Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Tag: realismo magico

Julio Cortázar – Bestiario

 

Julio Cortazar,
Bestiario
Einaudi, 2014

Acquistabile qui.


Chi è Julio Cortázar? Mi sono reso conto che in pochi lo conoscono e anche per me sarebbe un perfetto sconosciuto se non mi fossi ritrovato a frequentare un corso su di lui all’università. È uno scrittore argentino del secondo Novecento annoverato nel “Boom” della letteratura latinoamericana degli anni ’50-’60. Un fenomeno di cui hanno fatto parte anche Borghes e Marquez, per intenderci.
Ha scritto qualche romanzo, tra cui Rayuela che è considerato il suo capolavoro, e delle poesie, ma è stato soprattutto un autore di racconti. Bestiario, infatti, è una raccolta di racconti. Una di quelle che meglio incarna la sua poetica.

Il genere non è facile da definire. Cortázar stesso ha detto che i suoi racconti “appartengono al genere chiamato fantastico per mancanza di un termine migliore”. E infatti si tratta di un fantastico diverso da quello della tradizione precedente. Qui l’elemento sovrannaturale che dovrebbe essere il centro del racconto viene rimosso e, al suo posto, l’autore lascia una vuoto.
Rimangono le conseguenze: una serie di eventi inspiegabili secondo la logica della realtà per come siamo abituati ad intenderla. Ma le cause vengono omesse, come se Cortazar non puntasse mai la telecamera direttamente sull’elemento chiave.
L’omissione fa sì che il centro del racconto assuma le caratteristiche dell’assurdo. Un assurdo che si inserisce in un ambientazione perfettamente realistica facendo collassare la struttura logica della realtà attraverso l’inspiegabile.
Ma, ancora prima dell’inspiegabile, è l’inspiegato a farla da padrone: Cortázar ha il controllo di quello che scrive e, come tutti i grandi scrittori, sa costruire la narrazione sia con quello che dice sia con quello che non dice. E il centro del racconto, l’origine del fantastico, non lo spiega. Lo evita.

Prendete Casa Tomada, per esempio. Un fratello e una sorella vivono nella vecchia casa di famiglia, una casa a cui sono legati da un forte legame affettivo e da cui non intendono separarsi. Conducono una vita abitudinaria, scandita dalle stesse azioni ripetute. La casa è divisa in due metà da un corridoio con una porta e, ad un certo punto, il fratello sente dei rumori dall’altra parte. Allora chiude di scatto la porta. A questo punto cosa farebbe una persona normale? Andrebbe a vedere se c’è qualcuno? Chiamerebbe la polizia? Di sicuro non tornerebbe a preparare il mate come se niente fosse. Ma questo è proprio quello che fa lui. E dopo, quando ne porta una tazza alla sorella, si limita a dire che l’altra metà della casa “è stata presa”. E, la sorella, come se fosse la cosa più naturale al mondo, risponde che a questo punto dovranno imparare a vivere solo in quella metà.
Dopo qualche tempo sentono rumori anche nella zona in cui vivono. Che fanno? Escono di corsa chiudendosi il portone alle spalle e rinunciano alla casa per sempre. A quella stessa casa a cui erano così affezionati.
In tutto il racconto, l’elemento fantastico viene omesso. Il narratore e i personaggi non indagano mai chi o che cosa abbia occupato la casa, si limitano a chiamarlo “presenza”. Di nuovo, la “telecamera” del narratore non viene mai puntata su questo elemento. Non ci è dato sapere neanche se si tratta di qualcosa di sovrannaturale o perfettamente ammissibile anche nella nostra realtà. L’irrazionale, l’inspiegabile sta nelle conseguenze che produce – nei fratelli che abbandonano la casa senza cercare di recuperarla o, quantomeno, di capire cosa stia accadendo.
Ma non dovete pensare ai racconti di Cortazar come al regno del non-sense. Dell’assurdo sì, del non-sense mai. L’autore ha un’idea ben precisa: sospetta che esista un altro ordine, più segreto e meno comunicabile, dietro alla realtà e che noi la percepiamo in un certo modo solo perché siamo abituati a concepirla così da oltre due mila anni di storia del pensiero. È un surrealista e la sua intenzione è quella di andare contro alle abitudini – anche e soprattutto alle abitudini che ci vincolano nel ragionare o nel concepire la realtà – per restituire al reale tutte le sue possibilità.

Comunque sia, Cortázar si dimostra un vero maestro del racconto, perfettamente padrone della sua scrittura. Sono affascinato dal modo in cui semina indizi nel testo, lasciando con maestria piccoli dettagli che il lettore dovrà saper cogliere e collegare fra loro. O che magari dovrà cercare a ritroso dopo aver letto il finale, per dare un senso a quello che è successo. Cortázar infatti vuole un lettore attivo, che sia suo complice nella costruzione della storia e del suo significato, che sfogli le pagine avanti e indietro in cerca dei puntini da collegare che lui ha abilmente nascosto fra le righe.

