Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Tag: libro

J. D. Salinger – Franny & Zooey

Faccio una piccola premessa: credo che Franny & Zooey sia uno di quei libri che hanno bisogno di essere letti più di una volta. Anzi, mi correggo: credo che Franny & Zooey sia uno di quei libri che vogliono essere letti più di una volta. Per lo meno, a me ha lasciato questa impressione. Nelle sue appena 155 pagine, è immenso. Così denso da custodire un tesoro forse inesauribile, che svela poco a poco ad ogni lettura. Ad ogni modo, io questa fantomatica seconda lettura non l’ho ancora fatta. Eppure sono qui a parlarvene lo stesso, mea culpa. Non ho resistito.

Detto questo… che libro! Qualche anno fa ho letto “Il giovane Holden”, che è sicuramente il romanzo più famoso di Salinger, ma credo che “Franny & Zooey” sia almeno una spanna sopra.
Franny & Zooey, però, non è un vero romanzo – almeno non nel senso stretto del termine. È un libro che raccoglie due racconti lunghi, strettamente collegati fra loro, che hanno gli stessi protagonisti e si completano a vicenda.
Questi protagonisti, ovviamente, sono Franny e Zooey – i due figli minori di una famiglia, i Glass, dell’alta borghesia newyorchese. Oltre a loro, Les e Bessie Glass hanno avuto altri cinque figli, tutti eccezionalmente intelligenti e dotati.
I più interessanti sono i più grandi, Seymour e Buddie. Studiosi di religioni e filosofie orientali, con una cultura vastissima che si estende ad includere anche la filosofia occidentale e la letteratura, sono personaggi misteriosi e affascinanti – specialmente Seymour, che è pressoché avvolto da un’aura di sacralità – che, però, non compaiono mai direttamente nella storia, ma vengono delineati in modo nitidissimo in absentia. Già solo su di loro ci sarebbe molto da dire, ma non voglio privarvi del piacere di scoprire il più possibile leggendo.
Quello di cui mi limito a parlare è l’elemento più importante per la trama: Seymour e Buddy si sono fatti carico dell’educazione di Zooey e Franny quando erano bambini, insegnando loro tutto ciò che sapevano sulle religioni, sulla spiritualità e sulla metafisica, per poi introdurli direttamente alla lettura dei testi sacri dell’umanità. Ovviamente, dire che i protagonisti fossero bambini precoci è riduttivo. Zooey una volta ha “dimenticato una delusione amorosa traducendo in greco classico la Mudaka Upanishad”, fate voi.
Questo però è il passato. Oggi Zooey ha venticinque anni e Franny venti. Il primo lavora come attore, la seconda studia al college. Ma sono due anormali – è lo stesso Zooey a dirlo: “Siamo degli anormali, ecco cosa siamo!”
In che senso? Nel senso che sono due persone troppo intelligenti e troppo profonde per essere felici. Le domande che si pongono e le risposte che trovano recidono sul nascere ogni possibilità di felicità o di una vita normale. Pensano troppo, lo fanno troppo a fondo e non riescono a smettere perché fa parte di ciò che sono. Citando Bessie, la madre: “non capisco proprio a cosa serva sapere tanto cose ed essere tanto intelligenti e così via, se non riuscite ad essere felici”.
Superfluo a dirsi, questa profondità di pensiero impedisce loro anche di adeguarsi alla società in cui vivono o di intrattenere normali rapporti sociali. Sono troppo diversi. Ed è tutto troppo superficiale, ipocrita o egoista per loro. Una frase che ci tengo a condividere e che cito a memoria (per pigrizia) è questa: “Noi non parliamo, dissertiamo”.
Ma c’è qualche differenza fra loro: Franny è in una fase turbolenta. Anche se ha già vent’anni, è in piena adolescenza. Patisce il peso delle aspettative che vengono riposte in lei per il suo talento e non si riconosce nella società in cui dovrebbe eccellere. Come se non bastasse, come tutti gli adolescenti è alla ricerca di se stessa e di un senso da dare alla sua vita. Per uno di questi motivi o forse per entrambi trova la sua strada in un libro, “Racconti di un pellegrino russo”, e nelle idee che racchiude; ma questo non le risparmia un esaurimento nervoso, anzi lo peggiora. Ed è proprio questo esaurimento a farla tornare a casa e a costituire il fulcro della trama.
Sì, perché a casa c’è Zooey, che, essendo di qualche anno più grande di lei, è già passato in quello che sta attraversando e può cercare di aiutarla. Zooey è stabile: ha fatto i conti con la sua anormalità, si è liberato dalle aspettative scegliendo di imboccare una carriera da attore quando tutti lo avrebbero mandato all’università e riesce, a grandi linee, a convivere con una società e delle persone così diverse da lui. Ma ho scritto “cercare di aiutarla” non a caso, perché quando ci si trova qualche passo avanti e si ha già assunto consapevolezza di certi processi spesso è difficile farci capire da chi sta dietro di noi. E infatti Zooey spesso finirà per doversi scusare e ripetere a Franny che non vuole portarle via la sua “preghiera”.
Una sola cosa: è un libro praticamente privo di trama. Non credo possa piacere a tutti, per lo meno non a chi, in un romanzo, cerca per prima cosa l’intrattenimento. Ma se avete un certo tipo di gusto o se siete aperti a nuovi generi di letture, è sicuramente un libro a cui vale la pena dedicare del tempo.

