Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Tag: poesia inglese

La letteratura e la vita 3: Shakespeare, il nulla e l’incoscienza

Monologo di Prospero ne “La Tempesta” – William Shakespeare

I nostri spettacoli adesso sono finiti. Questi nostri attori,
Come vi avevo anticipato, erano tutti spiriti, e
Si sono dissolti nell’aria, nell’aria sottile:
E, come la fabbrica senza fondamento di questa visione,
Le torri incappucciate di nubi, gli splendidi palazzi,
I templi solenni, lo stesso grande globo
E tutto quello che contiene dovranno dissolversi
e, com’è svanito questo spettacolo inconsistente,
non lasciarsi alle spalle nemmeno un rimasuglio.
Noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni
e la nostra breve vita è circondata dal sonno.

Eccoci arrivati al terzo articolo della serie. Questa volta non prendiamo in considerazione una poesia, non in senso stretto per lo meno, ma un estratto di un monologo di un’opera teatrale, “The Tempest” di William Shakespeare. In realtà, però, anche questo brano è scritto in versi, così come la maggior parte della produzione di Shakespeare, perciò resta in linea con gli altri articoli del progetto.
Bene, siamo quasi arrivati alla svolta e iniziamo ad aver già un po’ di carne al fuoco. A questo punto urge un riassuntino! Posso già sentire le vostre grida di gioia. Immaginate che compaia in sovrimpressione la scritta “negli episodi precedenti”.
Dove eravamo rimasti? Percy Bysshe Shelley ci ha ricordato che il tempo scorre inesorabilmente cancellando ogni cosa, anche quelle che sembrano eterne, e D’annunzio, in un momento della sua vita in cui era più sincero del suo solito, ci ha insegnato che anche noi esseri umani non siamo esenti da questa legge, perché siamo destinati a morire e a dissolverci nel nulla.
Fine del riassuntino. Rapido e indolore. A questo punto entra in gioco Shakespeare.
De “La Tempesta” parlerò in futuro nella rubrica “I mondi della narrativa“. Qui mi limito ad una breve introduzione per permettere anche a chi non ne conoscesse nulla di capire meglio quello di cui parleremo. La Tempesta è l’ultima opera di Shakespeare, unanimemente considerata il suo testamento artistico. Nella trama, alcuni nobili italiani fanno naufragio su un’isola governata dal Mago Prospero che, quando recita il monologo che ho riportato, ha appena finito di intrattenere i suoi ospiti con uno spettacolo messo in scena attraverso la magia.

