Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

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Il Mercante di Venezia e la Malinconia

Antonio

In verità non so perché sono così triste;
mi stanca e voi dite che vi stanca;
ma come l’abbia presa, dove l’ho trovata,
o me la sono procurata, di che sostanza è fatta,
da dove è nata devo capirlo;
e così ottuso mi rende la tristezza
che faccio fatica a conoscere me stesso.

[…]

Solanio

[…] Diciamo allora che sei triste
perché non sei allegro; e ti sarebbe altrettanto facile
ridere e saltare, e dire che sei allegro
perché non sei triste.

[…]

Graziano

Non hai un bell’aspetto, signor Antonio,
ti preoccupi troppo del mondo:
quelli che lo comprano con troppo affanno, lo perdono.
Credimi, sei straordinariamente cambiato.

Antonio

Io tengo il mondo per quello che è. Graziano,
un palcoscenico, dove ogni uomo deve recitare una parte,
e la mia è triste.

Testo tratto dall’edizione italiana Garzanti che potete trovare qui.


Questo bellissimo scambio di battute, che non si meritava tutti i tagli che gli ho fatto, è il dialogo che apre Il Mercante di Venezia. Ed è sempre curioso che Il Mercante di Venezia, che almeno sulla carta dovrebbe essere una commedia, si apra così: all’insegna della malinconia.
Perché dico: “almeno sulla carta”? Perché le categorie di tragedia e commedia non sono le più indicate per classificare i drammi di Shakespeare, come un po’ tutti quelli del teatro elisabettiano, che, in linea con la più pura tradizione anglosassone della drammaturgia flessibile, mescolano elementi comici e tragici – producendo, tra l’altro, un ritratto più realistico della vita vera. Ma questo, per quanto interessante, è un altro discorso.
Ho scelto di condividere con voi questo brano, che adoro, perché offre una descrizione completa e precisa dei sintomi della malinconia e la offre proprio agli albori del periodo storico di cui questo umore sarà caratteristico, cioè la modernità.

Antonio è triste, ma non sa perché lo sia. Si sente stanco della vita, ma non riesce a capire quale sia la sostanza di questo suo malessere, né cosa lo abbia provocato. La malinconia lo confonde, gli rende difficile conoscersi, come se offuscasse la sua vista ogni volta che prova a guardarsi dentro.
E dunque, quali informazioni ci offre il mercante del titolo su questo argomento? Be’, ci dice almeno tre cose: uno, che la malinconia è un umore di tristezza lieve ma persistente; due, che quando la si prova non si riesce a capirne le cause, né come la si sia presa; tre, che rende difficile conoscere se stessi. In sintesi: sei triste, e non sai perché.
I suoi amici provano ad avanzare spiegazioni concrete per questo suo stato d’animo, ad esempio l’angoscia del mercante per le sue spedizioni in mare, ma Antonio le confuta tutte una dopo l’altra, lasciando loro nessun’altra alternativa che concludere che Antonio sia triste perché non è felice e che, con la stessa facilità, potrebbe anche essere felice perché non è triste. Una riflessione curiosa, che mi fa sempre guardare le cose da un’altra prospettiva.

In psicologia si distinguono sentimenti, emozioni e umori. Adesso, io non sono uno psicologo e se qualcuno è più competente di me in materia può scriverci una spiegazione più approfondita nei commenti, ma penso di poter dire che i sentimenti e le emozioni sono sempre rivolti verso o causati da qualcosa/qualcuno: ad esempio, io sono innamorato di una persona (sentimento) o sono felice per un motivo (emozione). Quello che li contraddistingue è che i sentimenti sono a lunga durata (mesi o anni) mentre le emozioni durano poco (da qualche ora ad un paio di giorni).
Poi ci sono gli umori, che hanno la particolarità di non avere nessuna causa precisa – almeno all’apparenza. Tipo quando c’è una giornata uggiosa e ci sentiamo un po’ grigi anche noi. E possono durare da uno a qualche giorno.
Ecco, la malinconia è come un umore – non è motivata, almeno all’apparenza; ma c’è – solo che è capace di essere molto più persistente.

I critici si sono spesso interrogati sulla malinconia di Antonio e alcuni di loro sono arrivati a concludere questo: Antonio è un uomo che, da un punto di vista materiale, ha tutto; nella nascente economia capitalista viene posto l’accento sul denaro, sulle ricchezze e sul successo materiale – tutte cose che Antonio, in qualità di abile mercante, ha ottenuto. Eppure, adesso, ancora non si sente soddisfatto: gli manca qualcosa per essere felice, qualcosa che va al di là delle semplici leggi dell’utile e del profitto e che lui, negli anni, ha perso di vita. Qualcosa che ha a che fare con una serie di valori umani che la modernità ha posto in secondo piano. E questa mancanza sarebbe la causa della sua malinconia. Vi convince questa spiegazione o pensate ci sia altro dietro?
La domanda successiva sarebbe: che cosa gli manca? Non lo sappiamo, non lo sa nemmeno lui perché la malinconia gli rende difficile conoscersi e, se non conosce se stesso, non sa nemmeno quello che vuole.

Per quanto mi riguarda, ho scelto questa interpretazione perché penso possa avere qualcosa da dirci ancora oggi. Lo stato d’animo di Antonio, infatti, non ha smesso di caratterizzare la condizione umana, nonostante siano trascorsi più di quattrocento anni. Ma mi interessa molto anche sapere cosa ne pensate voi. Vi siete mai sentiti malinconici come Antonio? Quale pensate possa essere la causa? Fatemelo sapere nei commenti!


