Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Tag: racconto

Andrea Viglietti – Continua a camminare

Ci siamo, il momento è arrivato: per la prima volta sto pubblicando un mio racconto qui sul blog. E, proprio perché si tratta della prima volta, mi sembra doveroso scrivere due righe d’introduzione che non ci saranno poi nei racconti futuri. Quindi: vi presento “Continua a camminare”, il mio primo racconto reso pubblico.

Colgo l’occasione per dire anche un’altra cosa: in un certo senso il racconto svolge una funzione introduttiva ad un progetto a cui ho lavorato con Simone Paccini nel corso di tutto il 2018 e che vedrà la luce a Gennaio 2019. Sono consapevole di essere stato assente dal blog negli ultimi mesi, ma spero che quando vedrete a cosa ho lavorato nel frattempo penserete che ne sia valsa la pena come lo penso io.

Buona lettura.


Anche quel giorno, quando uscì dal lavoro, allungò il percorso per tornare a casa con la scusa che aveva voglia di camminare. Ed era vero, sentiva sempre il bisogno di sgranchirsi le gambe dopo una giornata nell’edicola e lo rilassava camminare per le vie del centro di Torino.
Negli ultimi mesi lo faceva sempre più spesso. Molte volte era un modo per pensare. Preferiva stare da solo in quei momenti, quando quell’umore prendeva il sopravvento. Si chiudeva in se stesso una ventina di minuti e affrontava il problema. Intanto, camminando, si rilassava e quando aveva finito stava meglio. Reset: pronto a ripartire fino alla volta successiva.
Ma quel giorno era diverso. Stava bene e non vedeva l’ora di tornare a casa da Emma, di scoprire cosa gli avesse cucinato e di passare un po’ di tempo con lei. Di fare l’amore, magari. Le preoccupazioni sulla vita erano relegate in qualche zona marginale della sua testa dove si nascondevano quando non dava loro troppa attenzione. E, se avesse continuato così, sarebbero rimasti lì ancora per un po’.
Come tutte le volte che allungava il tragitto, si fermò davanti ad un piccolo negozietto che vendeva materiale per dipingere. In vetrina, tra le tele bianche e i piccoli manichini da scrivania, c’era anche un nuovo set di colori ad olio. Quando lo vide gli si illuminarono gli occhi. Ormai non si informava da qualche anno, ma era quello che avrebbe voluto quando studiava al liceo. Controllò se ci fosse il prezzo, ma non c’era.
Si chiese se non fosse stata tutta lì la risposta. Era insoddisfatto della sua vita, non aveva senso nasconderlo a se stesso. Non era colpa di Emma, lei era perfetta. Gli dava tutto quello di cui aveva bisogno. Ma sentiva che gli mancava ancora qualcosa. E sapeva di essere stupido a star male per quel poco che gli mancava anziché essere felice per tutto quello che aveva, ma sapeva anche che gli esseri umani sono fatti così e che sarebbe stato ancora più stupido cercare di andare contro ad un meccanismo psicologico tanto naturale.
“Basta pensarci, Emma non c’entra”, si disse. “Il fatto è che non stai bene e che non sai che cos’è che vuoi. Di che cosa hai bisogno per stare finalmente bene? Vuoi tornare a dipingere?”
Poi capì che se avesse continuato così avrebbe tirato fuori i pensieri dalla cantina della sua testa, rovinandosi la serata. Perciò scrollò il capo e cercò di sgombrare la mente. Intanto si avviò verso casa.

Quando arrivò trovò Emma che stava cucinando. Vivevano insieme già da tre anni, ma ancora non si era abituato. Vederla che si girava a guardarlo nella luce del sole che filtrava dalla finestra, con i capelli biondi legati in uno chignon un po’ spettinato e con addosso una sua felpa, quella blu che gli rubava sempre, era una sensazione calda. Senza accorgersene sorrise come un’idiota e lei dovette notarlo perché ricambiò il sorriso e gli chiese: -Che c’è?
-Niente, pensavo che sei bella. – in realtà aveva pensato a quanto si sentisse fortunato ad averla, ma aveva deciso di non dirlo.
-Ma dai, sono inguardabile. Guarda come ho i capelli – disse lei, cercando di nascondere che il complimento le avesse fatto piacere.
-È vero, ma ogni tanto torno a stupirmi per cose che dovrebbero essere diventate normali.
Si tolse la giacca di jeans e la appese all’attaccapanni vicino alla porta.
-Be’, è bello che sia così.
Lui non rispose. Le si avvicinò da dietro, le scostò lentamente i ciuffi di capelli fuori posto e la baciò sul collo, abbracciandola. Emma lo accarezzò su un braccio e lui continuò.
-No no, adesso fermati però. Devo finire di cucinare.
-Ah sì? – chiese lui, con quella voce da finto seduttore che la faceva tanto ridere.
-Sì. Ho fame, sai?
Rinunciò, ma non a malincuore perché sapeva che per fare l’amore avrebbero avuto tempo dopo. Però continuò ad abbracciarla.
-Cosa mi stai cucinando di buono?
-Sto facendo un esperimento. Anzi, non guardare. È una sorpresa.
Gli coprì gli occhi con una mano.
-Ah, non posso guardare? – chiese, giocando.
-No, non puoi. – rispose lei, stando al gioco. Poi lo baciò.
-Va bene, va bene. Preparo un film per la cena.
-Ecco bravo.
Adorava la loro “casetta”, come la chiamava Emma. Era un bilocale in Corso Vittorio Emanuele II. C’era solo un soggiorno-cucina e la camera da letto, oltre al bagno, ma era più che sufficiente. Le dimensioni non erano un problema, anzi lo rendevano più accogliente, come un piccolo universo tutto loro. Ma la cosa che preferiva era il carattere: ogni pezzo d’arredamento aveva una storia e uno stile, come l’attaccapanni ricoperto di pagine di libri a decupage che avevano costruito loro un’estate, il divano largo in stile etnico e quella statua del Buddha di legno a cui avevano messo dei libri fra le gambe incrociate.
Lo avevano arredato come volevano. La mobilia era costata buona parte dei risparmi, ma ne era valsa la pena perché era il loro mondo. Nella stanza principale c’era un mobiletto basso contro la parete con sopra una grande smart-tv che si vedeva bene sia dalla tavola sia dal divano. Più in alto c’era una serie di mensole con i libri e i dischi e, vicino, una grande cartina del mondo su cui avevano segnato tutti i posti dove erano stati. Tom prese l’Hard Disk esterno dalla scrivania e lo collegò dietro al televisore. Poi lo accese. Con il telecomando passò in rassegna l’elenco dei file.
-Qualche preferenza?
-Mah, no.. Cosa c’è di nuovo?
-Niente di speciale. Un paio di thriller che so che ti piacciono, ma sono nella media e non ho molta voglia… Fight Club?
-No, dai… Non ho voglia di botte e sangue.
-Ma non è solo botte e sangue. Federico continua a insistere per farmelo guardare. Dice che è uno dei suoi film preferiti.
-Bah, non lo so…
-Guardiamo il trailer?
-No dai, dopo che adesso sto cucinando. Tu vuoi vederlo?
-Più che altro sono curioso. Facciamo così: lo iniziamo e se nella prima mezz’ora non ci prende metto quello che volevi vedere l’altra sera. Come si chiamava? Identità Violate?
-Va bene dai. Tanto sapevo già che prima o poi avrei dovuto vederlo.
-Comunque non so quanto lo seguiremo.
Emma si voltò a guardarlo. Lui le fece di nuovo lo sguardo del seduttore e lei, prevedibilmente, si mise a ridere. Poi scrollò il capo e disse -Che scemo che sei.

