Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Tag: raccolta di racconti

J. D. Salinger – Nove Racconti

J. D. Salinger,
Nove Racconti
Einaudi, 2014

Acquistabile qui.


Il mio viaggio alla scoperta di Salinger continua! Oggi si parla dei Nove Racconti. E vi anticipo subito che il buon J. D. c’è riuscito di nuovo.
Di solito non leggo racconti, non sono il mio genere. Preferisco i romanzi, che ti danno il tempo di conoscere bene i personaggi, di affezionarti e di restare con loro più a lungo, o le poesie, dove invece non c’è finzione narrativa e gli unici protagonisti sono l’autore e le persone a cui è legato. Comunque ho fatto anche qualche tentativo con il genere della narrativa breve: tralasciando i racconti di G.R.R. Martin, ho letto Bestiario di Cortazar (di cui ho parlato qui) e Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? di Carver. E, che dire, alcuni racconti mi sono piaciuti ma il genere nell’insieme non mi ha convinto.
Con Salinger, invece, il discorso è cambiato. Mi ha tenuto incollato al libro dall’inizio alla fine; ne avessi avuti altri nove, sarei stato felicissimo di leggerli. Ma come c’è riuscito? In tutta sincerità, non lo so. Non riesco ad identificare la ricetta del suo successo. Posso dire che, ancor più che nell’inventare situazioni e trame, ha un talento incredibile per creare i personaggi. Lo fa così bene che riesci a capirli e ad affezionarti a loro anche nell’arco delle poche pagine di un racconto. E poi sa scrivere, c’è poco da girarci intorno. È vero, i suoi racconti sono prevalentemente dialogati – quasi teatrali, a volte – ma, quando descrive una scena, sa scegliere i dettagli giusti per disegnartela perfettamente davanti agli occhi.
Oltre a questo, in realtà, non si può dire molto in generale. Data per scontata l’ambientazione realistica, infatti, i racconti sono uno diverso dall’altro e non si lasciano trattare nell’insieme.

Ho deciso di parlarvi di due di essi, lasciando a voi il piacere di scoprire gli altri.
Cominciamo con una domanda: perché ho deciso di leggere questo libro?
Vi ricordate Franny&Zooey? Ne avevo parlato qui. Ad ogni modo, per chi non ne sapesse nulla, è un libro di Salinger che ho letto negli ultimi mesi. Di fatto, unisce due racconti facendone un romanzo. I protagonisti, Franny e Zooey, appartengono alla famiglia Glass – una famiglia che ritorna in altri racconti dello stesso autore.
Sui Glass, infatti, J. D. scrive una storia in forma di frammenti: non un romanzo che segue le vicende dall’inizio alla fine, ma un insieme di racconti che il lettore non può fare a meno di collegare per tentare di ricostruire il più possibile sui protagonisti. Salinger dimostra di saper giocare con il non-detto e con la curiosità che questo riesce a creare, perché in ogni racconto rivela, sui personaggi che non compaiono direttamente, quel poco di informazioni che basta a stuzzicare l’interesse del lettore senza però soddisfarlo.
Fra tutti i personaggi, il più affascinante è senza ombra di dubbio Seymour. In Franny&Zooey viene creata intorno a lui un aura quasi sacrale, tanto che, non appena ho scoperto che era protagonista di un racconto, non ho potuto non volerlo leggere. Volevo sapere di più su di lui e “vedere com’era”.
Il racconto di cui parlo è “Un giorno ideale per i pesci-banana”: è quello che apre la raccolta ed è, per l’appunto, il motivo che mi ha spinto a comprarla.
È un racconto che non delude le aspettative. Già solo il fatto di “vedere” Seymour varrebbe tutta la raccolta. Su di lui non ci vengono rivelate troppe informazioni nuove, in compenso le domande crescono – e va bene così, sto iniziando a capire che questo fa parte del fascino dei racconti: avere sempre qualche lacuna e poterla riempire con la propria fantasia. E il finale – anche se può essere intuibile per chi ha letto Franny e Zooey – da un punto di vista strettamente narrativo è a dir poco efficace. Lascia senza parole.

