Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Tag: Sette brevi lezioni di fisica

Carlo Rovelli – L’ordine del tempo

Oggi una nuova variazione sul tema: parliamo di un libro di divulgazione scientifica, L’ordine del tempo di Carlo Rovelli, che ho letto nelle ultime settimane. Non so se vi ho mai confidato che fino al terzo anno di liceo la fisica è stata una delle mie passioni più grandi – prima che la letteratura prendesse il sopravvento. Ma è così. E, infatti, ho mosso i miei primi passi in una libreria spulciando proprio la sezione di divulgazione scientifica, oltre a quella delle filosofie orientali.

Detto questo, era comunque da anni (credo) che non leggevo un libro di fisica. Come mi sono ritrovato, quindi, a leggere L’ordine del tempo? Be’, si è trattato di una concomitanza di fattori diversi. Tanto per cominciare, quello del tempo è uno dei temi che più mi affascinano – da tutti i punti di vista da cui si può studiare: non solo fisico, ma anche filosofico, psicologico e letterario. Più in generale, umano. In secondo luogo, qualche tempo fa avevo ascoltato l’audiolibro di Sette brevi lezioni di fisica (l’opera precedente di Carlo Rovelli, che ho menzionato di sfuggita in un articolo sul tema della bellezza qui) ed ero rimasto favorevolmente colpito dalla sua prosa chiara e ricca di immagini. Questi due presupposti da soli basterebbero a motivare la mia curiosità nei confronti dell’ultima fatica rovelliana, ma c’è stato anche un terzo fattore: Arrival, un film di fantascienza che proprio intorno al concetto del tempo costruisce la sua trama. Mi è capitato di vederlo una sera con un amico; il giorno dopo sono saltato in macchina e sono andato a comprare il libro.

Ma ora veniamo a noi! Ne L’ordine del tempo, Carlo Rovelli sceglie di prendere in esame il tema del tempo e di affrontarlo in ogni suo aspetto, puntando ad una trattazione il più completa possibile. Rovelli è un fisico, perciò il punto di vista della fisica occupa una posizione centrale nel suo lavoro: la maggior parte dei capitoli è dedicata ad esso e a come nell’ultimo secolo abbia smontato il concetto di tempo a cui l’umanità era abituata per ricostruirne uno veramente nuovo e contro-intuitivo (e chi pensa che io mi riferisca solamente alla relatività, troverà interessanti sorprese). Ma non si limita solo a questo: Rovelli, per essere davvero esaustivo, non trascura neanche i contributi che la psicologia, la neurologia, la filosofia e la letteratura possono offrire al discorso, dimostrando, tra l’altro, una cultura davvero vasta e solida. Ma il punto di vista più interessante è – di nuovo – quello umano, che attraversa tutto il libro come un fiume sotterraneo per poi emergere nell’ultimo capitolo, dove l’autore dismette i panni dello scienziato (che comunque indossava in modo informale) per parlare come uomo, in modo sincero e sensibile, del modo in cui il tempo si relaziona alle nostre vite. Si tratta di un capitolo prezioso, che contiene le riflessioni genuine di un uomo sulla vita, capaci di aprire anche a noi nuove prospettive sul suo significato e di addolcire il nostro rapporto con lo scorrere del tempo e l’invecchiamento.
Va bene, va bene, lo ammetto: per quanto completo, il libro resta sbilanciato. Il punto di vista predominante è sicuramente quello della fisica. Ma, d’altronde, un libro di divulgazione scientifica è proprio quello che vuole essere. Ci riesce in pieno – e fa piacere, anzi, che sia arricchito dal punto di vista di così tante discipline differenti.
Per quanto riguarda la prosa, Rovelli conferma quello che già aveva dimostrato nelle Sette brevi lezioni di fisica: sa scrivere e sa farlo bene, in modo chiaro e scorrevole. Sa spiegare argomenti difficili in modo accessibile e quasi sempre efficace. Ed evoca anche immagini vivide che rendono la sua prosa quasi poetica.

Che dire, quindi? L’ordine del tempo è un libro che mi sento tranquillamente di consigliare a tutti i curiosi. Non solo a chi si interessa di fisica e di scienza, ma anche a chi si occupa di filosofia o, più in generale, sente caro il tema del tempo e vorrebbe saperne di più.


Se volete leggere “L’ordine del tempo” di Carlo Rovelli, lo trovate a questo link: L’ordine del tempo. Le “Sette brevi lezioni di fisica”, invece, qui: Sette brevi lezioni di fisica. Vi ricordo che, acquistando attraverso questi link, una piccola percentuale della vostra spesa mi sarà riconosciuta e starete, quindi, contribuendo al mio progetto – motivo per cui vi sono grato.

