Diario di un viandante

La bellezza è negli occhi di chi legge

Author: Andrea Viglietti (page 1 of 4)

Andrea Viglietti – Continua a camminare

Ci siamo, il momento è arrivato: per la prima volta sto pubblicando un mio racconto qui sul blog. E, proprio perché si tratta della prima volta, mi sembra doveroso scrivere due righe d’introduzione che non ci saranno poi nei racconti futuri. Quindi: vi presento “Continua a camminare”, il mio primo racconto reso pubblico.

Colgo l’occasione per dire anche un’altra cosa: in un certo senso il racconto svolge una funzione introduttiva ad un progetto a cui ho lavorato con Simone Paccini nel corso di tutto il 2018 e che vedrà la luce a Gennaio 2019. Sono consapevole di essere stato assente dal blog negli ultimi mesi, ma spero che quando vedrete a cosa ho lavorato nel frattempo penserete che ne sia valsa la pena come lo penso io.

Buona lettura.


Anche quel giorno, quando uscì dal lavoro, allungò il percorso per tornare a casa con la scusa che aveva voglia di camminare. Ed era vero, sentiva sempre il bisogno di sgranchirsi le gambe dopo una giornata nell’edicola e lo rilassava camminare per le vie del centro di Torino.
Negli ultimi mesi lo faceva sempre più spesso. Molte volte era un modo per pensare. Preferiva stare da solo in quei momenti, quando quell’umore prendeva il sopravvento. Si chiudeva in se stesso una ventina di minuti e affrontava il problema. Intanto, camminando, si rilassava e quando aveva finito stava meglio. Reset: pronto a ripartire fino alla volta successiva.
Ma quel giorno era diverso. Stava bene e non vedeva l’ora di tornare a casa da Emma, di scoprire cosa gli avesse cucinato e di passare un po’ di tempo con lei. Di fare l’amore, magari. Le preoccupazioni sulla vita erano relegate in qualche zona marginale della sua testa dove si nascondevano quando non dava loro troppa attenzione. E, se avesse continuato così, sarebbero rimasti lì ancora per un po’.
Come tutte le volte che allungava il tragitto, si fermò davanti ad un piccolo negozietto che vendeva materiale per dipingere. In vetrina, tra le tele bianche e i piccoli manichini da scrivania, c’era anche un nuovo set di colori ad olio. Quando lo vide gli si illuminarono gli occhi. Ormai non si informava da qualche anno, ma era quello che avrebbe voluto quando studiava al liceo. Controllò se ci fosse il prezzo, ma non c’era.
Si chiese se non fosse stata tutta lì la risposta. Era insoddisfatto della sua vita, non aveva senso nasconderlo a se stesso. Non era colpa di Emma, lei era perfetta. Gli dava tutto quello di cui aveva bisogno. Ma sentiva che gli mancava ancora qualcosa. E sapeva di essere stupido a star male per quel poco che gli mancava anziché essere felice per tutto quello che aveva, ma sapeva anche che gli esseri umani sono fatti così e che sarebbe stato ancora più stupido cercare di andare contro ad un meccanismo psicologico tanto naturale.
“Basta pensarci, Emma non c’entra”, si disse. “Il fatto è che non stai bene e che non sai che cos’è che vuoi. Di che cosa hai bisogno per stare finalmente bene? Vuoi tornare a dipingere?”
Poi capì che se avesse continuato così avrebbe tirato fuori i pensieri dalla cantina della sua testa, rovinandosi la serata. Perciò scrollò il capo e cercò di sgombrare la mente. Intanto si avviò verso casa.

Quando arrivò trovò Emma che stava cucinando. Vivevano insieme già da tre anni, ma ancora non si era abituato. Vederla che si girava a guardarlo nella luce del sole che filtrava dalla finestra, con i capelli biondi legati in uno chignon un po’ spettinato e con addosso una sua felpa, quella blu che gli rubava sempre, era una sensazione calda. Senza accorgersene sorrise come un’idiota e lei dovette notarlo perché ricambiò il sorriso e gli chiese: -Che c’è?
-Niente, pensavo che sei bella. – in realtà aveva pensato a quanto si sentisse fortunato ad averla, ma aveva deciso di non dirlo.
-Ma dai, sono inguardabile. Guarda come ho i capelli – disse lei, cercando di nascondere che il complimento le avesse fatto piacere.
-È vero, ma ogni tanto torno a stupirmi per cose che dovrebbero essere diventate normali.
Si tolse la giacca di jeans e la appese all’attaccapanni vicino alla porta.
-Be’, è bello che sia così.
Lui non rispose. Le si avvicinò da dietro, le scostò lentamente i ciuffi di capelli fuori posto e la baciò sul collo, abbracciandola. Emma lo accarezzò su un braccio e lui continuò.
-No no, adesso fermati però. Devo finire di cucinare.
-Ah sì? – chiese lui, con quella voce da finto seduttore che la faceva tanto ridere.
-Sì. Ho fame, sai?
Rinunciò, ma non a malincuore perché sapeva che per fare l’amore avrebbero avuto tempo dopo. Però continuò ad abbracciarla.
-Cosa mi stai cucinando di buono?
-Sto facendo un esperimento. Anzi, non guardare. È una sorpresa.
Gli coprì gli occhi con una mano.
-Ah, non posso guardare? – chiese, giocando.
-No, non puoi. – rispose lei, stando al gioco. Poi lo baciò.
-Va bene, va bene. Preparo un film per la cena.
-Ecco bravo.
Adorava la loro “casetta”, come la chiamava Emma. Era un bilocale in Corso Vittorio Emanuele II. C’era solo un soggiorno-cucina e la camera da letto, oltre al bagno, ma era più che sufficiente. Le dimensioni non erano un problema, anzi lo rendevano più accogliente, come un piccolo universo tutto loro. Ma la cosa che preferiva era il carattere: ogni pezzo d’arredamento aveva una storia e uno stile, come l’attaccapanni ricoperto di pagine di libri a decupage che avevano costruito loro un’estate, il divano largo in stile etnico e quella statua del Buddha di legno a cui avevano messo dei libri fra le gambe incrociate.
Lo avevano arredato come volevano. La mobilia era costata buona parte dei risparmi, ma ne era valsa la pena perché era il loro mondo. Nella stanza principale c’era un mobiletto basso contro la parete con sopra una grande smart-tv che si vedeva bene sia dalla tavola sia dal divano. Più in alto c’era una serie di mensole con i libri e i dischi e, vicino, una grande cartina del mondo su cui avevano segnato tutti i posti dove erano stati. Tom prese l’Hard Disk esterno dalla scrivania e lo collegò dietro al televisore. Poi lo accese. Con il telecomando passò in rassegna l’elenco dei file.
-Qualche preferenza?
-Mah, no.. Cosa c’è di nuovo?
-Niente di speciale. Un paio di thriller che so che ti piacciono, ma sono nella media e non ho molta voglia… Fight Club?
-No, dai… Non ho voglia di botte e sangue.
-Ma non è solo botte e sangue. Federico continua a insistere per farmelo guardare. Dice che è uno dei suoi film preferiti.
-Bah, non lo so…
-Guardiamo il trailer?
-No dai, dopo che adesso sto cucinando. Tu vuoi vederlo?
-Più che altro sono curioso. Facciamo così: lo iniziamo e se nella prima mezz’ora non ci prende metto quello che volevi vedere l’altra sera. Come si chiamava? Identità Violate?
-Va bene dai. Tanto sapevo già che prima o poi avrei dovuto vederlo.
-Comunque non so quanto lo seguiremo.
Emma si voltò a guardarlo. Lui le fece di nuovo lo sguardo del seduttore e lei, prevedibilmente, si mise a ridere. Poi scrollò il capo e disse -Che scemo che sei.

Aveva cucinato degli involtini di pollo con ripieno di pancetta e formaggio sfumati al vino bianco e patate al forno. Posò pentola e teglia sulla tovaglia viola, quella con i fronzoli in stile mediorientale. Poi riempì i piatti e iniziarono a mangiare. Tom premette play sul telecomando.
Si accorsero presto di aver scelto un film che dovevano seguire se volevano capire, così ridussero al minimo le parole. Dopo aver finito di cenare si spostarono sul divano.
-Capolavoro. Capolavoro. Assolutamente un capolavoro. – commentò Emma quando finì.
-“Questa è la tua vita e sta finendo un minuto alla volta”. È geniale. Geniale.
-E “Tu non sei il tuo lavoro” e tutto il resto del monologo?
-Si, infatti. Che figata, lo riguarderei da capo.
-Incredibile. Fede ha fatto bene ad insistere.
-Di solito su queste cose non sbaglia. Ma… Tu lo avevi capito? – chiese Tom.
-Intendi di lui e Tyler?
Tom annuì.
-Mah, ti dirò, in realtà qualcosina lo avevo immaginato- le arrivò addosso un cuscino.
-No, no, no. Non ci credo. Non puoi aver indovinato anche questo- incalzò lui, ridendo, mentre la colpiva con l’altro cuscino. Emma rideva e si prendeva i colpi.
Dio, quanto amava vederla ridere. Ad un certo punto iniziò a farle il solletico.
-No, basta basta!- diceva lei, ma non riusciva a smettere di ridere.
Rise così tanto da finire coricata sul divano, con le gambe e le braccia rannicchiate per proteggere la pancia. Lui ne approfittò, le salì sopra e si fermò. Emma aprì gli occhi e rimasero a guardarsi, tra la luce della luna che entrava dalla finestra e quella dello schermo della televisione in pausa sui titoli di coda.
In momenti come quelli era felice di aver comprato un divano largo su cui era comodo fare l’amore.

