdita e il silenzioso soffermarsi sopra di essa. Canta lo sfaldamento dei rapporti familiari e l’alcolismo che conosceva così bene. Il fil rouge è una disperazione rassegnata e affrontata in modo stoico, che si tiene silenziosa sullo sfondo, senza emergere quasi mai in patetismi.
Allo stesso tempo, però, canta senza volerlo il suo viaggio, il “passaggio da una riva all’altra” – per usare di nuovo le parole di Tess – partendo dal fallimento del primo matrimonio e dall’alcolismo, che emergono così nitidamente in poesie come “A mia figlia”, fino a quella che lui stesso definiva la sua seconda vita e al raggiungimento di una nuova felicità. Strada facendo, l’amarezza del passato e la consapevolezza del grigiore della vita non vengono dimenticate, ma, al contrario, permettono a Carver di cogliere quanto siano preziosi certi “doni” che comunemente riceviamo e diamo per scontati.
Così, in “Orientarsi con le stelle”, troveremo poesie in cui i gesti banali e quotidiani di una colazione scandiscono la presa di coscienza, taciuta, dell’irrecuperabilità di un matrimonio come in “Mattina, pensando all’impero”. Poesie come “Mia moglie”, in cui il poeta si ritrova a fare i conti con l’assenza della moglie dopo che questa se n’è andata, concentrandosi sui soli oggetti che si è lasciata dietro – due paia di calze e una spazzola – e sul letto dove dormivano insieme, che resta “strano e impossibile da spiegare”. O come “A mia figlia”, una delle più dolorose, in cui Raymond parla alla figlia adulta e caduta, come lui, nell’alcolismo. Testimoni della prima fase dalla sua vita sono anche i versi finali di Deuschutes, in cui il poeta, mentre pesca, pensa che “Lontano, / un altro uomo cresce i miei figli, / e va a letto con mia moglie, con mia moglie.”
Ma ci sono anche poesie che si aprono come uno spiraglio di luce in mezzo al grigiore. In “Felicità”, Carver, mentre guarda dalla finestra di prima mattina due ragazzi che consegnano i giornali, coglie “Una tale bellezza che per un attimo / la morte e l’ambizione, perfino l’amore / non riescono a intaccarla”. O in “Per Tess”, in cui Ray si sdraia sull’erba vicino al fiume dove è andato a pescare e si immagina di essere morto finché non gli viene in mente Tess, la donna che ha saputo dargli la felicità che non era mai riuscito a trovare prima. A quel punto torna ad essere contento e scrive “È che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire”. Non sempre la vita con Tess è stata felice – con Carver siamo sempre nel mondo reale, più grigio che roseo – ma la gratitudine resta e ritorna nel finale di una poesia che mi piace molto: “Il Dono”. Tess e Ray non sono riusciti a dormire bene, hanno passato una nottataccia, ma sono “straordinariamente calmi e teneri l’uno con l’altra […] / Come se ognuno sapesse cosa prova l’altro. Anche se, / naturalmente, non lo sappiamo. Non lo si sa mai”. Carver scrive: “È la tenerezza che mi preme. È questo il dono / che mi commuove e mi prende tutto questa mattina. / Come tutte le mattine.” Perfino dopo aver scoperto di essere malato e di non avere più molto da vivere, a soli cinquant’anni, la gratitudine per i “doni” che aveva ricevuto nella sua “seconda vita” non lo ha abbandonato. Dopo aver parlato con Tess del tempo che era stato loro concesso, scriverà “Una pacchia”: “[…] questi ultimi dieci anni. / Vivo, sobrio, ha lavorato, ha amato, / riamato, una brava donna. […] Una vera pacchia”.
Il tutto ritorna nell’ultima poesia della raccolta, che racchiude in sé il bilancio di una vita intera. “Ultimo Frammento”, testimonianza di una vita disastrata e difficile che ha saputo trovare la sua ragion d’essere nella letteratura e, soprattutto, nell’amore, così a lungo cercato:

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

Questo è il Raymond Carver poeta per come l’ho conosciuto io. Se non avete ancora letto le sue poesie, leggetele e fatemi sapere cosa ne pensate. Spero di avervi incuriositi.

La letteratura e la vita 7: Intermezzo

Allora, eccoci di nuovo qua. Il progetto “La letteratura e la vita” ha saltato due settimane ma ora è tornato ed è pronto a volgere verso la conclusione. Lo so, lo so, vi devo delle spiegazioni. Come mai questa latitanza? Il fatto è che, nonostante avessi pianificato tutta la serie di articoli dall’inizio alla fine, ad un tratto alcuni dei testi che avevo scelto non mi soddisfacevano più. Così ho preferito prendermi un po’ di tempo per cercare testi migliori. Li ho trovati? Non proprio. E allora perché sono qui? Perché non mi piaceva l’idea di far passare troppo tempo senza darvi notizie. E anche perché avevo alcune cose da dire prima di addentrarmi nella sezione conclusiva del progetto.