In Shakespeare i termini vita, teatro, sogno e magia vanno a braccetto in molte occasioni: il bardo dell’Avon ritiene infatti che il teatro, come un sogno, ci trasporti in un mondo al di fuori della realtà, a volte anche fantastico, magico appunto, e che qui ci faccia vivere un’esperienza. Alla fine dello spettacolo, nulla sarà cambiato: ci ritroveremo esattamente nel luogo da cui eravamo partiti, nelle stesse condizioni e nella stessa realtà. Lo spettacolo non ci avrà resi eroi, non avrà rovesciato le dittature degli usurpatori o delle regine cattive né ci avrà fatto sposare il principe o la principessa. Ma l’esperienza che avremo vissuto, come le esperienze reali, ci avrà fatto maturare, forse anche cambiare, lasciandoci una prospettiva nuova da cui guardare noi stessi, la vita e il mondo.
Ne “La Tempesta”, poi, il discorso si spinge oltre. Ogni spettacolo teatrale mette in scena una realtà che esiste solo per il tempo della sua rappresentazione e che svanisce nel nulla appena viene calato il sipario. Questo è ancora più vero nel caso dello spettacolo di Prospero, in cui gli attori erano spiriti che si sono letteralmente “dissolti nell’aria” non appena hanno portato a termine il loro dovere.
E che cosa ci dice Shakespeare? Ci dice che noi non siamo diversi da questi spettacoli, che la vita non è diversa dal teatro. Come la realtà dello spettacolo (“la fabbrica senza fondamento di questa visione”), con la sua ambientazione, i suoi personaggi e i suoi eventi, si è dissolta nel momento in cui la rappresentazione si è conclusa, così anche la nostra realtà, quella materiale, insieme a tutto ciò che contiene, dovrà dissolversi senza lasciarsi alle spalle nemmeno il più piccolo rimasuglio.
Fin qui, niente di nuovo. Ma Shakespeare continua. “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni / e la nostra breve vita è circondata dal sonno”. Questi versi li conoscevate vero? Credo sia una delle frasi più citate della storia della letteratura. Il problema è che vengono sempre citati da soli, mentre solo alla luce di quanto Shakespeare ha scritto prima assumono significato. Ma tranquilli, non è colpa vostra, sono le ragazze su Facebook/Instagram che non scrivono mai tutto il monologo sotto le foto.
Scherzi a parte, “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni” perché siamo inconsistenti ed effimeri e, come i sogni, destinati a svanire nel nulla in un momento ben preciso, quello della nostra morte.
“E la nostra breve vita è circondata dal sonno”. Ma perché il sonno? Facciamo un breve ragionamento. Cosa eravamo prima di nascere? Non lo sappiamo. Se prendiamo per vere le ipotesi dell’ateismo su cui ho impostato il lavoro, non esistevamo. Ma, anche se fossimo esistiti in qualche forma, non ce n’è rimasto ricordo perché non eravamo coscienti. E dopo la morte? Quando moriremo il nostro cuore si fermerà, smettendo di pompare il sangue nelle vene. Al nostro cervello non arriverà più nutrimento e così smetterà di funzionare. E, smettendo di funzionare, smetterà anche di stanziare la mente e, con essa, la coscienza, cioè la facoltà di essere presenti a noi stessi, di essere consapevoli di esistere. Risultato? Non solo non esisteremo più come mente pensante, ma non sapremo neanche di non esistere più. Saremo incoscienti, come quando dormiamo in un sonno profondo e senza sogni.
Per questo Shakespeare dice che la nostra breve vita è circondata dal sonno: perché il sonno è uno stato di incoscienza. Quando noi dormiamo e non stiamo sognando, la nostra coscienza è spenta. Non pensiamo e non siamo più presenti a noi stessi, addirittura non sappiamo nemmeno più se esistiamo o no. Non abbiamo neanche la percezione del tempo, tant’è vero che quando ci svegliamo ci sembra sia passato un istante da quando ci siamo addormentati. Tranne nelle notti insonni, brutta cosa le notti insonni.

Anche questa volta abbiamo aggiunto un tassello al nostro ragionamento, andando a discutere dell’incoscienza che segue alla morte se non esiste un anima. Spero che l’articolo vi sia piaciuto. Siete tutti caldamente invitati a farmi sapere cosa ne pensate qui nei commenti, in direct su instagram o per e-mail. Non mangio nessuno, giuro!
Adesso sono anche impaziente di scrivere un articolo su “La Tempesta” al di fuori del progetto, per parlarne non solo da un punto di vista filosofico ma anche letterario e artistico.
Ci rivediamo la prossima settimana con il quarto articolo! Sarà un momento di svolta nel nostro percorso: per la prima volta tireremo le somme e ci porremo una domanda, anzi la domanda. Dopodiché il nostro scopo sarà quello di trovare una risposta.


La letteratura e la vita 1, qui.
La letteratura e la vita 2, qui.

Continua la lettura qui.

La letteratura e la vita 1: Percy Bysshe Shelley e il tempo

Ozymandias – Percy Bysshe Shelley

Incontrai un viaggiatore proveniente da un’antica terra
Che disse: “Due gambe di pietra immense e stroncate
Si ergono nel deserto. Vicino ad esse, sulla sabbia
Giace un volto mezzo sprofondato e distrutto, il cui cipiglio
E le labbra raggrinzite e il ghigno di fredda autorità
Rivelano che il suo scultore comprendeva bene quelle passioni,
Che ancora sopravvivono, stampate su queste pietre senza vita,
Alla mano che le imitò e al cuore che le alimentò.
E sul piedistallo appaiono queste parole:
“Il mio nome è Ozymandias, Re dei Re:
Guardate le mie opere, voi potenti, e disperate!”
Nient’altro rimane. Intorno alle rovine
Di quel rudere colossale, sterminate e spoglie
Le sabbie solitarie e piatte si estendono a perdita d’occhio.”