Aveva cucinato degli involtini di pollo con ripieno di pancetta e formaggio sfumati al vino bianco e patate al forno. Posò pentola e teglia sulla tovaglia viola, quella con i fronzoli in stile mediorientale. Poi riempì i piatti e iniziarono a mangiare. Tom premette play sul telecomando.
Si accorsero presto di aver scelto un film che dovevano seguire se volevano capire, così ridussero al minimo le parole. Dopo aver finito di cenare si spostarono sul divano.
-Capolavoro. Capolavoro. Assolutamente un capolavoro. – commentò Emma quando finì.
-“Questa è la tua vita e sta finendo un minuto alla volta”. È geniale. Geniale.
-E “Tu non sei il tuo lavoro” e tutto il resto del monologo?
-Si, infatti. Che figata, lo riguarderei da capo.
-Incredibile. Fede ha fatto bene ad insistere.
-Di solito su queste cose non sbaglia. Ma… Tu lo avevi capito? – chiese Tom.
-Intendi di lui e Tyler?
Tom annuì.
-Mah, ti dirò, in realtà qualcosina lo avevo immaginato- le arrivò addosso un cuscino.
-No, no, no. Non ci credo. Non puoi aver indovinato anche questo- incalzò lui, ridendo, mentre la colpiva con l’altro cuscino. Emma rideva e si prendeva i colpi.
Dio, quanto amava vederla ridere. Ad un certo punto iniziò a farle il solletico.
-No, basta basta!- diceva lei, ma non riusciva a smettere di ridere.
Rise così tanto da finire coricata sul divano, con le gambe e le braccia rannicchiate per proteggere la pancia. Lui ne approfittò, le salì sopra e si fermò. Emma aprì gli occhi e rimasero a guardarsi, tra la luce della luna che entrava dalla finestra e quella dello schermo della televisione in pausa sui titoli di coda.
In momenti come quelli era felice di aver comprato un divano largo su cui era comodo fare l’amore.

A metà si erano spostati in camera da letto. Emma si era addormentata nuda, quasi subito dopo che avevano finito. Adesso era coricata su un fianco con le coperte in disordine intorno alle gambe. Le persiane erano ancora aperte ed entrava la luce della luna.
Tom la teneva per mano. Si mise a sedere sul materasso facendo forza con un braccio solo perché non voleva lasciarle le dita, poi le scostò i capelli dal viso. Sembrava così serena e gli piaceva pensare che fosse anche per merito suo. Lei era di gran lunga la cosa migliore che gli fosse capitata.
I suoi lineamenti sembravano ancora più belli nella luce della luna. Quel nasino. La sua pelle liscia. Le sue labbra sottili. E il suo corpo, il corpo nudo di Emma sembrava un capolavoro. Le guardò i seni, poi scese con gli occhi lungo la pancia e arrivò ai fianchi e alla coscia che restavano scoperti dal lenzuolo. Le accarezzò delicatamente una gamba, ma non volle scoprirla di più. Quel momento era perfetto così, come un quadro.
Dopo qualche minuto si alzò e uscì dalla camera. Sapeva che non si sarebbe addormentato facilmente, così andò in cucina e si versò un bicchiere d’acqua. Bevve, poi andò a sedersi sul divano facendo attenzione a non fare rumore.
Prese lo smartphone e aprì instagram. Quando Emma aveva voluto installarglielo, inizialmente era stato restio, ma alla fine aveva ceduto e da quel momento era diventato dipendente. La sua pagina delle ricerche era piena di dipinti, disegni, foto artistiche e belle ragazze in bikini. Iniziò a scorrere.
Negli ultimi tempi guardava quelle immagini sempre più spesso. Non riusciva a decidere se riprendere a dipingere o no. Da un lato sapeva che dedicarsi a qualcosa di suo gli avrebbe fatto bene, poteva essere un modo per dare un senso alla sua vita. In fin dei conti anche Emma aveva il suo blog, non poteva vivere di solo lavoro. Dall’altro però gli sembrava così inutile disegnare. Se avesse continuato a studiare legge forse avrebbe potuto fare qualcosa di più concreto. “E nel dubbio vendi giornali”.
Decise di non pensarci, ma ormai si sentiva già mancare l’aria. Bloccò il telefono, lo gettò sul divano e andò in bagno. Si lavò la faccia con l’acqua fredda.
“Guardati.” si disse. “Ventitré anni e dove sta andando la tua vita? È bloccata esattamente nello stesso punto da quando hai mollato l’università.”
“Ti eri fatto delle promesse. Il lavoro all’edicola era solo per mantenerti. Nel tempo libero avresti fatto altro: avresti continuato a studiare da solo, ti saresti dedicato a qualcosa di tuo.”
Inspirò profondamente. “E invece guardati adesso. Sono passati tre anni e sei ancora lì, nello stesso posto e nella stessa situazione. Con lo stesso lavoro che doveva essere solo un impiego temporaneo e senza aver fatto nulla di quello che ti eri ripromesso. Niente”.
Si passò le mani sulla faccia e decise che avrebbe fumato. Lui e Emma tenevano un pacchetto di Marlboro in casa per quelle rare volte che avevano voglia di una sigaretta. Lo tenevano nascosto dentro il cofanetto dell’edizione limitata dei migliori brani dei Guns N’ Roses come dei quattordicenni che cercano di nasconderlo dai genitori perché, non fumando abitualmente, non volevano dare spiegazioni ai loro amici se lo avessero trovato in casa. Tom lo prese, si infilò i jeans che erano rimasti sul divano e uscì sul terrazzo.
Sentire l’aria fresca sul viso gli fece piacere. Era così leggera in confronto a quella in casa. Poi appoggiò gli avambracci sulla ringhiera e aprì il pacchetto. L’accendino era dentro. Prese una sigaretta, la mise in bocca e la accese. Fece il primo tiro senza buttare giù il fumo per abituarsi gradualmente. Poi espirò.
Alzò la testa e vide la luna. Rimase qualche secondo a guardarla respirando l’aria fresca, ma non sapeva cosa dirle e tornò a fumare. Si fece durare la sigaretta il più che poteva perché voleva godersi il momento e non aveva voglia di tornare dentro.
Dopo qualche minuto sentì dei rumori. Si voltò verso casa e vide Emma in pigiama che si sfregava gli occhi sulla soglia della finestra. -Ehi – gli disse.
Tom pensò di spegnere la sigaretta, ma capì subito che non avrebbe avuto senso perché ormai lo aveva visto. Aveva il cuore che gli martellava nel petto. “Calmati”, si disse, “non stai facendo niente di male e non hai niente da nascondere”.
-Stai bene? – gli chiese Emma. Poi uscì sul terrazzò anche lei e lo abbracciò. Il suo corpo era ancora caldo per il sesso e per il sonno e lui fu contento di abbracciarla.
Poi lei si staccò e andò ad appoggiarsi alla ringhiera vicino a lui. -Allora? C’è qualcosa che non va?
Lui fece cenno di sì col capo e le allungò il pacchetto. Emma prese una sigaretta, la portò alla bocca e allungò una mano per l’accendino. Tom glie lo passò, poi tornò a guardare nel vuoto mentre lei accendeva.
Voleva parlarle, ma non sapeva da dove cominciare. Fece un respiro profondo.
-Hai qualche problema con me? – chiese Emma. Iniziava a preoccuparsi.
-No, no. Tu sei fantastica. Non so nemmeno io cosa mi succede. – fece una pausa, poi riprese – Il problema di fondo è che mi sento – fece una breve pausa per cercare la parola giusta – insoddisfatto. Ma non pensare di essere tu il problema, tu mi dai tantissimo e senza di te non so dove sarei.
Emma si voltò a guardarlo.
-Non so – continuò – è come se tu mi dessi il novanta percento di quello di cui ho bisogno e io non riuscissi a non pensare a quel dieci percento che mi manca per essere felice. Ma non pensare di essere tu il problema. Cioè, non sei tu che me lo devi dare, il novanta percento è già più di quanto si diano a vicenda due persone che si amano. Il dieci lo devo trovare da solo, ma non so cosa sia.
Emma ascoltò in silenzio. Le raccontò tutto quello che gli era passato per la testa in quel periodo. Del senso di inutilità della sua vita, del “tutto qui?” che non gli dava tregua. Dei dubbi sull’università, della pittura e perfino del negozio di materiali da dipingere. Lo fece senza guardarla in faccia perché aveva paura di vedere come reagiva. Si sentì anche un po’ stupido e temette che lei potesse scambiare i suoi problemi con il piangersi addosso di un ventenne immaturo. “Cosa che, per altro, forse sei”.
Invece Emma non disse niente del genere, si limitò ad accarezzargli la schiena con la sua mano calda. -Me ne ero accorta, sai? Che c’era qualcosa che non andava, intendo.
-Davvero?
-Sì, ti conosco – sorrise – perché non compri il set per dipingere e non fai un tentativo? Inizi e guardi se è quello di cui avevi bisogno.
-Non è così facile. – rispose, chiedendosi se non fosse, invece, esattamente così facile. -Devo prima capire se è quello che voglio e togliermi dalla testa le alternative, altrimenti rimarrò sempre col dubbio.
-Be’, l’università l’hai già provata e scartata. Ti conviene fidarti del te stesso di tre anni fa, se ha preso questa scelta avrà avuto delle ottime motivazioni. Evidentemente continuare gli studi non faceva per te. Per il resto, forse sei tu che complichi il problema pensando troppo. Domani andiamo a comprare le tele e i colori, okay?