Il problema che abbiamo affrontato finora – quello del senso della vita – secondo me ha due facce. Una è quella filosofica, che consiste in una riflessione razionale sul valore della vita,  sulla sua mancanza di scopo, sulle implicazioni di questo e sulle possibili soluzioni. L’altra è quella psicologica. Ora, premesso che né la filosofia né la psicologia sono i miei settori e che, quindi, parlo solo per esperienza personale, che cosa voglio dire quando mi riferisco alla faccia psicologica del problema? In realtà è piuttosto semplice: la consapevolezza del fatto che la vita sia priva di senso e che quando moriremo sarà come se non fossimo mai esistiti non è una consapevolezza leggera con cui fare i conti (anche Nietzsche parlava del peso psicologico della morte di Dio). Provoca tutta una serie di conseguenze, come smarrimento, confusione, inquietudine e tristezza (va bene, va bene, scritto così sembra il foglio illustrativo di un medicinale – sintomatologia della morte di Dio. Attenzione, potrebbe causare effetti collaterali – ma mi divertiva).
È uno stato d’animo che si avvicina al mal di vivere di Montale, allo spleen di Baudelaire e al tedio di Leopardi e su cui la letteratura ci ha lasciato numerose pagine. A volte con il nome di angoscia, altre con quello di disagio, sempre seguiti dalla parolina “esistenziale” che ci ricorda che hanno a che fare con il senso della vita e con la condizione umana. Io, per quanto mi riguarda, l’ho sempre chiamato “crisi”.
Ordunque, qual’è il punto, miei cari bucanieri? Il punto è che, se le cose stanno così, risolvere il problema del senso della vita non significa soltanto cercare quel cavillo teorico che salva l’esistenza dalla sua vanità, ma anche una soluzione pratica che faccia sparire questo stato d’animo e ci faccia pensare “Ecco, sono soddisfatto della mia vita – non sto vivendo invano”. In altre parole, da qui in avanti la strada della ragione si intreccia con quella del cuore e una qualsiasi risposta deve essere approvata da entrambe le facoltà. L’obiettivo non sarà più la verità, ma l’efficacia: due concetti che appartengono a due piani diversi.
Va da sé che se il problema è anche psicologico, allora la soluzione non potrà che essere soggettiva. Quello che funziona per me, potrebbe non funzionare per te e viceversa. Mi vengono in mente le parole che Woody Allen fa pronunciare a Gertrude Stein in Midnight in Paris: “Compito dell’artista non è soccombere alla disperazione, ma trovare un antidoto per la futilità dell’esistenza”. E io direi che questo potrebbe essere il compito di ogni uomo. Certo, un artista ha una responsabilità diversa: non deve trovare un rimedio solo per se stesso ma anche per gli altri. Eppure anche noi persone normali non siamo esonerati dal farlo.

Quindi: come andrà avanti il progetto d’ora in poi? Ogni articolo proporrà una possibile soluzione – tratta da quelle che ho conosciuto in prima persona e che hanno funzionato per me. Saranno due o tre, adesso deciderò. Dopodiché il progetto sarà finito. Ma, siccome stiamo parlando di un problema sempre suscettibile di revisioni, messe in discussione, dubbi, ritrattazioni e scoperte, il progetto in un certo senso resterà aperto: qualora dovessi trovare nuove soluzioni o accorgermi che una di quelle proposte non funziona come pensavo, usciranno nuovi articoli. E va be’, ovviamente nel frattempo riprenderanno/continueranno le rubriche normali. Ça va sans dire.


La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.
La letteratura e la vita 3, qui.
La letteratura e la vita 4, qui.
La letteratura e la vita 5, qui.
La letteratura e la vita 6, qui.

Divagazione: la bellezza è immediata?

Ogni tanto capita di leggere frasi che lì per lì non ci dicono niente o che, magari, qualcosa ci dicono, ma un “qualcosa” con cui non siamo affatto d’accordo, e che, però, entrano silenziosamente nella nostra testa e continuano a tornarci in mente. Noi continuiamo a vivere le nostre vite come se niente fosse finché, un giorno, non ci scopriamo d’accordo con quelle parole. Può darsi che abbiamo iniziato a leggerle da un punto di vista diverso e ad attribuire loro tutto un altro significato oppure che siamo maturati arrivando a scoprire che è vero quello che non credevamo lo fosse, in ogni caso sembra quasi che una parte di noi avesse sempre saputo che prima o poi quella frase ci sarebbe tornata utile e l’avesse tenuta da parte fino al momento giusto.
A me è successo con una frase di Carlo Rovelli. Stavo ascoltando l’audiolibro di “Sette brevi lezioni di fisica” e mi è rimasta impressa. È questa: “Ci sono sono capolavori assoluti che ci emozionano intensamente, il Requiem di Mozart, l’Odissea, la Cappella Sistina, Re Lear… Coglierne lo splendore può richiedere un percorso di apprendistato. Ma il premio è la pura bellezza. E non solo: anche l’aprirsi ai nostri occhi di uno sguardo nuovo sul mondo. La Relatività Generale, il gioiello di Albert Einstein, è uno di questi”.

Noi siamo abituati a pensare che la bellezza sia una cosa immediata. Che, se c’è, si dà e che, se non la percepiamo, è perché non c’è. Almeno non per noi. Quando guardiamo un quadro possiamo coglierne la bellezza e pensare che il quadro sia bello o che sia in linea con i nostri gusti, oppure possiamo non coglierla e pensare che sia brutto o che non sia fatto per noi. La stessa cosa può capitare con una poesia o con una persona. Pensiamo che, se una cosa è bella, si vede.
Non ci capita mai di pensare che la bellezza possa non darsi subito, possa essere nascosta, possa addirittura richiedere uno sforzo, da parte nostra, per essere trovata e capita – come se l’unica forma d’amore fosse l’amore a prima vista; come se l’amore che nasce dallo scoprirsi e dall’imparare ad apprezzarsi un po’ di più ogni singolo giorno, anche quando pensiamo che qualcosa non potrà mai piacerci, non esistesse.
E, invece, l’amore richiede un percorso di apprendistato. Che si tratti di una persona, di una poesia, di un quadro, esiste un tipo di bellezza che non si offre subito. Che richiede da noi sforzo e dedizione prima per conoscere, poi per capire, per creare un legame ed infine per innamorarci.