Il post finisce qui, spero che vi sia piaciuto anche se è stato diverso dai soliti sul Diario di lettura. Normalmente scrivo i miei pensieri su un libro che ho letto da poco, ma questa volta ho voluto inserire anche una parte di quello che ho studiato. Fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate! Intanto vi consiglio di rileggere anche il post che avevo scritto su Haruki Murakami, troverete delle somiglianze.


Se volete acquistare “Bestiario” di Cortazar, potete farlo a questo link: Bestiario. Se l’autore vi ha incuriosito e volete approfondirlo, un ottimo saggio è: Cortázar. Letture complici. Acquistando attraverso questi link, contribuirete al mio progetto e mi aiuterete a realizzare i miei sogni.

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Haruki Murakami – A Sud del Confine, a Ovest del Sole

Illustrazione di Noma Bar, design di Suzanne Dean.

Haruki Murakami,
A Sud del Confine, a Ovest del Sole
Einaudi, 2016

Acquistabile qui.


Ho scoperto Murakami l’ultimo anno di liceo. Prima di iniziare l’università ho letto Norvegian Wood e 1Q84 e mi sono innamorato di entrambi. Tutt’ora lo considero uno dei miei scrittori preferiti, tant’è che qualche mese fa sono stato preso dalla nostalgia nei suoi confronti: volevo leggere un altro suo libro. Questa volta però non sono andato a cercare su internet quali fossero i migliori; sono semplicemente entrato in libreria, ho letto le trame in quarta di copertina e ho scelto quello che mi ha ispirato di più: A Sud del Confine, a Ovest del sole.
Ambientato nella tokyo contemporanea, segue un unico protagonista, Hajime, di cui ci racconta la vita dall’infanzia all’età adulta. L’inizio della storia é cruciale: alle scuole medie il protagonista conosce una bambina, Shimamoto, con un instaura un legame profondo che non avrà pari negli anni a venire. Ma in vista dell’inizio delle scuole superiori lei si trasferirà e le loro vite prenderanno strade diverse. Nonostante questo, Hajime si porterà sempre dentro il ricordo di quell’amicizia/amore che sarà il termine di paragone per tutti i suoi rapporti futuri, nessuno dei quali sarà mai all’altezza. La storia prende davvero il via quando Hajime è adulto, felicemente sposato, con due splendide figlie e proprietario di due locali di successo: a questo punto Shimamoto si presenterà al suo locale, portando con sé un pesante bagaglio di segreti.
Una storia in perfetto stile Murakami, in cui due innamorati sembrano appartenere a mondi separati e riescono ad incontrarsi solo quando queste due realtà si allineano e fra loro si apre un varco. Così era in 1Q84 e così è, in un modo molto più sottile e metaforico, anche in A Sud del Confine, a Ovest del Sole.

Murakami viene spesso ricondotto alla corrente del realismo magico. Eppure questo romanzo, ad un primo sguardo, si presenta puramente realistico. Dov’è il magico?
Il fantastico in letteratura è cambiato. Nell’ottocento e nel primo Novecento faceva capo ad un elemento sovrannaturale come nel caso del Ritratto di Dorian Gray o di Dracula. Ma nel secondo novecento alcuni scrittori hanno iniziato ad omettere questo elemento, lasciando al suo posto un alone di mistero fatto di non-detto. La questione è un po’ più complicata, ma è il caso degli scrittori del Boom sudamericano degli anni ’50, per esempio, che infatti sono proprio i padri del realismo magico.
Murakami raccoglie la lezione ma la reinterpreta secondo la sua sensibilità. A Sud del Confine, a Ovest del Sole è stracolmo di domande che circondano Shimamoto e che possono suggerire una risposta sovrannaturale, ma l’elemento fantastico vero e proprio viene volontariamente taciuto dall’autore. Quello che resta sono le sue conseguenze: eventi inspiegabili che non trovano spazio nella logica del lettore – come le costanti scomparse di Shimamoto o Hajime che accetta la sua richiesta di non farle domande sulla sua vita, nonostante la curiosità e i dubbi che suscita.
Eventi non solo inspiegabili, ma soprattutto inspiegati. E qui risiede il trucco: Murakami ci riempie di domande intorno al personaggio di Shimamoto, creando misteri delicati – che non turbano la storia ma rimangono ai suoi margini – le cui risposte, però, non ci vengono date; si perdono nella luce soffusa di un locale jazz o nella pioggia di Tokyo.
Ad alcuni lettori potrebbe far storcere il naso una storia di questo genere, con un finale aperto e che lascia gli interrogativi irrisolti, ma il talento di Murakami sta nell’insegnarci ad apprezzarlo, come se ci volesse dire “Guarda bene, non sempre è necessario cercare una risposta a tutto, a volte è più bello contemplare il mistero”. Alla fine, ciò che resta di magico è un atmosfera. Credo che solo con questi occhi si possa cogliere tutta la bellezza di A Sud del Confine, a Ovest del Sole.


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