Ufficialmente questo esperimento che ho intitolato “La letteratura e la vita” è iniziato la settimana scorsa, ma il primo  articolo serviva solo a presentare il progetto. È con questo che faremo il primo passo del nostro viaggio. Perciò sedetevi qui vicino a me, ordinate qualcosa da bere e diamo inizio alla chiacchierata. Come al solito non preoccupatevi, non vi prenderà più di dieci minuti.

La poesia che avete letto è Ozymandias di Percy Bysshe Shelley, uno dei più importanti poeti romantici inglesi. Dicono che la poesia parli per immagini e infatti noi, al suo interno, troviamo alcune tra le immagini più iconiche del romanticismo: un viandante, che ritorna spesso nell’immaginario di chi si immerge in profondità alla ricerca di risposte su se stesso e sulla vita; e le rovine, circondate dalla sabbia, simbolo tangibile dello scorrere del tempo che distrugge ogni cosa.
Ed è proprio di questo che volevo parlarvi: del tempo. Ozymandias era un grande sovrano, un Re dei Re, e verosimilmente deve aver compiuto imprese maestose in vita. Eppure di lui resta solo una statua mezza crollata che sta venendo lentamente erosa dal vento e sommersa dalla sabbia, come è rimasto sommerso dalla sabbia anche il suo immenso impero. Con il tempo ogni cosa viene cancellata: gli uomini muoiono, gli imperi finiscono, le razze si estinguono e prima o poi, per dirlo con le parole di Ungaretti, “Anche il cielo stellato finirà”.
Ma voi sapete chi era Ozymandias? Perché, sì, è realmente esistito. Era il faraone Ramesse II, uno dei più potenti sovrani d’Egitto. Il suo nome non vi dice niente? Neanche a me. Nessuno dispera più guardando le sue opere. È anche questo che ci ricorda Shelley, che di ogni cosa, per quanto grande possa essere stata, si perderà anche il ricordo.
L’istinto di sopravvivenza nell’uomo è così forte da spingerci a desiderare la gloria perché, in fin dei conti, è la cosa più vicina all’immortalità a cui possiamo ambire. Ma l’uomo non può vivere in eterno e neanche la sua memoria. È destinata a perdersi, come si è persa quella di Ozymandias. Perfino l’arte e la letteratura che ci sono sempre sembrate eterne in realtà non lo sono: i quadri sbiadiscono, le statue crollano e i libri vengono perduti.

Va bene dai, per oggi fermiamoci qui che inizio a sentirmi il profeta dell’apocalisse. Vi è sembrato breve? Non vi preoccupate, il ragionamento riprenderà esattamente da dove lo abbiamo lasciato la settimana prossima.
Intanto colgo l’occasione per una comunicazione: da oggi è disponibile sul sito la possibilità di “seguire” il blog. Cosa vuol dire? Vuol dire che potete entrare a far parte della cerchia dei lettori fissi di diariodiunviandante.it. Il vantaggio per voi è che sarete aggiornati automaticamente via e-mail ogni volta che uscirà un nuovo articolo, quello per me è che potrò facilmente tenere il conto di quanti dei miei follower sono a tutti gli effetti attivi sul blog. Non male, no? Tra l’altro in questo modo posso aggiornare anche i lettori che non mi seguono sui social! Come potete fare per seguirmi? È semplice: andate nella pagina “Contatti”, inserite il vostro indirizzo e-mail nell’apposito spazio e cliccate il pulsante segui. A questo punto vi sarà inviata un’e-mail di conferma: dovrete aprirla, cliccare su “Conferma Segui” e il gioco è fatto.
Per sdrammatizzare vi saluto con una curiosità: Ozymandias è un personaggio molto citato in letteratura. Fra i lavori in cui compare ce ne sono due che mi mandano in estasi ogni volta che li leggo: Fight Club di Chuck Palahaniuk e Watchmen di Alan Moore. Se non li avete mai letti, andate a recuperarli.