Oggi voglio parlarvi della poesia. Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con il genere e ce l’ho tuttora. Come tutti, ho iniziato a leggere con i romanzi e mi sono innamorato subito di questo mondo – altrimenti ora non sarei qua a scrivere di letteratura. Quella dei romanzi è una bellezza immediata, anche se non mancano eccezioni e anche se non si può mai parlare di bellezza e di letteratura con la stessa oggettività con cui si potrebbe parlare di fisica.
Poco dopo aver scoperto i romanzi, ho iniziato a scrivere. E, manco a dirlo, ho iniziato a scrivere narrativa. Ho scatole piene di idee e di tentativi di racconti falliti, ma resta la cosa che più amo fare.
Poi, ad un certo punto, è cambiato qualcosa. Quasi in contemporanea ho iniziato a sentirmi incuriosito dalla poesia, quasi attratto, e a scriverla. Il perché ho iniziato a scriverla è molto semplice: avevo bisogno di una forma espressiva più personale della narrativa, in cui parlare di me come in un diario, e, allo stesso tempo, anche più breve, perché non avevo molto tempo da dedicare alla scrittura. Perché io abbia iniziato a sentirmi incuriosito dal leggere poesie, invece, non lo so neanche ancora adesso. Forse più o meno per lo stesso motivo, ovvero per cercare una forma in cui l’autore si esprimesse in modo più personale e diretto. Ma non saprei.
Fatto sta che la mia relazione con la poesia è stata a lungo (ed è tuttora) una storia d’amore e d’odio. Per un poeta che riusciva ad “arrivarmi” ce n’erano dieci che semplicemente “non mi dicevano nulla”. Ma quel singolo poeta che riusciva a risuonarmi dentro era capace di farmi provare emozioni così forti e di insegnarmi così tanto sulla vita e su me stesso da compensare tutti gli altri e far sì che la ricerca valesse la pena.

Mi sono sempre chiesto il perché di tutto questo. Perché io – come la maggior parte delle persone – ho sempre apprezzato molto più facilmente i romanzi delle poesie? Perché per un poeta che mi faceva battere il cuore ce n’erano dieci che mi annoivano a morte? Perché dei romanzi mi sono innamorato subito e della poesia, invece, solo lentamente?
La risposta è una sola. I romanzi hanno una bellezza immediata: contengono già al loro interno tutto quello che serve per capirli e per amarli. Non c’è bisogno di sapere qualcosa in più sulla vita dell’autore, sulla sua visione del mondo o sulla storia che sta dietro al libro che hai tra le mani per apprezzarlo. Certo, se conosci tutto questo avrai accesso a molta più bellezza, ma anche senza puoi tranquillamente goderti il tuo libro, emozionarti e capirlo.
Con la poesia, invece, no. Quella della poesia non è una bellezza immediata. E non lo è perché la poesia non è autosufficiente, non basta a se stessa. Per sua natura è un frammento – di un ricordo, di un emozione, di un pensiero – e lo spazio bianco che manca a riempire la riga ce lo ricorda. È incompleta. Serve molto di più per apprezzarla, per coglierne la bellezza.

Facciamo un esempio semplice, uno di quelli in cui quanto ho detto è meno vero. Ultimo frammento di Carver. Recita così:

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E che cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

La leggi e, molto probabilmente, ti piace. Per essere una poesia, ha una bellezza immediata. Poi scopri che Carver l’ha scritta a cinquant’anni, mentre era malato di cancro e sapeva che sarebbe morto nell’arco di pochi mesi. Scopri che è la sua ultima poesia e che è il bilancio della sua vita. Scopri che, per tutta la vita, aveva cercato l’amore, che aveva alle spalle un matrimonio fallito che gli aveva lasciato una ferita profonda e che solo alla fine aveva finalmente trovato quello che cercava. A questo punto la rileggi e ti sembra ancora più bella, come se fino a quel momento ti fossi limitato a sbirciare la bellezza che filtrava dalla serratura e adesso ti avessero spalancato le porte. E, se questo è vero per una poesia di Carver, scritta all’incirca trent’anni fa, è ancora più vero per una poesia di duecento, quattrocento, settecento anni.
In una poesia confluisce la vita di chi la scrive, insieme alla sua visione del mondo, al suo retroterra culturale e all’atmosfera che si respira nel suo tempo. A tutto questo, poi, si aggiunge la questione della lingua: se è scritta in una lingua diversa dalla nostra c’è il problema della comprensione o della traduzione; se è scritta nella nostra, può esserci quello del tempo, perché sappiamo benissimo che l’italiano di due secoli fa non è quello di oggi.
Se noi avessimo letto “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Leopardi senza un professore che ci introducesse alla sua bellezza e che ci spiegasse cosa ci sta dietro e con quali occhi leggerlo, ci avrebbe fatto lo stesso effetto? Vedere la bellezza in una poesia così non è immediato. Ci serve sapere, per esempio, che “facelle” significa luci e, in questo caso, stelle, se vogliamo leggerla senza fermarci ad aprire il vocabolario. Ci serve sapere qualcosa sulla vita di Leopardi, sulle esperienze che sono state importanti per lui, sulla sua visione del mondo e sulla persona che era. E più scopriamo, più dettagli disseminati nel testo siamo in grado di cogliere. Più bellezza ci viene svelata.