Se volete leggere “Il Mercante di Venezia” di William Shakespeare, potete acquistarlo qui: Il Mercante di Venezia (Garzanti) oppure Il Mercante di Venezia (Mondadori). Vi ricordo che, acquistando attraverso questi link, mi sarà riconosciuta una piccola percentuale della vostra spesa e starete quindi contribuendo ai miei progetti – e di questo vi ringrazio!

Carlo Rovelli – L’ordine del tempo

Oggi una nuova variazione sul tema: parliamo di un libro di divulgazione scientifica, L’ordine del tempo di Carlo Rovelli, che ho letto nelle ultime settimane. Non so se vi ho mai confidato che fino al terzo anno di liceo la fisica è stata una delle mie passioni più grandi – prima che la letteratura prendesse il sopravvento. Ma è così. E, infatti, ho mosso i miei primi passi in una libreria spulciando proprio la sezione di divulgazione scientifica, oltre a quella delle filosofie orientali.

Detto questo, era comunque da anni (credo) che non leggevo un libro di fisica. Come mi sono ritrovato, quindi, a leggere L’ordine del tempo? Be’, si è trattato di una concomitanza di fattori diversi. Tanto per cominciare, quello del tempo è uno dei temi che più mi affascinano – da tutti i punti di vista da cui si può studiare: non solo fisico, ma anche filosofico, psicologico e letterario. Più in generale, umano. In secondo luogo, qualche tempo fa avevo ascoltato l’audiolibro di Sette brevi lezioni di fisica (l’opera precedente di Carlo Rovelli, che ho menzionato di sfuggita in un articolo sul tema della bellezza qui) ed ero rimasto favorevolmente colpito dalla sua prosa chiara e ricca di immagini. Questi due presupposti da soli basterebbero a motivare la mia curiosità nei confronti dell’ultima fatica rovelliana, ma c’è stato anche un terzo fattore: Arrival, un film di fantascienza che proprio intorno al concetto del tempo costruisce la sua trama. Mi è capitato di vederlo una sera con un amico; il giorno dopo sono saltato in macchina e sono andato a comprare il libro.

Ma ora veniamo a noi! Ne L’ordine del tempo, Carlo Rovelli sceglie di prendere in esame il tema del tempo e di affrontarlo in ogni suo aspetto, puntando ad una trattazione il più completa possibile. Rovelli è un fisico, perciò il punto di vista della fisica occupa una posizione centrale nel suo lavoro: la maggior parte dei capitoli è dedicata ad esso e a come nell’ultimo secolo abbia smontato il concetto di tempo a cui l’umanità era abituata per ricostruirne uno veramente nuovo e contro-intuitivo (e chi pensa che io mi riferisca solamente alla relatività, troverà interessanti sorprese). Ma non si limita solo a questo: Rovelli, per essere davvero esaustivo, non trascura neanche i contributi che la psicologia, la neurologia, la filosofia e la letteratura possono offrire al discorso, dimostrando, tra l’altro, una cultura davvero vasta e solida. Ma il punto di vista più interessante è – di nuovo – quello umano, che attraversa tutto il libro come un fiume sotterraneo per poi emergere nell’ultimo capitolo, dove l’autore dismette i panni dello scienziato (che comunque indossava in modo informale) per parlare come uomo, in modo sincero e sensibile, del modo in cui il tempo si relaziona alle nostre vite. Si tratta di un capitolo prezioso, che contiene le riflessioni genuine di un uomo sulla vita, capaci di aprire anche a noi nuove prospettive sul suo significato e di addolcire il nostro rapporto con lo scorrere del tempo e l’invecchiamento.
Va bene, va bene, lo ammetto: per quanto completo, il libro resta sbilanciato. Il punto di vista predominante è sicuramente quello della fisica. Ma, d’altronde, un libro di divulgazione scientifica è proprio quello che vuole essere. Ci riesce in pieno – e fa piacere, anzi, che sia arricchito dal punto di vista di così tante discipline differenti.
Per quanto riguarda la prosa, Rovelli conferma quello che già aveva dimostrato nelle Sette brevi lezioni di fisica: sa scrivere e sa farlo bene, in modo chiaro e scorrevole. Sa spiegare argomenti difficili in modo accessibile e quasi sempre efficace. Ed evoca anche immagini vivide che rendono la sua prosa quasi poetica.

Che dire, quindi? L’ordine del tempo è un libro che mi sento tranquillamente di consigliare a tutti i curiosi. Non solo a chi si interessa di fisica e di scienza, ma anche a chi si occupa di filosofia o, più in generale, sente caro il tema del tempo e vorrebbe saperne di più.


Se volete leggere “L’ordine del tempo” di Carlo Rovelli, lo trovate a questo link: L’ordine del tempo. Le “Sette brevi lezioni di fisica”, invece, qui: Sette brevi lezioni di fisica. Vi ricordo che, acquistando attraverso questi link, una piccola percentuale della vostra spesa mi sarà riconosciuta e starete, quindi, contribuendo al mio progetto – motivo per cui vi sono grato.

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Craig Thompson – Habibi

Qualche anno fa ho letto Blankets, il lavoro più conosciuto di Craig Thompson. Promosso a pieni voti: sincero, sensibile e delicato con disegni a tratti poetici, quasi onirici. Ogni volta che ci ripenso, lo faccio con nostalgia, tanto che non vedo l’ora di rileggerlo (e di parlarvene!). Così ho voluto ripetere l’esperienza. E ho letto Habibi, il secondo lavoro importante di Thompson, che mi ha davvero stupito. Non pensavo che l’autore potesse spingersi così tanto oltre.