Cosa resta da dire? Be’, bisogna spendere due parole su come è scritto. Salinger in questo lavoro ha una prosa brillante, che combina ironia e vividezza.
Cominciamo dall’ironia: perfino io, che faccio così tanta fatica a coglierla quando è scritta, non solo l’ho capita ma l’ho anche adorata. La sezione intitolata Zooey ha una voce narrante molto più presente dell’altra. Questo narratore, in cui non è difficile scorgere uno dei personaggi, apre il racconto dicendo che sa benissimo che le introduzioni sono oggetto di biasimo (scoccando una freccia dritta dritta contro i critici) e che, nonostante questo, intende scriverne una lo stesso. E perfino prolissa. Con questo paragrafo, Salinger fa un occhiolino al lettore e cerca la sua complicità contro il mondo della critica. E lascia anche la chiave di lettura del suo stile in mano al lettore: uno stile che sposa le caratteristiche del personaggio che sceglie come voce narrante e che osa scrivere come non si dovrebbe, ma che lo fa con consapevolezza, ironia e maestria, rendendo divertenti descrizioni che altrimenti sarebbero state a dir poco noiose.
Ma l’ironia non è onnipresente – anzi, è più simile ad una comparsa ricorrente. La vera cifra stilistica della prosa di Salinger in questo suo lavoro è la vividezza. Ogni scena ci viene disegnata davanti agli occhi e ci assorbe completamente. Non la guardiamo da fuori, ma da dentro, e ne respiriamo l’atmosfera con i protagonisti. Che si tratti dell’irritazione per la presenza di Bessie in bagno o della sacralità di una certa stanza della casa, non riusciamo a non provare le emozioni che provano i personaggi.

Franny & Zooey riprende i temi cari a Salinger: come l’adolescenza, già affrontata nel giovane Holden, o la spiritualità orientale. E li sviluppa ad un nuovo livello di profondità. Davvero una piccola perla che consiglio a tutti gli adolescenti in crisi perché pensano troppo. Magari non troveranno risposte, ma almeno qualcuno che si pone le loro stesse domande.

Divagazione: la bellezza è immediata?