Tutto questo per arrivare a dire cosa? Che, secondo me, è vero che alcuni tipi di bellezza richiedono “un percorso di apprendistato”. Richiedono tempo, dedizione, fatica, impegno e studio. Sì, anche studio. Richiedono amore; richiedono cioè che con un atto di fede riponiamo il nostro amore in qualcosa di cui non siamo ancora in grado di cogliere la bellezza e ce ne innamoriamo prima di innamorarcene con la fiducia che, quando riusciremo a cogliere cosa si nasconde fra i versi, ne saremo ricompensati e scopriremo che la nostra fiducia non è stata mal riposta. Perché dico amore? Perché il tempo, la dedizione, la fatica e l’impegno di cui parlavo prima sono parte dell’amore. E perché credo che tutto questo possa essere vero anche per le persone.
Ne vale la pena: “Il premio è la pura bellezza”.

John Williams – Stoner

Lasciate che vi parli un attimo del mio amico William Stoner: è nato in Missouri nel 1891 in una famiglia di contadini ed è cresciuto lavorando la terra. Si è ritrovato a studiare all’università quasi per caso, quando un ispettore di contea ha consigliato al padre di iscriverlo alla Facoltà di Agraria. Al secondo anno ha conosciuto la letteratura e se ne è innamorato. Ha iniziato a leggere notte e giorno e ha frequentato sempre più corsi di letteratura, fino a laurearsi in lettere. No, non dovete immaginarvi una di quelle passioni che divampano sconvolgendo la vita alla radice. La sua era più simile ad un fuoco stabile, che arde con costanza e che cambia ogni cosa, sì, ma solo col passare del tempo. Dopo la laurea è rimasto in università prima come dottorando e poi come professore. Ha svolto lo stesso mestiere per più di quarant’anni, senza superare mai il grado di ricercatore. Ed è restato infelicemente sposato con la donna sbagliata per tutta la vita. Come scrive Peter Cameron nella postfazione: “Non sembra materia troppo promettente per un romanzo e tuttavia, in qualche modo, quasi miracoloso, John Williams fa della vita di William Stoner una storia appassionante, profonda e straziante”. Ed io sono d’accordo.

Stoner è un romanzo che nasconde un segreto. Non ha nessun presupposto per avere successo, eppure è un capolavoro. Mi ha fatto soffrire per una buona metà del tempo, ma, ciò nonostante, si è ritagliato un posto speciale fra i miei libri preferiti. Mi ci sono affezionato.
Non so quali intenzioni avesse John Williams, l’autore, ma il romanzo sembra davvero essere stato scritto senza nessuna aspirazione. La trama è modesta: quella di Stoner è una vita silenziosa, una di quelle vite che attraversano il mondo senza far rumore, che non lasciano segni evidenti e che, quando si spengono, vengono presto dimenticate.
Ed è modesto anche lo stile: uno stile semplice e chiarissimo, calmo e pacato che scorre sempre leggero nella lettura pur non andando mai di fretta. Uno stile che apprezzo tantissimo, ma che forse è troppo anonimo per fare di un libro un capolavoro se non è supportato da una trama all’altezza.
C’è anche un’altra cosa: qui mi rifaccio a quanto ho scritto sulla regola dello “Show, don’t tell” nell’articolo su Banana Yoshimoto. Per farla in breve, secondo questa regola gli scrittori dovrebbero cercare di “mostrare” le cose, non semplicemente “dirle”. Ad esempio, non si dovrebbe scrivere “Tommaso era un bambino vivace, nessuno riusciva mai a farlo stare tranquillo”, bensì raccontare un episodio in cui Tommaso viene lasciato da genitori all’asilo e inizia a mettere tutto a soqquadro senza che le maestre riescano a tenerlo a bada, lasciando che sia il lettore a capirne il carattere. Ecco, Williams questo non lo fa. Non ha paura di “dire” le cose, di descrivere lui – in qualità di narratore – i suoi personaggi e le loro emozioni e di mostrarli solo dopo in azione.
Personalmente sono contrario al concetto di “regola” in letteratura: è una forma d’arte, perciò nessuna possibilità dovrebbe essere preclusa a priori. Ma è pur vero che, statisticamente parlando, i romanzi che seguono lo “Show, don’t tell” piacciono di più. Perché vi racconto questo? Per arrivare a dire che in Stoner, sotto certi punti di vista, neanche lo stile ha i presupposti che dovrebbero servire per fare grande un romanzo.