Di cosa parla Habibi? Ci troviamo in medio-oriente, in un panorama di deserti biblici, harem sfarzosi e città labirintiche segnate dalla miseria. La prima dei nostri protagonisti è Dodola, una bambina che viene venduta in moglie ad un uomo molto più anziano di lei. Suo marito, per vivere, trascrive manoscritti. Ed ecco che al prezzo di un infanzia finita prima del tempo, Dodola riceve un dono prezioso: le viene insegnato a leggere e a scrivere. Ma, già nel primo capitolo, il marito di Dodola viene ucciso.
La ritroviamo nel secondo capitolo che vive in una barca abbandonata in mezzo al deserto, insieme a Zam, un bambino orfano di cui si prende cura e che condivide la sua sorte – il secondo dei nostri protagonisti. Per Zam, Dodola è tutto: una madre, una sorella, un’amica. Più avanti anche un desiderio. Tra i due si crea un legame unico, nutrito dalle storie che Dodola tutte le sere racconta al piccolo Zam per metterlo a dormire e che accompagneranno l’intera graphic novel.
Non vi preoccupate, vi ho raccontato meno di due capitoli. Il resto è giusto che lo leggiate; vi dico solo che niente sarà lineare, né facile, per i nostri protagonisti.

Ma Habibi non è solo una storia. Al suo interno ritornano i temi che l’autore aveva affrontato in Blankets: la religione e la spiritualità (quest’ultima, qui, ha più spazio rispetto al lavoro precedente), però, questa volta, in un contesto mussulmano; l’amore, il sesso e la sua scoperta, in tutte le loro sfaccettature, da quelle più dolci a quelle più spaventose. Gli stessi temi, sì, ma niente di più, perché non c’è nulla in Habibi che ripete Blankets; si parla di argomenti simili, ma quello che si dice è diverso. Qui Craig Thompson si lascia alle spalle l’esperienza personale, che era stata centrale nel lavoro precedente, e affronta i temi in una prospettiva universale, producendo una graphic novel che si presta a molteplici livelli di interpretazione e che non svela tutti i suoi segreti ad una prima lettura.
Non solo: per realizzare Habibi, Thompson ha dovuto conoscere a fondo la cultura araba. Influenze culturali diverse, dalla calligrafia alla letteratura, religiosa e non, fin quasi alla mistica, si mescolano in un mosaico complesso e ricco di simbolismi con una consapevolezza e una sensibilità che sorprendono e che sarebbero indispensabili ogni volta che si maneggia una cultura diversa dalla propria. Confesso di essere rimasto stupito dal lavoro che l’autore deve aver compiuto e affascinato dalla cultura araba, che conosco così poco.
Anche la scrittura, per esempio, viene guardata con occhi completamente nuovi, come un atto quasi magico. Le lettere arabe celano molti più significati di quelli che veicolano le semplici parole – leggere per credere. Thompson non è una persona superficiale e, nello scrivere una storia ambientata in un mondo così diverso, non trascura nemmeno il più piccolo dettaglio, portando il lettore a riscoprire cose banali – come, appunto, la scrittura – con occhi completamente nuovi.
Habibi è una graphic novel che allarga gli orizzonti e che porta a confrontarsi con qualcosa di diverso da ciò che ci viene posto di fronte dai soliti libri. Misticismo, amore e sessualità potrebbero essere le tre parole che lo definiscono. Il resto ve lo lascio scoprire.

Può darsi che qualcuno di voi non abbia mai letto una graphic novel. Può darsi che qualcuno di voi, addirittura, si stia chiedendo cosa sia. Non vi preoccupate, è normale. Essendo cresciuto tra i fumetti, sono abituato ad avere intorno un po’ di perplessità quando ne parlo.
Una graphic novel è, molto semplicemente, un romanzo a fumetti. A differenza dei comics, che raccontano storie prevalentemente di supereroi ed escono a numeri, una graphic novel invece racconta una storia unica, di qualsiasi argomento, dall’inizio alla fine – proprio come un romanzo, con l’unica differenza che, al posto di essere scritta, è disegnata.
Qualche anno fa, Dario Moccia aveva fatto un video in cui consigliava a chi non avesse mai letto un fumetto o una graphic novel di avvicinarsi al mondo proprio con Blankets ed io, oltre a consigliarvi di vedere il suo video, mi associo: potrebbe essere il ponte perfetto per collegare la narrativa in prosa a quella disegnata. Per questo vi lascio il link per il suo video e vi consiglio di leggere Blankets prima ancora di Habibi.


Se volete leggere Habibi, di Craig Thompson, potete acquistarlo a questo link: Habibi. Se volete leggere Blankets, invece, lo trovate qui: Blankets. Vi ricordo che, se acquisterete o inserirete nel carrello un prodotto attraverso uno dei miei link, starete supportando il mio progetto e, perciò, ve ne sarò grato.