A metà si erano spostati in camera da letto. Emma si era addormentata nuda, quasi subito dopo che avevano finito. Adesso era coricata su un fianco con le coperte in disordine intorno alle gambe. Le persiane erano ancora aperte ed entrava la luce della luna.
Tom la teneva per mano. Si mise a sedere sul materasso facendo forza con un braccio solo perché non voleva lasciarle le dita, poi le scostò i capelli dal viso. Sembrava così serena e gli piaceva pensare che fosse anche per merito suo. Lei era di gran lunga la cosa migliore che gli fosse capitata.
I suoi lineamenti sembravano ancora più belli nella luce della luna. Quel nasino. La sua pelle liscia. Le sue labbra sottili. E il suo corpo, il corpo nudo di Emma sembrava un capolavoro. Le guardò i seni, poi scese con gli occhi lungo la pancia e arrivò ai fianchi e alla coscia che restavano scoperti dal lenzuolo. Le accarezzò delicatamente una gamba, ma non volle scoprirla di più. Quel momento era perfetto così, come un quadro.
Dopo qualche minuto si alzò e uscì dalla camera. Sapeva che non si sarebbe addormentato facilmente, così andò in cucina e si versò un bicchiere d’acqua. Bevve, poi andò a sedersi sul divano facendo attenzione a non fare rumore.
Prese lo smartphone e aprì instagram. Quando Emma aveva voluto installarglielo, inizialmente era stato restio, ma alla fine aveva ceduto e da quel momento era diventato dipendente. La sua pagina delle ricerche era piena di dipinti, disegni, foto artistiche e belle ragazze in bikini. Iniziò a scorrere.
Negli ultimi tempi guardava quelle immagini sempre più spesso. Non riusciva a decidere se riprendere a dipingere o no. Da un lato sapeva che dedicarsi a qualcosa di suo gli avrebbe fatto bene, poteva essere un modo per dare un senso alla sua vita. In fin dei conti anche Emma aveva il suo blog, non poteva vivere di solo lavoro. Dall’altro però gli sembrava così inutile disegnare. Se avesse continuato a studiare legge forse avrebbe potuto fare qualcosa di più concreto. “E nel dubbio vendi giornali”.
Decise di non pensarci, ma ormai si sentiva già mancare l’aria. Bloccò il telefono, lo gettò sul divano e andò in bagno. Si lavò la faccia con l’acqua fredda.
“Guardati.” si disse. “Ventitré anni e dove sta andando la tua vita? È bloccata esattamente nello stesso punto da quando hai mollato l’università.”
“Ti eri fatto delle promesse. Il lavoro all’edicola era solo per mantenerti. Nel tempo libero avresti fatto altro: avresti continuato a studiare da solo, ti saresti dedicato a qualcosa di tuo.”
Inspirò profondamente. “E invece guardati adesso. Sono passati tre anni e sei ancora lì, nello stesso posto e nella stessa situazione. Con lo stesso lavoro che doveva essere solo un impiego temporaneo e senza aver fatto nulla di quello che ti eri ripromesso. Niente”.
Si passò le mani sulla faccia e decise che avrebbe fumato. Lui e Emma tenevano un pacchetto di Marlboro in casa per quelle rare volte che avevano voglia di una sigaretta. Lo tenevano nascosto dentro il cofanetto dell’edizione limitata dei migliori brani dei Guns N’ Roses come dei quattordicenni che cercano di nasconderlo dai genitori perché, non fumando abitualmente, non volevano dare spiegazioni ai loro amici se lo avessero trovato in casa. Tom lo prese, si infilò i jeans che erano rimasti sul divano e uscì sul terrazzo.
Sentire l’aria fresca sul viso gli fece piacere. Era così leggera in confronto a quella in casa. Poi appoggiò gli avambracci sulla ringhiera e aprì il pacchetto. L’accendino era dentro. Prese una sigaretta, la mise in bocca e la accese. Fece il primo tiro senza buttare giù il fumo per abituarsi gradualmente. Poi espirò.
Alzò la testa e vide la luna. Rimase qualche secondo a guardarla respirando l’aria fresca, ma non sapeva cosa dirle e tornò a fumare. Si fece durare la sigaretta il più che poteva perché voleva godersi il momento e non aveva voglia di tornare dentro.
Dopo qualche minuto sentì dei rumori. Si voltò verso casa e vide Emma in pigiama che si sfregava gli occhi sulla soglia della finestra. -Ehi – gli disse.
Tom pensò di spegnere la sigaretta, ma capì subito che non avrebbe avuto senso perché ormai lo aveva visto. Aveva il cuore che gli martellava nel petto. “Calmati”, si disse, “non stai facendo niente di male e non hai niente da nascondere”.
-Stai bene? – gli chiese Emma. Poi uscì sul terrazzò anche lei e lo abbracciò. Il suo corpo era ancora caldo per il sesso e per il sonno e lui fu contento di abbracciarla.
Poi lei si staccò e andò ad appoggiarsi alla ringhiera vicino a lui. -Allora? C’è qualcosa che non va?
Lui fece cenno di sì col capo e le allungò il pacchetto. Emma prese una sigaretta, la portò alla bocca e allungò una mano per l’accendino. Tom glie lo passò, poi tornò a guardare nel vuoto mentre lei accendeva.
Voleva parlarle, ma non sapeva da dove cominciare. Fece un respiro profondo.
-Hai qualche problema con me? – chiese Emma. Iniziava a preoccuparsi.
-No, no. Tu sei fantastica. Non so nemmeno io cosa mi succede. – fece una pausa, poi riprese – Il problema di fondo è che mi sento – fece una breve pausa per cercare la parola giusta – insoddisfatto. Ma non pensare di essere tu il problema, tu mi dai tantissimo e senza di te non so dove sarei.
Emma si voltò a guardarlo.
-Non so – continuò – è come se tu mi dessi il novanta percento di quello di cui ho bisogno e io non riuscissi a non pensare a quel dieci percento che mi manca per essere felice. Ma non pensare di essere tu il problema. Cioè, non sei tu che me lo devi dare, il novanta percento è già più di quanto si diano a vicenda due persone che si amano. Il dieci lo devo trovare da solo, ma non so cosa sia.
Emma ascoltò in silenzio. Le raccontò tutto quello che gli era passato per la testa in quel periodo. Del senso di inutilità della sua vita, del “tutto qui?” che non gli dava tregua. Dei dubbi sull’università, della pittura e perfino del negozio di materiali da dipingere. Lo fece senza guardarla in faccia perché aveva paura di vedere come reagiva. Si sentì anche un po’ stupido e temette che lei potesse scambiare i suoi problemi con il piangersi addosso di un ventenne immaturo. “Cosa che, per altro, forse sei”.
Invece Emma non disse niente del genere, si limitò ad accarezzargli la schiena con la sua mano calda. -Me ne ero accorta, sai? Che c’era qualcosa che non andava, intendo.
-Davvero?
-Sì, ti conosco – sorrise – perché non compri il set per dipingere e non fai un tentativo? Inizi e guardi se è quello di cui avevi bisogno.
-Non è così facile. – rispose, chiedendosi se non fosse, invece, esattamente così facile. -Devo prima capire se è quello che voglio e togliermi dalla testa le alternative, altrimenti rimarrò sempre col dubbio.
-Be’, l’università l’hai già provata e scartata. Ti conviene fidarti del te stesso di tre anni fa, se ha preso questa scelta avrà avuto delle ottime motivazioni. Evidentemente continuare gli studi non faceva per te. Per il resto, forse sei tu che complichi il problema pensando troppo. Domani andiamo a comprare le tele e i colori, okay?