Ogni tanto capita di leggere frasi che lì per lì non ci dicono niente o che, magari, qualcosa ci dicono, ma un “qualcosa” con cui non siamo affatto d’accordo, e che, però, entrano silenziosamente nella nostra testa e continuano a tornarci in mente. Noi continuiamo a vivere le nostre vite come se niente fosse finché, un giorno, non ci scopriamo d’accordo con quelle parole. Può darsi che abbiamo iniziato a leggerle da un punto di vista diverso e ad attribuire loro tutto un altro significato oppure che siamo maturati arrivando a scoprire che è vero quello che non credevamo lo fosse, in ogni caso sembra quasi che una parte di noi avesse sempre saputo che prima o poi quella frase ci sarebbe tornata utile e l’avesse tenuta da parte fino al momento giusto.
A me è successo con una frase di Carlo Rovelli. Stavo ascoltando l’audiolibro di “Sette brevi lezioni di fisica” e mi è rimasta impressa. È questa: “Ci sono sono capolavori assoluti che ci emozionano intensamente, il Requiem di Mozart, l’Odissea, la Cappella Sistina, Re Lear… Coglierne lo splendore può richiedere un percorso di apprendistato. Ma il premio è la pura bellezza. E non solo: anche l’aprirsi ai nostri occhi di uno sguardo nuovo sul mondo. La Relatività Generale, il gioiello di Albert Einstein, è uno di questi”.

Noi siamo abituati a pensare che la bellezza sia una cosa immediata. Che, se c’è, si dà e che, se non la percepiamo, è perché non c’è. Almeno non per noi. Quando guardiamo un quadro possiamo coglierne la bellezza e pensare che il quadro sia bello o che sia in linea con i nostri gusti, oppure possiamo non coglierla e pensare che sia brutto o che non sia fatto per noi. La stessa cosa può capitare con una poesia o con una persona. Pensiamo che, se una cosa è bella, si vede.
Non ci capita mai di pensare che la bellezza possa non darsi subito, possa essere nascosta, possa addirittura richiedere uno sforzo, da parte nostra, per essere trovata e capita – come se l’unica forma d’amore fosse l’amore a prima vista; come se l’amore che nasce dallo scoprirsi e dall’imparare ad apprezzarsi un po’ di più ogni singolo giorno, anche quando pensiamo che qualcosa non potrà mai piacerci, non esistesse.
E, invece, l’amore richiede un percorso di apprendistato. Che si tratti di una persona, di una poesia, di un quadro, esiste un tipo di bellezza che non si offre subito. Che richiede da noi sforzo e dedizione prima per conoscere, poi per capire, per creare un legame ed infine per innamorarci.

Oggi voglio parlarvi della poesia. Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con il genere e ce l’ho tuttora. Come tutti, ho iniziato a leggere con i romanzi e mi sono innamorato subito di questo mondo – altrimenti ora non sarei qua a scrivere di letteratura. Quella dei romanzi è una bellezza immediata, anche se non mancano eccezioni e anche se non si può mai parlare di bellezza e di letteratura con la stessa oggettività con cui si potrebbe parlare di fisica.
Poco dopo aver scoperto i romanzi, ho iniziato a scrivere. E, manco a dirlo, ho iniziato a scrivere narrativa. Ho scatole piene di idee e di tentativi di racconti falliti, ma resta la cosa che più amo fare.
Poi, ad un certo punto, è cambiato qualcosa. Quasi in contemporanea ho iniziato a sentirmi incuriosito dalla poesia, quasi attratto, e a scriverla. Il perché ho iniziato a scriverla è molto semplice: avevo bisogno di una forma espressiva più personale della narrativa, in cui parlare di me come in un diario, e, allo stesso tempo, anche più breve, perché non avevo molto tempo da dedicare alla scrittura. Perché io abbia iniziato a sentirmi incuriosito dal leggere poesie, invece, non lo so neanche ancora adesso. Forse più o meno per lo stesso motivo, ovvero per cercare una forma in cui l’autore si esprimesse in modo più personale e diretto. Ma non saprei.
Fatto sta che la mia relazione con la poesia è stata a lungo (ed è tuttora) una storia d’amore e d’odio. Per un poeta che riusciva ad “arrivarmi” ce n’erano dieci che semplicemente “non mi dicevano nulla”. Ma quel singolo poeta che riusciva a risuonarmi dentro era capace di farmi provare emozioni così forti e di insegnarmi così tanto sulla vita e su me stesso da compensare tutti gli altri e far sì che la ricerca valesse la pena.