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Giuseppe Ungaretti – Il porto sepolto

Oggi voglio parlarvi di uno dei miei poeti preferiti: Giuseppe Ungaretti. E non solo perché è uno dei miei preferiti, che, di per sé, sarebbe già un motivo sufficiente per scriverne; ma anche perché penso sia allo stesso tempo un autore perfetto da cui iniziare per chi vuole avvicinarsi al genere della poesia e una lettura imprescindibile per chi, questo genere, lo legge già abitualmente.
In particolare parlerò del primo Ungaretti, quello de Il porto sepolto e le successive edizioni Allegria di naufragi e L’allegria. Perché? Perché a mio parere – e non solo – è in questa stagione della sua esperienza poetica che manifesta a pieno il suo potenziale innovativo e scrive versi di maggiore valore letterario e umano.

Ma che tipo di poeta è l’Ungaretti che scrive queste poesie? È innanzitutto un poeta sincero, che sente il bisogno di esprimere e di mettere su carta precise emozioni e precise esperienze nell’urgenza del momento in cui le vive. E già questo basta a definirlo perché, sul piano del contenuto, non lascia spazio alla finzione, alla costruzione di un sé diverso da quello autentico, ma, al contrario, racconta la sua esperienza di uomo, fuori e dentro la guerra, nella sua forma più nuda, concentrandosi sull’essenziale e facendo un uso quasi autobiografico della poesia; e, sul piano della forma, taglia fuori qualsiasi artificio, qualsiasi abbellimento estetico non necessario, tutto ciò che di superfluo poteva essersi accumulato in secoli di tradizione poetica.
La sua parola non ha valore come significante, per il suono che ha, ma solo come significato, un significato intimo che trae il suo valore direttamente dalla vita del poeta. Ed è ripulita da tutti gli accessori – ogni parola di troppo, che poteva essere rimossa, è stata rimossa, con il risultato che, quelle che restano, assumono un valore più intenso, come se si fosse addensato al loro interno tutto il significato. Nemmeno per rima e metrica resta spazio.

Parliamo di testi? Parliamo di testi! Ce ne sono tantissimi all’interno di questa raccolta che mi hanno fatto innamorare. Da quelle più famose e, se vogliamo, scolastiche, come “Il porto sepolto”, che parla della scrittura poetica come di un’immersione in un porto sommerso interno al poeta, “I fiumi”, una sintesi della sua esperienza umana e personale, o “Allegria di naufragi” che da il titolo alla seconda edizione della raccolta. Ma, di quelle conosciute sui banchi del liceo, la mia preferita è “Veglia” perché incarna più concretamente di qualunque altra l’urgenza di esprimere un momento importante di vita e lo racconta, disegnandolo nitido davanti agli occhi del lettore. Quando la leggerete, provate ad immedesimarvi – ad immaginare di essere al posto di Ungaretti, in guerra, e trascorrere una notte intera vicino al corpo senza vita – massacrato – di un commilitone; si capisce perché non si sia mai sentito “tanto / attaccato alla vita”.
Ma non si tratta solo di testi scolastici, certo. Ce ne sono molti altri, da quelli più legati alla di vita del poeta fino a quelli che condensano in pochi versi riflessioni generali, anch’esse sentite e urgenti. Addirittura un paio sono esistenziali, mi riferisco a “Destino” e “Dannazione”.
Ma non sono qui per analizzare ogni singolo testo. È meglio se sarete voi a leggerli. Io volevo solo parlare, in generale, di un poeta che amo, per incuriosirvi e invogliarvi a conoscerlo. I suoi punti di forza? La sincerità nella sua forma più umana, una sensibilità di fondo che pervade ogni poesia, la semplicità che gli permette di comunicare in maniera diretta anche con chi è meno familiare al genere e l’intensità di cui si carica ogni parola che scrive. Leggetelo!


Se volete leggere le poesie della raccolta “Il porto sepolto” di Giuseppe Ungaretti, potete acquistarle a questo link: Il porto sepolto. Oppure, potete acquistare la raccolta completa di tutte le sue poesie, “Vita di un uomo”, qui: Vita d’un uomo. Vi ricordo che, se acquisterete tramite questi link, starete sostenendo i miei progetti e, perciò, ve ne sarò grato.

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J. D. Salinger – Nove Racconti

Il mio viaggio alla scoperta di Salinger continua! Oggi si parla dei Nove Racconti. E vi anticipo subito che il buon J. D. c’è riuscito di nuovo.
Di solito non leggo racconti, non sono il mio genere. Preferisco i romanzi, che ti danno il tempo di conoscere bene i personaggi, di affezionarti e di restare con loro più a lungo, o le poesie, dove invece non c’è finzione narrativa e gli unici protagonisti sono l’autore e le persone a cui è legato. Comunque ho fatto anche qualche tentativo con il genere della narrativa breve: tralasciando i racconti di G.R.R. Martin, ho letto Bestiario di Cortazar (di cui ho parlato qui) e Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? di Carver. E, che dire, alcuni racconti mi sono piaciuti ma il genere nell’insieme non mi ha convinto.
Con Salinger, invece, il discorso è cambiato. Mi ha tenuto incollato al libro dall’inizio alla fine; ne avessi avuti altri nove, sarei stato felicissimo di leggerli. Ma come c’è riuscito? In tutta sincerità, non lo so. Non riesco ad identificare la ricetta del suo successo. Posso dire che, ancor più che nell’inventare situazioni e trame, ha un talento incredibile per creare i personaggi. Lo fa così bene che riesci a capirli e ad affezionarti a loro anche nell’arco delle poche pagine di un racconto. E poi sa scrivere, c’è poco da girarci intorno. È vero, i suoi racconti sono prevalentemente dialogati – quasi teatrali, a volte – ma, quando descrive una scena, sa scegliere i dettagli giusti per disegnartela perfettamente davanti agli occhi.
Oltre a questo, in realtà, non si può dire molto in generale. Data per scontata l’ambientazione realistica, infatti, i racconti sono uno diverso dall’altro e non si lasciano trattare nell’insieme.