L’altro racconto di cui muoio dalla voglia di parlare è Teddy. L’ultimo della raccolta, ti capita fra le mani quando ormai Salinger ti ha conquistato senza sbagliare un colpo e ti aspetteresti, quasi, un racconto di un livello un po’ più basso degli altri a dimostrazione che nessuno è infallibile.
È evidente, invece, che Salinger i suoi fallimenti deve averli chiusi a chiave in un cassetto, perché i Nove Racconti hanno un finale col botto. Teddy racconta di un bambino americano di 10 anni – Teddy appunto – che, nella sua vita precedente, è stato un praticante induista di grande spiritualità che ha smesso di meditare poco prima dell’illuminazione. Adesso si è reincarnato in un bambino che, però, è riuscito a recuperare i ricordi della sua vita passata e ha ripreso il suo cammino arrivando ad un contatto davvero profondo con l’universo e con i suoi segreti.
Salinger era uno studioso di filosofie e religioni orientali. Tenendo a mente questo mentre si legge, sembra quasi di sentire parlare direttamente lui attraverso la bocca di Teddy – come se nell’ultimo racconto della raccolta avesse voluto svelare qualcosa di sé, comparire in trasparenza e lasciare al lettore qualche domanda su argomenti che ritiene importanti – cosa che, ci tengo a precisare, non aveva fatto in nessun altro racconto della raccolta.
Basterebbe già solo questo a fare di Teddy una degna chiusura. Ma non finisce qui: il racconto non è di altissimo livello solo per le idee filosofiche che contiene, ma anche per tutto ciò che è puramente narrativo. Ancora una volta, proprio quando pensi che la raccolta abbia già dato il meglio di sé, volti l’ultima pagina, leggi l’ultima scena e resti sbalordito perché collega una serie di dettagli disseminati nel racconto a cui non avevi prestato attenzione (non in questo senso, almeno!) in un evento che già di per sé non ti saresti mai aspettato. E tu resti lì, con l’ultima pagina aperta fra le mani, incapace di spegnere la luce e di andare a dormire.

Quasi dimenticavo, citando Teddy: la vita è un caval donato.


Se volete leggere i “Nove Racconti” di Salinger, potete acquistarli a questo link: Nove racconti. Oppure, potete trovare il cofanetto contenente tutte le opere pubblicate di Salinger qui: Cofanetto Salinger.

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Julio Cortázar – Bestiario

 

Julio Cortazar,
Bestiario
Einaudi, 2014

Acquistabile qui.


Chi è Julio Cortázar? Mi sono reso conto che in pochi lo conoscono e anche per me sarebbe un perfetto sconosciuto se non mi fossi ritrovato a frequentare un corso su di lui all’università. È uno scrittore argentino del secondo Novecento annoverato nel “Boom” della letteratura latinoamericana degli anni ’50-’60. Un fenomeno di cui hanno fatto parte anche Borghes e Marquez, per intenderci.
Ha scritto qualche romanzo, tra cui Rayuela che è considerato il suo capolavoro, e delle poesie, ma è stato soprattutto un autore di racconti. Bestiario, infatti, è una raccolta di racconti. Una di quelle che meglio incarna la sua poetica.

Il genere non è facile da definire. Cortázar stesso ha detto che i suoi racconti “appartengono al genere chiamato fantastico per mancanza di un termine migliore”. E infatti si tratta di un fantastico diverso da quello della tradizione precedente. Qui l’elemento sovrannaturale che dovrebbe essere il centro del racconto viene rimosso e, al suo posto, l’autore lascia una vuoto.
Rimangono le conseguenze: una serie di eventi inspiegabili secondo la logica della realtà per come siamo abituati ad intenderla. Ma le cause vengono omesse, come se Cortazar non puntasse mai la telecamera direttamente sull’elemento chiave.
L’omissione fa sì che il centro del racconto assuma le caratteristiche dell’assurdo. Un assurdo che si inserisce in un ambientazione perfettamente realistica facendo collassare la struttura logica della realtà attraverso l’inspiegabile.
Ma, ancora prima dell’inspiegabile, è l’inspiegato a farla da padrone: Cortázar ha il controllo di quello che scrive e, come tutti i grandi scrittori, sa costruire la narrazione sia con quello che dice sia con quello che non dice. E il centro del racconto, l’origine del fantastico, non lo spiega. Lo evita.

