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Tag: poesia contemporanea

La letteratura e la vita 9: Carver e l’amore

Mi dispiace riutilizzare una poesia di cui ho già parlato, ma è la più adatta per affrontare l’argomento di oggi, quello con cui voglio chiudere il progetto. E poi, da quando ne ho parlato per la prima volta questa “famiglia” è cresciuta molto, per cui è più che probabile che qualcuno non abbia mai letto il vecchio articolo. Nel caso, lo potete trovate qui.
La poesia in questione è “Ultimo Frammento” di Raymond Carver.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

Sogni e passioni sono una soluzione al problema del senso della vita. Ma ce n’è anche un’altra, che non esclude le prime due bensì, semplicemente, completa il quadro: l’amore. Ok, mi sento già in imbarazzo a parlarne. Dovete aiutarmi: non pensate male! Non state per sorbirvi uno sproloquio smielato, ve lo prometto.
Ad ogni modo, d’amore si tratta. Ultimo frammento è la poesia che preferisco sull’argomento. E lo è per molti motivi. Ad esempio perché è sincera. Oppure perché raccoglie al suo interno il bilancio di un’intera esistenza. Ma anche perché tratta il tema in modo sobrio e originale, ponendo l’accento sul bisogno umano di essere amati. E, infine, perché è scritta in modo semplice e preciso, senza lasciare spazio a vuota retorica (cosa che per fortuna Carver non ha mai fatto) ma usando comunque parole soppesate e scelte con cura. Mi emoziona sempre. E non poco.
Però, non è tutto: mi piace anche perché è una poesia che affronta il tema dell’amore in una prospettiva esistenziale. Qui non si parla di quanto il poeta soffra per amore o di quanto sia bello innamorarsi, si parla dell’amore come senso della vita. Nei suoi ultimi mesi, Carver ha capito che tutto ciò che aveva sempre desiderato era sentirsi amato. Che l’amore era la seconda metà di quella stella polare di cui aveva parlato appena qualche pagina prima. E che, alla fine, tutto quello che nella vita contava per lui era proprio l’amore.
Mi colpisce perché è la prova su carta di quello che vede un uomo quando, davanti alla morte, si guarda indietro. È una testimonianza di quello che secondo Carver conta veramente. Non c’è spazio per le ambizioni, non c’è spazio per il denaro o il successo, ma non c’è spazio neanche per i sogni né per la stessa letteratura. Non c’è spazio per i rimpianti e non c’è spazio per i rammarichi. C’è spazio solo per una cosa – che necessariamente deve essere la più importante. E per Carver questa cosa è l’amore.

È curioso come l’amore non possa risolvere il problema del senso della vita da un punto di vista razionale ma, al tempo stesso, ci riesca nella pratica. Cosa intendo dire? Che se senso significa anche scopo, l’amore non può essere il senso della vita, perché non è uno scopo – è una presenza. Non si lascia incasellare dalla ragione in nessuna cella concettuale fra quelle che fin qui abbiamo delineato. Eppure mi fa venire in mente una frase che Marquez ha scritto in “Memoria delle mie puttane tristi”: “la mia vita si riempì di lei”. Ed è proprio così, l’amore riempie la vita. E la riempie di qualcosa che oso chiamare “senso”.
Ma anche parlando di un concetto più semplice, come quello di felicità: sfido chiunque a trovare qualcosa capace di rendere felice un uomo quanto l’amore. Per lo meno nei primi mesi di un innamoramento. Niente ne eguaglia l’intensità.
Ma c’è una cosa ancora più bella, ed è che l’amore ha molte facce. No, non lo dico come frase fatta: sono seriamente convinto che l’amore si manifesti in molte forme oltre a quella “di coppia”. Potrei anche farvi degli esempi, ma non li faccio. Sono personali. Lascio a voi scoprire più sfaccettature possibili.

Questo è ciò che può dare un senso alla vita, secondo me: sogni, passioni e amore. Per lo meno, è ciò che ad oggi credo possa farlo. In futuro, chissà. La ricerca del senso della vita è un viaggio dal finale aperto.
Se c’è qualche affezionato che ha seguito la rubrica dall’inizio alla fine, colgo l’occasione per ringraziarlo: era da molto tempo che volevo condividere quello che ho imparato sul senso della vita durante l’adolescenza. Sapere che c’è qualcuno, in qualche parte del mondo, che è stato disposto a leggerlo è davvero gratificante. Perciò, grazie di cuore.
A questo punto non posso che ricollegarmi a ciò che mi ero riproposto all’inizio del progetto: non ho niente da insegnare a nessuno perché l’esperienza di ogni persona è unica e diversa da quella di tutte le altre. Ho scritto questi articoli nella speranza che potessero essere utili a chi mi assomiglia, a chi si pone le stesse domande che mi sono posto anch’io tra i sedici e i diciannove anni, e mi auguro di esserci riuscito. Se vi hanno fatto fare anche solo un passo avanti nella vostra ricerca, hanno raggiunto il loro scopo.