P.S. La traduzione del testo l’ho fatta io, che non sono un traduttore. Se volete confrontarla con l’originale o con un’altra traduzione italiana, vi basta andare su Wikipedia.


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Divagazione: Alfred Tennyson a Camden Town

Siete mai stati a Camden Town? Lo chiedo perché io, nella mia ignoranza, ero già stato a Londra una volta senza neanche sapere che esistesse. Ci voleva la mia ragazza, Marta, per farmelo scoprire.

Come chi mi segue su Instagram saprà già, negli ultimi quattro giorni sono stato a Londra, in quello che è stato il mio ultimo (e, per quest’estate, unico) viaggio prima di tornare alla vita dello studente universitario. Il Diario di un Viandante, però, non è un blog di viaggi, perciò non vi racconterò nulla delle mie esperienze. O quasi.
Quando sono partito mi sono ripromesso di non comprare libri nuovi perché, avendo compiuto gli anni da poco, ho già sul comodino una pila di letture che mi aspettano. Ma voi siete intelligenti e con una premessa di questo tipo avrete già capito dove sto andando a parare. Tanto ormai “Questa volta non compro libri” è il nuovo “Stasera non bevo”.
I miei buoni propositi erano già titubanti sul nascere: una parte di me accarezzava l’idea di comprare un libro in inglese come ricordo del viaggio. Magari uno di poesia, in modo da non compromettere la coda di letture che mi aspettava a casa. Ancora meglio se di uno di quei poeti che in Italia si trovano di rado, come Shelley, Byron o Tennyson…
Tutti avrete letto il titolo in cima al post, quindi posso andare dritto al dunque: Camden Town. Per chi fosse ignorante quanto me, è un quartiere alternativo nella zona Nord di Londra. Al centro, vicino ad un canale attraversato da ponticelli pedonali e avvolto dalle fronde dei salici, accoglie un complesso di edifici in mattoni, con quei colori terrosi spenti tipici della città che ricordano i romanzi di Dickens. Al suo interno si sviluppa un mercato immenso e labirintico, in parte all’aperto in parte al chiuso, con bancarelle che vendono dischi in vinile, vestiti in stile etnico o punk-rock sia nuovi sia usati, collane fatte a mano, quadri e poster pop-art o di film anni ’90, il tutto avvolto in una sua atmosfera bohémien davvero affascinante.
C’erano anche bancarelle che vendevano cibi di diverse cucine. La cosa più bella, però, era vedere persone che esprimevano la propria arte in modo creativo e originale, liberamente e senza pretese, come una ragazza che dipingeva All-star bianche o una donna che disegnava su pagine strappate e ingiallite di vecchi libri. Ma questa è una divagazione nella divagazione.
Ovviamente in tutto questo c’era anche una libreria. Una piccola libreria indipendente portata avanti da un libraio che avrei voluto fotografare perché mi sembrava la perfetta sovrapposizione fra Herman Hesse e il libraio inglese da stereotipo. Teneva e vendeva libri per la maggior parte usati ed era in uno stanzino striminzito, ma ci avrei passato delle ore. Purtroppo, però, non avevo molto tempo. Così mi sono limitato alla sezione poesia. Cosa ho trovato? La raccolta completa dei lavori di Tennyson in un’edizione con copertina rigida che ho poi scoperto essere datata 1920.
Un libro usato, in inglese e di un poeta inglese, comprato in una libreria indipendente a Camden Town. Non so voi, ma io lo trovo poetico. Voi invece volete sapere chi sia Tennyson? Vi prometto che prima o poi ne parlerò.

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