Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Tag: poesie

Raymond Carver – Orientarsi con le stelle

Vi ho già raccontato qual è stato il mio primo impatto con le poesie di Carver?
Per molto tempo ho diviso gli scrittori in due categorie: quelli introversi e quelli estroversi. Nella mia definizione, i primi sono quelli più interessati al mondo che portano dentro che a quello fuori e di solito sviluppano riflessioni introspettive o esistenziali. I secondi, invece, tendono a concentrare le loro energie mentali sul mondo esterno e, qualche volta, su problematiche sociali e politiche.
Circa uno o due anni fa, mentre ero in libreria e stavo curiosando nella sezione poesia, portandomi dietro, come al solito, il mio rapporto conflittuale con il genere, ho preso in mano per la prima volta “Orientarsi con le stelle”, la raccolta completa delle poesie di Carver. L’ho aperta, l’ho sfogliata e poco dopo l’ho richiusa e l’ho posata. Ho pensato: “Non farà mai per me”. Superfluo dire che se sono qui a parlarvene ho cambiato idea: qualche mese fa l’ho comprata e da poco l’ho finita, a conferma del fatto che certi libri non basta leggerli per apprezzarli, ma bisogna trovare gli occhi giusti con cui guardarli, quelli che possono svelarci la loro bellezza.
Ma come mai è andata così? Quando ho sfogliato le poesie di Carver per la prima volta ho avuto l’impressione di trovarmi davanti ad uno scrittore che usa la poesia per raccontare storie. Se conoscete Carver come autore di racconti: mi sembrava che in poesia scrivesse le stesse cose, solo con una forma più breve e andando a capo prima della fine della riga. E questo è, in parte, vero. Aggiungete poi che Carver nello scrivere i racconti è un realista, che per me è l’incarnazione per eccellenza dello scrittore “estroverso”, e che preferisco di gran lunga i poeti introversi ed il risultato diventa scontato: non mi sembrava il mio genere di poesia. Amo chi mi scrive del mondo che ha dentro e Carver, invece, mi era sembrato che raccontasse storie inventate di personaggi che poco avevano a che fare con lui. Ma mi ero sbagliato.

È vero, la maggior parte delle poesie di Carver sono racconti in versi. Addirittura una delle raccolte che ha pubblicato in vita e che sono state poi incluse in “Orientarsi con le stelle” si intitolava “Racconti in forma di poesia”: più esplicito di così! Ma questo non significa, innanzitutto, che non racchiudano bellezza.
Le poesie di Carver sono come dei quadri: creano un’immagine, raccontano un’emozione. Chi cerca un “messaggio” probabilmente rimarrà deluso, perché a Carver non interessa trasmetterne uno. Leggere le sue poesie per la prima volta è come fare un giro in una galleria d’arte senza nessuna preparazione sul pittore di cui si guardano le opere: ci fermiamo davanti ad un quadro e lo osserviamo per tutto il tempo che riesce a tenerci affascinati. Se abbiamo una sensibilità affine a quella del pittore e ci troviamo a guardarlo nel momento giusto della nostra vita, ci arriva, ci emoziona. Altrimenti passiamo al successivo e, forse, sarà quello a trasmetterci qualcosa. Così, molto ingenuamente.
Ma non è vero che nelle poesie di Carver la vita e l’interiorità del poeta siano assenti. Al contrario, sono presenti, ma lo sono in una forma molto particolare. L’autobiografia e l’invenzione narrativa si intrecciano in un modo complesso da districare. Certo, ci sono poesie in cui il poeta racconta qualcosa di sé e della sua vita e ci sono anche poesie che sono davvero dei racconti in versi. Ma, nella maggior parte, i due piani si mescolano: uno spunto autobiografico può diventare il punto di partenza per un racconto in versi. O, addirittura, un episodio di vita può essere raccontato in terza persona come se fosse fiction, rendendo difficile capire se il poeta stia parlando di se stesso o di un suo personaggio.
Il confine è difficile da individuare, ma, per farla breve, la mia prima impressione era sbagliata. Avrei dovuto ricordarmi quello che insegnava Jung: che le persone non sono mai del tutto estroverse o del tutto introverse, ma combinano entrambe le tendenze in una diversa percentuale. Eppure anche questo non sarebbe bastato, perché Carver non solo le combina ma addirittura le mescola fra loro. Come ha scritto la sua compagna, Tess Gallagher, nell’introduzione al libro: “Molte delle sue poesie più recenti hanno la caratteristica di un diario”, però “Il punto di vista di Ray, che spesso racconta in terza persona, lo colloca al fianco del lettore”.