Mi sono sempre chiesto il perché di tutto questo. Perché io – come la maggior parte delle persone – ho sempre apprezzato molto più facilmente i romanzi delle poesie? Perché per un poeta che mi faceva battere il cuore ce n’erano dieci che mi annoivano a morte? Perché dei romanzi mi sono innamorato subito e della poesia, invece, solo lentamente?
La risposta è una sola. I romanzi hanno una bellezza immediata: contengono già al loro interno tutto quello che serve per capirli e per amarli. Non c’è bisogno di sapere qualcosa in più sulla vita dell’autore, sulla sua visione del mondo o sulla storia che sta dietro al libro che hai tra le mani per apprezzarlo. Certo, se conosci tutto questo avrai accesso a molta più bellezza, ma anche senza puoi tranquillamente goderti il tuo libro, emozionarti e capirlo.
Con la poesia, invece, no. Quella della poesia non è una bellezza immediata. E non lo è perché la poesia non è autosufficiente, non basta a se stessa. Per sua natura è un frammento – di un ricordo, di un emozione, di un pensiero – e lo spazio bianco che manca a riempire la riga ce lo ricorda. È incompleta. Serve molto di più per apprezzarla, per coglierne la bellezza.

Facciamo un esempio semplice, uno di quelli in cui quanto ho detto è meno vero. Ultimo frammento di Carver. Recita così:

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E che cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

La leggi e, molto probabilmente, ti piace. Per essere una poesia, ha una bellezza immediata. Poi scopri che Carver l’ha scritta a cinquant’anni, mentre era malato di cancro e sapeva che sarebbe morto nell’arco di pochi mesi. Scopri che è la sua ultima poesia e che è il bilancio della sua vita. Scopri che, per tutta la vita, aveva cercato l’amore, che aveva alle spalle un matrimonio fallito che gli aveva lasciato una ferita profonda e che solo alla fine aveva finalmente trovato quello che cercava. A questo punto la rileggi e ti sembra ancora più bella, come se fino a quel momento ti fossi limitato a sbirciare la bellezza che filtrava dalla serratura e adesso ti avessero spalancato le porte. E, se questo è vero per una poesia di Carver, scritta all’incirca trent’anni fa, è ancora più vero per una poesia di duecento, quattrocento, settecento anni.
In una poesia confluisce la vita di chi la scrive, insieme alla sua visione del mondo, al suo retroterra culturale e all’atmosfera che si respira nel suo tempo. A tutto questo, poi, si aggiunge la questione della lingua: se è scritta in una lingua diversa dalla nostra c’è il problema della comprensione o della traduzione; se è scritta nella nostra, può esserci quello del tempo, perché sappiamo benissimo che l’italiano di due secoli fa non è quello di oggi.
Se noi avessimo letto “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Leopardi senza un professore che ci introducesse alla sua bellezza e che ci spiegasse cosa ci sta dietro e con quali occhi leggerlo, ci avrebbe fatto lo stesso effetto? Vedere la bellezza in una poesia così non è immediato. Ci serve sapere, per esempio, che “facelle” significa luci e, in questo caso, stelle, se vogliamo leggerla senza fermarci ad aprire il vocabolario. Ci serve sapere qualcosa sulla vita di Leopardi, sulle esperienze che sono state importanti per lui, sulla sua visione del mondo e sulla persona che era. E più scopriamo, più dettagli disseminati nel testo siamo in grado di cogliere. Più bellezza ci viene svelata.