***

Controllò che fosse nel cassetto. C’era. Richiuse.
Il fottuto giornalista sarebbe arrivato nell’arco di una ventina di minuti. Da come si vestiva, doveva essere una persona puntuale. Controllò la disposizione dei quadri: erano tutti e cinque posizionati su altrettanti treppiedi, allineati con una leggera curvatura nella zona più spaziosa dell’officina e coperti con un telo, come dovevano essere. Si limitò a spostarne uno un paio di centimetri più indietro perché sentiva che dovesse essere così. Non sopportava l’attesa, si versò del whisky.
Come aveva previsto, alle dieci e trenta qualcuno bussò. Finì quel che restava del secondo bicchiere in un sorso e aprì. Il giornalista era lì fuori, sorridente, nella sua fottuta polo pulita. Era poco più che un ragazzo. Gli fece cenno col capo di entrare.
-E così è qui che vivi? – chiese, muovendo i primi passi dentro. Aspettò una risposta per qualche secondo, poi, quando capì che non sarebbe arrivata, aggiunse – Ha un suo perché. Nel senso, è un posto che ci vedo per un artista.
“Devi rispondere” si impose Tom “è questo lo scopo dell’intervista. Tieni a mentre perché lo fai”. Poi disse – È funzionale.
-Funzionale?
-Non ci sono distrazioni.
Il giornalista annuì. -È una questione di distrazioni, quindi. È per questo che l’artista emergente più promettente di Torino si ritira in campagna in un paese sperduto del basso Piemonte?
-Sì, è anche –
-Aspetta – lo interruppe il giornalista. -Ti dispiace se accendo il registratore?
Si prese un momento per non insultarlo, poi disse -Sì, mi dispiace. Preferirei se prima parlassimo un po’ senza. Io non ti conosco, tu non mi conosci. Ho bisogno che si crei l’atmosfera giusta per parlare del mio lavoro.
Il giornalista tradì un accenno di sorpresa. -Va bene. Allora scusami se ti ho interrotto. Dicevi? È anche per questo?
-Sì, è anche per questo.
-Se è “anche” per questo, devo supporre che sia “anche” per qualcos’altro.
-Infatti.
-Non hai voglia di parlarne?
-Francamente non avrei voglia di parlare di un cazzo di niente. – Raggiunse l’armadietto dei liquori e si versò il terzo bicchiere. -Ne vuoi un po’? – chiese.
-A quest’ora? No, grazie. Anzi sì, può aiutare.
“Ecco, inizi a capire” pensò mentre gli prendeva un bicchiere. Nonostante l’aspetto da damerino, il ragazzino bevve senza difficoltà.
“Ricordati perché devi farlo” si ripeté. Poi fece un respiro profondo e riprese a parlare -Sì, è anche per evitare le distrazioni. In più era comodo, l’officina era dei miei nonni e non la usa più nessuno da diversi anni. Venendo qui non avrei dovuto pagare l’affitto e avrei avuto tutto lo spazio e le cose di cui avevo bisogno. – tacque.
-Ho capito.
-No, non hai capito. Non hai capito perché non ti ho spiegato tutto e non hai capito perché anche se ti avessi spiegato tutto nessuno può arrivare davvero ad immedesimarsi nei panni di un’altra persona. Non potrai mai… ma che cazzo lo dico a fare? C’entra anche mia moglie.
-Tua moglie?
-Sì.
-Cioè?
-Mia moglie, la mia cazzo di moglie. Lo sai cos’è una moglie?
Il giornalista doveva sapere che era importante non perdere la calma, perché rimase rilassato. -Certo che so cos’è una moglie. Volevo dire, cos’è successo?
-Niente. Non è successo niente. Sono io che avevo bisogno di allontanarmi, di prendermi il mio tempo per affrontare una cosa.
-Sei sicuro che non vuoi che accenda il registratore?
-Se c’è una cosa di cui sono sicuro è che non voglio che tu accenda quel tuo cazzo di registratore mentre parlo di mia moglie. Garantito. Quando parlerò del resto, sì. Se parlo di lei, no. Anzi, lasciamola perdere. Concentriamoci sul mio lavoro.
Il giornalista guardò i quadri coperti. -Lei non ha niente a che fare con tutto questo?
Fece cenno di no col capo. -Tutto questo è solo fra me e il mio stomaco. Lei non c’entra. E non sarebbe stato giusto che c’entrasse.
-Quindi te ne sei andato per questo?
Ignorò la domanda e si avvicinò al primo quadro. -Accendi il registratore. Cominciamo.
-Sì, certo. – ebbe difficoltà a tirar fuori il registratore dalla tasca posteriore dei suoi fottuti pantaloni a quadri da damerino, ma alla fine ci riuscì. Lo accese e lo posò sul tavolo di ferro, nell’angolo più vicino ai quadri. Poi aprì il quaderno che aveva in mano ed estrasse una penna dall’elastico che la teneva. Scarabocchio qualche cazzata e disse che potevano cominciare.
-Allora, Signor Gregorelli, dopo il successo del suo ultimo progetto, lei si è isolato completamente dal panorama artistico nazionale. Non ha più rilasciato comunicati né interviste, ha chiuso le sue pagine sui social network e ha tagliato i rapporti con –
-Lasciamo perdere ‘ste cazzate, per favore. Non darmi del lei e non fare tutto ‘sto giro di parole. Va bene che devi fare esperienza, ma certe cose non le sopporto. Ti dico come faremo: prima parlo io, ti spiego quello a cui sto lavorando. Poi mi fai le domande, precise e pulite. Se no, non si fa. D’accordo?
Era un ragazzo giovane, se voleva fare carriera non poteva assolutamente perdersi un’occasione come quella. Per questo gli aveva permesso di intervistarlo, perché sapeva che avrebbe accettato di fare tutto a modo suo. E infatti fu d’accordo.
-Bene. Conosci Jung? È stato uno dei padri della psicanalisi, prima al fianco di quel coglione di Freud e poi per conto suo, quando ha capito che era un coglione. Jung aveva questa idea: che le regioni più profonde della nostra mente comunichino con noi attraverso delle immagini che sono declinazioni diverse degli stessi archetipi di base. E che questi archetipi di base sono uguali in tutto il mondo, per tutti gli esseri umani, per il semplice fatto che sono umani. Mi segui? – I bicchieri erano serviti. Le parole venivano fuori.
-Credo di sì.
Camminò verso l’angolo dell’officina dove aveva buttato per terra un materasso e qualche coperta. Lì vicino c’erano i suoi libri. Ne prese uno con gli angoli tutti stropicciati e le pagine ingiallite. “Introduzione a Jung”. Poi tornò dai quadri e lo lanciò al giornalista. -Tieni. Leggilo.
-Adesso?
-Non adesso, cretino. Te lo porti a casa.
-Davvero? La ringrazio.
-Ma va a fare in culo. Allora, Jung aveva questa idea. Ed era vera. Poi molti studiosi hanno portato avanti le sue ricerche. Tra questi c’era Joseph Campbell. E se non conosci Jung, figurati se conosci lui. Però non ho voglia di andarti a prendere un altro libro, questo te lo compri. Si chiama “L’eroe dai mille volti”, segnatelo sul tuo taccuino del cazzo.
Mentre il ragazzo scriveva, proseguì – Campbell studiava mitologia e religioni basandosi sulle idee di Jung. Andava a ricercare gli archetipi in tutti i miti e le religioni del mondo. E che cosa scopre? Scopre che tutte le narrazioni seguono uno stesso schema di fondo. “The hero’s journey”, l’ha chiamato. Ma che cazzo perdo tempo a spiegarti ‘ste cazzate? Ti compri il libro e te lo leggi prima di scrivere il tuo articolo. D’accordo?
Annuì.
-Bene, allora vengo al dunque. – fece un respiro profondo. “Ricordati perché lo fai, è necessario affinché il tuo lavoro venga capito. Ricordati perché lo fai.” -Proviamoci. Non sto attraversando un buon momento. La fortuna di essere un artista è che quando mangi merda puoi sempre trasformarla in qualcosa di buono, ma non cambia il fatto che merda stai mangiando e che mentre gli altri possono farlo distraendosi tu invece devi concentrarti sul sapore. Non mi è facile spiegarlo, vorrei che tu lo capissi, soprattutto se penso a quel tuo registratore del cazzo. Ma è necessario che io lo faccia, quindi tieni a mente anche che tutto questo quando viene messo a parole perde sempre qualcosa. Il fatto è che non sto bene e ho difficoltà a mettere a fuoco il perché. Non so bene chi sono e non so cosa voglio fare della mia vita se non dipingere. Non so quanto amo mia moglie e quanto voglio andare lontano con lei, ho paura di pentirmene a portare avanti ‘sta storia, però a lei tengo da morire. E non so più che cazzo provo per le cose, non c’è niente che mi faccia provare emozioni. Niente che mi faccia innamorare, a volte non so neanche se lo fa questa pittura del cazzo, ma ho bisogno di dipingere se no sarei messo peggio di così. Per cui ho dovuto iniziare a guardarmi dentro, capisci? A vedere cosa c’era, da dove arrivasse tutto questo, quale fosse l’origine del problema. Se c’è una cosa che mi ha aiutato fin qui è che sono una testa di cazzo e ho la forza di volontà che serve a mettere un piede davanti all’altro. Se continuo ad andare avanti, prima o poi troverò le risposte che cerco. È tutto qui il nocciolo della questione.