Ma cosa canta Raymond Carver?
Canta scene di vita quotidiana dell’America degli anni ’80, tra la grigia piattezza di una battuta di pesca e la sofferenza taciuta di un matrimonio fallito. Canta la perdita e il silenzioso soffermarsi sopra di essa. Canta lo sfaldamento dei rapporti familiari e l’alcolismo che conosceva così bene. Il fil rouge è una disperazione rassegnata e affrontata in modo stoico, che si tiene silenziosa sullo sfondo, senza emergere quasi mai in patetismi.
Allo stesso tempo, però, canta senza volerlo il suo viaggio, il “passaggio da una riva all’altra” – per usare di nuovo le parole di Tess – partendo dal fallimento del primo matrimonio e dall’alcolismo, che emergono così nitidamente in poesie come “A mia figlia”, fino a quella che lui stesso definiva la sua seconda vita e al raggiungimento di una nuova felicità. Strada facendo, l’amarezza del passato e la consapevolezza del grigiore della vita non vengono dimenticate, ma, al contrario, permettono a Carver di cogliere quanto siano preziosi certi “doni” che comunemente riceviamo e diamo per scontati.
Così, in “Orientarsi con le stelle”, troveremo poesie in cui i gesti banali e quotidiani di una colazione scandiscono la presa di coscienza, taciuta, dell’irrecuperabilità di un matrimonio come in “Mattina, pensando all’impero”. Poesie come “Mia moglie”, in cui il poeta si ritrova a fare i conti con l’assenza della moglie dopo che questa se n’è andata, concentrandosi sui soli oggetti che si è lasciata dietro – due paia di calze e una spazzola – e sul letto dove dormivano insieme, che resta “strano e impossibile da spiegare”. O come “A mia figlia”, una delle più dolorose, in cui Raymond parla alla figlia adulta e caduta, come lui, nell’alcolismo. Testimoni della prima fase dalla sua vita sono anche i versi finali di Deuschutes, in cui il poeta, mentre pesca, pensa che “Lontano, / un altro uomo cresce i miei figli, / e va a letto con mia moglie, con mia moglie.”
Ma ci sono anche poesie che si aprono come uno spiraglio di luce in mezzo al grigiore. In “Felicità”, Carver, mentre guarda dalla finestra di prima mattina due ragazzi che consegnano i giornali, coglie “Una tale bellezza che per un attimo / la morte e l’ambizione, perfino l’amore / non riescono a intaccarla”. O in “Per Tess”, in cui Ray si sdraia sull’erba vicino al fiume dove è andato a pescare e si immagina di essere morto finché non gli viene in mente Tess, la donna che ha saputo dargli la felicità che non era mai riuscito a trovare prima. A quel punto torna ad essere contento e scrive “È che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire”. Non sempre la vita con Tess è stata felice – con Carver siamo sempre nel mondo reale, più grigio che roseo – ma la gratitudine resta e ritorna nel finale di una poesia che mi piace molto: “Il Dono”. Tess e Ray non sono riusciti a dormire bene, hanno passato una nottataccia, ma sono “straordinariamente calmi e teneri l’uno con l’altra […] / Come se ognuno sapesse cosa prova l’altro. Anche se, / naturalmente, non lo sappiamo. Non lo si sa mai”. Carver scrive: “È la tenerezza che mi preme. È questo il dono / che mi commuove e mi prende tutto questa mattina. / Come tutte le mattine.” Perfino dopo aver scoperto di essere malato e di non avere più molto da vivere, a soli cinquant’anni, la gratitudine per i “doni” che aveva ricevuto nella sua “seconda vita” non lo ha abbandonato. Dopo aver parlato con Tess del tempo che era stato loro concesso, scriverà “Una pacchia”: “[…] questi ultimi dieci anni. / Vivo, sobrio, ha lavorato, ha amato, / riamato, una brava donna. […] Una vera pacchia”.
Il tutto ritorna nell’ultima poesia della raccolta, che racchiude in sé il bilancio di una vita intera. “Ultimo Frammento”, testimonianza di una vita disastrata e difficile che ha saputo trovare la sua ragion d’essere nella letteratura e, soprattutto, nell’amore, così a lungo cercato:

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

Questo è il Raymond Carver poeta per come l’ho conosciuto io. Se non avete ancora letto le sue poesie, leggetele e fatemi sapere cosa ne pensate. Spero di avervi incuriositi.

Divagazione: Alfred Tennyson a Camden Town

Siete mai stati a Camden Town? Lo chiedo perché io, nella mia ignoranza, ero già stato a Londra una volta senza neanche sapere che esistesse. Ci voleva la mia ragazza, Marta, per farmelo scoprire.

Come chi mi segue su Instagram saprà già, negli ultimi quattro giorni sono stato a Londra, in quello che è stato il mio ultimo (e, per quest’estate, unico) viaggio prima di tornare alla vita dello studente universitario. Il Diario di un Viandante, però, non è un blog di viaggi, perciò non vi racconterò nulla delle mie esperienze. O quasi.
Quando sono partito mi sono ripromesso di non comprare libri nuovi perché, avendo compiuto gli anni da poco, ho già sul comodino una pila di letture che mi aspettano. Ma voi siete intelligenti e con una premessa di questo tipo avrete già capito dove sto andando a parare. Tanto ormai “Questa volta non compro libri” è il nuovo “Stasera non bevo”.
I miei buoni propositi erano già titubanti sul nascere: una parte di me accarezzava l’idea di comprare un libro in inglese come ricordo del viaggio. Magari uno di poesia, in modo da non compromettere la coda di letture che mi aspettava a casa. Ancora meglio se di uno di quei poeti che in Italia si trovano di rado, come Shelley, Byron o Tennyson…
Tutti avrete letto il titolo in cima al post, quindi posso andare dritto al dunque: Camden Town. Per chi fosse ignorante quanto me, è un quartiere alternativo nella zona Nord di Londra. Al centro, vicino ad un canale attraversato da ponticelli pedonali e avvolto dalle fronde dei salici, accoglie un complesso di edifici in mattoni, con quei colori terrosi spenti tipici della città che ricordano i romanzi di Dickens. Al suo interno si sviluppa un mercato immenso e labirintico, in parte all’aperto in parte al chiuso, con bancarelle che vendono dischi in vinile, vestiti in stile etnico o punk-rock sia nuovi sia usati, collane fatte a mano, quadri e poster pop-art o di film anni ’90, il tutto avvolto in una sua atmosfera bohémien davvero affascinante.
C’erano anche bancarelle che vendevano cibi di diverse cucine. La cosa più bella, però, era vedere persone che esprimevano la propria arte in modo creativo e originale, liberamente e senza pretese, come una ragazza che dipingeva All-star bianche o una donna che disegnava su pagine strappate e ingiallite di vecchi libri. Ma questa è una divagazione nella divagazione.
Ovviamente in tutto questo c’era anche una libreria. Una piccola libreria indipendente portata avanti da un libraio che avrei voluto fotografare perché mi sembrava la perfetta sovrapposizione fra Herman Hesse e il libraio inglese da stereotipo. Teneva e vendeva libri per la maggior parte usati ed era in uno stanzino striminzito, ma ci avrei passato delle ore. Purtroppo, però, non avevo molto tempo. Così mi sono limitato alla sezione poesia. Cosa ho trovato? La raccolta completa dei lavori di Tennyson in un’edizione con copertina rigida che ho poi scoperto essere datata 1920.
Un libro usato, in inglese e di un poeta inglese, comprato in una libreria indipendente a Camden Town. Non so voi, ma io lo trovo poetico. Voi invece volete sapere chi sia Tennyson? Vi prometto che prima o poi ne parlerò.

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