Prendete Casa Tomada, per esempio. Un fratello e una sorella vivono nella vecchia casa di famiglia, una casa a cui sono legati da un forte legame affettivo e da cui non intendono separarsi. Conducono una vita abitudinaria, scandita dalle stesse azioni ripetute. La casa è divisa in due metà da un corridoio con una porta e, ad un certo punto, il fratello sente dei rumori dall’altra parte. Allora chiude di scatto la porta. A questo punto cosa farebbe una persona normale? Andrebbe a vedere se c’è qualcuno? Chiamerebbe la polizia? Di sicuro non tornerebbe a preparare il mate come se niente fosse. Ma questo è proprio quello che fa lui. E dopo, quando ne porta una tazza alla sorella, si limita a dire che l’altra metà della casa “è stata presa”. E, la sorella, come se fosse la cosa più naturale al mondo, risponde che a questo punto dovranno imparare a vivere solo in quella metà.
Dopo qualche tempo sentono rumori anche nella zona in cui vivono. Che fanno? Escono di corsa chiudendosi il portone alle spalle e rinunciano alla casa per sempre. A quella stessa casa a cui erano così affezionati.
In tutto il racconto, l’elemento fantastico viene omesso. Il narratore e i personaggi non indagano mai chi o che cosa abbia occupato la casa, si limitano a chiamarlo “presenza”. Di nuovo, la “telecamera” del narratore non viene mai puntata su questo elemento. Non ci è dato sapere neanche se si tratta di qualcosa di sovrannaturale o perfettamente ammissibile anche nella nostra realtà. L’irrazionale, l’inspiegabile sta nelle conseguenze che produce – nei fratelli che abbandonano la casa senza cercare di recuperarla o, quantomeno, di capire cosa stia accadendo.
Ma non dovete pensare ai racconti di Cortazar come al regno del non-sense. Dell’assurdo sì, del non-sense mai. L’autore ha un’idea ben precisa: sospetta che esista un altro ordine, più segreto e meno comunicabile, dietro alla realtà e che noi la percepiamo in un certo modo solo perché siamo abituati a concepirla così da oltre due mila anni di storia del pensiero. È un surrealista e la sua intenzione è quella di andare contro alle abitudini – anche e soprattutto alle abitudini che ci vincolano nel ragionare o nel concepire la realtà – per restituire al reale tutte le sue possibilità.

Comunque sia, Cortázar si dimostra un vero maestro del racconto, perfettamente padrone della sua scrittura. Sono affascinato dal modo in cui semina indizi nel testo, lasciando con maestria piccoli dettagli che il lettore dovrà saper cogliere e collegare fra loro. O che magari dovrà cercare a ritroso dopo aver letto il finale, per dare un senso a quello che è successo. Cortázar infatti vuole un lettore attivo, che sia suo complice nella costruzione della storia e del suo significato, che sfogli le pagine avanti e indietro in cerca dei puntini da collegare che lui ha abilmente nascosto fra le righe.

Il post finisce qui, spero che vi sia piaciuto anche se è stato diverso dai soliti sul Diario di lettura. Normalmente scrivo i miei pensieri su un libro che ho letto da poco, ma questa volta ho voluto inserire anche una parte di quello che ho studiato. Fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate! Intanto vi consiglio di rileggere anche il post che avevo scritto su Haruki Murakami, troverete delle somiglianze.


Se volete acquistare “Bestiario” di Cortazar, potete farlo a questo link: Bestiario. Se l’autore vi ha incuriosito e volete approfondirlo, un ottimo saggio è: Cortázar. Letture complici. Acquistando attraverso questi link, contribuirete al mio progetto e mi aiuterete a realizzare i miei sogni.

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