Ora, parlando di arte. Come Jung insegna, le zone più profonde della mia mente comunicano con me attraverso delle immagini, è chiaro? Ci sono delle immagini che vedo e rivedo sempre. – si bloccò. Doveva bere. Andò a versarsi un bicchiere, lo bevve in un sorso, poi se ne versò un altro e tornò dal giornalista portandolo con sé.
-La mia idea – riprese – è di raccontare quello che sto vivendo attraverso un percorso di immagini che sono esattamente le immagini che vedo, quelle simboliche che la mia testa mi manda. Mi segui?
Il ragazzo annuì. -In pratica prendi queste immagini che vedi e le dipingi.
-Esatto. Se lo faccio bene e se le dipingo tutte, dovrebbero creare un percorso che sarà come un diario del mio viaggio interiore. Chiaro?
-È chiaro. Mi piace. Per ora hai fatto questi sei?
-Cinque. La sesta tela è ancora bianca. Te ne farò vedere qualcuno per l’intervista, ma non tutti.
-Va bene.
Si vedeva che il fottuto ragazzo era incuriosito ma che voleva mantenere un minimo di professionalità. E lui iniziava a sentire che aveva già parlato troppo. Sentiva nello stomaco quella sensazione del cazzo che provava tutte le volte che diceva troppo tutto insieme e non poteva più rimangiarselo. Ma doveva andare avanti. “Cazzo, non pensarci”, si disse.
Si avvicinò alla terza tela e la scoprì.
-Cazzo. – disse il giornalista. Poi si coprì la bocca, probabilmente perché ricordò che il registratore era acceso.
-Che cosa vedi? Descrivila, così ce l’hai sul tuo coso.
-Non posso fare una foto?
-No. – la risposta fu lapidaria, il ragazzo non osò insistere.
-Allora – iniziò – c’è un ragazzo che si spalanca il costato con le mani e da dentro gli esce una sorta di, scusami, che cos’è?
-Cosa ti sembra?
-Non lo so, sembra viscido e violaceo. Ma non si capisce se è un uomo o qualcos’altro.
-Esatto. È quello il punto. È una placenta, ma cosa ci sia dentro non è chiaro neanche a me. – guardò il quadro attorcigliandosi i capelli intorno alle dita sopra la testa. -È una metamorfosi, un cambiamento. Anzi no, neanche di questo sono sicuro, potrebbe essere anche uno sdoppiamento. Quello di cui sono certo è che è una sorta di parto. Ma non so se il nuovo prende il posto del vecchio o se convivono e non credo che il nuovo sia qualcosa di buono. Capisci?
-Credo di sì.
-Non sono uno scrittore, dipingo. Non dovrei neanche spiegarli, i miei lavori. Fanculo, lasciamo perdere e andiamo avanti. Cos’altro vedi?
-B-be’, il ragazzo è nudo e pallido
-Sì, e poi? Intorno?
-È tutto nero.
-Sì, è tutto nero. I colori e le luci non sono messi a caso. E com’è dipinto? Intendo il tratto.
Il giornalista si avvicinò e osservò la tela col naso a pochi centimetri. -La superficie è tutta ruvida. Sembra increspata. Cioè, i colori lasciano dei solchi solidi, quasi tridimensionali.
-Chissà perché cazzo mandano un incompetente ad intervistarmi.
-Veramente – provò a replicare il ragazzo.
-Lasciamo perdere il tratto e andiamo avanti. – lo interruppe Tom. Scoprì la tela successiva, la quarta – qui cosa vedi?
-C’è un uomo, incappucciato, di schiena, con un mantello scuro e lungo. Ma è tutto dipinto sfocato, come se ci fosse la nebbia. E sta guardando una collina, insomma un rialzamento, con sopra un castello nero. Ed è notte, è buio, come in quello di prima.
-Esatto. Di nuovo, non sto a spiegarti il tratto, quello lo capirà uno più esperto. Parliamo dell’immagine. È un viandante, forse la prima immagine che mi sia apparsa.
-Cosa vuol dire “lo capirà uno più esperto”? Ha in programma altre interviste?
-Concentrati sul lavoro.
-Sì, mi scusi. Un viandante hai detto?
-Sì, un viandante, un viandante. È l’archetipo di chi intraprende un viaggio dentro se stesso per trovarsi. Ma questo l’ho scoperto dopo averlo dipinto. Capisci perché tutto questo è più grande di me?
-Sì, credo di sì.
Non ne aveva più voglia, decise di accelerare. Aveva già detto troppo a quel cazzo di giornalista e la sensazione nello stomaco peggiorava ad ogni parola. Forse sarebbe stato meglio non farlo venire. Scoprì la quinta tela. “Sbrigati prima di iniziare a pensare troppo”. -Qui cosa vedi?
-C’è un mostro? Un demone. Sembra una sorta di Minotauro. Cioè, è grosso e peloso come un orso ma ha delle corna da toro o qualcosa del genere. E sta ruggendo verso il cielo, mentre muove – si corresse – dimena le braccia. – si prese un istante per scegliere le parole -Sembra in preda ad un delirio.
-Più o meno ci sei. Questa è la rappresentazione di quello che devo affrontare. Ultima tavola e poi te ne vai – “Che inizio già a sentirmi ridicolo.” aggiunse fra sé. “Fanculo. Avrei dovuto smettere di dipingere, ignorare quello che avevo dentro e restare con Emma. Fanculo.”
Scoprì la sesta tavola. -È bianca – constatò il giornalista.
-Te lo avevo detto, no? Che la sesta era bianca.
-Sì, ma – esitò – Perché me la fai vedere allora?
-È la più importante. La numero sei è il momento cruciale, il punto di svolta. Morte e rinascita. Tocchi il fondo e ricominci a salire. Oppure muori davvero, resti schiacciato. Qui ti giochi tutto.
-Sai già cosa dipingerai?
Si accorse di avere la fronte sudata. Si asciugò col dorso della mano. Poi andò vicino al tavolo e si resse con le mani. Non ce la faceva più, si sarebbe sparato in quello stesso istante piuttosto che dire un’altra parola.
-Ti senti bene?
Gli fece un cenno spazientito con la mano per zittirlo. “Ci sei quasi, attieniti a quanto hai deciso. Tra poco sarà finito” si disse, poi rispose -Lascia stare. Se sapessi cosa dipingere lo avrei già dipinto. No, non lo so. Devo fare dei passi avanti, prima. Ma un giorno o l’altro, se non ne ho più voglia, ci appoggio la testa sopra, mi infilo una pistola tra i denti – mimò il gesto – sparo e lo dipingo col sangue.
Il ragazzo lo guardò senza sapere cosa dire. Tom si avvicinò, gli diede uno schiaffetto sulla guancia e disse -Adesso basta, te ne vai. Ho parlato davvero troppo.
-Aspetta, volevo chiederti – provò a obiettare il ragazzo, mentre lui si allontanava.
-No, non mi chiedi proprio un cazzo. Ho parlato troppo e mi sento già abbastanza ridicolo. Sapevo di non doverlo fare, cazzo. Senti, vattene prima che cambi idea e ti spacchi il registratore.
-Ma –
-Sparisci, cazzo. Vuoi sparire o no? – gridò.
Il giornalista rimase impalato un istante, con gli occhi spalancati. Poi sbatté due volte le palpebre, raccolse velocemente registratore e quaderno e se ne andò di fretta senza dire una parola.
Tom non aveva ancora sentito il suono metallico della porta di ferro che sbatteva che aveva già aperto il cassetto. Aveva detto troppo a quel fottuto giornalista di merda. Tirò fuori la pistola. Non aveva mai capito niente di quella roba, suo nonno aveva provato a spiegargli che modello fosse eccetera, ma a lui non importava. Per lui era nera, pesante, fredda e carica. E bastava. “Quanto sarà già lontano quel fottuto giornalista di merda?” Erano passati pochi secondo e se ne stava andando con il suo registratore del cazzo e con tutte le sue parole. Tolse la sicura, poi tirò indietro la parte superiore finché non sentì un clic. A quel punto la fece scattare subito in avanti. “Veloce, non ne ho più voglia”.
Andò a sedersi a gambe incrociate davanti alla tela bianca, appoggiò la nuca alla tela, si infilò la canna in bocca e sparò.