Ho deciso di parlarvi di due di essi, lasciando a voi il piacere di scoprire gli altri.
Cominciamo con una domanda: perché ho deciso di leggere questo libro?
Vi ricordate Franny&Zooey? Ne avevo parlato qui. Ad ogni modo, per chi non ne sapesse nulla, è un libro di Salinger che ho letto negli ultimi mesi. Di fatto, unisce due racconti facendone un romanzo. I protagonisti, Franny e Zooey, appartengono alla famiglia Glass – una famiglia che ritorna in altri racconti dello stesso autore.
Sui Glass, infatti, J. D. scrive una storia in forma di frammenti: non un romanzo che segue le vicende dall’inizio alla fine, ma un insieme di racconti che il lettore non può fare a meno di collegare per tentare di ricostruire il più possibile sui protagonisti. Salinger dimostra di saper giocare con il non-detto e con la curiosità che questo riesce a creare, perché in ogni racconto rivela, sui personaggi che non compaiono direttamente, quel poco di informazioni che basta a stuzzicare l’interesse del lettore senza però soddisfarlo.
Fra tutti i personaggi, il più affascinante è senza ombra di dubbio Seymour. In Franny&Zooey viene creata intorno a lui un aura quasi sacrale, tanto che, non appena ho scoperto che era protagonista di un racconto, non ho potuto non volerlo leggere. Volevo sapere di più su di lui e “vedere com’era”.
Il racconto di cui parlo è “Un giorno ideale per i pesci-banana”: è quello che apre la raccolta ed è, per l’appunto, il motivo che mi ha spinto a comprarla.
È un racconto che non delude le aspettative. Già solo il fatto di “vedere” Seymour varrebbe tutta la raccolta. Su di lui non ci vengono rivelate troppe informazioni nuove, in compenso le domande crescono – e va bene così, sto iniziando a capire che questo fa parte del fascino dei racconti: avere sempre qualche lacuna e poterla riempire con la propria fantasia. E il finale – anche se può essere intuibile per chi ha letto Franny e Zooey – da un punto di vista strettamente narrativo è a dir poco efficace. Lascia senza parole.

L’altro racconto di cui muoio dalla voglia di parlare è Teddy. L’ultimo della raccolta, ti capita fra le mani quando ormai Salinger ti ha conquistato senza sbagliare un colpo e ti aspetteresti, quasi, un racconto di un livello un po’ più basso degli altri a dimostrazione che nessuno è infallibile.
È evidente, invece, che Salinger i suoi fallimenti deve averli chiusi a chiave in un cassetto, perché i Nove Racconti hanno un finale col botto. Teddy racconta di un bambino americano di 10 anni – Teddy appunto – che, nella sua vita precedente, è stato un praticante induista di grande spiritualità che ha smesso di meditare poco prima dell’illuminazione. Adesso si è reincarnato in un bambino che, però, è riuscito a recuperare i ricordi della sua vita passata e ha ripreso il suo cammino arrivando ad un contatto davvero profondo con l’universo e con i suoi segreti.
Salinger era uno studioso di filosofie e religioni orientali. Tenendo a mente questo mentre si legge, sembra quasi di sentire parlare direttamente lui attraverso la bocca di Teddy – come se nell’ultimo racconto della raccolta avesse voluto svelare qualcosa di sé, comparire in trasparenza e lasciare al lettore qualche domanda su argomenti che ritiene importanti – cosa che, ci tengo a precisare, non aveva fatto in nessun altro racconto della raccolta.
Basterebbe già solo questo a fare di Teddy una degna chiusura. Ma non finisce qui: il racconto non è di altissimo livello solo per le idee filosofiche che contiene, ma anche per tutto ciò che è puramente narrativo. Ancora una volta, proprio quando pensi che la raccolta abbia già dato il meglio di sé, volti l’ultima pagina, leggi l’ultima scena e resti sbalordito perché collega una serie di dettagli disseminati nel racconto a cui non avevi prestato attenzione (non in questo senso, almeno!) in un evento che già di per sé non ti saresti mai aspettato. E tu resti lì, con l’ultima pagina aperta fra le mani, incapace di spegnere la luce e di andare a dormire.

Quasi dimenticavo, citando Teddy: la vita è un caval donato.


Se volete leggere i “Nove Racconti” di Salinger, potete acquistarli a questo link: Nove racconti. Oppure, potete trovare il cofanetto contenente tutte le opere pubblicate di Salinger qui: Cofanetto Salinger.

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John Williams – Stoner

Lasciate che vi parli un attimo del mio amico William Stoner: è nato in Missouri nel 1891 in una famiglia di contadini ed è cresciuto lavorando la terra. Si è ritrovato a studiare all’università quasi per caso, quando un ispettore di contea ha consigliato al padre di iscriverlo alla Facoltà di Agraria. Al secondo anno ha conosciuto la letteratura e se ne è innamorato. Ha iniziato a leggere notte e giorno e ha frequentato sempre più corsi di letteratura, fino a laurearsi in lettere. No, non dovete immaginarvi una di quelle passioni che divampano sconvolgendo la vita alla radice. La sua era più simile ad un fuoco stabile, che arde con costanza e che cambia ogni cosa, sì, ma solo col passare del tempo. Dopo la laurea è rimasto in università prima come dottorando e poi come professore. Ha svolto lo stesso mestiere per più di quarant’anni, senza superare mai il grado di ricercatore. Ed è restato infelicemente sposato con la donna sbagliata per tutta la vita. Come scrive Peter Cameron nella postfazione: “Non sembra materia troppo promettente per un romanzo e tuttavia, in qualche modo, quasi miracoloso, John Williams fa della vita di William Stoner una storia appassionante, profonda e straziante”. Ed io sono d’accordo.

Stoner è un romanzo che nasconde un segreto. Non ha nessun presupposto per avere successo, eppure è un capolavoro. Mi ha fatto soffrire per una buona metà del tempo, ma, ciò nonostante, si è ritagliato un posto speciale fra i miei libri preferiti. Mi ci sono affezionato.
Non so quali intenzioni avesse John Williams, l’autore, ma il romanzo sembra davvero essere stato scritto senza nessuna aspirazione. La trama è modesta: quella di Stoner è una vita silenziosa, una di quelle vite che attraversano il mondo senza far rumore, che non lasciano segni evidenti e che, quando si spengono, vengono presto dimenticate.
Ed è modesto anche lo stile: uno stile semplice e chiarissimo, calmo e pacato che scorre sempre leggero nella lettura pur non andando mai di fretta. Uno stile che apprezzo tantissimo, ma che forse è troppo anonimo per fare di un libro un capolavoro se non è supportato da una trama all’altezza.
C’è anche un’altra cosa: qui mi rifaccio a quanto ho scritto sulla regola dello “Show, don’t tell” nell’articolo su Banana Yoshimoto. Per farla in breve, secondo questa regola gli scrittori dovrebbero cercare di “mostrare” le cose, non semplicemente “dirle”. Ad esempio, non si dovrebbe scrivere “Tommaso era un bambino vivace, nessuno riusciva mai a farlo stare tranquillo”, bensì raccontare un episodio in cui Tommaso viene lasciato da genitori all’asilo e inizia a mettere tutto a soqquadro senza che le maestre riescano a tenerlo a bada, lasciando che sia il lettore a capirne il carattere. Ecco, Williams questo non lo fa. Non ha paura di “dire” le cose, di descrivere lui – in qualità di narratore – i suoi personaggi e le loro emozioni e di mostrarli solo dopo in azione.
Personalmente sono contrario al concetto di “regola” in letteratura: è una forma d’arte, perciò nessuna possibilità dovrebbe essere preclusa a priori. Ma è pur vero che, statisticamente parlando, i romanzi che seguono lo “Show, don’t tell” piacciono di più. Perché vi racconto questo? Per arrivare a dire che in Stoner, sotto certi punti di vista, neanche lo stile ha i presupposti che dovrebbero servire per fare grande un romanzo.

Eppure il risultato è un romanzo straordinario, qualcuno lo ha addirittura definito “il romanzo perfetto”. Perché? Qual è il suo segreto?
Tanto per cominciare la vita di Stoner non è così piatta come sembra. Anche se rimane sempre in una dimensione di modestia, come ogni vita ha le sue gioie e i suoi dolori, le sue soddisfazioni e i suoi dispiaceri. Ha lotte protratte per anni e sprazzi d’amore intenso, come le vite di tutti noi, che forse non lasceranno grandi segni nel mondo, ma non per questo saranno meno vissute, meno intense o meno sofferte.
Leggere Stoner è stato per me come fare un lungo viaggio, il viaggio di una vita accanto ad un amico. Già, perché pagina dopo pagina ho conosciuto questo William Stoner, ho iniziato a capirlo e ad affezionarmi a lui. Ho seguito tutta la sua storia dall’inizio alla fine: ho sofferto con lui quando la donna che ha sposato si è rivelata essere quella sbagliata e ha iniziato a fare di tutto pur di rovinargli la vita. Ed è stato straziante. Ci sono stati alcuni giorni in cui non aprivo il libro volentieri perché non volevo uscire dalla mia vita per entrare nella sua.
Poi, quando finalmente era riuscito a trovare nell’università un nuovo spazio dove continuare i suoi studi indisturbato, è comparso qualcuno intenzionato a portargli via ciò che amava anche lì. Ma Stoner ha la capacità, ogni volta che la vita gli porta via qualcosa, di ritagliarsi un nuovo spazio, di riscoprire la felicità in quello che gli resta e di andare avanti comunque. E così ha fatto: è andato avanti. E ben presto è riuscito a prendersi due rivincite, una in amore e una in università, non tanto sulle persone che gli hanno fatto del male quanto sulla vita in sé. E leggerle mi ha soddisfatto come se me le fossi prese io.
Nelle ultime settimane avevo difficoltà a leggere di sera. Nel giro di poche pagine mi si chiudevano gli occhi. Con Stoner, invece, questo non è successo: non riuscivo a smettere di leggerlo! Sia quando le cose gli andavano bene, sia quando gli andavano male. Ad un certo punto mi dovevo imporre di chiudere il libro e andare a dormire, altrimenti avrei fatto troppo tardi perché la voglia di continuare non diminuiva.

Stoner racconta la vita modesta di un uomo normale. Una vita che si potrebbe anche definire “assai piatta e desolata” come fa Peter Cameron nella postfazione. Eppure ha saputo coinvolgermi e farmi provare in prima persona tutto quello che provava il protagonista come pochi romanzi sono riusciti a fare, a tal punto che sento di aver creato un vero e proprio legame con il libro. Ma, allora, qual’è il segreto? Il trucco sta – forse – nel modo in cui la storia è raccontata. John Williams, nella sua pacatezza di narratore, sembra essere il primo ad affezionarsi al suo protagonista. Racconta la vita di Stoner con affetto e comprensione, dandole il giusto tempo e il giusto peso e coinvolgendo in questa prospettiva anche il lettore, che si ritrova presto a provare lo stesso affetto e la stessa comprensione per questo professore di letteratura incuriosito da ciò che resta della tradizione latina nella letteratura inglese.
Insomma, è vero: è una vita modesta. Ma è una vita modesta come potrebbe essere la nostra, per questo sentiamo Stoner così vero e vicino. Smettere di leggere la sua storia è impossibile come sarebbe impossibile smettere di leggere la biografia del nostro migliore amico. E, infatti, per me è uno di quei libri che, ogni volta che lo riaprirò, mi farà sentire come se stessi andando a trovare un vecchio amico.


Se volete acquistare “Stoner” di Williams, potete farlo a questo link: Stoner. Se lo farete, contribuirete al mio progetto e mi aiuterete a realizzare i miei sogni.

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La letteratura e la vita 6: Edgar Lee Masters e il secondo “ma”

Allora, allora, allora, lo scorso post e questo sono strettamente collegati! Quindi, dritti al dunque: dove eravamo rimasti? No, non spaventatevi, so che dei miei riassunti ne avete le scatole piene. A questo punto do per scontato che, se siete qui, avete letto i post precedenti. Altrimenti potete rimediare qui.

Tornando a noi: ci stavamo chiedendo quale fosse il senso della vita. E abbiamo scoperto che, anche se un giorno moriremo risolvendoci nel nulla, la vita non perde il suo valore.
Ma lo scopo? Qual’è lo scopo della vita? Perché esistiamo? Difficile da accettare, ma lo sappiamo già: la vita non ha uno scopo. Non esiste nessun dio che possa averla creata con un fine. E allora?
E allora qualcuno ha avuto un’intuizione. Uno a caso. Indovinate chi? Nietzsche, che ha capito che se la vita non ha uno scopo non è una cosa così brutta perché, in questo modo, l’uomo può essere libero di dargliene uno. “DARE UN SENSO – questo compito resta assolutamente da assolvere, posto che nessun senso vi sia già” (Frammenti postumi 1887-88).
Certo, un uomo potrà dare uno scopo solo alla sua vita e non all’esistenza dell’intero universo. È vero. Ma questo è un problema? Significherà solo che questo scopo sarà relativo, cioè valido soltanto per l’uomo che se lo è posto; non che non sarà valido affatto.

Ma perché bisogna dare uno scopo/un senso alla vita? Perché “una vita senza senso è la tortura / dell’inquietudine e del vano desiderio – / è una barca che anela al mare eppure lo teme”. Sono le parole che Edgar Lee Masters ha usato nella poesia George Gray.
Se non diamo un senso alle nostre vite, saremo perennemente schiacciati dal peso della loro inutilità e della vanità del tutto e vivere sarà per noi una tortura fatta d’inquietudine. Non solo: siamo esseri teleologici, la nostra natura è quella di desiderare, di darci degli obiettivi e di agire in vista di essi. Senza uno scopo, saremo tormentati dal “desiderio vano”, cioè da un desiderio che non sa dove rivolgersi ma che ha ugualmente bisogno di desiderare. A maggior ragione se consideriamo che, senza uno scopo, non sapremo che direzione dare alle nostre vite.
In molti lo hanno detto: la natura dell’uomo è quella di desiderare, di volere, di porsi sempre nuovi traguardi ogni volta che ne raggiunge uno. Il problema è che la maggior parte di questi hanno visto l’avere sempre un nuovo scopo come una tortura, perché fa sì che l’uomo non sia mai appagato. Ma si sono sbagliati, perché la vera tortura non è tanto avere sempre nuovi desideri, quanto non averne.

Ma bando alle ciance, voi volete la poesia! Vi accontenterò. Una poesia speciale, che raccoglie quello che abbiamo detto negli ultimi due post: il valore della vita e il bisogno di darle uno scopo. A voi:

Edgar Lee Masters – George Gray

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, e io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio-
è una barca che anela al mare eppure lo teme.


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La letteratura e la vita 4: Leopardi e la domanda

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia – Giacomo Leopardi

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

Silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

Contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga

Di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

Di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

La vita del pastore.

Sorge in sul primo albore

Move la greggia oltre pel campo, e vede

Greggi, fontane ed erbe;

Poi stanco si riposa in su la sera:

Altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,

Mezzo vestito e scalzo,

Con gravissimo fascio in su le spalle,

Per montagna e per valle,

Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

L’ora, e quando poi gela,

Corre via, corre, anela,

Varca torrenti e stagni,

Cade, risorge, e più e più s’affretta,

Senza posa o ristoro,

Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

Colà dove la via

E dove il tanto affaticar fu volto:

Abisso orrido, immenso,

Ov’ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,

Ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

Per prima cosa; e in sul principio stesso

La madre e il genitore

Il prende a consolar dell’esser nato.

Poi che crescendo viene,

L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre

Con atti e con parole

Studiasi fargli core,

E consolarlo dell’umano stato:

Altro ufficio più grato

Non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura,

Perché da noi si dura?