Tutto questo per arrivare a dire cosa? Che, secondo me, è vero che alcuni tipi di bellezza richiedono “un percorso di apprendistato”. Richiedono tempo, dedizione, fatica, impegno e studio. Sì, anche studio. Richiedono amore; richiedono cioè che con un atto di fede riponiamo il nostro amore in qualcosa di cui non siamo ancora in grado di cogliere la bellezza e ce ne innamoriamo prima di innamorarcene con la fiducia che, quando riusciremo a cogliere cosa si nasconde fra i versi, ne saremo ricompensati e scopriremo che la nostra fiducia non è stata mal riposta. Perché dico amore? Perché il tempo, la dedizione, la fatica e l’impegno di cui parlavo prima sono parte dell’amore. E perché credo che tutto questo possa essere vero anche per le persone.
Ne vale la pena: “Il premio è la pura bellezza”.

John Williams – Stoner

Lasciate che vi parli un attimo del mio amico William Stoner: è nato in Missouri nel 1891 in una famiglia di contadini ed è cresciuto lavorando la terra. Si è ritrovato a studiare all’università quasi per caso, quando un ispettore di contea ha consigliato al padre di iscriverlo alla Facoltà di Agraria. Al secondo anno ha conosciuto la letteratura e se ne è innamorato. Ha iniziato a leggere notte e giorno e ha frequentato sempre più corsi di letteratura, fino a laurearsi in lettere. No, non dovete immaginarvi una di quelle passioni che divampano sconvolgendo la vita alla radice. La sua era più simile ad un fuoco stabile, che arde con costanza e che cambia ogni cosa, sì, ma solo col passare del tempo. Dopo la laurea è rimasto in università prima come dottorando e poi come professore. Ha svolto lo stesso mestiere per più di quarant’anni, senza superare mai il grado di ricercatore. Ed è restato infelicemente sposato con la donna sbagliata per tutta la vita. Come scrive Peter Cameron nella postfazione: “Non sembra materia troppo promettente per un romanzo e tuttavia, in qualche modo, quasi miracoloso, John Williams fa della vita di William Stoner una storia appassionante, profonda e straziante”. Ed io sono d’accordo.

Stoner è un romanzo che nasconde un segreto. Non ha nessun presupposto per avere successo, eppure è un capolavoro. Mi ha fatto soffrire per una buona metà del tempo, ma, ciò nonostante, si è ritagliato un posto speciale fra i miei libri preferiti. Mi ci sono affezionato.
Non so quali intenzioni avesse John Williams, l’autore, ma il romanzo sembra davvero essere stato scritto senza nessuna aspirazione. La trama è modesta: quella di Stoner è una vita silenziosa, una di quelle vite che attraversano il mondo senza far rumore, che non lasciano segni evidenti e che, quando si spengono, vengono presto dimenticate.
Ed è modesto anche lo stile: uno stile semplice e chiarissimo, calmo e pacato che scorre sempre leggero nella lettura pur non andando mai di fretta. Uno stile che apprezzo tantissimo, ma che forse è troppo anonimo per fare di un libro un capolavoro se non è supportato da una trama all’altezza.
C’è anche un’altra cosa: qui mi rifaccio a quanto ho scritto sulla regola dello “Show, don’t tell” nell’articolo su Banana Yoshimoto. Per farla in breve, secondo questa regola gli scrittori dovrebbero cercare di “mostrare” le cose, non semplicemente “dirle”. Ad esempio, non si dovrebbe scrivere “Tommaso era un bambino vivace, nessuno riusciva mai a farlo stare tranquillo”, bensì raccontare un episodio in cui Tommaso viene lasciato da genitori all’asilo e inizia a mettere tutto a soqquadro senza che le maestre riescano a tenerlo a bada, lasciando che sia il lettore a capirne il carattere. Ecco, Williams questo non lo fa. Non ha paura di “dire” le cose, di descrivere lui – in qualità di narratore – i suoi personaggi e le loro emozioni e di mostrarli solo dopo in azione.
Personalmente sono contrario al concetto di “regola” in letteratura: è una forma d’arte, perciò nessuna possibilità dovrebbe essere preclusa a priori. Ma è pur vero che, statisticamente parlando, i romanzi che seguono lo “Show, don’t tell” piacciono di più. Perché vi racconto questo? Per arrivare a dire che in Stoner, sotto certi punti di vista, neanche lo stile ha i presupposti che dovrebbero servire per fare grande un romanzo.