Il presente racconto è una creazione originale di Andrea Viglietti. Tutti i diritti appartengono all’autore.

Itaca – Costantino Kavafis

Se ti metti in viaggio per Itaca
augurati che sia lunga la via,
piena di conoscenze e d’avventure.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi
o Posidone incollerito:
nulla di questo troverai per via
se tieni alto il pensiero, se un’emozione
eletta ti tocca l’anima e il corpo.
Non incontrerai Lestrigoni e Ciclopi,
e neppure il feroce Posidone,
se non li porti dentro, in cuore,
se non è il cuore a alzarteli davanti.

Augurati che sia lunga la via.
Che sian molte le mattine estive
in cui felice e con soddisfazione
entri in porti mai visti prima;
fa’ scalo negli empori dei Fenici
e acquista belle mercanzie,
coralli e madreperle, ebani e ambre,
e ogni sorta d’aromi voluttuosi,
quanti più aromi voluttuosi puoi;
e va’ in molte città d’Egitto,
a imparare, imparare dai sapienti.

Tienila sempre in mente, Itaca.
La tua meta è approdare là.
Ma non far fretta al tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni;
e che ormai vecchio attracchi all’isola,
ricco di ciò che guadagnasti per la via,
senza aspettarti da Itaca ricchezze.

Itaca ti ha donato il bel viaggio.
Non saresti partito senza lei.
Nulla di più ha da darti.

E se la trovi povera, Itaca non ti ha illuso.
Sei diventato così esperto e saggio,
e avrai capito che vuol dire Itaca.

(Testo tratto dall’edizione italiana Einaudi che potete trovare qui)


Per chi non lo conoscesse, Costantino Kavafis è stato uno dei più grandi poeti greci del Novecento. In realtà, la sua fama di poeta ha camminato lungo strade tortuose: Kavafis ha vissuto isolato per gran parte della sua vita e ha fatto circolare le sue poesie quasi sempre solo fra gli amici più intimi; ha avuto anche numerosi detrattori, in particolare i poeti greci del tempo, chiusi alla novità dei suoi versi. Ma, dopo la morte, il suo valore è stato finalmente riconosciuto e le sue poesie hanno iniziato a circolare in tutto il mondo. Itaca è di gran lunga il suo componimento più famoso.

In molti dei suoi lavori, Kavafis riprende personaggi, vicende e immagini dal mondo classico – in questo caso, il viaggio di Ulisse per tornare ad Itaca narrato nell’Odissea – e li reinterpreta con gli occhi di un uomo del Novecento. Questo processo di reinterpretazione può avvenire in diversi modi: nella maggior parte dei casi, il poeta immaginava nelle gesta dei grandi nomi della classicità sentimenti nuovi, privati, taciuti dalla tradizione ufficiale della storia e del mito ed incentra su di essi le sue poesie. Ovviamente la reinterpretazione ha anche un valore di attualizzazione: questi sentimenti, infatti, sono spesso quelli dell’uomo contemporaneo che può così rispecchiarsi nei testi.

In Itaca, però, l’operazione che compie è un’altra: il viaggio di Ulisse diventa metafora di un significato esistenziale. Non è un sentimento, quindi, né un’emozione, ma un’idea a venire veicolata attraverso le immagini della classicità.
E di quale idea, di quale significato si tratta? Kavafis è ben conscio che ogni uomo, se vuole dare un senso alla sua vita, deve dare ad essa uno scopo: Itaca, la meta del viaggio, metafora del sogno da realizzare. Ma a questa verità aggiunge qualcosa: che ad essere importante non è tanto la meta, quanto il viaggio – la vita.
Ogni uomo, come Ulisse, intraprende un viaggio per raggiungere la sua meta, la sua Itaca. Kavafis ci invita a non avere fretta di arrivare a destinazione e a far durare il viaggio il più possibile, vivendo fino in fondo ogni esperienza che questo può regalarci. E ci dice anche quali sono queste esperienze: “le mattine estive / in cui […] / entri in porti mai visti prima”, cioè le nuove avventure; gli “aromi voluttuosi”, i piaceri; e “imparare dai sapienti”, la conoscenza.
Perché? Perché la nostra vita è il viaggio e non la destinazione; perché è durante il viaggio che possiamo e dobbiamo vivere e non quando saremo arrivati; perché Itaca, tutto questo, potrebbe non offrircelo e se noi non cogliamo l’occasione di arricchirci di esperienze adesso, rischiamo di non avere più la possibilità di farlo. Itaca, la nostra meta, potrebbe non avere “nulla di più […] da dar[ci]”: la sua ricchezza è il viaggio stesso che ci ha donato, dal momento che senza di lei non saremmo partiti. Fuor di metafora: il più grande valore dei nostri sogni è quello di innescare il movimento e il viaggio che affronteremo per realizzarli, e non quello che ci offriranno una volta realizzati.

E voi, cosa ne pensate? Conoscevate questa poesia? Come ogni capolavoro, anche Itaca si presta a tante interpretazioni diverse quanti sono i lettori: io vi ho raccontato la mia, voi come la interpretate?


Se volete leggere la raccolta di poesie di Costantino Kavafis che include anche Itaca, potete trovarla qui. Vi ricordo che acquistando attraverso i link del blog, il prezzo per voi non cambia ma una piccola percentuale della vostra spesa mi sarà riconosciuta. Starete quindi contribuendo ai miei progetti e di questo vi ringrazio.

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Rayuela: pensare o vivere?

-Tu non potresti, – disse. – Pensi troppo prima di fare una cosa.
-Parto dal principio che la riflessione preceda l’azione, stupidina.
-Parti dal principio, – disse la Maga. – Che complicato. Sei come un testimone, sei quello che va al museo e guarda i quadri. Voglio dire che i quadri sono là e tu sei nel museo, vicino e lontano nello stesso tempo. Io sono un quadro, Rocamadour è un quadro. Etienne è un quadro, questa stanza è un quadro. Tu credi di trovarti in questa stanza, ma non ci sei. Tu stai guardando la stanza, non sei nella stanza.


Ebbene sì, anche questa settimana si parla di Rayuela di Julio Cortazar – ho deciso che ve lo farò leggere. Se ne parla, però, in una rubrica diversa e, quindi, anche in un modo diverso: oggi prendiamo un brano e ci ragioniamo intorno per vedere che cosa ci può dire su noi stessi e sulla vita. Ovviamente, se voglio fare questo giochino del prendo-un-testo-e-ci-costruisco-un-ragionamento, servirà un minimo di introduzione! Perciò vi invito a leggere l’articolo che ho scritto su Rayuela la scorsa settimana, lo trovate qui e vi porterà via appena cinque minuti.
Comunque sia, ripeterò anche qui le informazioni minime che servono per avere un contesto. Quindi…

Here we are, quello che abbiamo appena letto è un brano tratto dal romanzo Rayuela di Julio Cortazar (in particolare dall’edizione Super Et di Einaudi, che potete trovare qui). Ci sono due personaggi che parlano: il protagonista, Horacio Oliveira, e la sua fidanzata (?), che nel romanzo viene chiamata “la Maga”. E, sì, ho messo volontariamente un punto di domanda dopo la parola “fidanzata” perché la loro relazione esula almeno in parte dai canoni delle relazioni convenzionali. Ma, ehi, non siamo qui per parlare di questo!
Horacio e la Maga sono due personaggi molto diversi. La Maga è una persona semplice: vive, senza pensare troppo – “di pancia”, come si suol dire. Horacio, invece, è l’esatto opposto: è un ragionatore, pensa tanto – a volte troppo – così tanto che finisce per non essere mai del tutto presente a se stesso.“Parto dal principio che la riflessione preceda l’azione”, dice – anche se nel suo caso, come in quello di Amleto, la riflessione spesso finisce per inibirla, l’azione.
Se la Maga è immersa nel suo qui-ed-ora, nella sua esperienza del mondo (ed è questo che intende dicendo di essere un quadro), Horacio invece guarda il mondo da fuori: il suo pensiero lo estrania, lo separa dalla sua esperienza del mondo, che procede senza di lui, trascinandolo in un interstizio dentro la sua testa da cui non può fare altro che osservare e riflettere, ma non vivere. Questo lo rende, citando la Maga, “come un testimone […] che va al museo e guarda i quadri”, o come uno spettatore che osserva un film – la metafora non importa, quello che importa è che non è mai del tutto presente a se stesso. Ed è anche a questo che l’autore, Cortazar, si riferiva nel saggio “sul sentimento di non esserci del tutto”.

Perché ho deciso di parlarvene? Perché penso che nella categoria degli appassionati di libri in cui noi rientriamo ci sia una buona percentuale di persone che ha provato almeno una volta quello che prova Horacio.
Il rapporto tra pensiero e vita è una tematica che mi è molto cara. L’eccesso di pensiero diventa come una malattia che impedisce di vivere. Si finisce per guardare le “persone normali” come Horacio guarda la Maga: con superiorità, perché ci si sente superiori ad avere una profondità di pensiero maggiore degli altri (o, perlomeno, a credere di averla), e, allo stesso tempo, con invidia, perché si vorrebbe riuscire a vivere davvero, come fanno loro.
Horacio capisce tutto questo e si spinge ancora oltre. Si accorge che la Maga, semplicemente vivendo, è arrivata a cogliere in modo del tutto pratico e implicito una qualche verità importantissima sulla vita che a lui continua a sfuggire. È a questo che si riferisce quando scrive: “Ci sono fiumi metafisici, lei vi nuota come quella rondine sta nuotando nell’aria, girando allucinata attorno al campanile, lasciandosi cadere per poi alzarsi più alta di slancio. Io descrivo e definisco e desidero quei fiumi, lei vi nuota. Io li cerco, li trovo, li guardo dal ponte, lei vi nuota. E non lo sa, proprio come la rondine”.

Ma qual è la soluzione migliore? Pensare e non vivere? Vivere e non pensare? In realtà, una scelta è possibile solo entro certi margini: alcuni di noi sono più predisposti al pensiero e altri all’azione per una questione di indole personale. Ed è importante conoscersi, capirsi e accettarsi per come si è.
Ma non per questo bisogna accettare le condizioni come necessarie e immutabili. Per quanto mi riguarda, penso che forse, ancora una volta, sia vero che in medio stat virtus: la virtù sta nel mezzo, nel giusto equilibrio fra i due estremi.
E voi, cosa ne pensate? Vi ritenete più simili a Horacio o alla Maga? Quale pensate sia la soluzione migliore per il problema – ammesso che lo viviate come tale?


