Qui giacciono i miei cani – Gabriele d’Annunzio

Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.

Per scrivere un post su d’Annunzio devo darmi una pacca d’incoraggiamento da solo. Non è esattamente il mio poeta preferito. Anzi, tutt’altro. Un uomo finto, artefatto, che si è costruito un personaggio e ha passato la vita a recitarlo nel bisogno di sembrare di più di quello che era.
Forse, però, è lui stesso la vittima: non credo sia mai stato capace di accettarsi. Può darsi che il personaggio, le manie di protagonismo e il bisogno di ostentare fossero solo un disperato tentativo di sentirsi degno d’affetto e di guadagnarsi l’ammirazione altrui.
Resta il fatto che non amo quello che scrive. Le sue poesie mi sembrano superficiali e finte quando, per i miei gusti, la sincerità in poesia è tutto. I contenuti non si salvano, ma lo stile? idem. Ha uno stile eccessivamente elaborato che probabilmente, nei suoi piani, doveva avere un sapore aristocratico e intellettuale quando in realtà risulta solo anacronistico e pesante.

Ma bando alle ciance, non mi piace parlare male delle persone. Se ho deciso di scrivere un articolo su di lui, un motivo ci sarà! E, infatti, in tutta la sua produzione, c’è un testo diverso dagli altri. S’intitola “Qui giacciono i miei cani” ed è, probabilmente, l’ultima poesia che ha scritto. Abbozzata a matita nel 1935, è stata ritrovata fra le carte del Vittoriale dopo la sua morte e pubblicata postuma.
Un componimento cupo e di stampo nichilista, che colpisce perché sembra più sincero degli altri dello stesso autore, come se d’Annunzio, davanti alla morte dei suoi cani, avesse finalmente dismesso i panni del personaggio che si era costruito per scrivere una poesia autentica, lasciando da parte ogni artificiosità.
Possiamo supporre che in questa occasione D’annunzio si sia trovato per la prima volta a riflettere davvero sulla morte. E da questo confronto ne esce sconfitto. Lui, che in vita aveva cercato di essere tutto, getta la maschera e si definisce “uom da nulla”. Si è reso conto che gli ideali a cui aveva consacrato la sua vita, il superomismo (cattiva interpretazione del pensiero nietschiano), il vitalismo e l’estetismo, in realtà di fronte alla morte non valgono niente. E che, con questi, non valeva niente neanche la sua vita.

È la sconfitta di un uomo che si accorge di aver vissuto un’esistenza vana, ma, allo stesso tempo, è anche la sconfitta dell’uomo in generale. Perché sì, contiene riflessioni che, in fin dei conti, potrebbero valere per tutti.
E qui arriviamo a quello che interessa a noi. Vi ricordate come ci eravamo lasciati la scorsa settimana con l’articolo su Ozymandias di Percy Bysshe Shelley? Avevamo discusso del primo protagonista del nostro ragionamento, il tempo, che scorre inesorabilmente cancellando poco alla volta ogni cosa. Bene, da questa legge non è di certo esente l’uomo, che in confronto all’impero e alla gloria di Ramesse II appare fin troppo effimero. Ogni uomo, presto o tardi, è destinato a morire. “Valar Morghulis”, direbbe qualcuno. E questo, alla fine, lo aveva capito anche d’Annunzio, che ci dice che “la morte è tutto”, nel senso che è quello a cui tutti andiamo incontro.
Ma dopo la morte cosa verrà? Nessuno può dirlo. Questo dipende da quello in cui credete voi. Il progetto che ho in mente, però, si muove in una prospettiva atea, perciò non posso che rispondervi che dopo la morte viene il nulla. Il binomio morte/nulla è il secondo protagonista del nostro ragionamento e vi starete ormai accorgendo che questa poesia di D’annunzio lo introduce in modo eccellente.
L’approdo nichilistico viene sancito dagli ultimi due versi: “Ogni uomo sepellito / è il cane del suo nulla”, che significano che l’uomo di fronte al nulla è come un cane di fronte al suo padrone.

Anche per oggi ci fermiamo qui. Chi si fosse perso l’articolo precedente, lo può recuperare a questo link. La domanda “Ma dopo la morte cosa verrà?” sarà l’argomento principale del prossimo articolo, in cui punteremo ancora verso il basso, sempre più in profondità nella riflessione intorno al nulla e al nichilismo. La svolta arriverà con il quarto e, da quel momento in poi, viaggeremo in salita. Citando Liga, “il meglio deve ancora venire”.


La letteratura e la vita 1, qui.

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