***

Controllò che fosse nel cassetto. C’era. Richiuse.
Il fottuto giornalista sarebbe arrivato nell’arco di una ventina di minuti. Da come si vestiva, doveva essere una persona puntuale. Controllò la disposizione dei quadri: erano tutti e cinque posizionati su altrettanti treppiedi, allineati con una leggera curvatura nella zona più spaziosa dell’officina e coperti con un telo, come dovevano essere. Si limitò a spostarne uno un paio di centimetri più indietro perché sentiva che dovesse essere così. Non sopportava l’attesa, si versò del whisky.
Come aveva previsto, alle dieci e trenta qualcuno bussò. Finì quel che restava del secondo bicchiere in un sorso e aprì. Il giornalista era lì fuori, sorridente, nella sua fottuta polo pulita. Era poco più che un ragazzo. Gli fece cenno col capo di entrare.
-E così è qui che vivi? – chiese, muovendo i primi passi dentro. Aspettò una risposta per qualche secondo, poi, quando capì che non sarebbe arrivata, aggiunse – Ha un suo perché. Nel senso, è un posto che ci vedo per un artista.
“Devi rispondere” si impose Tom “è questo lo scopo dell’intervista. Tieni a mentre perché lo fai”. Poi disse – È funzionale.
-Funzionale?
-Non ci sono distrazioni.
Il giornalista annuì. -È una questione di distrazioni, quindi. È per questo che l’artista emergente più promettente di Torino si ritira in campagna in un paese sperduto del basso Piemonte?
-Sì, è anche –
-Aspetta – lo interruppe il giornalista. -Ti dispiace se accendo il registratore?
Si prese un momento per non insultarlo, poi disse -Sì, mi dispiace. Preferirei se prima parlassimo un po’ senza. Io non ti conosco, tu non mi conosci. Ho bisogno che si crei l’atmosfera giusta per parlare del mio lavoro.
Il giornalista tradì un accenno di sorpresa. -Va bene. Allora scusami se ti ho interrotto. Dicevi? È anche per questo?
-Sì, è anche per questo.
-Se è “anche” per questo, devo supporre che sia “anche” per qualcos’altro.
-Infatti.
-Non hai voglia di parlarne?
-Francamente non avrei voglia di parlare di un cazzo di niente. – Raggiunse l’armadietto dei liquori e si versò il terzo bicchiere. -Ne vuoi un po’? – chiese.
-A quest’ora? No, grazie. Anzi sì, può aiutare.
“Ecco, inizi a capire” pensò mentre gli prendeva un bicchiere. Nonostante l’aspetto da damerino, il ragazzino bevve senza difficoltà.
“Ricordati perché devi farlo” si ripeté. Poi fece un respiro profondo e riprese a parlare -Sì, è anche per evitare le distrazioni. In più era comodo, l’officina era dei miei nonni e non la usa più nessuno da diversi anni. Venendo qui non avrei dovuto pagare l’affitto e avrei avuto tutto lo spazio e le cose di cui avevo bisogno. – tacque.
-Ho capito.
-No, non hai capito. Non hai capito perché non ti ho spiegato tutto e non hai capito perché anche se ti avessi spiegato tutto nessuno può arrivare davvero ad immedesimarsi nei panni di un’altra persona. Non potrai mai… ma che cazzo lo dico a fare? C’entra anche mia moglie.
-Tua moglie?
-Sì.
-Cioè?
-Mia moglie, la mia cazzo di moglie. Lo sai cos’è una moglie?
Il giornalista doveva sapere che era importante non perdere la calma, perché rimase rilassato. -Certo che so cos’è una moglie. Volevo dire, cos’è successo?
-Niente. Non è successo niente. Sono io che avevo bisogno di allontanarmi, di prendermi il mio tempo per affrontare una cosa.
-Sei sicuro che non vuoi che accenda il registratore?
-Se c’è una cosa di cui sono sicuro è che non voglio che tu accenda quel tuo cazzo di registratore mentre parlo di mia moglie. Garantito. Quando parlerò del resto, sì. Se parlo di lei, no. Anzi, lasciamola perdere. Concentriamoci sul mio lavoro.
Il giornalista guardò i quadri coperti. -Lei non ha niente a che fare con tutto questo?
Fece cenno di no col capo. -Tutto questo è solo fra me e il mio stomaco. Lei non c’entra. E non sarebbe stato giusto che c’entrasse.
-Quindi te ne sei andato per questo?
Ignorò la domanda e si avvicinò al primo quadro. -Accendi il registratore. Cominciamo.
-Sì, certo. – ebbe difficoltà a tirar fuori il registratore dalla tasca posteriore dei suoi fottuti pantaloni a quadri da damerino, ma alla fine ci riuscì. Lo accese e lo posò sul tavolo di ferro, nell’angolo più vicino ai quadri. Poi aprì il quaderno che aveva in mano ed estrasse una penna dall’elastico che la teneva. Scarabocchio qualche cazzata e disse che potevano cominciare.
-Allora, Signor Gregorelli, dopo il successo del suo ultimo progetto, lei si è isolato completamente dal panorama artistico nazionale. Non ha più rilasciato comunicati né interviste, ha chiuso le sue pagine sui social network e ha tagliato i rapporti con –
-Lasciamo perdere ‘ste cazzate, per favore. Non darmi del lei e non fare tutto ‘sto giro di parole. Va bene che devi fare esperienza, ma certe cose non le sopporto. Ti dico come faremo: prima parlo io, ti spiego quello a cui sto lavorando. Poi mi fai le domande, precise e pulite. Se no, non si fa. D’accordo?
Era un ragazzo giovane, se voleva fare carriera non poteva assolutamente perdersi un’occasione come quella. Per questo gli aveva permesso di intervistarlo, perché sapeva che avrebbe accettato di fare tutto a modo suo. E infatti fu d’accordo.
-Bene. Conosci Jung? È stato uno dei padri della psicanalisi, prima al fianco di quel coglione di Freud e poi per conto suo, quando ha capito che era un coglione. Jung aveva questa idea: che le regioni più profonde della nostra mente comunichino con noi attraverso delle immagini che sono declinazioni diverse degli stessi archetipi di base. E che questi archetipi di base sono uguali in tutto il mondo, per tutti gli esseri umani, per il semplice fatto che sono umani. Mi segui? – I bicchieri erano serviti. Le parole venivano fuori.
-Credo di sì.
Camminò verso l’angolo dell’officina dove aveva buttato per terra un materasso e qualche coperta. Lì vicino c’erano i suoi libri. Ne prese uno con gli angoli tutti stropicciati e le pagine ingiallite. “Introduzione a Jung”. Poi tornò dai quadri e lo lanciò al giornalista. -Tieni. Leggilo.
-Adesso?
-Non adesso, cretino. Te lo porti a casa.
-Davvero? La ringrazio.
-Ma va a fare in culo. Allora, Jung aveva questa idea. Ed era vera. Poi molti studiosi hanno portato avanti le sue ricerche. Tra questi c’era Joseph Campbell. E se non conosci Jung, figurati se conosci lui. Però non ho voglia di andarti a prendere un altro libro, questo te lo compri. Si chiama “L’eroe dai mille volti”, segnatelo sul tuo taccuino del cazzo.
Mentre il ragazzo scriveva, proseguì – Campbell studiava mitologia e religioni basandosi sulle idee di Jung. Andava a ricercare gli archetipi in tutti i miti e le religioni del mondo. E che cosa scopre? Scopre che tutte le narrazioni seguono uno stesso schema di fondo. “The hero’s journey”, l’ha chiamato. Ma che cazzo perdo tempo a spiegarti ‘ste cazzate? Ti compri il libro e te lo leggi prima di scrivere il tuo articolo. D’accordo?
Annuì.
-Bene, allora vengo al dunque. – fece un respiro profondo. “Ricordati perché lo fai, è necessario affinché il tuo lavoro venga capito. Ricordati perché lo fai.” -Proviamoci. Non sto attraversando un buon momento. La fortuna di essere un artista è che quando mangi merda puoi sempre trasformarla in qualcosa di buono, ma non cambia il fatto che merda stai mangiando e che mentre gli altri possono farlo distraendosi tu invece devi concentrarti sul sapore. Non mi è facile spiegarlo, vorrei che tu lo capissi, soprattutto se penso a quel tuo registratore del cazzo. Ma è necessario che io lo faccia, quindi tieni a mente anche che tutto questo quando viene messo a parole perde sempre qualcosa. Il fatto è che non sto bene e ho difficoltà a mettere a fuoco il perché. Non so bene chi sono e non so cosa voglio fare della mia vita se non dipingere. Non so quanto amo mia moglie e quanto voglio andare lontano con lei, ho paura di pentirmene a portare avanti ‘sta storia, però a lei tengo da morire. E non so più che cazzo provo per le cose, non c’è niente che mi faccia provare emozioni. Niente che mi faccia innamorare, a volte non so neanche se lo fa questa pittura del cazzo, ma ho bisogno di dipingere se no sarei messo peggio di così. Per cui ho dovuto iniziare a guardarmi dentro, capisci? A vedere cosa c’era, da dove arrivasse tutto questo, quale fosse l’origine del problema. Se c’è una cosa che mi ha aiutato fin qui è che sono una testa di cazzo e ho la forza di volontà che serve a mettere un piede davanti all’altro. Se continuo ad andare avanti, prima o poi troverò le risposte che cerco. È tutto qui il nocciolo della questione.
Ora, parlando di arte. Come Jung insegna, le zone più profonde della mia mente comunicano con me attraverso delle immagini, è chiaro? Ci sono delle immagini che vedo e rivedo sempre. – si bloccò. Doveva bere. Andò a versarsi un bicchiere, lo bevve in un sorso, poi se ne versò un altro e tornò dal giornalista portandolo con sé.
-La mia idea – riprese – è di raccontare quello che sto vivendo attraverso un percorso di immagini che sono esattamente le immagini che vedo, quelle simboliche che la mia testa mi manda. Mi segui?
Il ragazzo annuì. -In pratica prendi queste immagini che vedi e le dipingi.
-Esatto. Se lo faccio bene e se le dipingo tutte, dovrebbero creare un percorso che sarà come un diario del mio viaggio interiore. Chiaro?
-È chiaro. Mi piace. Per ora hai fatto questi sei?
-Cinque. La sesta tela è ancora bianca. Te ne farò vedere qualcuno per l’intervista, ma non tutti.
-Va bene.
Si vedeva che il fottuto ragazzo era incuriosito ma che voleva mantenere un minimo di professionalità. E lui iniziava a sentire che aveva già parlato troppo. Sentiva nello stomaco quella sensazione del cazzo che provava tutte le volte che diceva troppo tutto insieme e non poteva più rimangiarselo. Ma doveva andare avanti. “Cazzo, non pensarci”, si disse.
Si avvicinò alla terza tela e la scoprì.
-Cazzo. – disse il giornalista. Poi si coprì la bocca, probabilmente perché ricordò che il registratore era acceso.
-Che cosa vedi? Descrivila, così ce l’hai sul tuo coso.
-Non posso fare una foto?
-No. – la risposta fu lapidaria, il ragazzo non osò insistere.
-Allora – iniziò – c’è un ragazzo che si spalanca il costato con le mani e da dentro gli esce una sorta di, scusami, che cos’è?
-Cosa ti sembra?
-Non lo so, sembra viscido e violaceo. Ma non si capisce se è un uomo o qualcos’altro.
-Esatto. È quello il punto. È una placenta, ma cosa ci sia dentro non è chiaro neanche a me. – guardò il quadro attorcigliandosi i capelli intorno alle dita sopra la testa. -È una metamorfosi, un cambiamento. Anzi no, neanche di questo sono sicuro, potrebbe essere anche uno sdoppiamento. Quello di cui sono certo è che è una sorta di parto. Ma non so se il nuovo prende il posto del vecchio o se convivono e non credo che il nuovo sia qualcosa di buono. Capisci?
-Credo di sì.
-Non sono uno scrittore, dipingo. Non dovrei neanche spiegarli, i miei lavori. Fanculo, lasciamo perdere e andiamo avanti. Cos’altro vedi?
-B-be’, il ragazzo è nudo e pallido
-Sì, e poi? Intorno?
-È tutto nero.
-Sì, è tutto nero. I colori e le luci non sono messi a caso. E com’è dipinto? Intendo il tratto.
Il giornalista si avvicinò e osservò la tela col naso a pochi centimetri. -La superficie è tutta ruvida. Sembra increspata. Cioè, i colori lasciano dei solchi solidi, quasi tridimensionali.
-Chissà perché cazzo mandano un incompetente ad intervistarmi.
-Veramente – provò a replicare il ragazzo.
-Lasciamo perdere il tratto e andiamo avanti. – lo interruppe Tom. Scoprì la tela successiva, la quarta – qui cosa vedi?
-C’è un uomo, incappucciato, di schiena, con un mantello scuro e lungo. Ma è tutto dipinto sfocato, come se ci fosse la nebbia. E sta guardando una collina, insomma un rialzamento, con sopra un castello nero. Ed è notte, è buio, come in quello di prima.
-Esatto. Di nuovo, non sto a spiegarti il tratto, quello lo capirà uno più esperto. Parliamo dell’immagine. È un viandante, forse la prima immagine che mi sia apparsa.
-Cosa vuol dire “lo capirà uno più esperto”? Ha in programma altre interviste?
-Concentrati sul lavoro.
-Sì, mi scusi. Un viandante hai detto?
-Sì, un viandante, un viandante. È l’archetipo di chi intraprende un viaggio dentro se stesso per trovarsi. Ma questo l’ho scoperto dopo averlo dipinto. Capisci perché tutto questo è più grande di me?
-Sì, credo di sì.
Non ne aveva più voglia, decise di accelerare. Aveva già detto troppo a quel cazzo di giornalista e la sensazione nello stomaco peggiorava ad ogni parola. Forse sarebbe stato meglio non farlo venire. Scoprì la quinta tela. “Sbrigati prima di iniziare a pensare troppo”. -Qui cosa vedi?
-C’è un mostro? Un demone. Sembra una sorta di Minotauro. Cioè, è grosso e peloso come un orso ma ha delle corna da toro o qualcosa del genere. E sta ruggendo verso il cielo, mentre muove – si corresse – dimena le braccia. – si prese un istante per scegliere le parole -Sembra in preda ad un delirio.
-Più o meno ci sei. Questa è la rappresentazione di quello che devo affrontare. Ultima tavola e poi te ne vai – “Che inizio già a sentirmi ridicolo.” aggiunse fra sé. “Fanculo. Avrei dovuto smettere di dipingere, ignorare quello che avevo dentro e restare con Emma. Fanculo.”
Scoprì la sesta tavola. -È bianca – constatò il giornalista.
-Te lo avevo detto, no? Che la sesta era bianca.
-Sì, ma – esitò – Perché me la fai vedere allora?
-È la più importante. La numero sei è il momento cruciale, il punto di svolta. Morte e rinascita. Tocchi il fondo e ricominci a salire. Oppure muori davvero, resti schiacciato. Qui ti giochi tutto.
-Sai già cosa dipingerai?
Si accorse di avere la fronte sudata. Si asciugò col dorso della mano. Poi andò vicino al tavolo e si resse con le mani. Non ce la faceva più, si sarebbe sparato in quello stesso istante piuttosto che dire un’altra parola.
-Ti senti bene?
Gli fece un cenno spazientito con la mano per zittirlo. “Ci sei quasi, attieniti a quanto hai deciso. Tra poco sarà finito” si disse, poi rispose -Lascia stare. Se sapessi cosa dipingere lo avrei già dipinto. No, non lo so. Devo fare dei passi avanti, prima. Ma un giorno o l’altro, se non ne ho più voglia, ci appoggio la testa sopra, mi infilo una pistola tra i denti – mimò il gesto – sparo e lo dipingo col sangue.
Il ragazzo lo guardò senza sapere cosa dire. Tom si avvicinò, gli diede uno schiaffetto sulla guancia e disse -Adesso basta, te ne vai. Ho parlato davvero troppo.
-Aspetta, volevo chiederti – provò a obiettare il ragazzo, mentre lui si allontanava.
-No, non mi chiedi proprio un cazzo. Ho parlato troppo e mi sento già abbastanza ridicolo. Sapevo di non doverlo fare, cazzo. Senti, vattene prima che cambi idea e ti spacchi il registratore.
-Ma –
-Sparisci, cazzo. Vuoi sparire o no? – gridò.
Il giornalista rimase impalato un istante, con gli occhi spalancati. Poi sbatté due volte le palpebre, raccolse velocemente registratore e quaderno e se ne andò di fretta senza dire una parola.
Tom non aveva ancora sentito il suono metallico della porta di ferro che sbatteva che aveva già aperto il cassetto. Aveva detto troppo a quel fottuto giornalista di merda. Tirò fuori la pistola. Non aveva mai capito niente di quella roba, suo nonno aveva provato a spiegargli che modello fosse eccetera, ma a lui non importava. Per lui era nera, pesante, fredda e carica. E bastava. “Quanto sarà già lontano quel fottuto giornalista di merda?” Erano passati pochi secondo e se ne stava andando con il suo registratore del cazzo e con tutte le sue parole. Tolse la sicura, poi tirò indietro la parte superiore finché non sentì un clic. A quel punto la fece scattare subito in avanti. “Veloce, non ne ho più voglia”.
Andò a sedersi a gambe incrociate davanti alla tela bianca, appoggiò la nuca alla tela, si infilò la canna in bocca e sparò.


Il presente racconto è una creazione originale di Andrea Viglietti. Tutti i diritti appartengono all’autore.

J. D. Salinger – Nove Racconti

J. D. Salinger,
Nove Racconti
Einaudi, 2014

Acquistabile qui.


Il mio viaggio alla scoperta di Salinger continua! Oggi si parla dei Nove Racconti. E vi anticipo subito che il buon J. D. c’è riuscito di nuovo.
Di solito non leggo racconti, non sono il mio genere. Preferisco i romanzi, che ti danno il tempo di conoscere bene i personaggi, di affezionarti e di restare con loro più a lungo, o le poesie, dove invece non c’è finzione narrativa e gli unici protagonisti sono l’autore e le persone a cui è legato. Comunque ho fatto anche qualche tentativo con il genere della narrativa breve: tralasciando i racconti di G.R.R. Martin, ho letto Bestiario di Cortazar (di cui ho parlato qui) e Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? di Carver. E, che dire, alcuni racconti mi sono piaciuti ma il genere nell’insieme non mi ha convinto.
Con Salinger, invece, il discorso è cambiato. Mi ha tenuto incollato al libro dall’inizio alla fine; ne avessi avuti altri nove, sarei stato felicissimo di leggerli. Ma come c’è riuscito? In tutta sincerità, non lo so. Non riesco ad identificare la ricetta del suo successo. Posso dire che, ancor più che nell’inventare situazioni e trame, ha un talento incredibile per creare i personaggi. Lo fa così bene che riesci a capirli e ad affezionarti a loro anche nell’arco delle poche pagine di un racconto. E poi sa scrivere, c’è poco da girarci intorno. È vero, i suoi racconti sono prevalentemente dialogati – quasi teatrali, a volte – ma, quando descrive una scena, sa scegliere i dettagli giusti per disegnartela perfettamente davanti agli occhi.
Oltre a questo, in realtà, non si può dire molto in generale. Data per scontata l’ambientazione realistica, infatti, i racconti sono uno diverso dall’altro e non si lasciano trattare nell’insieme.

Ho deciso di parlarvi di due di essi, lasciando a voi il piacere di scoprire gli altri.
Cominciamo con una domanda: perché ho deciso di leggere questo libro?
Vi ricordate Franny&Zooey? Ne avevo parlato qui. Ad ogni modo, per chi non ne sapesse nulla, è un libro di Salinger che ho letto negli ultimi mesi. Di fatto, unisce due racconti facendone un romanzo. I protagonisti, Franny e Zooey, appartengono alla famiglia Glass – una famiglia che ritorna in altri racconti dello stesso autore.
Sui Glass, infatti, J. D. scrive una storia in forma di frammenti: non un romanzo che segue le vicende dall’inizio alla fine, ma un insieme di racconti che il lettore non può fare a meno di collegare per tentare di ricostruire il più possibile sui protagonisti. Salinger dimostra di saper giocare con il non-detto e con la curiosità che questo riesce a creare, perché in ogni racconto rivela, sui personaggi che non compaiono direttamente, quel poco di informazioni che basta a stuzzicare l’interesse del lettore senza però soddisfarlo.
Fra tutti i personaggi, il più affascinante è senza ombra di dubbio Seymour. In Franny&Zooey viene creata intorno a lui un aura quasi sacrale, tanto che, non appena ho scoperto che era protagonista di un racconto, non ho potuto non volerlo leggere. Volevo sapere di più su di lui e “vedere com’era”.
Il racconto di cui parlo è “Un giorno ideale per i pesci-banana”: è quello che apre la raccolta ed è, per l’appunto, il motivo che mi ha spinto a comprarla.
È un racconto che non delude le aspettative. Già solo il fatto di “vedere” Seymour varrebbe tutta la raccolta. Su di lui non ci vengono rivelate troppe informazioni nuove, in compenso le domande crescono – e va bene così, sto iniziando a capire che questo fa parte del fascino dei racconti: avere sempre qualche lacuna e poterla riempire con la propria fantasia. E il finale – anche se può essere intuibile per chi ha letto Franny e Zooey – da un punto di vista strettamente narrativo è a dir poco efficace. Lascia senza parole.

L’altro racconto di cui muoio dalla voglia di parlare è Teddy. L’ultimo della raccolta, ti capita fra le mani quando ormai Salinger ti ha conquistato senza sbagliare un colpo e ti aspetteresti, quasi, un racconto di un livello un po’ più basso degli altri a dimostrazione che nessuno è infallibile.
È evidente, invece, che Salinger i suoi fallimenti deve averli chiusi a chiave in un cassetto, perché i Nove Racconti hanno un finale col botto. Teddy racconta di un bambino americano di 10 anni – Teddy appunto – che, nella sua vita precedente, è stato un praticante induista di grande spiritualità che ha smesso di meditare poco prima dell’illuminazione. Adesso si è reincarnato in un bambino che, però, è riuscito a recuperare i ricordi della sua vita passata e ha ripreso il suo cammino arrivando ad un contatto davvero profondo con l’universo e con i suoi segreti.
Salinger era uno studioso di filosofie e religioni orientali. Tenendo a mente questo mentre si legge, sembra quasi di sentire parlare direttamente lui attraverso la bocca di Teddy – come se nell’ultimo racconto della raccolta avesse voluto svelare qualcosa di sé, comparire in trasparenza e lasciare al lettore qualche domanda su argomenti che ritiene importanti – cosa che, ci tengo a precisare, non aveva fatto in nessun altro racconto della raccolta.
Basterebbe già solo questo a fare di Teddy una degna chiusura. Ma non finisce qui: il racconto non è di altissimo livello solo per le idee filosofiche che contiene, ma anche per tutto ciò che è puramente narrativo. Ancora una volta, proprio quando pensi che la raccolta abbia già dato il meglio di sé, volti l’ultima pagina, leggi l’ultima scena e resti sbalordito perché collega una serie di dettagli disseminati nel racconto a cui non avevi prestato attenzione (non in questo senso, almeno!) in un evento che già di per sé non ti saresti mai aspettato. E tu resti lì, con l’ultima pagina aperta fra le mani, incapace di spegnere la luce e di andare a dormire.

Quasi dimenticavo, citando Teddy: la vita è un caval donato.


Se volete leggere i “Nove Racconti” di Salinger, potete acquistarli a questo link: Nove racconti. Oppure, potete trovare il cofanetto contenente tutte le opere pubblicate di Salinger qui: Cofanetto Salinger.

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J. D. Salinger – Franny & Zooey

Faccio una piccola premessa: credo che Franny & Zooey sia uno di quei libri che hanno bisogno di essere letti più di una volta. Anzi, mi correggo: credo che Franny & Zooey sia uno di quei libri che vogliono essere letti più di una volta. Per lo meno, a me ha lasciato questa impressione. Nelle sue appena 155 pagine, è immenso. Così denso da custodire un tesoro forse inesauribile, che svela poco a poco ad ogni lettura. Ad ogni modo, io questa fantomatica seconda lettura non l’ho ancora fatta. Eppure sono qui a parlarvene lo stesso, mea culpa. Non ho resistito.

Detto questo… che libro! Qualche anno fa ho letto “Il giovane Holden”, che è sicuramente il romanzo più famoso di Salinger, ma credo che “Franny & Zooey” sia almeno una spanna sopra.
Franny & Zooey, però, non è un vero romanzo – almeno non nel senso stretto del termine. È un libro che raccoglie due racconti lunghi, strettamente collegati fra loro, che hanno gli stessi protagonisti e si completano a vicenda.
Questi protagonisti, ovviamente, sono Franny e Zooey – i due figli minori di una famiglia, i Glass, dell’alta borghesia newyorchese. Oltre a loro, Les e Bessie Glass hanno avuto altri cinque figli, tutti eccezionalmente intelligenti e dotati.
I più interessanti sono i più grandi, Seymour e Buddie. Studiosi di religioni e filosofie orientali, con una cultura vastissima che si estende ad includere anche la filosofia occidentale e la letteratura, sono personaggi misteriosi e affascinanti – specialmente Seymour, che è pressoché avvolto da un’aura di sacralità – che, però, non compaiono mai direttamente nella storia, ma vengono delineati in modo nitidissimo in absentia. Già solo su di loro ci sarebbe molto da dire, ma non voglio privarvi del piacere di scoprire il più possibile leggendo.
Quello di cui mi limito a parlare è l’elemento più importante per la trama: Seymour e Buddy si sono fatti carico dell’educazione di Zooey e Franny quando erano bambini, insegnando loro tutto ciò che sapevano sulle religioni, sulla spiritualità e sulla metafisica, per poi introdurli direttamente alla lettura dei testi sacri dell’umanità. Ovviamente, dire che i protagonisti fossero bambini precoci è riduttivo. Zooey una volta ha “dimenticato una delusione amorosa traducendo in greco classico la Mudaka Upanishad”, fate voi.
Questo però è il passato. Oggi Zooey ha venticinque anni e Franny venti. Il primo lavora come attore, la seconda studia al college. Ma sono due anormali – è lo stesso Zooey a dirlo: “Siamo degli anormali, ecco cosa siamo!”
In che senso? Nel senso che sono due persone troppo intelligenti e troppo profonde per essere felici. Le domande che si pongono e le risposte che trovano recidono sul nascere ogni possibilità di felicità o di una vita normale. Pensano troppo, lo fanno troppo a fondo e non riescono a smettere perché fa parte di ciò che sono. Citando Bessie, la madre: “non capisco proprio a cosa serva sapere tante cose ed essere tanto intelligenti e così via, se non riuscite ad essere felici”.
Superfluo a dirsi, questa profondità di pensiero impedisce loro anche di adeguarsi alla società in cui vivono o di intrattenere normali rapporti sociali. Sono troppo diversi. Ed è tutto troppo superficiale, ipocrita o egoista per loro. Una frase che ci tengo a condividere e che cito a memoria (per pigrizia) è questa: “Noi non parliamo, dissertiamo”.
Ma c’è qualche differenza fra loro: Franny è in una fase turbolenta. Anche se ha già vent’anni, è in piena adolescenza. Patisce il peso delle aspettative che vengono riposte in lei per il suo talento e non si riconosce nella società in cui dovrebbe eccellere. Come se non bastasse, come tutti gli adolescenti è alla ricerca di se stessa e di un senso da dare alla sua vita. Per uno di questi motivi o forse per entrambi trova la sua strada in un libro, “Racconti di un pellegrino russo”, e nelle idee che racchiude; ma questo non le risparmia un esaurimento nervoso, anzi lo peggiora. Ed è proprio questo esaurimento a farla tornare a casa e a costituire il fulcro della trama.
Sì, perché a casa c’è Zooey, che, essendo di qualche anno più grande di lei, è già passato in quello che sta attraversando e può cercare di aiutarla. Zooey è stabile: ha fatto i conti con la sua anormalità, si è liberato dalle aspettative scegliendo di imboccare una carriera da attore quando tutti lo avrebbero mandato all’università e riesce, a grandi linee, a convivere con una società e delle persone così diverse da lui. Ma ho scritto “cercare di aiutarla” non a caso, perché quando ci si trova qualche passo avanti e si ha già assunto consapevolezza di certi processi spesso è difficile farci capire da chi sta dietro di noi. E infatti Zooey spesso finirà per doversi scusare e ripetere a Franny che non vuole portarle via la sua “preghiera”.
Una sola cosa: è un libro praticamente privo di trama. Non credo possa piacere a tutti, per lo meno non a chi, in un romanzo, cerca per prima cosa l’intrattenimento. Ma se avete un certo tipo di gusto o se siete aperti a nuovi generi di letture, è sicuramente un libro a cui vale la pena dedicare del tempo.

Cosa resta da dire? Be’, bisogna spendere due parole su come è scritto. Salinger in questo lavoro ha una prosa brillante, che combina ironia e vividezza.
Cominciamo dall’ironia: perfino io, che faccio così tanta fatica a coglierla quando è scritta, non solo l’ho capita ma l’ho anche adorata. La sezione intitolata Zooey ha una voce narrante molto più presente dell’altra. Questo narratore, in cui non è difficile scorgere uno dei personaggi, apre il racconto dicendo che sa benissimo che le introduzioni sono oggetto di biasimo (scoccando una freccia dritta dritta contro i critici) e che, nonostante questo, intende scriverne una lo stesso. E perfino prolissa. Con questo paragrafo, Salinger fa un occhiolino al lettore e cerca la sua complicità contro il mondo della critica. E lascia anche la chiave di lettura del suo stile in mano al lettore: uno stile che sposa le caratteristiche del personaggio che sceglie come voce narrante e che osa scrivere come non si dovrebbe, ma che lo fa con consapevolezza, ironia e maestria, rendendo divertenti descrizioni che altrimenti sarebbero state a dir poco noiose.
Ma l’ironia non è onnipresente – anzi, è più simile ad una comparsa ricorrente. La vera cifra stilistica della prosa di Salinger in questo suo lavoro è la vividezza. Ogni scena ci viene disegnata davanti agli occhi e ci assorbe completamente. Non la guardiamo da fuori, ma da dentro, e ne respiriamo l’atmosfera con i protagonisti. Che si tratti dell’irritazione per la presenza di Bessie in bagno o della sacralità di una certa stanza della casa, non riusciamo a non provare le emozioni che provano i personaggi.

Franny & Zooey riprende i temi cari a Salinger: come l’adolescenza, già affrontata nel giovane Holden, o la spiritualità orientale. E li sviluppa ad un nuovo livello di profondità. Davvero una piccola perla che consiglio a tutti gli adolescenti in crisi perché pensano troppo. Magari non troveranno risposte, ma almeno qualcuno che si pone le loro stesse domande.


Se volete leggere “Franny & Zooey” di Salinger, potete acquistarlo a questo link: Franny e Zooey. Oppure, potete trovare il cofanetto contenente tutte le opere pubblicate di Salinger qui: Cofanetto Salinger. Se lo farete, contribuirete al mio progetto e mi aiuterete a realizzare i miei sogni.

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Banana Yoshimoto – Kitchen

Banana Yoshimoto,
Kitchen
Feltrinelli, 2014

Acquistabile qui.