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Julio Cortazar – Rayuela

Parlare di Rayuela non sarà facile, soprattutto qui sul blog dove mi ripropongo di scrivere articoli che siano leggibili in cinque minuti. Il libro è complicato e le cose da dire sono molte. Ma voglio fare ugualmente un tentativo, senza alcuna pretesa di completezza. Cominciamo.

Rayuela è un romanzo di Julio Cortazar (di cui ho già parlato qui), uno dei più grandi scrittori argentini del Novecento. E fin qui, siamo sul facile. Ora, la prima cosa che mi preme dirvi su Rayuela è questa: è stato definito un anti-romanzo. Perché?
Be’, i motivi in realtà sono molti. Ce ne sono due, però, che se non sono i più importanti sono quantomeno i più evidenti: il libro è diviso in tre sezioni, intitolate nell’ordine “Dall’altra parte”, “Da questa parte” e “Da altre parti”. Le prime due sono sezioni narrative, al loro interno si sviluppa la trama; la terza, invece, contiene una teoria del romanzo, frammentata negli appunti e nelle note dello scrittore immaginario Morelli. Una teoria del romanzo, sì, ma di quale romanzo? Di questo stesso.
Ok, ok – sento già i vostri pensieri che mi dicono di fermarmi e di spiegarmi meglio. Dunque, Cortazar immagina il personaggio di uno scrittore immaginario, chiamato Morelli, che sta progettando un romanzo che ha le stesse caratteristiche di Rayuela e include le riflessioni di questo scrittore circa il suo progetto nell’ultima sezione del libro. In questo modo, finisce per pubblicare contemporaneamente un romanzo (che già di per sé è innovativo, sperimentale e controcorrente per molti fattori) e insieme la teoria che sta dietro di esso, decostruendo e svelando gli artifici della sua stessa opera narrativa.
E questo era il primo motivo. Il secondo ha a che fare con quella “Tavola d’Orientamento” che troviamo tra le prime pagine se andiamo in una qualsiasi libreria, prendiamo una copia del libro e la apriamo. Che cos’è? È l’ordine dei capitoli consigliato dall’autore per leggere il libro! Cioè? Cioè Rayuela può essere letto in molti modi diversi, i principali dei quali sono due: leggendo i capitoli nell’ordine in cui sono stampati – e, i questo caso, ci si trova a leggere prima tutta la storia e poi alla fine la sezione di teoria del romanzo; oppure nell’ordine proposto dalla Tavola d’Orientamento, che consiglia ad esempio di iniziare con il capitolo 73 e solo dopo leggere l’1 e il 2, seguiti dal 116 e così via – e allora ci si trova a leggere la storia interrotta dalle riflessioni di Morelli sul romanzo stesso.

Bene, se siete arrivati a leggere fin qui e avete capito tutto, penso di poter dire che la parte più difficile del mio lavoro sia stata fatta. Ovviamente ho dovuto semplificare il discorso per restare nel format che ho scelto, ma va bene così: il resto lo scoprirete quando leggerete il romanzo, com’è giusto che sia!
Ora, che storia ci racconta Rayuela?
Il romanzo ha per protagonista Horacio Oliveira, un intellettuale argentino (che ha molto in comune col suo autore) migrato a Parigi, dove conduce una vita bohemien insieme ad un gruppo di altri intellettuali scapestrati. Horacio pensa molto più di quanto non viva ed è perennemente turbato da qualche riflessione filosofica, che sia esistenziale, metafisica o linguistica (i tre ambiti che più suscitano il suo interesse). È curioso che abbia una relazione con una donna, chiamata la Maga, che è l’esatto opposto di lui: una donna che, semplicemente, vive; e lo fa, come si dice a volte, “di pancia”, senza pensare troppo.
La prima sezione del romanzo, “Dall’altra parte”, si svolge a Parigi. Qui il nostro Horacio è alla ricerca di qualcosa – qualcosa che in realtà non sa nemmeno lui cosa sia – che a volte chiama “Kibbutz” (con un termine mutuato dalla tradizione ebraica), a volte “centro” e altre volte ancora con nomi diversi. Di che cosa si tratta? Be’, di fatto di una qualche verità metafisica su cui fondare la propria vita. Ed è importante? Certo: è la soluzione del problema esistenziale di Horacio, che sente di non poter andare avanti con la propria vita se prima non riesce a trovarla.
Senza farvi troppi spoiler, posso solo dirvi che la ricerca lo allontanerà dalla Maga fino al punto in cui, sì, da un lato troverà la verità che cerca (o quantomeno ci andrà vicino), ma, dall’altro, perderà lei. E questo ci porta alla seconda sezione della storia (“Da questa parte”), in cui Horacio tornerà in Argentina per cercarla. E mi fermo qui.

Che dire? Vi sarete accorti da soli che definirlo un libro “particolare” è dir poco. Rayuela è un capolavoro unico nel suo genere. Vi confesso: sul versante narrativo è debole, la trama è tenue e a tratti poco coinvolgente. I suoi punti di forza sono le riflessioni del protagonista, intelligenti, articolate e – cosa veramente rara – mosse da un punto di vista originale, insieme ad una precisa sensazione esistenziale che pervade tutto il romanzo e che viene trasmessa al lettore, ma che farei davvero fatica a descrivervi. Queste, insieme ovviamente alle riflessioni sul romanzo e sulla sua descostruzione.
In poche parole, se siete alla ricerca di un romanzo dalla trama coinvolgente che vi tenga incollati alle pagine, forse Rayuela non fa per voi. Se invece volete misurarvi con un classico della letteratura, un esperimento post-moderno capace allo stesso tempo di allargare la vostra idea del genere romanzo e di farvi guardare il mondo da un punto di vista nuovo, allora avete trovato il libro giusto.


Se volete leggere Rayuela di Cortazar, potete acquistarlo qui: Rayuela. Il gioco del mondo. Vi ricordo che, se acquistate attraverso questo link, una piccola percentuale della vostra spesa mi viene riconosciuta; state quindi contribuendo ai miei progetti e di questo vi ringrazio.

Il Mercante di Venezia e la Malinconia

Antonio

In verità non so perché sono così triste;
mi stanca e voi dite che vi stanca;
ma come l’abbia presa, dove l’ho trovata,
o me la sono procurata, di che sostanza è fatta,
da dove è nata devo capirlo;
e così ottuso mi rende la tristezza
che faccio fatica a conoscere me stesso.

[…]

Solanio

[…] Diciamo allora che sei triste
perché non sei allegro; e ti sarebbe altrettanto facile
ridere e saltare, e dire che sei allegro
perché non sei triste.

[…]

Graziano

Non hai un bell’aspetto, signor Antonio,
ti preoccupi troppo del mondo:
quelli che lo comprano con troppo affanno, lo perdono.
Credimi, sei straordinariamente cambiato.

Antonio

Io tengo il mondo per quello che è. Graziano,
un palcoscenico, dove ogni uomo deve recitare una parte,
e la mia è triste.

Testo tratto dall’edizione italiana Garzanti che potete trovare qui.


Questo bellissimo scambio di battute, che non si meritava tutti i tagli che gli ho fatto, è il dialogo che apre Il Mercante di Venezia. Ed è sempre curioso che Il Mercante di Venezia, che almeno sulla carta dovrebbe essere una commedia, si apra così: all’insegna della malinconia.
Perché dico: “almeno sulla carta”? Perché le categorie di tragedia e commedia non sono le più indicate per classificare i drammi di Shakespeare, come un po’ tutti quelli del teatro elisabettiano, che, in linea con la più pura tradizione anglosassone della drammaturgia flessibile, mescolano elementi comici e tragici – producendo, tra l’altro, un ritratto più realistico della vita vera. Ma questo, per quanto interessante, è un altro discorso.
Ho scelto di condividere con voi questo brano, che adoro, perché offre una descrizione completa e precisa dei sintomi della malinconia e la offre proprio agli albori del periodo storico di cui questo umore sarà caratteristico, cioè la modernità.

Antonio è triste, ma non sa perché lo sia. Si sente stanco della vita, ma non riesce a capire quale sia la sostanza di questo suo malessere, né cosa lo abbia provocato. La malinconia lo confonde, gli rende difficile conoscersi, come se offuscasse la sua vista ogni volta che prova a guardarsi dentro.
E dunque, quali informazioni ci offre il mercante del titolo su questo argomento? Be’, ci dice almeno tre cose: uno, che la malinconia è un umore di tristezza lieve ma persistente; due, che quando la si prova non si riesce a capirne le cause, né come la si sia presa; tre, che rende difficile conoscere se stessi. In sintesi: sei triste, e non sai perché.
I suoi amici provano ad avanzare spiegazioni concrete per questo suo stato d’animo, ad esempio l’angoscia del mercante per le sue spedizioni in mare, ma Antonio le confuta tutte una dopo l’altra, lasciando loro nessun’altra alternativa che concludere che Antonio sia triste perché non è felice e che, con la stessa facilità, potrebbe anche essere felice perché non è triste. Una riflessione curiosa, che mi fa sempre guardare le cose da un’altra prospettiva.