Eppure il risultato è un romanzo straordinario, qualcuno lo ha addirittura definito “il romanzo perfetto”. Perché? Qual è il suo segreto?
Tanto per cominciare la vita di Stoner non è così piatta come sembra. Anche se rimane sempre in una dimensione di modestia, come ogni vita ha le sue gioie e i suoi dolori, le sue soddisfazioni e i suoi dispiaceri. Ha lotte protratte per anni e sprazzi d’amore intenso, come le vite di tutti noi, che forse non lasceranno grandi segni nel mondo, ma non per questo saranno meno vissute, meno intense o meno sofferte.
Leggere Stoner è stato per me come fare un lungo viaggio, il viaggio di una vita accanto ad un amico. Già, perché pagina dopo pagina ho conosciuto questo William Stoner, ho iniziato a capirlo e ad affezionarmi a lui. Ho seguito tutta la sua storia dall’inizio alla fine: ho sofferto con lui quando la donna che ha sposato si è rivelata essere quella sbagliata e ha iniziato a fare di tutto pur di rovinargli la vita. Ed è stato straziante. Ci sono stati alcuni giorni in cui non aprivo il libro volentieri perché non volevo uscire dalla mia vita per entrare nella sua.
Poi, quando finalmente era riuscito a trovare nell’università un nuovo spazio dove continuare i suoi studi indisturbato, è comparso qualcuno intenzionato a portargli via ciò che amava anche lì. Ma Stoner ha la capacità, ogni volta che la vita gli porta via qualcosa, di ritagliarsi un nuovo spazio, di riscoprire la felicità in quello che gli resta e di andare avanti comunque. E così ha fatto: è andato avanti. E ben presto è riuscito a prendersi due rivincite, una in amore e una in università, non tanto sulle persone che gli hanno fatto del male quanto sulla vita in sé. E leggerle mi ha soddisfatto come se me le fossi prese io.
Nelle ultime settimane avevo difficoltà a leggere di sera. Nel giro di poche pagine mi si chiudevano gli occhi. Con Stoner, invece, questo non è successo: non riuscivo a smettere di leggerlo! Sia quando le cose gli andavano bene, sia quando gli andavano male. Ad un certo punto mi dovevo imporre di chiudere il libro e andare a dormire, altrimenti avrei fatto troppo tardi perché la voglia di continuare non diminuiva.

Stoner racconta la vita modesta di un uomo normale. Una vita che si potrebbe anche definire “assai piatta e desolata” come fa Peter Cameron nella postfazione. Eppure ha saputo coinvolgermi e farmi provare in prima persona tutto quello che provava il protagonista come pochi romanzi sono riusciti a fare, a tal punto che sento di aver creato un vero e proprio legame con il libro. Ma, allora, qual’è il segreto? Il trucco sta – forse – nel modo in cui la storia è raccontata. John Williams, nella sua pacatezza di narratore, sembra essere il primo ad affezionarsi al suo protagonista. Racconta la vita di Stoner con affetto e comprensione, dandole il giusto tempo e il giusto peso e coinvolgendo in questa prospettiva anche il lettore, che si ritrova presto a provare lo stesso affetto e la stessa comprensione per questo professore di letteratura incuriosito da ciò che resta della tradizione latina nella letteratura inglese.
Insomma, è vero: è una vita modesta. Ma è una vita modesta come potrebbe essere la nostra, per questo sentiamo Stoner così vero e vicino. Smettere di leggere la sua storia è impossibile come sarebbe impossibile smettere di leggere la biografia del nostro migliore amico. E, infatti, per me è uno di quei libri che, ogni volta che lo riaprirò, mi farà sentire come se stessi andando a trovare un vecchio amico.