Banana Yoshimoto. Nome buffo vero? Tranquilli, è uno pseudonimo. Ma forse tranquilli non bisogna stare, perché se è uno pseudonimo significa che se l’è scelto.
Va be’, in fin dei conti non penso che il nome sia rilevante. Ma chi è questa signora? Banana Yoshimoto è una delle più importanti scrittrici giapponesi contemporanee, forse seconda solo a Murakami in quanto a fama internazionale.
L’ho scoperta ormai più di due anni fa, durante l’ultimo anno di liceo. Era una di quelle mattinate noiose in cui tutti i professori devono interrogare, ma tu hai già i voti delle loro materie e quindi ti chiedi cosa ci sei andato a fare a scuola. Ero dalle macchinette del caffè e vicino a me c’era una serie di libri di letteratura italiana impilati sopra un ripiano. Qualche casa editrice doveva averli spediti ai professori perché li prendessero in considerazione. Io mi sono messo a sfogliarli.
Ad un certo punto avevo fra le mani un libro di quinta e nell’indice ho trovato una piccola sezione dedicata alla narrativa giapponese contemporanea. Ho sempre avuto un debole per il Giappone, ho letto diversi manga in passato e in quel periodo conoscevo già Murakami, così sono andato a curiosare quali autori menzionava. E lì ho scoperto la nostra amica Banana.
Tornato in classe ho cercato su internet informazioni su di lei ho trovato un file .pdf di “Moonlight Shadow”, il racconto che l’autrice aveva presentato come tesi di laurea. Me lo sono divorato quello stesso giorno e fin da subito mi sono parse ben chiare tre caratteristiche di questa autrice.
Per prima cosa, Banana Yoshimoto dev’essere una persona molto sensibile. Una di quelle persone che hanno una sensibilità più delicata del normale e che sanno dare attenzione anche alle più piccole emozioni. Se si leggono i suoi libri nell’ottica giusta, cercando dentro di noi proprio questo tipo di sensibilità, il risultato è davvero speciale.
La seconda cosa è che non le interessa più di tanto il realismo del racconto. Anche lei inserisce alcuni elementi fantastici in un’ambientazione completamente realistica, ma lo fa in un modo completamente diverso da, per esempio, Murakami. Il buon Haruki, infatti, eredita tutta la tradizione letteraria del realismo magico, ma la rielabora in modo personale producendo un risultato solamente suo: una particolare atmosfera che sembra il marchio di fabbrica di molti suoi lavori. Cerca il realismo magico, lo vuole, proprio per questa atmosfera e per le emozioni che riesce a creare. Se vuoi approfondire, puoi leggere l’articolo che ho scritto su “A sud del confine, a ovest del sole” qui.
Banana Yoshimoto invece eredita un’altra tradizione: quella dei manga shojo, cioè dei manga indirizzati principalmente ad un pubblico di ragazze adolescenti. Va da sé che, anche se ho letto manga nella mia vita, essendo un maschio lo “shojo” non è esattamente il genere che conosco meglio. Ma ho letto qualcosa sull’argomento, in particolare la postfazione di Giorgio Amitrano all’edizione italiana di Kitchen, primo romanzo della Yoshimoto di cui parleremo tra poco. L’idea che mi sono fatto è che agli autori di shojo e a Banana Yoshimoto quello che interessa veramente sia l’interiorità dei personaggi, i loro sentimenti e le loro emozioni, e che l’elemento fantastico venga inserito quando permette di esplorarli più facilmente. Anche se a volte la Yoshimoto dà l’impressione di ricorrere al fantastico perché non riesce a gestire la trama che ha in mente nei limiti del realistico, non cambia il fatto che ciò che veramente le interessa è il mondo dei sentimenti e delle emozioni per il quale dimostra sempre una sensibilità fuori dal comune.
Terzo e ultimo punto è lo stile: uno stile di scrittura semplice, a volte quasi ingenuo, scorrevole e bello da leggere. Cosa intendo dire? Su “scrittura semplice” non penso ci siano dubbi: è quel genere di scrittura comprensibile e leggera, che si legge senza fatica.
“Ingenuo” invece merita una precisazione. In scrittura a volte si sente parlare di una regola: “Show, don’t tell”, che in italiano potremmo tradurre come “Mostra, non dire”. Secondo questo principio un bravo scrittore non dovrebbe mai limitarsi a dire o a descrivere, ad esempio, che il suo personaggio è triste, ma mostrarlo triste e farlo così bene da far provare empatia al lettore. Ebbene, la Yoshimoto questo non lo fa. Soprattutto quando si tratta di stati d’animo, descrive i sentimenti e le emozioni dei personaggi più o meno come un gourmet potrebbe descrivere le note di sapore di un piatto; ma non li “mostra”.
Questo è un male? In realtà, secondo me, no. È vero che uno scrittore che si limita a dire le cose, senza mostrarle, soprattutto in ambito emotivo, rischia di essere uno scrittore noioso e di non riuscire ad arrivare al lettore, ma la Yoshimoto è talmente sensibile di fronte a certe emozioni che, quando lo fa lei, lo fa in un suo modo unico che va bene lo stesso. La letteratura è una forma d’arte e, per questo, le sue regole devono lasciare sempre spazio alle identità creative degli autori.

Dopo Moonlight Shadow, qualche mese fa ho letto anche Kitchen, il primo romanzo dell’autrice (in realtà diviso in due parti che sono, a conti fatti, due racconti lunghi: Kitchen e Plenilunio). Che dire? Mi è piaciuto molto e mi ha confermato l’idea che mi ero fatto con Moonlight Shadow. Perciò mi limito a darvi l’incipit della trama, per invogliarvi a leggerlo.
La protagonista, Mikage, studentessa universitaria, ha da poco perso la nonna, ultimo parente che le era rimasto e con la quale viveva. Nella situazione di solitudine irreale in cui si ritrova le suona alla porta Yuichi, un ragazzo che studia nella sua stessa università e che conosceva la nonna. Yuichi la invita a vivere qualche tempo con lui e la madre, Eriko, e Mikage, sorprendendo perfino se stessa, accetta.
Anche Kitchen racconta una storia delicata, affrontando in modo marginale temi importanti come la solitudine e la morte e in modo diretto quello altrettanto importante della famiglia, con la preziosa idea che una famiglia non ci venga soltanto data ma che si possa anche scegliere e, in alcuni casi, costruire. In Kitchen, Banana Yoshimoto sorprende nuovamente per la sua sensibilità e per la semplicità dello stile, ma non fa un uso diretto dell’elemento fantastico come in Moonlight Shadow. Ci sono solo un paio di episodi, non fantastici ma inverosimili, che semplificano il lavoro all’autrice permettendole di condurre la trama dove vuole. Per chi lo ha letto, ad esempio, quando Mikage intuisce in quale camera d’albergo si trova Yuichi. Non so se siano ingenuità di una scrittrice alle prime armi (di lei ho letto solo i lavori che ho citato, Moonlight Shadow, Kitchen e Plenilunio, che sono tutti e tre giovanili) o sue caratteristiche, ma non compromettono l’impressione positiva che mi ha lasciato. Sono curioso di leggere altri suoi romanzi in futuro, anche per vedere come maturerà la sua scrittura.

E voi, lo avete letto? Cosa ne pensate?


Se volete acquistare “Kitchen” della Yoshimoto, potete farlo a questo link: Kitchen. Se lo farete, contribuirete al mio progetto e mi aiuterete a realizzare i miei sogni.

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