Eppure il risultato è un romanzo straordinario, qualcuno lo ha addirittura definito “il romanzo perfetto”. Perché? Qual è il suo segreto?
Tanto per cominciare la vita di Stoner non è così piatta come sembra. Anche se rimane sempre in una dimensione di modestia, come ogni vita ha le sue gioie e i suoi dolori, le sue soddisfazioni e i suoi dispiaceri. Ha lotte protratte per anni e sprazzi d’amore intenso, come le vite di tutti noi, che forse non lasceranno grandi segni nel mondo, ma non per questo saranno meno vissute, meno intense o meno sofferte.
Leggere Stoner è stato per me come fare un lungo viaggio, il viaggio di una vita accanto ad un amico. Già, perché pagina dopo pagina ho conosciuto questo William Stoner, ho iniziato a capirlo e ad affezionarmi a lui. Ho seguito tutta la sua storia dall’inizio alla fine: ho sofferto con lui quando la donna che ha sposato si è rivelata essere quella sbagliata e ha iniziato a fare di tutto pur di rovinargli la vita. Ed è stato straziante. Ci sono stati alcuni giorni in cui non aprivo il libro volentieri perché non volevo uscire dalla mia vita per entrare nella sua.
Poi, quando finalmente era riuscito a trovare nell’università un nuovo spazio dove continuare i suoi studi indisturbato, è comparso qualcuno intenzionato a portargli via ciò che amava anche lì. Ma Stoner ha la capacità, ogni volta che la vita gli porta via qualcosa, di ritagliarsi un nuovo spazio, di riscoprire la felicità in quello che gli resta e di andare avanti comunque. E così ha fatto: è andato avanti. E ben presto è riuscito a prendersi due rivincite, una in amore e una in università, non tanto sulle persone che gli hanno fatto del male quanto sulla vita in sé. E leggerle mi ha soddisfatto come se me le fossi prese io.
Nelle ultime settimane avevo difficoltà a leggere di sera. Nel giro di poche pagine mi si chiudevano gli occhi. Con Stoner, invece, questo non è successo: non riuscivo a smettere di leggerlo! Sia quando le cose gli andavano bene, sia quando gli andavano male. Ad un certo punto mi dovevo imporre di chiudere il libro e andare a dormire, altrimenti avrei fatto troppo tardi perché la voglia di continuare non diminuiva.

Stoner racconta la vita modesta di un uomo normale. Una vita che si potrebbe anche definire “assai piatta e desolata” come fa Peter Cameron nella postfazione. Eppure ha saputo coinvolgermi e farmi provare in prima persona tutto quello che provava il protagonista come pochi romanzi sono riusciti a fare, a tal punto che sento di aver creato un vero e proprio legame con il libro. Ma, allora, qual’è il segreto? Il trucco sta – forse – nel modo in cui la storia è raccontata. John Williams, nella sua pacatezza di narratore, sembra essere il primo ad affezionarsi al suo protagonista. Racconta la vita di Stoner con affetto e comprensione, dandole il giusto tempo e il giusto peso e coinvolgendo in questa prospettiva anche il lettore, che si ritrova presto a provare lo stesso affetto e la stessa comprensione per questo professore di letteratura incuriosito da ciò che resta della tradizione latina nella letteratura inglese.
Insomma, è vero: è una vita modesta. Ma è una vita modesta come potrebbe essere la nostra, per questo sentiamo Stoner così vero e vicino. Smettere di leggere la sua storia è impossibile come sarebbe impossibile smettere di leggere la biografia del nostro migliore amico. E, infatti, per me è uno di quei libri che, ogni volta che lo riaprirò, mi farà sentire come se stessi andando a trovare un vecchio amico.

Alessandro D’Avenia – L’arte di essere fragili

Ebbene sì, anch’io ho finalmente letto “L’arte di essere fragili” di Alessandro D’Avenia. E devo ringraziare una persona a sua volta fragile e speciale che me lo ha regalato il giorno del mio compleanno.

Tutti i libri lasciano qualcosa di diverso ad ognuno, ma alcuni più di altri. Secondo me, “L’arte di essere fragili” rientra fra questi ultimi, quelli per cui leggere diventa un’esperienza del tutto soggettiva costruita a quattro mani dall’autore e dal lettore. Per questo non sono neanche sicuro che se ne possa parlare in maniera oggettiva. Per lo meno, sicuramente io non lo potrei fare: per cui oggi vi parlerò de “L’arte di essere fragili”, sì, ma vi parlerò anche un po’ di me.

“L’arte di essere fragili” è il libro che avrei voluto avere fra le mani dai sedici ai diciannove anni. Prende come punto di partenza tutte le domande che mi ponevo io a quell’età – domande che anche il buon Leopardi e D’Avenia si sono posti – e cerca risposte efficaci, che possano funzionare davvero come Ars Vivendi per dare un senso alle nostre vite, accettarci in tutte le nostre fragilità e trovare una felicità autentica. Si tratta di questioni fondamentali per tutti, ma in modo particolare per gli adolescenti, perché l’adolescenza è quella fase della vita in cui tutti noi siamo chiamati a scegliere la nostra strada, a chiederci chi siamo, a trovare o a costruire la nostra identità e a fare pace con noi stessi, accettandoci per quello che siamo davvero e non per quello che abbiamo sempre pensato di dover essere. Per lo meno, la psicologia insegna questo ed io, per esperienza personale, posso confermare.
Durante l’adolescenza ho cercato continuamente un libro che prendesse in considerazione le mie domande e che potesse fare un po’ di luce sui dubbi che mi accompagnavano ogni giorno. Avrei voluto qualcosa che fosse come una pista di decollo in piena notte, ce l’avete presente? Quando tante piccole lucine lampeggianti in successione disegnano i bordi della strada. Così anche nel buio più totale uno riesce a non perdersi. E invece ho trovato solo qualche lumino sparso che mi aiutava a fare un passo in avanti ogni tanto ma, di fatto, non mi risolveva il problema, non mi aiutava a non perdermi e non mi faceva stare meno male. E, tra parentesi, Leopardi per me è stato proprio uno di questi “lumini”, uno dei più importanti.
Ciò nonostante, sono riuscito ugualmente a trovare la mia strada e le risposte che cercavo. Certo, la confusione è stata tanta e ci ho messo un anno in più del dovuto, ma alla fine dalla mia crisi adolescenziale sono uscito. E mi è servita.
Sul tutto vale una frase sicuramente un po’ banale, molto tumblr e, per il mio caso, anche troppo altisonante, ma comunque vera, che Murakami ha scritto in “Kafka sulla spiaggia”: “Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e ad uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro che sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”. Per quanto mi riguarda, sono entrato nell’adolescenza come studente di liceo scientifico che riteneva tutte le discipline umanistiche inutili e adesso studio lettere e nella vita vorrei fare il professore (e magari anche lo scrittore, ma questo non diciamolo troppo forte). Che poi, quando sei cresciuto avendo per tanti anni un’idea di te di un certo tipo, non è facile accettare di essere tutta un’altra persona. Ma questa è un’altra storia.