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Divagazione: la bellezza è immediata?

Ogni tanto capita di leggere frasi che lì per lì non ci dicono niente o che, magari, qualcosa ci dicono, ma un “qualcosa” con cui non siamo affatto d’accordo, e che, però, entrano silenziosamente nella nostra testa e continuano a tornarci in mente. Noi continuiamo a vivere le nostre vite come se niente fosse finché, un giorno, non ci scopriamo d’accordo con quelle parole. Può darsi che abbiamo iniziato a leggerle da un punto di vista diverso e ad attribuire loro tutto un altro significato oppure che siamo maturati arrivando a scoprire che è vero quello che non credevamo lo fosse, in ogni caso sembra quasi che una parte di noi avesse sempre saputo che prima o poi quella frase ci sarebbe tornata utile e l’avesse tenuta da parte fino al momento giusto.
A me è successo con una frase di Carlo Rovelli. Stavo ascoltando l’audiolibro di “Sette brevi lezioni di fisica” e mi è rimasta impressa. È questa: “Ci sono capolavori assoluti che ci emozionano intensamente, il Requiem di Mozart, l’Odissea, la Cappella Sistina, Re Lear… Coglierne lo splendore può richiedere un percorso di apprendistato. Ma il premio è la pura bellezza. E non solo: anche l’aprirsi ai nostri occhi di uno sguardo nuovo sul mondo. La Relatività Generale, il gioiello di Albert Einstein, è uno di questi”.

Noi siamo abituati a pensare che la bellezza sia una cosa immediata. Che, se c’è, si dà e che, se non la percepiamo, è perché non c’è. Almeno non per noi. Quando guardiamo un quadro possiamo coglierne la bellezza e pensare che il quadro sia bello o che sia in linea con i nostri gusti, oppure possiamo non coglierla e pensare che sia brutto o che non sia fatto per noi. La stessa cosa può capitare con una poesia o con una persona. Pensiamo che, se una cosa è bella, si vede.
Non ci capita mai di pensare che la bellezza possa non darsi subito, possa essere nascosta, possa addirittura richiedere uno sforzo, da parte nostra, per essere trovata e capita – come se l’unica forma d’amore fosse l’amore a prima vista; come se l’amore che nasce dallo scoprirsi e dall’imparare ad apprezzarsi un po’ di più ogni singolo giorno, anche quando pensiamo che qualcosa non potrà mai piacerci, non esistesse.
E, invece, l’amore richiede un percorso di apprendistato. Che si tratti di una persona, di una poesia, di un quadro, esiste un tipo di bellezza che non si offre subito. Che richiede da noi sforzo e dedizione prima per conoscere, poi per capire, per creare un legame ed infine per innamorarci.

Oggi voglio parlarvi della poesia. Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con il genere e ce l’ho tuttora. Come tutti, ho iniziato a leggere con i romanzi e mi sono innamorato subito di questo mondo – altrimenti ora non sarei qua a scrivere di letteratura. Quella dei romanzi è una bellezza immediata, anche se non mancano eccezioni e anche se non si può mai parlare di bellezza e di letteratura con la stessa oggettività con cui si potrebbe parlare di fisica.
Poco dopo aver scoperto i romanzi, ho iniziato a scrivere. E, manco a dirlo, ho iniziato a scrivere narrativa. Ho scatole piene di idee e di tentativi di racconti falliti, ma resta la cosa che più amo fare.
Poi, ad un certo punto, è cambiato qualcosa. Quasi in contemporanea ho iniziato a sentirmi incuriosito dalla poesia, quasi attratto, e a scriverla. Il perché ho iniziato a scriverla è molto semplice: avevo bisogno di una forma espressiva più personale della narrativa, in cui parlare di me come in un diario, e, allo stesso tempo, anche più breve, perché non avevo molto tempo da dedicare alla scrittura. Perché io abbia iniziato a sentirmi incuriosito dal leggere poesie, invece, non lo so neanche ancora adesso. Forse più o meno per lo stesso motivo, ovvero per cercare una forma in cui l’autore si esprimesse in modo più personale e diretto. Ma non saprei.
Fatto sta che la mia relazione con la poesia è stata a lungo (ed è tuttora) una storia d’amore e d’odio. Per un poeta che riusciva ad “arrivarmi” ce n’erano dieci che semplicemente “non mi dicevano nulla”. Ma quel singolo poeta che riusciva a risuonarmi dentro era capace di farmi provare emozioni così forti e di insegnarmi così tanto sulla vita e su me stesso da compensare tutti gli altri e far sì che la ricerca valesse la pena.