Luciano Canfora – Giulio Cesare, il dittatore democratico

“Giulio Cesare, il dittatore democratico” di Luciano Canfora potrebbe sentirsi un intruso nel mio diario di lettura. Non è stata una lettura privata, ma per l’università, e non è neanche un romanzo, come la netta maggioranza dei libri di cui ho parlato in questa rubrica, bensì una biografia. Ma, in fin dei conti, la narrativa e le biografie non sono poi così diverse, soprattutto quando si tratta di una vita avvincente come quella di Cesare. Ancor di più se scritta in modo così chiaro e scorrevole che potrebbe essere letta anche la sera prima di andare a dormire. L’ho apprezzata moltissimo, perciò ho deciso di parlarvene!

Lo scorso anno accademico dovevo inserire nel piano carriera un corso di storia. In tutta la mia ingenuità ho scelto Storia Romana, senza pensare al fatto che Roma, tra una cosa e l’altra, è rimasta in piedi per più di milleduecento anni. E che questo avrebbe significato milleduecento anni di nomi e di date da ricordare. Masochismo.
No, scherzo. Ho scelto Storia Romana perché mi ha sempre affascinato e non me ne sono pentito. Il corso era ben strutturato e mi ha lasciato molto anche dopo aver chiuso i libri. E poi, non potete neanche immaginare quanto mi sia divertito a cercare collegamenti fra la Storia di Roma e quella di Westeros.
Oltre al manuale e a due testi di approfondimento dovevamo preparare anche un libro a scelta tra un elenco di consigliati. Giulio Cesare è un personaggio storico che ha sempre suscitato la mia ammirazione e la mia curiosità, perciò la scelta è stata facile. E non sono rimasto deluso.

La biografia ripercorre la vita del futuro dittatore dalle prime esperienze politiche fino alla morte, scavando a fondo e cercando di far chiarezza su alcuni dei misteri più intriganti che lo circondano, tra cui le sue reali motivazioni. Sì, perché quello che ha fatto non può essere banalmente liquidato con il movente dell’ambizione.
Leggere una biografia, come tutti i libri che raccontano una storia vera, comporta una serie di implicazioni: la trama non è stata progettata a tavolino da uno scrittore per essere coinvolgente ed emozionante, ma è il prodotto dell’intreccio casuale di eventi reali. Eventi che non si sono verificati secondo ritmi e archetipi narrativi efficaci per far palpitare un lettore o tenerlo incollato alle pagine. Tant’è che, molte volte, i libri di questo genere possono lasciare insoddisfatti, soprattutto nel finale. Questo, però, non accade nel caso di Cesare, la cui vita è talmente avvincente da sembrare un romanzo.
Se aggiungiamo anche che Canfora riesce a scrivere allo stesso tempo con il rigore e l’attenzione per le fonti che contraddistinguono un grande studioso e con la semplicità e la scorrevolezza che invece sono propri di un divulgatore, il risultato è un libro capace di soddisfare il palato sia degli addetti al settore sia dei curiosi occasionali.

Trattandosi di un libro diverso dai soliti, è diversa anche la conclusione. Non è un libro per tutti: non leggetelo se non siete affascinati da Cesare. Ma, se come me subite l’effetto del suo carisma magnetico, allora fatevi avanti: non è una lettura faticosa, ma coinvolgente e scorrevole. Che vi insegnerà anche i segreti di un esperto per vincere al gioco del trono. Accidenti, sto mescolando le cose?