Tornando invece alla persona che sono e ai miei sogni nel cassetto, fin da quando ho preso in mano il libro mi sono accorto di quante cose abbiamo in comune io e D’Avenia. Entrambi ci siamo posti un certo tipo di domande, entrambi abbiamo avuto Leopardi come punto di riferimento nell’adolescenza ed entrambi abbiamo deciso che nella vita volevamo seguire la nostra passione per la letteratura sognando di insegnare e di scrivere. Tant’è che un po’ lo ammiro e un po’ lo invidio per aver già realizzato entrambi i miei sogni e perfino con dei grandi risultati. E sono anche curioso di leggere gli altri suoi libri per conoscerlo meglio e per capire in cosa, invece, siamo diversi.
Ma c’è anche un altro punto che ci accomuna. Anche io, nel mio piccolo, da quando ho trovato le risposte alle domande dell’adolescenza ho sempre voluto scrivere un libro per aiutare chiunque si trovasse nella stessa situazione in cui mi ero trovato io ad uscirne fuori, per dare a ragazzi e ragazze come me quel libro che avevo sempre voluto e che non avevo mai trovato. Ma mi sono reso ben presto conto che non era così facile. Alla fine tutto quello che sono riuscito a tirar fuori è una raccolta di poesie. Una raccolta di poesie che è come un diario del viaggio che ho fatto dentro me stesso e che, per questo, nella mia testa ad un certo punto ho iniziato a chiamare “Diario di un viandante”. Il titolo del blog viene da lì. Alle poesie, poi, si è aggiunta anche la serie di articoli “La letteratura e la vita” che sto portando avanti qui sul blog, ma ripercorre solo una parte del viaggio e da una prospettiva diversa. Quindi, sotto questo punto di vista, “L’arte di essere fragili” non è solo il libro che avrei voluto leggere tra i sedici e i diciannove anni, è anche quello che avrei voluto scrivere.

D’Avenia ha conosciuto Leopardi quando aveva diciassette anni. Leggere le sue poesie è stato per lui come leggere le lettere che un amico gli scriveva dal passato. Arrivato ai trentanove, poi, con alle spalle una certa dose di esperienza come professore e come scrittore, ha deciso di rispondere a quelle lettere per ringraziare Giacomo di tutto quello che, inconsapevolmente, aveva fatto per lui. Ma non solo: ha deciso di coinvolgere anche noi. E, così, in un clima di sincero affetto ci presenta un amico che gli è stato vicino nei momenti difficili della vita e ci aiuta conoscerlo come lo ha conosciuto lui, a guardarlo con i suoi stessi occhi, ad accorgerci di quanto sia simile a noi e a trovare le risposte alle nostre domande tra i suoi versi – perché ci sono, abbiamo solo bisogno di qualcuno che ce le indichi.
A volte un professore usa i testi solo come pre-testi per insegnare ai suoi studenti qualcosa su loro stessi, sul mondo che si portano dentro e sulla vita: un qualcosa che va oltre la letteratura e allo stesso tempo ne costituisce l’essenza. E così fa D’avenia.
E che cos’è che ci insegna? Questo non sta a me dirlo, per scoprirlo dovete leggere il libro. Anche perché un articolo non gli renderebbe giustizia e non riuscirebbe mai a dire tutto quello che c’è da dire. Io vi parlo solo di un concetto, uno dei più preziosi tra quelli che sono racchiusi nelle lettere di D’avenia a Leopardi: la fragilità. Una parola che prima non mi avrebbe detto molto e che adesso, invece, sta diventando un elemento costituente delle lenti attraverso le quali guardo il mondo. Il fatto è che tutti noi siamo fragili. Tutti noi ci portiamo dietro un bagaglio di difetti e di imperfezioni, di debolezze e di vulnerabilità. Un bagaglio di cui ci vergogniamo e che ci fa sentire in difetto quando ci guardiamo intorno perché siamo costantemente circondati da persone che sembrano perfette. Quello che spesso ci dimentichiamo è che anche queste persone sono umane e fragili esattamente come noi. E non mi riferisco solo alle modelle dai corpi ritoccati al computer o ai cantanti e agli attori che nelle storie di Instagram sembrano avere una vita da sogno soltanto perché su quello che non vogliono far vedere non puntano mai l’obiettivo. No, mi riferisco anche a tutte le persone normali che, proprio perché si sentono insufficienti, nascondono le loro debolezze dietro uno scudo di superbia. Ovviamente all’estremo opposto c’è anche chi è talmente schiacciato dalla sua fragilità e dalla sua vulnerabilità da chiudersi, da non trovare neanche il coraggio di affrontare la vita.
D’avenia ci ricorda che fragili lo siamo tutti. Che siamo tutti imperfetti e vulnerabili allo stesso modo. E che possiamo – anzi, dobbiamo – re-imparare ad accettare le nostre fragilità, i nostri difetti e le nostre debolezze per vivere la vita così, per quello che siamo e felici di esserlo. Perché ognuno di noi è unico e irripetibile ed è custode di un’unicità preziosa che lui solo può offrire al mondo e che altrimenti andrebbe perduta.
Insomma, essere noi stessi e accettarci nonostante le nostre fragilità, o proprio in virtù delle nostre fragilità, è il primo passo di quell’arte di vivere che D’avenia ci insegna e che può davvero permetterci di dare un senso alle nostre vite e di essere felici. Gli altri ve li lascio scoprire.