In psicologia si distinguono sentimenti, emozioni e umori. Adesso, io non sono uno psicologo e se qualcuno è più competente di me in materia può scriverci una spiegazione più approfondita nei commenti, ma penso di poter dire che i sentimenti e le emozioni sono sempre rivolti verso o causati da qualcosa/qualcuno: ad esempio, io sono innamorato di una persona (sentimento) o sono felice per un motivo (emozione). Quello che li contraddistingue è che i sentimenti sono a lunga durata (mesi o anni) mentre le emozioni durano poco (da qualche ora ad un paio di giorni).
Poi ci sono gli umori, che hanno la particolarità di non avere nessuna causa precisa – almeno all’apparenza. Tipo quando c’è una giornata uggiosa e ci sentiamo un po’ grigi anche noi. E possono durare da uno a qualche giorno.
Ecco, la malinconia è come un umore – non è motivata, almeno all’apparenza; ma c’è – solo che è capace di essere molto più persistente.

I critici si sono spesso interrogati sulla malinconia di Antonio e alcuni di loro sono arrivati a concludere questo: Antonio è un uomo che, da un punto di vista materiale, ha tutto; nella nascente economia capitalista viene posto l’accento sul denaro, sulle ricchezze e sul successo materiale – tutte cose che Antonio, in qualità di abile mercante, ha ottenuto. Eppure, adesso, ancora non si sente soddisfatto: gli manca qualcosa per essere felice, qualcosa che va al di là delle semplici leggi dell’utile e del profitto e che lui, negli anni, ha perso di vita. Qualcosa che ha a che fare con una serie di valori umani che la modernità ha posto in secondo piano. E questa mancanza sarebbe la causa della sua malinconia. Vi convince questa spiegazione o pensate ci sia altro dietro?
La domanda successiva sarebbe: che cosa gli manca? Non lo sappiamo, non lo sa nemmeno lui perché la malinconia gli rende difficile conoscersi e, se non conosce se stesso, non sa nemmeno quello che vuole.

Per quanto mi riguarda, ho scelto questa interpretazione perché penso possa avere qualcosa da dirci ancora oggi. Lo stato d’animo di Antonio, infatti, non ha smesso di caratterizzare la condizione umana, nonostante siano trascorsi più di quattrocento anni. Ma mi interessa molto anche sapere cosa ne pensate voi. Vi siete mai sentiti malinconici come Antonio? Quale pensate possa essere la causa? Fatemelo sapere nei commenti!


Se volete leggere “Il Mercante di Venezia” di William Shakespeare, potete acquistarlo qui: Il Mercante di Venezia (Garzanti) oppure Il Mercante di Venezia (Mondadori). Vi ricordo che, acquistando attraverso questi link, mi sarà riconosciuta una piccola percentuale della vostra spesa e starete quindi contribuendo ai miei progetti – e di questo vi ringrazio!

Carlo Rovelli – L’ordine del tempo

Carlo Rovelli,
L’ordine del Tempo
Adelphi, 2017

Acquistabile qui.


Oggi una nuova variazione sul tema: parliamo di un libro di divulgazione scientifica, L’ordine del tempo di Carlo Rovelli, che ho letto nelle ultime settimane. Non so se vi ho mai confidato che fino al terzo anno di liceo la fisica è stata una delle mie passioni più grandi – prima che la letteratura prendesse il sopravvento. Ma è così. E, infatti, ho mosso i miei primi passi in una libreria spulciando proprio la sezione di divulgazione scientifica, oltre a quella delle filosofie orientali.

Detto questo, era comunque da anni (credo) che non leggevo un libro di fisica. Come mi sono ritrovato, quindi, a leggere L’ordine del tempo? Be’, si è trattato di una concomitanza di fattori diversi. Tanto per cominciare, quello del tempo è uno dei temi che più mi affascinano – da tutti i punti di vista da cui si può studiare: non solo fisico, ma anche filosofico, psicologico e letterario. Più in generale, umano. In secondo luogo, qualche tempo fa avevo ascoltato l’audiolibro di Sette brevi lezioni di fisica (l’opera precedente di Carlo Rovelli, che ho menzionato di sfuggita in un articolo sul tema della bellezza qui) ed ero rimasto favorevolmente colpito dalla sua prosa chiara e ricca di immagini. Questi due presupposti da soli basterebbero a motivare la mia curiosità nei confronti dell’ultima fatica rovelliana, ma c’è stato anche un terzo fattore: Arrival, un film di fantascienza che proprio intorno al concetto del tempo costruisce la sua trama. Mi è capitato di vederlo una sera con un amico; il giorno dopo sono saltato in macchina e sono andato a comprare il libro.

Ma ora veniamo a noi! Ne L’ordine del tempo, Carlo Rovelli sceglie di prendere in esame il tema del tempo e di affrontarlo in ogni suo aspetto, puntando ad una trattazione il più completa possibile. Rovelli è un fisico, perciò il punto di vista della fisica occupa una posizione centrale nel suo lavoro: la maggior parte dei capitoli è dedicata ad esso e a come nell’ultimo secolo abbia smontato il concetto di tempo a cui l’umanità era abituata per ricostruirne uno veramente nuovo e contro-intuitivo (e chi pensa che io mi riferisca solamente alla relatività, troverà interessanti sorprese). Ma non si limita solo a questo: Rovelli, per essere davvero esaustivo, non trascura neanche i contributi che la psicologia, la neurologia, la filosofia e la letteratura possono offrire al discorso, dimostrando, tra l’altro, una cultura davvero vasta e solida. Ma il punto di vista più interessante è – di nuovo – quello umano, che attraversa tutto il libro come un fiume sotterraneo per poi emergere nell’ultimo capitolo, dove l’autore dismette i panni dello scienziato (che comunque indossava in modo informale) per parlare come uomo, in modo sincero e sensibile, del modo in cui il tempo si relaziona alle nostre vite. Si tratta di un capitolo prezioso, che contiene le riflessioni genuine di un uomo sulla vita, capaci di aprire anche a noi nuove prospettive sul suo significato e di addolcire il nostro rapporto con lo scorrere del tempo e l’invecchiamento.
Va bene, va bene, lo ammetto: per quanto completo, il libro resta sbilanciato. Il punto di vista predominante è sicuramente quello della fisica. Ma, d’altronde, un libro di divulgazione scientifica è proprio quello che vuole essere. Ci riesce in pieno – e fa piacere, anzi, che sia arricchito dal punto di vista di così tante discipline differenti.
Per quanto riguarda la prosa, Rovelli conferma quello che già aveva dimostrato nelle Sette brevi lezioni di fisica: sa scrivere e sa farlo bene, in modo chiaro e scorrevole. Sa spiegare argomenti difficili in modo accessibile e quasi sempre efficace. Ed evoca anche immagini vivide che rendono la sua prosa quasi poetica.

Che dire, quindi? L’ordine del tempo è un libro che mi sento tranquillamente di consigliare a tutti i curiosi. Non solo a chi si interessa di fisica e di scienza, ma anche a chi si occupa di filosofia o, più in generale, sente caro il tema del tempo e vorrebbe saperne di più.


Se volete leggere “L’ordine del tempo” di Carlo Rovelli, lo trovate a questo link: L’ordine del tempo. Le “Sette brevi lezioni di fisica”, invece, qui: Sette brevi lezioni di fisica. Vi ricordo che, acquistando attraverso questi link, una piccola percentuale della vostra spesa mi sarà riconosciuta e starete, quindi, contribuendo al mio progetto – motivo per cui vi sono grato.

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Craig Thompson – Habibi

Craig Thompson,
Habibi
Rizzoli Lizard, 2011

Acquistabile qui.


Qualche anno fa ho letto Blankets, il lavoro più conosciuto di Craig Thompson. Promosso a pieni voti: sincero, sensibile e delicato con disegni a tratti poetici, quasi onirici. Ogni volta che ci ripenso, lo faccio con nostalgia, tanto che non vedo l’ora di rileggerlo (e di parlarvene!). Così ho voluto ripetere l’esperienza. E ho letto Habibi, il secondo lavoro importante di Thompson, che mi ha davvero stupito. Non pensavo che l’autore potesse spingersi così tanto oltre.