Grazie ancora.


La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.
La letteratura e la vita 3, qui.
La letteratura e la vita 4, qui.
La letteratura e la vita 5, qui.
La letteratura e la vita 6, qui.
La letteratura e la vita 7, qui.
La letteratura e la vita 8, qui.

La letteratura e la vita 8: Carver e la stella polare

Dal momento che di recente ho scritto un articolo sulle poesie di Carver, mi sono detto: “Perché no? Chiudiamo il progetto con Carver”. Originariamente avevo intenzione di farlo con Berserk, ma ho cambiato idea.
Verso la fine di Orientarsi con le stelle c’è un testo in prosa. S’intitola “La stella polare” ed è il racconto autobiografico di un episodio della vita del poeta. “Sarà stato nel ’56 o nel ’57”, Carver aveva tra i diciotto e i diciannove anni e lavorava come fattorino per un farmacista di Yakima. Un giorno si è ritrovato a dover fare una consegna ad un signore molto anziano, che lo ha invitato ad entrare in casa mentre cercava il libretto degli assegni. In salotto c’erano un sacco di libri e il giovane Ray non aveva mai visto una biblioteca personale in vita sua! Tra i volumi sparsi su un tavolino, c’era anche una rivista con su scritto “Poetry”.
Ai quei tempi il nostro amico scriveva già – o almeno ci provava – ma non aveva molta coscienza del mondo letterario intorno a sé. Non sapeva, ad esempio, a chi mandare una poesia per farla pubblicare ne come funzionasse l’editoria. Scriveva e basta, “ossessionato dall’idea di dover «scrivere qualcosa»”.
Quella rivista gli ha fatto capire che non era il solo a sentire quel bisogno. E gli ha anche indicato la strada per condividere con gli altri il suo lavoro. L’anziano signore si accorse della sua curiosità e glie la regalò, ignaro della catena di eventi a cui stava dando inizio. “Ti interessa la poesia? Perché non prendi anche la rivista? Magari un giorno scriverai qualcosa anche tu. Se è così, dovrai pur sapere dove mandarla”.
Da allora, la scrittura è stato il fil rouge della vita di Carver. La sua “passione”, potremmo dire.

Il brano s’intitola “La stella polare”. Perché? La stella polare non è una stella qualsiasi. È una stella che, dalla terra, si vede sempre nella stessa posizione – non si sposta mai. Per questo è stata usata anche dai marinai come punto di riferimento per secoli. Serve per orientarsi: se si punta verso di lei, si sta andando a Nord.
Per Carver, la poesia è stata una stella polare. Diciamocelo, la vita è un mare così vasto che può facilmente lasciare smarriti. Le possibilità sono tante e le scelte difficili. Ancora di più nell’età contemporanea, postmoderna, in cui tutte le grandi “narrazioni”, gli ideali e i valori che potevano costituire un punto fermo per l’uomo sono venuti meno. Per questo, abbiamo tutti bisogno di una stella polare, che brilli fissa anche nella notte, verso cui indirizzare la nostra rotta e che ci permetta di orientarci. È questo che ci serve per dare un senso alla vita.
Ma che cos’è una stella polare? Per Carver è stata la poesia. Generalizzando, una passione a cui dedicarsi. E per noi può essere lo stesso. Non importa quale passione – può essere la danza, la cucina o la scienza – quello che conta è che sia ciò verso cui punta la nostra bussola interiore.
Può anche essere un sogno, un obiettivo da realizzare. Non è poi così diverso: le passioni sono come strade che non sappiamo dove ci porteranno ma che vogliamo comunque percorrere; i sogni sono come destinazioni, che non sappiamo come raggiungere ma che vogliamo comunque raggiungere. Ma ogni meta implica una strada e ogni strada implica una meta, per cui, a livello pratico, non fa molta differenza: entrambe le soluzioni danno uno scopo alla nostra vita e ci forniscono un antidoto per quel senso di smarrimento che a volte ci schiaccia. Soddisfano la testa e soddisfano il cuore.
E voi, cosa ne pensate? Siete d’accordo?

“Allora non ero che un ragazzotto ingenuo, ma niente può spiegare o negare quel momento: il momento in cui la cosa di cui avevo maggior bisogno nella vita – chiamatela una stella polare, un punto di riferimento – mi si presento davanti per caso e con generosità. Nessun’altra cosa sia pure vagamente simile a quell’attimo mi è più accaduta da allora.”

Raymond Carver, La stella polare.


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