La letteratura e la vita 6: Edgar Lee Masters e il secondo “ma”

Allora, allora, allora, lo scorso post e questo sono strettamente collegati! Quindi, dritti al dunque: dove eravamo rimasti? No, non spaventatevi, so che dei miei riassunti ne avete le scatole piene. A questo punto do per scontato che, se siete qui, avete letto i post precedenti. Altrimenti potete rimediare qui.

Tornando a noi: ci stavamo chiedendo quale fosse il senso della vita. E abbiamo scoperto che, anche se un giorno moriremo risolvendoci nel nulla, la vita non perde il suo valore.
Ma lo scopo? Qual’è lo scopo della vita? Perché esistiamo? Difficile da accettare, ma lo sappiamo già: la vita non ha uno scopo. Non esiste nessun dio che possa averla creata con un fine. E allora?
E allora qualcuno ha avuto un’intuizione. Uno a caso. Indovinate chi? Nietzsche, che ha capito che se la vita non ha uno scopo non è una cosa così brutta perché, in questo modo, l’uomo può essere libero di dargliene uno. “DARE UN SENSO – questo compito resta assolutamente da assolvere, posto che nessun senso vi sia già” (Frammenti postumi 1887-88).
Certo, un uomo potrà dare uno scopo solo alla sua vita e non all’esistenza dell’intero universo. È vero. Ma questo è un problema? Significherà solo che questo scopo sarà relativo, cioè valido soltanto per l’uomo che se lo è posto; non che non sarà valido affatto.

Ma perché bisogna dare uno scopo/un senso alla vita? Perché “una vita senza senso è la tortura / dell’inquietudine e del vano desiderio – / è una barca che anela al mare eppure lo teme”. Sono le parole che Edgar Lee Masters ha usato nella poesia George Gray.
Se non diamo un senso alle nostre vite, saremo perennemente schiacciati dal peso della loro inutilità e della vanità del tutto e vivere sarà per noi una tortura fatta d’inquietudine. Non solo: siamo esseri teleologici, la nostra natura è quella di desiderare, di darci degli obiettivi e di agire in vista di essi. Senza uno scopo, saremo tormentati dal “desiderio vano”, cioè da un desiderio che non sa dove rivolgersi ma che ha ugualmente bisogno di desiderare. A maggior ragione se consideriamo che, senza uno scopo, non sapremo che direzione dare alle nostre vite.
In molti lo hanno detto: la natura dell’uomo è quella di desiderare, di volere, di porsi sempre nuovi traguardi ogni volta che ne raggiunge uno. Il problema è che la maggior parte di questi hanno visto l’avere sempre un nuovo scopo come una tortura, perché fa sì che l’uomo non sia mai appagato. Ma si sono sbagliati, perché la vera tortura non è tanto avere sempre nuovi desideri, quanto non averne.

Ma bando alle ciance, voi volete la poesia! Vi accontenterò. Una poesia speciale, che raccoglie quello che abbiamo detto negli ultimi due post: il valore della vita e il bisogno di darle uno scopo. A voi:

Edgar Lee Masters – George Gray

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, e io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio-
è una barca che anela al mare eppure lo teme.


La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.
La letteratura e la vita 3, qui.
La letteratura e la vita 4, qui.
La letteratura e la vita 5, qui.

La letteratura e la vita 5: Walt Whitman e il primo “ma”

Il post di oggi sarà diverso dal solito. Questa volta non avremo una poesia come punto di partenza, ma come punto d’arrivo.

Ormai il riassunto degli episodi precedenti è una tradizione. La settimana scorsa ci eravamo lasciati in una situazione senza speranze: dopo aver scoperto che il tempo scorre inarrestabilmente cancellando ogni cosa e che anche noi esseri umani siamo destinati a morire e a risolverci nel nulla, ci siamo chiesti quale senso avesse la vita. E il buon Leopardi ci ha aiutato a sviluppare la domanda, facendoci intuire che, con questa strana parola “senso”, stiamo in realtà cercando due concetti ben più concreti: lo scopo e il valore della vita.
A questo punto facciamo un ragionamento. Vi ricordate l’ipotesi nichilistica che avevamo introdotto in uno dei primi articoli? Bene, è arrivato il momento di rispolverarla. I punti cardine sono due: uno, Dio non esiste e, due, non ci sarà nessuna vita dopo la morte.
Però, se un Dio non esiste significa che né l’universo né noi siamo stati creati con uno scopo e che, al contrario, siamo solo il prodotto di una serie casuale di cause. La diretta conseguenza di questo è che la vita non ha uno scopo. Ce lo aveva detto anche Leopardi: “Uso alcuno, alcun frutto indovinar non so”. Ma non finisce qui. Se non esiste nessuna vita dopo la morte, quando moriremo non esisteremo più e ogni nostra traccia sulla terra sarà presto o tardi cancellata dal tempo. Quindi sarà come se non fossimo mai nati. E, perciò, la vita non ha nemmeno valore.
Almeno, così sembrerebbe.