Mi sono sempre chiesto il perché di tutto questo. Perché io – come la maggior parte delle persone – ho sempre apprezzato molto più facilmente i romanzi delle poesie? Perché per un poeta che mi faceva battere il cuore ce n’erano dieci che mi annoivano a morte? Perché dei romanzi mi sono innamorato subito e della poesia, invece, solo lentamente?
La risposta è una sola. I romanzi hanno una bellezza immediata: contengono già al loro interno tutto quello che serve per capirli e per amarli. Non c’è bisogno di sapere qualcosa in più sulla vita dell’autore, sulla sua visione del mondo o sulla storia che sta dietro al libro che hai tra le mani per apprezzarlo. Certo, se conosci tutto questo avrai accesso a molta più bellezza, ma anche senza puoi tranquillamente goderti il tuo libro, emozionarti e capirlo.
Con la poesia, invece, no. Quella della poesia non è una bellezza immediata. E non lo è perché la poesia non è autosufficiente, non basta a se stessa. Per sua natura è un frammento – di un ricordo, di un emozione, di un pensiero – e lo spazio bianco che manca a riempire la riga ce lo ricorda. È incompleta. Serve molto di più per apprezzarla, per coglierne la bellezza.

Facciamo un esempio semplice, uno di quelli in cui quanto ho detto è meno vero. Ultimo frammento di Carver. Recita così:

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E che cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

La leggi e, molto probabilmente, ti piace. Per essere una poesia, ha una bellezza immediata. Poi scopri che Carver l’ha scritta a cinquant’anni, mentre era malato di cancro e sapeva che sarebbe morto nell’arco di pochi mesi. Scopri che è la sua ultima poesia e che è il bilancio della sua vita. Scopri che, per tutta la vita, aveva cercato l’amore, che aveva alle spalle un matrimonio fallito che gli aveva lasciato una ferita profonda e che solo alla fine aveva finalmente trovato quello che cercava. A questo punto la rileggi e ti sembra ancora più bella, come se fino a quel momento ti fossi limitato a sbirciare la bellezza che filtrava dalla serratura e adesso ti avessero spalancato le porte. E, se questo è vero per una poesia di Carver, scritta all’incirca trent’anni fa, è ancora più vero per una poesia di duecento, quattrocento, settecento anni.
In una poesia confluisce la vita di chi la scrive, insieme alla sua visione del mondo, al suo retroterra culturale e all’atmosfera che si respira nel suo tempo. A tutto questo, poi, si aggiunge la questione della lingua: se è scritta in una lingua diversa dalla nostra c’è il problema della comprensione o della traduzione; se è scritta nella nostra, può esserci quello del tempo, perché sappiamo benissimo che l’italiano di due secoli fa non è quello di oggi.
Se noi avessimo letto “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Leopardi senza un professore che ci introducesse alla sua bellezza e che ci spiegasse cosa ci sta dietro e con quali occhi leggerlo, ci avrebbe fatto lo stesso effetto? Vedere la bellezza in una poesia così non è immediato. Ci serve sapere, per esempio, che “facelle” significa luci e, in questo caso, stelle, se vogliamo leggerla senza fermarci ad aprire il vocabolario. Ci serve sapere qualcosa sulla vita di Leopardi, sulle esperienze che sono state importanti per lui, sulla sua visione del mondo e sulla persona che era. E più scopriamo, più dettagli disseminati nel testo siamo in grado di cogliere. Più bellezza ci viene svelata.

Tutto questo per arrivare a dire cosa? Che, secondo me, è vero che alcuni tipi di bellezza richiedono “un percorso di apprendistato”. Richiedono tempo, dedizione, fatica, impegno e studio. Sì, anche studio. Richiedono amore; richiedono cioè che con un atto di fede riponiamo il nostro amore in qualcosa di cui non siamo ancora in grado di cogliere la bellezza e ce ne innamoriamo prima di innamorarcene con la fiducia che, quando riusciremo a cogliere cosa si nasconde fra i versi, ne saremo ricompensati e scopriremo che la nostra fiducia non è stata mal riposta. Perché dico amore? Perché il tempo, la dedizione, la fatica e l’impegno di cui parlavo prima sono parte dell’amore. E perché credo che tutto questo possa essere vero anche per le persone.
Ne vale la pena: “Il premio è la pura bellezza”.


Se volete leggere “Sette brevi lezioni di fisica” di Rovelli, lo potete acquistare a questo link: Sette brevi lezioni di fisica. Le poesie di Carver, invece, qui: Orientarsi con le stelle. Tutte le poesie. Se lo farete, contribuirete al mio progetto e mi aiuterete a realizzare i miei sogni.

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