Intatta luna, tale

E’ lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

Rida la primavera,

A chi giovi l’ardore, e che procacci

Il verno co’ suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

Che son celate al semplice pastore.

Spesso quand’io ti miro

Star così muta in sul deserto piano,

Che, in suo giro lontano, al ciel confina;

Ovver con la mia greggia

Seguirmi viaggiando a mano a mano;

E quando miro in cielo arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco ragiono: e della stanza

Smisurata e superba,

E dell’innumerabile famiglia;

Poi di tanto adoprar, di tanti moti

D’ogni celeste, ogni terrena cosa,

Girando senza posa,

Per tornar sempre là donde son mosse;

Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,

Giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,

Che degli eterni giri,

Che dell’esser mio frale,

Qualche bene o contento

Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,

Che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d’affanno

Quasi libera vai;

Ch’ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

Tu se’ queta e contenta;

E gran parte dell’anno

Senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

E un fastidio m’ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perché giacendo

A bell’agio, ozioso,

S’appaga ogni animale;

Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale

Da volar su le nubi,

E noverar le stelle ad una ad una,

O come il tuono errar di giogo in giogo,

Più felice sarei, dolce mia greggia,

Più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:

Forse in qual forma, in quale

Stato che sia, dentro covile o cuna,

E’ funesto a chi nasce il dì natale.

L’articolo di oggi sarà il punto di svolta del nostro ragionamento. Lo affrontiamo con Leopardi, che si contende con Walt Whitman il prestigioso titolo di mio poeta preferito.
Inizio con una premessa: per tutte le poesie che abbiamo trattato ci sarebbero state moltissime cose da dire. Io, per questo mio progetto, ho deciso di concentrami su un solo aspetto per ciascuna: quello che serve ai fini del nostro ragionamento. Va da sé che svariati punti, anche molto importanti, sono stati e saranno lasciati fuori. E questo sarà vero soprattutto nel caso della poesia di oggi. Per comodità ho grassettato le parti della poesia su cui ci concentreremo, anche perché so bene che, a chi la legge per la prima volta, può sembrare molto lunga.

Ora addentriamoci nel discorso. Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia ha due delle caratteristiche che amo di più in una poesia: una riflessione profonda, sentita e sincera, e delle immagini evocative.
Nelle puntate precedenti abbiamo ragionato intorno ad alcuni fatti. Primo, che il tempo scorre in modo inarrestabile cancellando lentamente ogni cosa. Secondo, che noi non siamo esenti da questa regola: anche noi, presto o tardi, moriremo e saremo cancellati dal tempo. E terzo, che dopo la morte ci risolveremo nel nulla, come prima della nostra nascita.
A questo punto viene spontaneo porsi una domanda: ma se quando moriremo cesseremo di esistere e, per noi, sarà come se non fossimo mai nati, allora che senso ha vivere? D’altronde, morire domani o morire fra trent’anni non fa alcuna differenza se tanto svaniremo comunque nel nulla.
Questa stessa domanda se l’è posta anche Leopardi, che a porsi domande non era secondo a nessuno. No no, guardate che è una grande qualità, anche se nella maggior parte dei casi non aiuta a vivere sereni e felici. In questa poesia in particolare la pone alla Luna: è lei che sceglie come sua interlocutrice, una Luna distante e muta che, ovviamente, non risponde. E cosa le chiede? Leggiamo: “Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?”
Noi ci chiediamo “Qual’è il senso della vita?”, ma poi potremmo chiederci “Che cosa significa la parola senso? Cos’è questa proprietà del senso che la vita può avere o non avere?”. Calma, a lasciarci andare in un ragionamento troppo astratto rischiamo di fare la fine di un palloncino pieno d’elio che si perde nell’atmosfera. Rimaniamo con i piedi per terra. Leopardi sdoppia la domanda e usa parole molto più concrete: prima chiede “A che vale al pastore la sua vita […]?”, cioè: qual’è il valore della vita dell’uomo? E, poi, “ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?”, vale a dire: qual’è lo scopo sia della vita dell’uomo sia dell’esistenza dell’intero universo? Valore e scopo, concetti molto più concreti e più facili da gestire rispetto alla parola senso che rischia di trarci in inganno. Dal mio canto penso che valga l’equazione valore + scopo = senso, perciò è su questo che dobbiamo concentrarci se vogliamo trovare il senso della vita.

E adesso? Leopardi ha passato la sua vita a cercare di rispondere alla domanda, ma alla fine ha dovuto ammettere “Uso alcuno, alcun frutto indovinar non so”. Dove “uso” e “frutto” stanno per scopo. In un’altra poesia intitolata “A se stesso” scriverà queste parole: “Non val cosa nessuna / i moti tuoi”, rivolgendosi al suo cuore. Niente scopo e niente valore, quindi.
Non esiste nessun Dio che possa aver creato tutto questo per un fine e, quando moriremo, sarà come se non fossimo mai nati. Quindi? Qual’è il risultato? Il risultato è uno solo: che la vita non ha senso. O, per restare in tema, il risultato è “l’infinita vanità del tutto” (Leopardi, A se stesso).

Questo articolo è giunto al termine. Certo, ci ha portato ad una conclusione, ma in fin dei conti il suo nucleo centrale resta una domanda. Una domanda a cui, dalla prossima settimana, inizieremo a cercare una risposta! Mi raccomando, fatemi sapere cosa ne pensate. Per quanto mi riguarda, non vedo l’ora di pubblicare il prossimo articolo.


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