Philipp Meyer – Ruggine Americana

Ruggine Americana è il primo libro di Philipp Meyer che ho letto. E non è neanche così strano, considerando che è il primo che ha scritto e che, per ora, ne ha pubblicato solo un secondo. Me lo sono ritrovato fra le mani per caso: lo avevano regalato a mio padre, ma lui doveva ancora finire di leggere “L’uccello che girava le viti del mondo” di Murakami e, perciò, lo ha lasciato in casa a prendere la polvere. Poco a poco ha iniziato ad esercitare su di me una forma di attrazione – credo che a tutti sia capitato almeno una volta. Lo prendevo in mano, lo sfogliavo e leggevo la quarta di copertina, finché la curiosità non è diventata così grande che ho deciso di leggerlo.
Siamo a Buell, una città immaginaria nella contea di Fayette, in Pennsylvania, Stati Uniti. Un tempo era il principale centro siderurgico del paese: economia fiorente, stipendi alti e lavoro per tutti. Ma non è questa la Buell che conosciamo noi. Philip Meyer ci accompagna in un paesaggio fatto di fabbriche dismesse e acciaierie arrugginite, dove la natura sembra volersi riprendere ogni lembo di terra su cui l’uomo ha costruito, con un avanzata tanto lenta quanto implacabile. È arrivata la crisi economica e ha lasciato un segno indelebile. Le fabbriche hanno chiuso e ora vengono smantellate o restano lì ad arrugginire, come metafora di quello che sta accadendo al sogno americano.
In quest’ambientazione seguiamo le vicende di due protagonisti e dei personaggi che ruotano intorno a loro: Isaac English e Billy Poe. Isaac è un ragazzo di corporatura gracile, ma con una mente geniale. Ha sempre sognato un futuro diverso, fuori dalla contea di Fayette, e ha tutte le capacità per realizzarlo, ma non può allontanarsi da Buell perché deve prendersi cura del padre, rimasto invalido in seguito ad un incedente in fabbrica.
Billy è l’esatto opposto: ha una testa nella media, ma compensa con un fisico da atleta. È stato una stella del football al liceo, ma ha rifiutato le borse di studio che aveva vinto e ora passa le sue giornate a bere birra davanti a casa, forse per stare vicino alla madre che ha sempre fatto del suo meglio per tirarlo su o forse perché si è già rassegnato all’idea di essere un buono a nulla come il padre.
Due ragazzi diversi, anzi contrapposti, accomunati dal fatto di essere rimasti senza un futuro: non possono studiare e non possono lavorare. Da quando hanno finito il liceo sono rimasti fermi, con le strade sbarrate dalla crisi economica e dai problemi familiari. Isaac non si arrende e, all’inizio del libro, partirà a piedi con i risparmi del padre per raggiungere la California e iniziare una nuova vita; Billy si è già rassegnato alla sua condizione e per questo si sacrifica per Isaac, assumendosi le sue colpe per lasciarlo partire. Ma alla fine la vita riporterà entrambi al punto di partenza, senza che siano riusciti a cambiare le loro sorti o a tirarsi fuori dal pantano in cui sono rimasti intrappolati.
Di cosa parla quindi Ruggine Americana? Parla del sogno americano che sta cadendo a pezzi. Ci offre un immagine pessimistica dell’America, dove la mobilità sociale è solo un ricordo e l’ideale secondo cui ogni uomo o donna può diventare chiunque voglia nella vita sta arrugginendo. Alla terra delle opportunità si è sostituita una terra dove nemmeno chi porta dentro un grande potenziale, come Isaac, può cambiare la propria condizione.
Ma l’affresco del romanzo non è tutto pessimistico. Alla fine si aprirà uno spiraglio di speranza per entrambi, grazie però alla generazione precedente che si sacrificherà per il loro futuro. Non vi dico altro, ma vi consiglio di leggerlo.

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