Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

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Rayuela: pensare o vivere?

-Tu non potresti, – disse. – Pensi troppo prima di fare una cosa.
-Parto dal principio che la riflessione preceda l’azione, stupidina.
-Parti dal principio, – disse la Maga. – Che complicato. Sei come un testimone, sei quello che va al museo e guarda i quadri. Voglio dire che i quadri sono là e tu sei nel museo, vicino e lontano nello stesso tempo. Io sono un quadro, Rocamadour è un quadro. Etienne è un quadro, questa stanza è un quadro. Tu credi di trovarti in questa stanza, ma non ci sei. Tu stai guardando la stanza, non sei nella stanza.


Ebbene sì, anche questa settimana si parla di Rayuela di Julio Cortazar – ho deciso che ve lo farò leggere. Se ne parla, però, in una rubrica diversa e, quindi, anche in un modo diverso: oggi prendiamo un brano e ci ragioniamo intorno per vedere che cosa ci può dire su noi stessi e sulla vita. Ovviamente, se voglio fare questo giochino del prendo-un-testo-e-ci-costruisco-un-ragionamento, servirà un minimo di introduzione! Perciò vi invito a leggere l’articolo che ho scritto su Rayuela la scorsa settimana, lo trovate qui e vi porterà via appena cinque minuti.
Comunque sia, ripeterò anche qui le informazioni minime che servono per avere un contesto. Quindi…

Here we are, quello che abbiamo appena letto è un brano tratto dal romanzo Rayuela di Julio Cortazar (in particolare dall’edizione Super Et di Einaudi, che potete trovare qui). Ci sono due personaggi che parlano: il protagonista, Horacio Oliveira, e la sua fidanzata (?), che nel romanzo viene chiamata “la Maga”. E, sì, ho messo volontariamente un punto di domanda dopo la parola “fidanzata” perché la loro relazione esula almeno in parte dai canoni delle relazioni convenzionali. Ma, ehi, non siamo qui per parlare di questo!
Horacio e la Maga sono due personaggi molto diversi. La Maga è una persona semplice: vive, senza pensare troppo – “di pancia”, come si suol dire. Horacio, invece, è l’esatto opposto: è un ragionatore, pensa tanto – a volte troppo – così tanto che finisce per non essere mai del tutto presente a se stesso.“Parto dal principio che la riflessione preceda l’azione”, dice – anche se nel suo caso, come in quello di Amleto, la riflessione spesso finisce per inibirla, l’azione.
Se la Maga è immersa nel suo qui-ed-ora, nella sua esperienza del mondo (ed è questo che intende dicendo di essere un quadro), Horacio invece guarda il mondo da fuori: il suo pensiero lo estrania, lo separa dalla sua esperienza del mondo, che procede senza di lui, trascinandolo in un interstizio dentro la sua testa da cui non può fare altro che osservare e riflettere, ma non vivere. Questo lo rende, citando la Maga, “come un testimone […] che va al museo e guarda i quadri”, o come uno spettatore che osserva un film – la metafora non importa, quello che importa è che non è mai del tutto presente a se stesso. Ed è anche a questo che l’autore, Cortazar, si riferiva nel saggio “sul sentimento di non esserci del tutto”.

Perché ho deciso di parlarvene? Perché penso che nella categoria degli appassionati di libri in cui noi rientriamo ci sia una buona percentuale di persone che ha provato almeno una volta quello che prova Horacio.
Il rapporto tra pensiero e vita è una tematica che mi è molto cara. L’eccesso di pensiero diventa come una malattia che impedisce di vivere. Si finisce per guardare le “persone normali” come Horacio guarda la Maga: con superiorità, perché ci si sente superiori ad avere una profondità di pensiero maggiore degli altri (o, perlomeno, a credere di averla), e, allo stesso tempo, con invidia, perché si vorrebbe riuscire a vivere davvero, come fanno loro.
Horacio capisce tutto questo e si spinge ancora oltre. Si accorge che la Maga, semplicemente vivendo, è arrivata a cogliere in modo del tutto pratico e implicito una qualche verità importantissima sulla vita che a lui continua a sfuggire. È a questo che si riferisce quando scrive: “Ci sono fiumi metafisici, lei vi nuota come quella rondine sta nuotando nell’aria, girando allucinata attorno al campanile, lasciandosi cadere per poi alzarsi più alta di slancio. Io descrivo e definisco e desidero quei fiumi, lei vi nuota. Io li cerco, li trovo, li guardo dal ponte, lei vi nuota. E non lo sa, proprio come la rondine”.

Ma qual è la soluzione migliore? Pensare e non vivere? Vivere e non pensare? In realtà, una scelta è possibile solo entro certi margini: alcuni di noi sono più predisposti al pensiero e altri all’azione per una questione di indole personale. Ed è importante conoscersi, capirsi e accettarsi per come si è.
Ma non per questo bisogna accettare le condizioni come necessarie e immutabili. Per quanto mi riguarda, penso che forse, ancora una volta, sia vero che in medio stat virtus: la virtù sta nel mezzo, nel giusto equilibrio fra i due estremi.
E voi, cosa ne pensate? Vi ritenete più simili a Horacio o alla Maga? Quale pensate sia la soluzione migliore per il problema – ammesso che lo viviate come tale?


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Julio Cortazar – Rayuela

Parlare di Rayuela non sarà facile, soprattutto qui sul blog dove mi ripropongo di scrivere articoli che siano leggibili in cinque minuti. Il libro è complicato e le cose da dire sono molte. Ma voglio fare ugualmente un tentativo, senza alcuna pretesa di completezza. Cominciamo.

Rayuela è un romanzo di Julio Cortazar (di cui ho già parlato qui), uno dei più grandi scrittori argentini del Novecento. E fin qui, siamo sul facile. Ora, la prima cosa che mi preme dirvi su Rayuela è questa: è stato definito un anti-romanzo. Perché?
Be’, i motivi in realtà sono molti. Ce ne sono due, però, che se non sono i più importanti sono quantomeno i più evidenti: il libro è diviso in tre sezioni, intitolate nell’ordine “Dall’altra parte”, “Da questa parte” e “Da altre parti”. Le prime due sono sezioni narrative, al loro interno si sviluppa la trama; la terza, invece, contiene una teoria del romanzo, frammentata negli appunti e nelle note dello scrittore immaginario Morelli. Una teoria del romanzo, sì, ma di quale romanzo? Di questo stesso.
Ok, ok – sento già i vostri pensieri che mi dicono di fermarmi e di spiegarmi meglio. Dunque, Cortazar immagina il personaggio di uno scrittore immaginario, chiamato Morelli, che sta progettando un romanzo che ha le stesse caratteristiche di Rayuela e include le riflessioni di questo scrittore circa il suo progetto nell’ultima sezione del libro. In questo modo, finisce per pubblicare contemporaneamente un romanzo (che già di per sé è innovativo, sperimentale e controcorrente per molti fattori) e insieme la teoria che sta dietro di esso, decostruendo e svelando gli artifici della sua stessa opera narrativa.
E questo era il primo motivo. Il secondo ha a che fare con quella “Tavola d’Orientamento” che troviamo tra le prime pagine se andiamo in una qualsiasi libreria, prendiamo una copia del libro e la apriamo. Che cos’è? È l’ordine dei capitoli consigliato dall’autore per leggere il libro! Cioè? Cioè Rayuela può essere letto in molti modi diversi, i principali dei quali sono due: leggendo i capitoli nell’ordine in cui sono stampati – e, i questo caso, ci si trova a leggere prima tutta la storia e poi alla fine la sezione di teoria del romanzo; oppure nell’ordine proposto dalla Tavola d’Orientamento, che consiglia ad esempio di iniziare con il capitolo 73 e solo dopo leggere l’1 e il 2, seguiti dal 116 e così via – e allora ci si trova a leggere la storia interrotta dalle riflessioni di Morelli sul romanzo stesso.

Bene, se siete arrivati a leggere fin qui e avete capito tutto, penso di poter dire che la parte più difficile del mio lavoro sia stata fatta. Ovviamente ho dovuto semplificare il discorso per restare nel format che ho scelto, ma va bene così: il resto lo scoprirete quando leggerete il romanzo, com’è giusto che sia!
Ora, che storia ci racconta Rayuela?
Il romanzo ha per protagonista Horacio Oliveira, un intellettuale argentino (che ha molto in comune col suo autore) migrato a Parigi, dove conduce una vita bohemien insieme ad un gruppo di altri intellettuali scapestrati. Horacio pensa molto più di quanto non viva ed è perennemente turbato da qualche riflessione filosofica, che sia esistenziale, metafisica o linguistica (i tre ambiti che più suscitano il suo interesse). È curioso che abbia una relazione con una donna, chiamata la Maga, che è l’esatto opposto di lui: una donna che, semplicemente, vive; e lo fa, come si dice a volte, “di pancia”, senza pensare troppo.
La prima sezione del romanzo, “Dall’altra parte”, si svolge a Parigi. Qui il nostro Horacio è alla ricerca di qualcosa – qualcosa che in realtà non sa nemmeno lui cosa sia – che a volte chiama “Kibbutz” (con un termine mutuato dalla tradizione ebraica), a volte “centro” e altre volte ancora con nomi diversi. Di che cosa si tratta? Be’, di fatto di una qualche verità metafisica su cui fondare la propria vita. Ed è importante? Certo: è la soluzione del problema esistenziale di Horacio, che sente di non poter andare avanti con la propria vita se prima non riesce a trovarla.
Senza farvi troppi spoiler, posso solo dirvi che la ricerca lo allontanerà dalla Maga fino al punto in cui, sì, da un lato troverà la verità che cerca (o quantomeno ci andrà vicino), ma, dall’altro, perderà lei. E questo ci porta alla seconda sezione della storia (“Da questa parte”), in cui Horacio tornerà in Argentina per cercarla. E mi fermo qui.

Che dire? Vi sarete accorti da soli che definirlo un libro “particolare” è dir poco. Rayuela è un capolavoro unico nel suo genere. Vi confesso: sul versante narrativo è debole, la trama è tenue e a tratti poco coinvolgente. I suoi punti di forza sono le riflessioni del protagonista, intelligenti, articolate e – cosa veramente rara – mosse da un punto di vista originale, insieme ad una precisa sensazione esistenziale che pervade tutto il romanzo e che viene trasmessa al lettore, ma che farei davvero fatica a descrivervi. Queste, insieme ovviamente alle riflessioni sul romanzo e sulla sua descostruzione.
In poche parole, se siete alla ricerca di un romanzo dalla trama coinvolgente che vi tenga incollati alle pagine, forse Rayuela non fa per voi. Se invece volete misurarvi con un classico della letteratura, un esperimento post-moderno capace allo stesso tempo di allargare la vostra idea del genere romanzo e di farvi guardare il mondo da un punto di vista nuovo, allora avete trovato il libro giusto.


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Il Mercante di Venezia e la Malinconia

Antonio

In verità non so perché sono così triste;
mi stanca e voi dite che vi stanca;
ma come l’abbia presa, dove l’ho trovata,
o me la sono procurata, di che sostanza è fatta,
da dove è nata devo capirlo;
e così ottuso mi rende la tristezza
che faccio fatica a conoscere me stesso.

[…]

Solanio

[…] Diciamo allora che sei triste
perché non sei allegro; e ti sarebbe altrettanto facile
ridere e saltare, e dire che sei allegro
perché non sei triste.

[…]

Graziano

Non hai un bell’aspetto, signor Antonio,
ti preoccupi troppo del mondo:
quelli che lo comprano con troppo affanno, lo perdono.
Credimi, sei straordinariamente cambiato.

Antonio

Io tengo il mondo per quello che è. Graziano,
un palcoscenico, dove ogni uomo deve recitare una parte,
e la mia è triste.

Testo tratto dall’edizione italiana Garzanti che potete trovare qui.


Questo bellissimo scambio di battute, che non si meritava tutti i tagli che gli ho fatto, è il dialogo che apre Il Mercante di Venezia. Ed è sempre curioso che Il Mercante di Venezia, che almeno sulla carta dovrebbe essere una commedia, si apra così: all’insegna della malinconia.
Perché dico: “almeno sulla carta”? Perché le categorie di tragedia e commedia non sono le più indicate per classificare i drammi di Shakespeare, come un po’ tutti quelli del teatro elisabettiano, che, in linea con la più pura tradizione anglosassone della drammaturgia flessibile, mescolano elementi comici e tragici – producendo, tra l’altro, un ritratto più realistico della vita vera. Ma questo, per quanto interessante, è un altro discorso.
Ho scelto di condividere con voi questo brano, che adoro, perché offre una descrizione completa e precisa dei sintomi della malinconia e la offre proprio agli albori del periodo storico di cui questo umore sarà caratteristico, cioè la modernità.

Antonio è triste, ma non sa perché lo sia. Si sente stanco della vita, ma non riesce a capire quale sia la sostanza di questo suo malessere, né cosa lo abbia provocato. La malinconia lo confonde, gli rende difficile conoscersi, come se offuscasse la sua vista ogni volta che prova a guardarsi dentro.
E dunque, quali informazioni ci offre il mercante del titolo su questo argomento? Be’, ci dice almeno tre cose: uno, che la malinconia è un umore di tristezza lieve ma persistente; due, che quando la si prova non si riesce a capirne le cause, né come la si sia presa; tre, che rende difficile conoscere se stessi. In sintesi: sei triste, e non sai perché.
I suoi amici provano ad avanzare spiegazioni concrete per questo suo stato d’animo, ad esempio l’angoscia del mercante per le sue spedizioni in mare, ma Antonio le confuta tutte una dopo l’altra, lasciando loro nessun’altra alternativa che concludere che Antonio sia triste perché non è felice e che, con la stessa facilità, potrebbe anche essere felice perché non è triste. Una riflessione curiosa, che mi fa sempre guardare le cose da un’altra prospettiva.

In psicologia si distinguono sentimenti, emozioni e umori. Adesso, io non sono uno psicologo e se qualcuno è più competente di me in materia può scriverci una spiegazione più approfondita nei commenti, ma penso di poter dire che i sentimenti e le emozioni sono sempre rivolti verso o causati da qualcosa/qualcuno: ad esempio, io sono innamorato di una persona (sentimento) o sono felice per un motivo (emozione). Quello che li contraddistingue è che i sentimenti sono a lunga durata (mesi o anni) mentre le emozioni durano poco (da qualche ora ad un paio di giorni).
Poi ci sono gli umori, che hanno la particolarità di non avere nessuna causa precisa – almeno all’apparenza. Tipo quando c’è una giornata uggiosa e ci sentiamo un po’ grigi anche noi. E possono durare da uno a qualche giorno.
Ecco, la malinconia è come un umore – non è motivata, almeno all’apparenza; ma c’è – solo che è capace di essere molto più persistente.

I critici si sono spesso interrogati sulla malinconia di Antonio e alcuni di loro sono arrivati a concludere questo: Antonio è un uomo che, da un punto di vista materiale, ha tutto; nella nascente economia capitalista viene posto l’accento sul denaro, sulle ricchezze e sul successo materiale – tutte cose che Antonio, in qualità di abile mercante, ha ottenuto. Eppure, adesso, ancora non si sente soddisfatto: gli manca qualcosa per essere felice, qualcosa che va al di là delle semplici leggi dell’utile e del profitto e che lui, negli anni, ha perso di vita. Qualcosa che ha a che fare con una serie di valori umani che la modernità ha posto in secondo piano. E questa mancanza sarebbe la causa della sua malinconia. Vi convince questa spiegazione o pensate ci sia altro dietro?
La domanda successiva sarebbe: che cosa gli manca? Non lo sappiamo, non lo sa nemmeno lui perché la malinconia gli rende difficile conoscersi e, se non conosce se stesso, non sa nemmeno quello che vuole.

Per quanto mi riguarda, ho scelto questa interpretazione perché penso possa avere qualcosa da dirci ancora oggi. Lo stato d’animo di Antonio, infatti, non ha smesso di caratterizzare la condizione umana, nonostante siano trascorsi più di quattrocento anni. Ma mi interessa molto anche sapere cosa ne pensate voi. Vi siete mai sentiti malinconici come Antonio? Quale pensate possa essere la causa? Fatemelo sapere nei commenti!


Se volete leggere “Il Mercante di Venezia” di William Shakespeare, potete acquistarlo qui: Il Mercante di Venezia (Garzanti) oppure Il Mercante di Venezia (Mondadori). Vi ricordo che, acquistando attraverso questi link, mi sarà riconosciuta una piccola percentuale della vostra spesa e starete quindi contribuendo ai miei progetti – e di questo vi ringrazio!

Craig Thompson – Habibi

Craig Thompson,
Habibi
Rizzoli Lizard, 2011

Acquistabile qui.


Qualche anno fa ho letto Blankets, il lavoro più conosciuto di Craig Thompson. Promosso a pieni voti: sincero, sensibile e delicato con disegni a tratti poetici, quasi onirici. Ogni volta che ci ripenso, lo faccio con nostalgia, tanto che non vedo l’ora di rileggerlo (e di parlarvene!). Così ho voluto ripetere l’esperienza. E ho letto Habibi, il secondo lavoro importante di Thompson, che mi ha davvero stupito. Non pensavo che l’autore potesse spingersi così tanto oltre.

Di cosa parla Habibi? Ci troviamo in medio-oriente, in un panorama di deserti biblici, harem sfarzosi e città labirintiche segnate dalla miseria. La prima dei nostri protagonisti è Dodola, una bambina che viene venduta in moglie ad un uomo molto più anziano di lei. Suo marito, per vivere, trascrive manoscritti. Ed ecco che al prezzo di un infanzia finita prima del tempo, Dodola riceve un dono prezioso: le viene insegnato a leggere e a scrivere. Ma, già nel primo capitolo, il marito di Dodola viene ucciso.
La ritroviamo nel secondo capitolo che vive in una barca abbandonata in mezzo al deserto, insieme a Zam, un bambino orfano di cui si prende cura e che condivide la sua sorte – il secondo dei nostri protagonisti. Per Zam, Dodola è tutto: una madre, una sorella, un’amica. Più avanti anche un desiderio. Tra i due si crea un legame unico, nutrito dalle storie che Dodola tutte le sere racconta al piccolo Zam per metterlo a dormire e che accompagneranno l’intera graphic novel.
Non vi preoccupate, vi ho raccontato meno di due capitoli. Il resto è giusto che lo leggiate; vi dico solo che niente sarà lineare, né facile, per i nostri protagonisti.

Ma Habibi non è solo una storia. Al suo interno ritornano i temi che l’autore aveva affrontato in Blankets: la religione e la spiritualità (quest’ultima, qui, ha più spazio rispetto al lavoro precedente), però, questa volta, in un contesto mussulmano; l’amore, il sesso e la sua scoperta, in tutte le loro sfaccettature, da quelle più dolci a quelle più spaventose. Gli stessi temi, sì, ma niente di più, perché non c’è nulla in Habibi che ripete Blankets; si parla di argomenti simili, ma quello che si dice è diverso. Qui Craig Thompson si lascia alle spalle l’esperienza personale, che era stata centrale nel lavoro precedente, e affronta i temi in una prospettiva universale, producendo una graphic novel che si presta a molteplici livelli di interpretazione e che non svela tutti i suoi segreti ad una prima lettura.
Non solo: per realizzare Habibi, Thompson ha dovuto conoscere a fondo la cultura araba. Influenze culturali diverse, dalla calligrafia alla letteratura, religiosa e non, fin quasi alla mistica, si mescolano in un mosaico complesso e ricco di simbolismi con una consapevolezza e una sensibilità che sorprendono e che sarebbero indispensabili ogni volta che si maneggia una cultura diversa dalla propria. Confesso di essere rimasto stupito dal lavoro che l’autore deve aver compiuto e affascinato dalla cultura araba, che conosco così poco.
Anche la scrittura, per esempio, viene guardata con occhi completamente nuovi, come un atto quasi magico. Le lettere arabe celano molti più significati di quelli che veicolano le semplici parole – leggere per credere. Thompson non è una persona superficiale e, nello scrivere una storia ambientata in un mondo così diverso, non trascura nemmeno il più piccolo dettaglio, portando il lettore a riscoprire cose banali – come, appunto, la scrittura – con occhi completamente nuovi.
Habibi è una graphic novel che allarga gli orizzonti e che porta a confrontarsi con qualcosa di diverso da ciò che ci viene posto di fronte dai soliti libri. Misticismo, amore e sessualità potrebbero essere le tre parole che lo definiscono. Il resto ve lo lascio scoprire.

Può darsi che qualcuno di voi non abbia mai letto una graphic novel. Può darsi che qualcuno di voi, addirittura, si stia chiedendo cosa sia. Non vi preoccupate, è normale. Essendo cresciuto tra i fumetti, sono abituato ad avere intorno un po’ di perplessità quando ne parlo.
Una graphic novel è, molto semplicemente, un romanzo a fumetti. A differenza dei comics, che raccontano storie prevalentemente di supereroi ed escono a numeri, una graphic novel invece racconta una storia unica, di qualsiasi argomento, dall’inizio alla fine – proprio come un romanzo, con l’unica differenza che, al posto di essere scritta, è disegnata.
Qualche anno fa, Dario Moccia aveva fatto un video in cui consigliava a chi non avesse mai letto un fumetto o una graphic novel di avvicinarsi al mondo proprio con Blankets ed io, oltre a consigliarvi di vedere il suo video, mi associo: potrebbe essere il ponte perfetto per collegare la narrativa in prosa a quella disegnata. Per questo vi lascio il link per il suo video e vi consiglio di leggere Blankets prima ancora di Habibi.


Se volete leggere Habibi, di Craig Thompson, potete acquistarlo a questo link: Habibi. Se volete leggere Blankets, invece, lo trovate qui: Blankets. Vi ricordo che, se acquisterete o inserirete nel carrello un prodotto attraverso uno dei miei link, starete supportando il mio progetto e, perciò, ve ne sarò grato.

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