Ma…

Ogni appassionato del Trono di Spade (cioè, grossomodo, il novanta per cento degli esseri umani) conoscerà la frase: “Una volta mio fratello mi disse che tutto ciò che viene prima della parola “ma” non conta niente”. L’ha pronunciata Benjen nel terzo episodio della prima stagione.
Da cosa vogliamo partire? Dal valore o dal fine?
Scelgo io: dal valore. Noi esseri umani abbiamo tutti una stramaledetta abitudine: quella di valutare le cose dopo che si sono concluse. Vi faccio un esempio: immaginate di avere una relazione. Siete fidanzati con una persona che amate e restate insieme per diverso tempo, ipotizziamo qualche anno, finché un giorno non vi lasciate. Vi sembrerà di aver sprecato una parte importantissima della vostra vita che non tornerà più indietro per camminare lungo un vicolo cieco e a questo punto vi chiederete: ma che senso ha avuto?
Personalmente, io credo che valutare una relazione dopo che si è conclusa non sia il punto di vista migliore da cui porsi. Il fatto che sia finita non cancella un altro fatto molto più importante, e cioè che c’è stata. Che c’è stata e che l’avete vissuta. E che mentre c’eravate dentro ogni cosa aveva un valore, un emozione e un senso. Il tempo che avete trascorso insieme a quella persona per voi è stato importante, così come per voi è stato importante tutto quello che avete fatto in due e l’affetto che vi siete scambiati. Il modo in cui è finita non è retroattivo: non ha il potere di cambiare il significato di quello che c’è stato e di quello che avete provato nel momento in cui lo stavate vivendo.

Lo stesso discorso vale con la vita: tendiamo a valutarla ponendoci in un punto di vista dopo la morte, sia che siamo credenti sia che non lo siamo, e a giudicare il suo valore in base al fatto che esisteremo ancora o che non esisteremo più. Ma questo è un punto di vista inefficace.
Dobbiamo fare tutti un cambio di prospettiva e metterci a valutarla da dentro, perché solo così restituiremo alla vita il suo valore. La vita ha senso mentre la viviamo: ogni cosa, grande o piccola, ha per noi una sua importanza che qui ed ora esiste. Il fatto che si perderà nel tempo, non intacca il momento che stiamo vivendo, né tutti gli altri che abbiamo vissuto o che vivremo. Solo dopo che saremo morti la vita perderà il suo significato, ma a noi quello che succederà dopo non interessa perché i nostri bilanci li faremo prima e perché tanto non ci saremo.
Se adesso appena smetto di scrivere sbatto il mignolo del piede contro una gamba del tavolo, mi farà male. Ed è vero che fra cent’anni, quando non ci sarò più, questo dolore non avrà alcun valore, ma adesso, cavolo, mi farà male! Lo stesso vale per questo post: il giorno in cui lo pubblicherò sarò agitato per quello che ne penserete, ma sarò anche incredibilmente soddisfatto. Ed è vero che questa soddisfazione un giorno non avrà più valore, ma adesso, per me, ne ha eccome.

Parlando, ho sentito molti amici fare ragionamenti di questo tipo: tra un centinaio d’anni tutti noi saremo morti e tra centocinquanta saremo stati anche tutti dimenticati, allora che senso ha vivere? Aggiungo io: mettiamo caso anche che uno di noi si sia distinto in un qualche campo e che, per questo, venga ricordato. Tra mille o due mila anni sarà stato dimenticato pure lui. E, anche se così non fosse, sicuramente prima o poi il suo ricordo si perderà. Tutto questo è vero. Ma non dobbiamo chiederci che valore avrà ciò che abbiamo fatto nella vostra vita dopo che sarete morti, perché non ne avrà nessuno, bensì che valore ha adesso, che valore ha per noi finché siamo vivi.

Conclusione? Dobbiamo cambiare punto di vista. Smetterla di posizionarci dopo la morte per valutare la vita, iniziare a posizionarci dentro la vita stessa e valutarla da qui. Solo così la vita riacquista il suo valore, un suo valore intrinseco, che non viene minimamente intaccato dal fatto che un giorno finirà. E solo così riusciremo a capire cosa intendeva lo zio Walt quando ha scritto la sua risposta ad una domanda che, nonostante il modo in cui era formulata, in fin dei conti è la stessa che ci stiamo ponendo noi e che si è posto anche Leopardi.

Walt Whtiman – Oh me! Oh vita!

Oh me! Oh vita! Di queste domande che ricorrono,
Degli infiniti cortei di infedeli, di città gremite di stolti,
Di me stesso che sempre mi rimprovero, (Perché chi più stolto di me, chi più infedele?)
Di occhi che invano bramano la luce, degli scopi meschini, della battaglia sempre rinnovata,
Dei poveri risultati di tutto, delle sordide folle ansimanti che vedo intorno a me,
Degli anni inutili e vuoti del resto, io intrecciato col resto,
La domanda, ahimé!così triste, ricorrente
-Cosa c’è di buono in tutto questo, oh me, oh vita?

Risposta:
Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità,
Che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un verso.

P.S. Vi prometto che quando questo progetto sarà finito parlerò anche di altre poesie di Walt Whitman che non sono questa.


La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.
La letteratura e la vita 3, qui.
La letteratura e la vita 4, qui.
Continua la lettura, qui.

Older posts
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: