Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Tag: poesia americana

La letteratura e la vita 9: Carver e l’amore

Mi dispiace riutilizzare una poesia di cui ho già parlato, ma è la più adatta per affrontare l’argomento di oggi, quello con cui voglio chiudere il progetto. E poi, da quando ne ho parlato per la prima volta questa “famiglia” è cresciuta molto, per cui è più che probabile che qualcuno non abbia mai letto il vecchio articolo. Nel caso, lo potete trovate qui.
La poesia in questione è “Ultimo Frammento” di Raymond Carver.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

Sogni e passioni sono una soluzione al problema del senso della vita. Ma ce n’è anche un’altra, che non esclude le prime due bensì, semplicemente, completa il quadro: l’amore. Ok, mi sento già in imbarazzo a parlarne. Dovete aiutarmi: non pensate male! Non state per sorbirvi uno sproloquio smielato, ve lo prometto.
Ad ogni modo, d’amore si tratta. Ultimo frammento è la poesia che preferisco sull’argomento. E lo è per molti motivi. Ad esempio perché è sincera. Oppure perché raccoglie al suo interno il bilancio di un’intera esistenza. Ma anche perché tratta il tema in modo sobrio e originale, ponendo l’accento sul bisogno umano di essere amati. E, infine, perché è scritta in modo semplice e preciso, senza lasciare spazio a vuota retorica (cosa che per fortuna Carver non ha mai fatto) ma usando comunque parole soppesate e scelte con cura. Mi emoziona sempre. E non poco.
Però, non è tutto: mi piace anche perché è una poesia che affronta il tema dell’amore in una prospettiva esistenziale. Qui non si parla di quanto il poeta soffra per amore o di quanto sia bello innamorarsi, si parla dell’amore come senso della vita. Nei suoi ultimi mesi, Carver ha capito che tutto ciò che aveva sempre desiderato era sentirsi amato. Che l’amore era la seconda metà di quella stella polare di cui aveva parlato appena qualche pagina prima. E che, alla fine, tutto quello che nella vita contava per lui era proprio l’amore.
Mi colpisce perché è la prova su carta di quello che vede un uomo quando, davanti alla morte, si guarda indietro. È una testimonianza di quello che secondo Carver conta veramente. Non c’è spazio per le ambizioni, non c’è spazio per il denaro o il successo, ma non c’è spazio neanche per i sogni né per la stessa letteratura. Non c’è spazio per i rimpianti e non c’è spazio per i rammarichi. C’è spazio solo per una cosa – che necessariamente deve essere la più importante. E per Carver questa cosa è l’amore.

È curioso come l’amore non possa risolvere il problema del senso della vita da un punto di vista razionale ma, al tempo stesso, ci riesca nella pratica. Cosa intendo dire? Che se senso significa anche scopo, l’amore non può essere il senso della vita, perché non è uno scopo – è una presenza. Non si lascia incasellare dalla ragione in nessuna cella concettuale fra quelle che fin qui abbiamo delineato. Eppure mi fa venire in mente una frase che Marquez ha scritto in “Memoria delle mie puttane tristi”: “la mia vita si riempì di lei”. Ed è proprio così, l’amore riempie la vita. E la riempie di qualcosa che oso chiamare “senso”.
Ma anche parlando di un concetto più semplice, come quello di felicità: sfido chiunque a trovare qualcosa capace di rendere felice un uomo quanto l’amore. Per lo meno nei primi mesi di un innamoramento. Niente ne eguaglia l’intensità.
Ma c’è una cosa ancora più bella, ed è che l’amore ha molte facce. No, non lo dico come frase fatta: sono seriamente convinto che l’amore si manifesti in molte forme oltre a quella “di coppia”. Potrei anche farvi degli esempi, ma non li faccio. Sono personali. Lascio a voi scoprire più sfaccettature possibili.

Questo è ciò che può dare un senso alla vita, secondo me: sogni, passioni e amore. Per lo meno, è ciò che ad oggi credo possa farlo. In futuro, chissà. La ricerca del senso della vita è un viaggio dal finale aperto.
Se c’è qualche affezionato che ha seguito la rubrica dall’inizio alla fine, colgo l’occasione per ringraziarlo: era da molto tempo che volevo condividere quello che ho imparato sul senso della vita durante l’adolescenza. Sapere che c’è qualcuno, in qualche parte del mondo, che è stato disposto a leggerlo è davvero gratificante. Perciò, grazie di cuore.
A questo punto non posso che ricollegarmi a ciò che mi ero riproposto all’inizio del progetto: non ho niente da insegnare a nessuno perché l’esperienza di ogni persona è unica e diversa da quella di tutte le altre. Ho scritto questi articoli nella speranza che potessero essere utili a chi mi assomiglia, a chi si pone le stesse domande che mi sono posto anch’io tra i sedici e i diciannove anni, e mi auguro di esserci riuscito. Se vi hanno fatto fare anche solo un passo avanti nella vostra ricerca, hanno raggiunto il loro scopo.

Grazie ancora.


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La letteratura e la vita 8: Carver e la stella polare

Dal momento che di recente ho scritto un articolo sulle poesie di Carver, mi sono detto: “Perché no? Chiudiamo il progetto con Carver”. Originariamente avevo intenzione di farlo con Berserk, ma ho cambiato idea.
Verso la fine di Orientarsi con le stelle c’è un testo in prosa. S’intitola “La stella polare” ed è il racconto autobiografico di un episodio della vita del poeta. “Sarà stato nel ’56 o nel ’57”, Carver aveva tra i diciotto e i diciannove anni e lavorava come fattorino per un farmacista di Yakima. Un giorno si è ritrovato a dover fare una consegna ad un signore molto anziano, che lo ha invitato ad entrare in casa mentre cercava il libretto degli assegni. In salotto c’erano un sacco di libri e il giovane Ray non aveva mai visto una biblioteca personale in vita sua! Tra i volumi sparsi su un tavolino, c’era anche una rivista con su scritto “Poetry”.
Ai quei tempi il nostro amico scriveva già – o almeno ci provava – ma non aveva molta coscienza del mondo letterario intorno a sé. Non sapeva, ad esempio, a chi mandare una poesia per farla pubblicare ne come funzionasse l’editoria. Scriveva e basta, “ossessionato dall’idea di dover «scrivere qualcosa»”.
Quella rivista gli ha fatto capire che non era il solo a sentire quel bisogno. E gli ha anche indicato la strada per condividere con gli altri il suo lavoro. L’anziano signore si accorse della sua curiosità e glie la regalò, ignaro della catena di eventi a cui stava dando inizio. “Ti interessa la poesia? Perché non prendi anche la rivista? Magari un giorno scriverai qualcosa anche tu. Se è così, dovrai pur sapere dove mandarla”.
Da allora, la scrittura è stato il fil rouge della vita di Carver. La sua “passione”, potremmo dire.

Il brano s’intitola “La stella polare”. Perché? La stella polare non è una stella qualsiasi. È una stella che, dalla terra, si vede sempre nella stessa posizione – non si sposta mai. Per questo è stata usata anche dai marinai come punto di riferimento per secoli. Serve per orientarsi: se si punta verso di lei, si sta andando a Nord.
Per Carver, la poesia è stata una stella polare. Diciamocelo, la vita è un mare così vasto che può facilmente lasciare smarriti. Le possibilità sono tante e le scelte difficili. Ancora di più nell’età contemporanea, postmoderna, in cui tutte le grandi “narrazioni”, gli ideali e i valori che potevano costituire un punto fermo per l’uomo sono venuti meno. Per questo, abbiamo tutti bisogno di una stella polare, che brilli fissa anche nella notte, verso cui indirizzare la nostra rotta e che ci permetta di orientarci. È questo che ci serve per dare un senso alla vita.
Ma che cos’è una stella polare? Per Carver è stata la poesia. Generalizzando, una passione a cui dedicarsi. E per noi può essere lo stesso. Non importa quale passione – può essere la danza, la cucina o la scienza – quello che conta è che sia ciò verso cui punta la nostra bussola interiore.
Può anche essere un sogno, un obiettivo da realizzare. Non è poi così diverso: le passioni sono come strade che non sappiamo dove ci porteranno ma che vogliamo comunque percorrere; i sogni sono come destinazioni, che non sappiamo come raggiungere ma che vogliamo comunque raggiungere. Ma ogni meta implica una strada e ogni strada implica una meta, per cui, a livello pratico, non fa molta differenza: entrambe le soluzioni danno uno scopo alla nostra vita e ci forniscono un antidoto per quel senso di smarrimento che a volte ci schiaccia. Soddisfano la testa e soddisfano il cuore.
E voi, cosa ne pensate? Siete d’accordo?

“Allora non ero che un ragazzotto ingenuo, ma niente può spiegare o negare quel momento: il momento in cui la cosa di cui avevo maggior bisogno nella vita – chiamatela una stella polare, un punto di riferimento – mi si presento davanti per caso e con generosità. Nessun’altra cosa sia pure vagamente simile a quell’attimo mi è più accaduta da allora.”

Raymond Carver, La stella polare.


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Raymond Carver – Orientarsi con le stelle

Vi ho già raccontato qual è stato il mio primo impatto con le poesie di Carver?
Per molto tempo ho diviso gli scrittori in due categorie: quelli introversi e quelli estroversi. Nella mia definizione, i primi sono quelli più interessati al mondo che portano dentro che a quello fuori e di solito sviluppano riflessioni introspettive o esistenziali. I secondi, invece, tendono a concentrare le loro energie mentali sul mondo esterno e, qualche volta, su problematiche sociali e politiche.
Circa uno o due anni fa, mentre ero in libreria e stavo curiosando nella sezione poesia, portandomi dietro, come al solito, il mio rapporto conflittuale con il genere, ho preso in mano per la prima volta “Orientarsi con le stelle”, la raccolta completa delle poesie di Carver. L’ho aperta, l’ho sfogliata e poco dopo l’ho richiusa e l’ho posata. Ho pensato: “Non farà mai per me”. Superfluo dire che se sono qui a parlarvene ho cambiato idea: qualche mese fa l’ho comprata e da poco l’ho finita, a conferma del fatto che certi libri non basta leggerli per apprezzarli, ma bisogna trovare gli occhi giusti con cui guardarli, quelli che possono svelarci la loro bellezza.
Ma come mai è andata così? Quando ho sfogliato le poesie di Carver per la prima volta ho avuto l’impressione di trovarmi davanti ad uno scrittore che usa la poesia per raccontare storie. Se conoscete Carver come autore di racconti: mi sembrava che in poesia scrivesse le stesse cose, solo con una forma più breve e andando a capo prima della fine della riga. E questo è, in parte, vero. Aggiungete poi che Carver nello scrivere i racconti è un realista, che per me è l’incarnazione per eccellenza dello scrittore “estroverso”, e che preferisco di gran lunga i poeti introversi ed il risultato diventa scontato: non mi sembrava il mio genere di poesia. Amo chi mi scrive del mondo che ha dentro e Carver, invece, mi era sembrato che raccontasse storie inventate di personaggi che poco avevano a che fare con lui. Ma mi ero sbagliato.

È vero, la maggior parte delle poesie di Carver sono racconti in versi. Addirittura una delle raccolte che ha pubblicato in vita e che sono state poi incluse in “Orientarsi con le stelle” si intitolava “Racconti in forma di poesia”: più esplicito di così! Ma questo non significa, innanzitutto, che non racchiudano bellezza.
Le poesie di Carver sono come dei quadri: creano un’immagine, raccontano un’emozione. Chi cerca un “messaggio” probabilmente rimarrà deluso, perché a Carver non interessa trasmetterne uno. Leggere le sue poesie per la prima volta è come fare un giro in una galleria d’arte senza nessuna preparazione sul pittore di cui si guardano le opere: ci fermiamo davanti ad un quadro e lo osserviamo per tutto il tempo che riesce a tenerci affascinati. Se abbiamo una sensibilità affine a quella del pittore e ci troviamo a guardarlo nel momento giusto della nostra vita, ci arriva, ci emoziona. Altrimenti passiamo al successivo e, forse, sarà quello a trasmetterci qualcosa. Così, molto ingenuamente.
Ma non è vero che nelle poesie di Carver la vita e l’interiorità del poeta siano assenti. Al contrario, sono presenti, ma lo sono in una forma molto particolare. L’autobiografia e l’invenzione narrativa si intrecciano in un modo complesso da districare. Certo, ci sono poesie in cui il poeta racconta qualcosa di sé e della sua vita e ci sono anche poesie che sono davvero dei racconti in versi. Ma, nella maggior parte, i due piani si mescolano: uno spunto autobiografico può diventare il punto di partenza per un racconto in versi. O, addirittura, un episodio di vita può essere raccontato in terza persona come se fosse fiction, rendendo difficile capire se il poeta stia parlando di se stesso o di un suo personaggio.
Il confine è difficile da individuare, ma, per farla breve, la mia prima impressione era sbagliata. Avrei dovuto ricordarmi quello che insegnava Jung: che le persone non sono mai del tutto estroverse o del tutto introverse, ma combinano entrambe le tendenze in una diversa percentuale. Eppure anche questo non sarebbe bastato, perché Carver non solo le combina ma addirittura le mescola fra loro. Come ha scritto la sua compagna, Tess Gallagher, nell’introduzione al libro: “Molte delle sue poesie più recenti hanno la caratteristica di un diario”, però “Il punto di vista di Ray, che spesso racconta in terza persona, lo colloca al fianco del lettore”.

Ma cosa canta Raymond Carver?
Canta scene di vita quotidiana dell’America degli anni ’80, tra la grigia piattezza di una battuta di pesca e la sofferenza taciuta di un matrimonio fallito. Canta la perdita e il silenzioso soffermarsi sopra di essa. Canta lo sfaldamento dei rapporti familiari e l’alcolismo che conosceva così bene. Il fil rouge è una disperazione rassegnata e affrontata in modo stoico, che si tiene silenziosa sullo sfondo, senza emergere quasi mai in patetismi.
Allo stesso tempo, però, canta senza volerlo il suo viaggio, il “passaggio da una riva all’altra” – per usare di nuovo le parole di Tess – partendo dal fallimento del primo matrimonio e dall’alcolismo, che emergono così nitidamente in poesie come “A mia figlia”, fino a quella che lui stesso definiva la sua seconda vita e al raggiungimento di una nuova felicità. Strada facendo, l’amarezza del passato e la consapevolezza del grigiore della vita non vengono dimenticate, ma, al contrario, permettono a Carver di cogliere quanto siano preziosi certi “doni” che comunemente riceviamo e diamo per scontati.
Così, in “Orientarsi con le stelle”, troveremo poesie in cui i gesti banali e quotidiani di una colazione scandiscono la presa di coscienza, taciuta, dell’irrecuperabilità di un matrimonio come in “Mattina, pensando all’impero”. Poesie come “Mia moglie”, in cui il poeta si ritrova a fare i conti con l’assenza della moglie dopo che questa se n’è andata, concentrandosi sui soli oggetti che si è lasciata dietro – due paia di calze e una spazzola – e sul letto dove dormivano insieme, che resta “strano e impossibile da spiegare”. O come “A mia figlia”, una delle più dolorose, in cui Raymond parla alla figlia adulta e caduta, come lui, nell’alcolismo. Testimoni della prima fase dalla sua vita sono anche i versi finali di Deuschutes, in cui il poeta, mentre pesca, pensa che “Lontano, / un altro uomo cresce i miei figli, / e va a letto con mia moglie, con mia moglie.”
Ma ci sono anche poesie che si aprono come uno spiraglio di luce in mezzo al grigiore. In “Felicità”, Carver, mentre guarda dalla finestra di prima mattina due ragazzi che consegnano i giornali, coglie “Una tale bellezza che per un attimo / la morte e l’ambizione, perfino l’amore / non riescono a intaccarla”. O in “Per Tess”, in cui Ray si sdraia sull’erba vicino al fiume dove è andato a pescare e si immagina di essere morto finché non gli viene in mente Tess, la donna che ha saputo dargli la felicità che non era mai riuscito a trovare prima. A quel punto torna ad essere contento e scrive “È che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire”. Non sempre la vita con Tess è stata felice – con Carver siamo sempre nel mondo reale, più grigio che roseo – ma la gratitudine resta e ritorna nel finale di una poesia che mi piace molto: “Il Dono”. Tess e Ray non sono riusciti a dormire bene, hanno passato una nottataccia, ma sono “straordinariamente calmi e teneri l’uno con l’altra […] / Come se ognuno sapesse cosa prova l’altro. Anche se, / naturalmente, non lo sappiamo. Non lo si sa mai”. Carver scrive: “È la tenerezza che mi preme. È questo il dono / che mi commuove e mi prende tutto questa mattina. / Come tutte le mattine.” Perfino dopo aver scoperto di essere malato e di non avere più molto da vivere, a soli cinquant’anni, la gratitudine per i “doni” che aveva ricevuto nella sua “seconda vita” non lo ha abbandonato. Dopo aver parlato con Tess del tempo che era stato loro concesso, scriverà “Una pacchia”: “[…] questi ultimi dieci anni. / Vivo, sobrio, ha lavorato, ha amato, / riamato, una brava donna. […] Una vera pacchia”.
Il tutto ritorna nell’ultima poesia della raccolta, che racchiude in sé il bilancio di una vita intera. “Ultimo Frammento”, testimonianza di una vita disastrata e difficile che ha saputo trovare la sua ragion d’essere nella letteratura e, soprattutto, nell’amore, così a lungo cercato:

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

Questo è il Raymond Carver poeta per come l’ho conosciuto io. Se non avete ancora letto le sue poesie, leggetele e fatemi sapere cosa ne pensate. Spero di avervi incuriositi.

La letteratura e la vita 6: Edgar Lee Masters e il secondo “ma”

Allora, allora, allora, lo scorso post e questo sono strettamente collegati! Quindi, dritti al dunque: dove eravamo rimasti? No, non spaventatevi, so che dei miei riassunti ne avete le scatole piene. A questo punto do per scontato che, se siete qui, avete letto i post precedenti. Altrimenti potete rimediare qui.

Tornando a noi: ci stavamo chiedendo quale fosse il senso della vita. E abbiamo scoperto che, anche se un giorno moriremo risolvendoci nel nulla, la vita non perde il suo valore.
Ma lo scopo? Qual’è lo scopo della vita? Perché esistiamo? Difficile da accettare, ma lo sappiamo già: la vita non ha uno scopo. Non esiste nessun dio che possa averla creata con un fine. E allora?
E allora qualcuno ha avuto un’intuizione. Uno a caso. Indovinate chi? Nietzsche, che ha capito che se la vita non ha uno scopo non è una cosa così brutta perché, in questo modo, l’uomo può essere libero di dargliene uno. “DARE UN SENSO – questo compito resta assolutamente da assolvere, posto che nessun senso vi sia già” (Frammenti postumi 1887-88).
Certo, un uomo potrà dare uno scopo solo alla sua vita e non all’esistenza dell’intero universo. È vero. Ma questo è un problema? Significherà solo che questo scopo sarà relativo, cioè valido soltanto per l’uomo che se lo è posto; non che non sarà valido affatto.

Ma perché bisogna dare uno scopo/un senso alla vita? Perché “una vita senza senso è la tortura / dell’inquietudine e del vano desiderio – / è una barca che anela al mare eppure lo teme”. Sono le parole che Edgar Lee Masters ha usato nella poesia George Gray.
Se non diamo un senso alle nostre vite, saremo perennemente schiacciati dal peso della loro inutilità e della vanità del tutto e vivere sarà per noi una tortura fatta d’inquietudine. Non solo: siamo esseri teleologici, la nostra natura è quella di desiderare, di darci degli obiettivi e di agire in vista di essi. Senza uno scopo, saremo tormentati dal “desiderio vano”, cioè da un desiderio che non sa dove rivolgersi ma che ha ugualmente bisogno di desiderare. A maggior ragione se consideriamo che, senza uno scopo, non sapremo che direzione dare alle nostre vite.
In molti lo hanno detto: la natura dell’uomo è quella di desiderare, di volere, di porsi sempre nuovi traguardi ogni volta che ne raggiunge uno. Il problema è che la maggior parte di questi hanno visto l’avere sempre un nuovo scopo come una tortura, perché fa sì che l’uomo non sia mai appagato. Ma si sono sbagliati, perché la vera tortura non è tanto avere sempre nuovi desideri, quanto non averne.

Ma bando alle ciance, voi volete la poesia! Vi accontenterò. Una poesia speciale, che raccoglie quello che abbiamo detto negli ultimi due post: il valore della vita e il bisogno di darle uno scopo. A voi:

Edgar Lee Masters – George Gray

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, e io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio-
è una barca che anela al mare eppure lo teme.


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La letteratura e la vita 5: Walt Whitman e il primo “ma”

Il post di oggi sarà diverso dal solito. Questa volta non avremo una poesia come punto di partenza, ma come punto d’arrivo.

Ormai il riassunto degli episodi precedenti è una tradizione. La settimana scorsa ci eravamo lasciati in una situazione senza speranze: dopo aver scoperto che il tempo scorre inarrestabilmente cancellando ogni cosa e che anche noi esseri umani siamo destinati a morire e a risolverci nel nulla, ci siamo chiesti quale senso avesse la vita. E il buon Leopardi ci ha aiutato a sviluppare la domanda, facendoci intuire che, con questa strana parola “senso”, stiamo in realtà cercando due concetti ben più concreti: lo scopo e il valore della vita.
A questo punto facciamo un ragionamento. Vi ricordate l’ipotesi nichilistica che avevamo introdotto in uno dei primi articoli? Bene, è arrivato il momento di rispolverarla. I punti cardine sono due: uno, Dio non esiste e, due, non ci sarà nessuna vita dopo la morte.
Però, se un Dio non esiste significa che né l’universo né noi siamo stati creati con uno scopo e che, al contrario, siamo solo il prodotto di una serie casuale di cause. La diretta conseguenza di questo è che la vita non ha uno scopo. Ce lo aveva detto anche Leopardi: “Uso alcuno, alcun frutto indovinar non so”. Ma non finisce qui. Se non esiste nessuna vita dopo la morte, quando moriremo non esisteremo più e ogni nostra traccia sulla terra sarà presto o tardi cancellata dal tempo. Quindi sarà come se non fossimo mai nati. E, perciò, la vita non ha nemmeno valore.
Almeno, così sembrerebbe.

Ma…

Ogni appassionato del Trono di Spade (cioè, grossomodo, il novanta per cento degli esseri umani) conoscerà la frase: “Una volta mio fratello mi disse che tutto ciò che viene prima della parola “ma” non conta niente”. L’ha pronunciata Benjen nel terzo episodio della prima stagione.
Da cosa vogliamo partire? Dal valore o dal fine?
Scelgo io: dal valore. Noi esseri umani abbiamo tutti una stramaledetta abitudine: quella di valutare le cose dopo che si sono concluse. Vi faccio un esempio: immaginate di avere una relazione. Siete fidanzati con una persona che amate e restate insieme per diverso tempo, ipotizziamo qualche anno, finché un giorno non vi lasciate. Vi sembrerà di aver sprecato una parte importantissima della vostra vita che non tornerà più indietro per camminare lungo un vicolo cieco e a questo punto vi chiederete: ma che senso ha avuto?
Personalmente, io credo che valutare una relazione dopo che si è conclusa non sia il punto di vista migliore da cui porsi. Il fatto che sia finita non cancella un altro fatto molto più importante, e cioè che c’è stata. Che c’è stata e che l’avete vissuta. E che mentre c’eravate dentro ogni cosa aveva un valore, un emozione e un senso. Il tempo che avete trascorso insieme a quella persona per voi è stato importante, così come per voi è stato importante tutto quello che avete fatto in due e l’affetto che vi siete scambiati. Il modo in cui è finita non è retroattivo: non ha il potere di cambiare il significato di quello che c’è stato e di quello che avete provato nel momento in cui lo stavate vivendo.

Lo stesso discorso vale con la vita: tendiamo a valutarla ponendoci in un punto di vista dopo la morte, sia che siamo credenti sia che non lo siamo, e a giudicare il suo valore in base al fatto che esisteremo ancora o che non esisteremo più. Ma questo è un punto di vista inefficace.
Dobbiamo fare tutti un cambio di prospettiva e metterci a valutarla da dentro, perché solo così restituiremo alla vita il suo valore. La vita ha senso mentre la viviamo: ogni cosa, grande o piccola, ha per noi una sua importanza che qui ed ora esiste. Il fatto che si perderà nel tempo, non intacca il momento che stiamo vivendo, né tutti gli altri che abbiamo vissuto o che vivremo. Solo dopo che saremo morti la vita perderà il suo significato, ma a noi quello che succederà dopo non interessa perché i nostri bilanci li faremo prima e perché tanto non ci saremo.
Se adesso appena smetto di scrivere sbatto il mignolo del piede contro una gamba del tavolo, mi farà male. Ed è vero che fra cent’anni, quando non ci sarò più, questo dolore non avrà alcun valore, ma adesso, cavolo, mi farà male! Lo stesso vale per questo post: il giorno in cui lo pubblicherò sarò agitato per quello che ne penserete, ma sarò anche incredibilmente soddisfatto. Ed è vero che questa soddisfazione un giorno non avrà più valore, ma adesso, per me, ne ha eccome.

Parlando, ho sentito molti amici fare ragionamenti di questo tipo: tra un centinaio d’anni tutti noi saremo morti e tra centocinquanta saremo stati anche tutti dimenticati, allora che senso ha vivere? Aggiungo io: mettiamo caso anche che uno di noi si sia distinto in un qualche campo e che, per questo, venga ricordato. Tra mille o due mila anni sarà stato dimenticato pure lui. E, anche se così non fosse, sicuramente prima o poi il suo ricordo si perderà. Tutto questo è vero. Ma non dobbiamo chiederci che valore avrà ciò che abbiamo fatto nella vostra vita dopo che sarete morti, perché non ne avrà nessuno, bensì che valore ha adesso, che valore ha per noi finché siamo vivi.

Conclusione? Dobbiamo cambiare punto di vista. Smetterla di posizionarci dopo la morte per valutare la vita, iniziare a posizionarci dentro la vita stessa e valutarla da qui. Solo così la vita riacquista il suo valore, un suo valore intrinseco, che non viene minimamente intaccato dal fatto che un giorno finirà. E solo così riusciremo a capire cosa intendeva lo zio Walt quando ha scritto la sua risposta ad una domanda che, nonostante il modo in cui era formulata, in fin dei conti è la stessa che ci stiamo ponendo noi e che si è posto anche Leopardi.

Walt Whtiman – Oh me! Oh vita!

Oh me! Oh vita! Di queste domande che ricorrono,
Degli infiniti cortei di infedeli, di città gremite di stolti,
Di me stesso che sempre mi rimprovero, (Perché chi più stolto di me, chi più infedele?)
Di occhi che invano bramano la luce, degli scopi meschini, della battaglia sempre rinnovata,
Dei poveri risultati di tutto, delle sordide folle ansimanti che vedo intorno a me,
Degli anni inutili e vuoti del resto, io intrecciato col resto,
La domanda, ahimé!così triste, ricorrente
-Cosa c’è di buono in tutto questo, oh me, oh vita?

Risposta:
Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità,
Che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un verso.

P.S. Vi prometto che quando questo progetto sarà finito parlerò anche di altre poesie di Walt Whitman che non sono questa.


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Ultimo Frammento – Raymond Carver

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E che cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

Quando ha scritto questa poesia, Raymond Carver aveva quarantanove anni, era malato di cancro al cervello e ai polmoni e sapeva che sarebbe morto nell’arco di qualche mese. Si è seduto, ha fatto un bilancio della sua vita e quello che ne è uscito sono queste parole: una delle ultime poesie che ha scritto, pubblicata postuma nella sua ultima raccolta e diventata anche suo epitaffio.
Tutte le volte mi colpisce la sensibilità che deve avere avuto un uomo che, giunto alla fine dei suoi giorni, si è guardato indietro e ha scritto questo. Per chi non lo sapesse, Carver non ha avuto una vita facile: ha cambiato molti lavori, quasi tutti umili, ha visto fallire il suo primo matrimonio e ha avuto problemi seri di alcolismo. Insomma, anche lui la sua buona dose di irrequietezza deve essersela portata dentro, come tutti.
Negli ultimi anni, quando finalmente sembrava aver trovato un po’ di tranquillità, sono arrivati anche i problemi di salute. Eppure in questa poesia Raymond sembra essersi messo in pace con se stesso. Finalmente ha capito che tutto quello di cui aveva sempre avuto bisogno per star bene era di sentirsi amato e può dirsi soddisfatto della sua vita perché, alla fine, ha trovato quello che cercava.

Ultimo frammento è la mia poesia preferita di Carver e una delle mie preferite in assoluto. Da un punto di vista stilistico amo i componimenti come questo, che prendono un singolo sentimento, un pensiero o un ricordo e ne fanno una poesia compiuta e semplice. Ma non finisce qui, è anche e soprattutto per quello di cui parla che penso abbia un valore. E di che cos’è che parla? Parla del più umano dei bisogni, quello di sentirsi amati. Un bisogno che pervade quasi tutti i nostri comportamenti anche quando non ce ne accorgiamo, soprattutto se consideriamo l’amore in senso ampio includendo anche amicizia, affetto e stima.
Tutti noi facciamo un po’ di fatica a ritenerci soddisfatti delle nostre vite. Molte volte ci sentiamo insoddisfatti o irrequieti senza nemmeno capirne il motivo. Ray ci confessa che per lui la soluzione è stata l’amore. E, senza volerlo ci fa capire che, forse, se tutti ci portiamo dietro una costante irrequietezza è perché abbiamo bisogno di sentirci amati. Che, forse, solo la sensazione di essere amati può farci stare veramente bene. Ed io sono d’accordo con lui. Per questo oggi ho deciso di parlarvi di questa poesia, una poesia d’amore diversa da tutte le altre del suo genere, più forte, più sincera e più umana: perché ci ricorda cos’è importante.

Oh me! Oh vita! – Walt Whitman

Oh me! Oh vita! Di queste domande che ricorrono,
Degli infiniti cortei di infedeli, di città gremite di stolti,
Di me stesso che sempre mi rimprovero, (Perché chi più stolto di me, chi più infedele?)
Di occhi che invano bramano la luce, degli scopi meschini, della battaglia sempre rinnovata,
Dei poveri risultati di tutto, delle sordide folle ansimanti che vedo intorno a me,
Degli anni inutili e vuoti del resto, io intrecciato col resto,
La domanda, ahimé!così triste, ricorrente
-Cosa c’è di buono in tutto questo, oh me, oh vita?

Risposta:
Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità,
Che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un verso.

Eccoci qua, finalmente ho aperto il blog che sognavo da tempo. E quale poteva essere il modo migliore per iniziare questa avventura se non parlando della mia poesia preferita?
“Oh me! Oh vita!” di Walt Whitman non ha bisogno di presentazioni. Oltre ad essere uno dei capolavori del padre della poesia americana, è stata anche resa celebre in tutto il mondo dal film “L’attimo fuggente”. Ma quanti di voi, dopo aver avuto la pelle d’oca (perché so che l’avete avuta) ascoltandola recitata dal Professor Keating, sono andati a cercarsela, a rileggerla e con calma e a soffermarsi sulle parole?
È una poesia preziosa, che tutti dovremmo rileggere ogni tanto perché ha molto da insegnarci sulla vita. Tanto per cominciare riesce a raccogliere quel costante senso di meraviglia e amore per l’esistenza che permea ogni parola scritta dal suo autore, ma ancor di più è il frutto della saggezza pratica, concreta, efficace di chi non si perde in riflessioni astratte che lo allontano dalla realtà ma rimane sempre dentro al flusso della vita.

Ma cosa ci vuole dire lo zio Walt con queste parole?
Le nostre esistenze sono piene di cose che non ci piacciono, che ci fanno soffrire, che se potessimo cambieremmo. Le persone stupide e superficiali, che confluiscono nelle masse. Gli egoisti con i loro “scopi meschini”. Il tempo sprecato e inutile. Quel conflitto, quello struggimento che ci portiamo dentro e che continua a rinnovarsi ogni volta. E, infine, noi stessi, che siamo assediati dalle domande e dai dubbi e logorati lentamente.
Queste sono a grandi linee le cose che ha elencato Walt Whitman, ma se ne possono aggiungere altre – ognuno ha le sue. Ma a questo punto ci sorge spontanea una domanda: che cosa c’è di buono in tutto questo? Vale a dire: a fronte di tutti i fattori negativi che abbiamo elencato, cosa resta di buono nella vita? Cosa resta di buono nel mondo, nel fatto di essere qui ed ora? In altre parole: per quale motivo vale la pena vivere?
Lo zio Walt, come se volesse darci una mano – come se volesse dare una mano ad ogni ragazzo e ragazza, uomo o donna che si sentono un po’ smarriti nella vita – ci da la risposta. Ed è una risposta tanto semplice quanto profonda:
Primo, che tu sei qui, che la vita esiste. Ma come: la domanda era “Che cosa c’è di buono nella vita?” e la risposta è “Che la vita esiste”? Sì. Walt Whitman ci vuole ricordare che la vita stessa è intrinsecamente degna di essere vissuta. Bisogna solo imparare ad amarla. Non è perché la vita sia degna di essere vissuta che uno se ne innamora ma è perché uno decide di amarla che diventa degna di essere vissuta. E in questo Whitman era un maestro. Non ci credete? Fate un tentativo.
Secondo, l’identità. La vita è intrinsecamente degna di essere vissuta, sì, ma una vita vissuta senza essere noi stessi è una tortura. Dobbiamo essere noi stessi, fare quello che amiamo e dedicarci a quello in cui crediamo, solo così saremmo davvero soddisfatti e in pace con noi stessi. Solo così ne varrà davvero la pena.
La poesia potrebbe finire qui, c’è già tutto: il cosa e il come. E invece aggiunge un ultimo punto: “che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuirvi con un verso.”
Ma devo davvero spiegarvi che cosa vuol dire?
L’universo e l’esistenza, che prima erano “tutto questo” quando si parlava dei lati negativi sono diventati ora “il potente spettacolo” mentre parliamo dei lati positivi: in questa definizione rientra l’intera visione del mondo dello zio Walt. Lui, quando si guardava intorno, vedeva questo: uno spettacolo così potente da suscitare meraviglia, tanto in un filo d’erba che cresce quanto in una stella che brucia, tanto in un bacio di chi amiamo quanto nell’abbraccio di un amico, come se ci fosse magia in ogni cosa.
E la magia più grande è che a tutto questo noi possiamo contribuire. Che possiamo lasciare un nostro segno, aggiungere un verso al poema, una nostra nota alla sinfonia, lasciare la nostra impronta sulla terra: che sarà inutile, perché il tempo cancella ogni cosa; ma sarà nostra, sarà unica e irripetibile e, per noi, non sarà priva di valore.

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