Di cosa parla Habibi? Ci troviamo in medio-oriente, in un panorama di deserti biblici, harem sfarzosi e città labirintiche segnate dalla miseria. La prima dei nostri protagonisti è Dodola, una bambina che viene venduta in moglie ad un uomo molto più anziano di lei. Suo marito, per vivere, trascrive manoscritti. Ed ecco che al prezzo di un infanzia finita prima del tempo, Dodola riceve un dono prezioso: le viene insegnato a leggere e a scrivere. Ma, già nel primo capitolo, il marito di Dodola viene ucciso.
La ritroviamo nel secondo capitolo che vive in una barca abbandonata in mezzo al deserto, insieme a Zam, un bambino orfano di cui si prende cura e che condivide la sua sorte – il secondo dei nostri protagonisti. Per Zam, Dodola è tutto: una madre, una sorella, un’amica. Più avanti anche un desiderio. Tra i due si crea un legame unico, nutrito dalle storie che Dodola tutte le sere racconta al piccolo Zam per metterlo a dormire e che accompagneranno l’intera graphic novel.
Non vi preoccupate, vi ho raccontato meno di due capitoli. Il resto è giusto che lo leggiate; vi dico solo che niente sarà lineare, né facile, per i nostri protagonisti.

Ma Habibi non è solo una storia. Al suo interno ritornano i temi che l’autore aveva affrontato in Blankets: la religione e la spiritualità (quest’ultima, qui, ha più spazio rispetto al lavoro precedente), però, questa volta, in un contesto mussulmano; l’amore, il sesso e la sua scoperta, in tutte le loro sfaccettature, da quelle più dolci a quelle più spaventose. Gli stessi temi, sì, ma niente di più, perché non c’è nulla in Habibi che ripete Blankets; si parla di argomenti simili, ma quello che si dice è diverso. Qui Craig Thompson si lascia alle spalle l’esperienza personale, che era stata centrale nel lavoro precedente, e affronta i temi in una prospettiva universale, producendo una graphic novel che si presta a molteplici livelli di interpretazione e che non svela tutti i suoi segreti ad una prima lettura.
Non solo: per realizzare Habibi, Thompson ha dovuto conoscere a fondo la cultura araba. Influenze culturali diverse, dalla calligrafia alla letteratura, religiosa e non, fin quasi alla mistica, si mescolano in un mosaico complesso e ricco di simbolismi con una consapevolezza e una sensibilità che sorprendono e che sarebbero indispensabili ogni volta che si maneggia una cultura diversa dalla propria. Confesso di essere rimasto stupito dal lavoro che l’autore deve aver compiuto e affascinato dalla cultura araba, che conosco così poco.
Anche la scrittura, per esempio, viene guardata con occhi completamente nuovi, come un atto quasi magico. Le lettere arabe celano molti più significati di quelli che veicolano le semplici parole – leggere per credere. Thompson non è una persona superficiale e, nello scrivere una storia ambientata in un mondo così diverso, non trascura nemmeno il più piccolo dettaglio, portando il lettore a riscoprire cose banali – come, appunto, la scrittura – con occhi completamente nuovi.
Habibi è una graphic novel che allarga gli orizzonti e che porta a confrontarsi con qualcosa di diverso da ciò che ci viene posto di fronte dai soliti libri. Misticismo, amore e sessualità potrebbero essere le tre parole che lo definiscono. Il resto ve lo lascio scoprire.

Può darsi che qualcuno di voi non abbia mai letto una graphic novel. Può darsi che qualcuno di voi, addirittura, si stia chiedendo cosa sia. Non vi preoccupate, è normale. Essendo cresciuto tra i fumetti, sono abituato ad avere intorno un po’ di perplessità quando ne parlo.
Una graphic novel è, molto semplicemente, un romanzo a fumetti. A differenza dei comics, che raccontano storie prevalentemente di supereroi ed escono a numeri, una graphic novel invece racconta una storia unica, di qualsiasi argomento, dall’inizio alla fine – proprio come un romanzo, con l’unica differenza che, al posto di essere scritta, è disegnata.
Qualche anno fa, Dario Moccia aveva fatto un video in cui consigliava a chi non avesse mai letto un fumetto o una graphic novel di avvicinarsi al mondo proprio con Blankets ed io, oltre a consigliarvi di vedere il suo video, mi associo: potrebbe essere il ponte perfetto per collegare la narrativa in prosa a quella disegnata. Per questo vi lascio il link per il suo video e vi consiglio di leggere Blankets prima ancora di Habibi.


Se volete leggere Habibi, di Craig Thompson, potete acquistarlo a questo link: Habibi. Se volete leggere Blankets, invece, lo trovate qui: Blankets. Vi ricordo che, se acquisterete o inserirete nel carrello un prodotto attraverso uno dei miei link, starete supportando il mio progetto e, perciò, ve ne sarò grato.

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Giuseppe Ungaretti – Il porto sepolto

Oggi voglio parlarvi di uno dei miei poeti preferiti: Giuseppe Ungaretti. E non solo perché è uno dei miei preferiti, che, di per sé, sarebbe già un motivo sufficiente per scriverne; ma anche perché penso sia allo stesso tempo un autore perfetto da cui iniziare per chi vuole avvicinarsi al genere della poesia e una lettura imprescindibile per chi, questo genere, lo legge già abitualmente.
In particolare parlerò del primo Ungaretti, quello de Il porto sepolto e le successive edizioni Allegria di naufragi e L’allegria. Perché? Perché a mio parere – e non solo – è in questa stagione della sua esperienza poetica che manifesta a pieno il suo potenziale innovativo e scrive versi di maggiore valore letterario e umano.

Ma che tipo di poeta è l’Ungaretti che scrive queste poesie? È innanzitutto un poeta sincero, che sente il bisogno di esprimere e di mettere su carta precise emozioni e precise esperienze nell’urgenza del momento in cui le vive. E già questo basta a definirlo perché, sul piano del contenuto, non lascia spazio alla finzione, alla costruzione di un sé diverso da quello autentico, ma, al contrario, racconta la sua esperienza di uomo, fuori e dentro la guerra, nella sua forma più nuda, concentrandosi sull’essenziale e facendo un uso quasi autobiografico della poesia; e, sul piano della forma, taglia fuori qualsiasi artificio, qualsiasi abbellimento estetico non necessario, tutto ciò che di superfluo poteva essersi accumulato in secoli di tradizione poetica.
La sua parola non ha valore come significante, per il suono che ha, ma solo come significato, un significato intimo che trae il suo valore direttamente dalla vita del poeta. Ed è ripulita da tutti gli accessori – ogni parola di troppo, che poteva essere rimossa, è stata rimossa, con il risultato che, quelle che restano, assumono un valore più intenso, come se si fosse addensato al loro interno tutto il significato. Nemmeno per rima e metrica resta spazio.

Parliamo di testi? Parliamo di testi! Ce ne sono tantissimi all’interno di questa raccolta che mi hanno fatto innamorare. Da quelle più famose e, se vogliamo, scolastiche, come “Il porto sepolto”, che parla della scrittura poetica come di un’immersione in un porto sommerso interno al poeta, “I fiumi”, una sintesi della sua esperienza umana e personale, o “Allegria di naufragi” che da il titolo alla seconda edizione della raccolta. Ma, di quelle conosciute sui banchi del liceo, la mia preferita è “Veglia” perché incarna più concretamente di qualunque altra l’urgenza di esprimere un momento importante di vita e lo racconta, disegnandolo nitido davanti agli occhi del lettore. Quando la leggerete, provate ad immedesimarvi – ad immaginare di essere al posto di Ungaretti, in guerra, e trascorrere una notte intera vicino al corpo senza vita – massacrato – di un commilitone; si capisce perché non si sia mai sentito “tanto / attaccato alla vita”.
Ma non si tratta solo di testi scolastici, certo. Ce ne sono molti altri, da quelli più legati alla di vita del poeta fino a quelli che condensano in pochi versi riflessioni generali, anch’esse sentite e urgenti. Addirittura un paio sono esistenziali, mi riferisco a “Destino” e “Dannazione”.
Ma non sono qui per analizzare ogni singolo testo. È meglio se sarete voi a leggerli. Io volevo solo parlare, in generale, di un poeta che amo, per incuriosirvi e invogliarvi a conoscerlo. I suoi punti di forza? La sincerità nella sua forma più umana, una sensibilità di fondo che pervade ogni poesia, la semplicità che gli permette di comunicare in maniera diretta anche con chi è meno familiare al genere e l’intensità di cui si carica ogni parola che scrive. Leggetelo!


Se volete leggere le poesie della raccolta “Il porto sepolto” di Giuseppe Ungaretti, potete acquistarle a questo link: Il porto sepolto. Oppure, potete acquistare la raccolta completa di tutte le sue poesie, “Vita di un uomo”, qui: Vita d’un uomo. Vi ricordo che, se acquisterete tramite questi link, starete sostenendo i miei progetti e, perciò, ve ne sarò grato.

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J. D. Salinger – Nove Racconti

J. D. Salinger,
Nove Racconti
Einaudi, 2014

Acquistabile qui.


Il mio viaggio alla scoperta di Salinger continua! Oggi si parla dei Nove Racconti. E vi anticipo subito che il buon J. D. c’è riuscito di nuovo.
Di solito non leggo racconti, non sono il mio genere. Preferisco i romanzi, che ti danno il tempo di conoscere bene i personaggi, di affezionarti e di restare con loro più a lungo, o le poesie, dove invece non c’è finzione narrativa e gli unici protagonisti sono l’autore e le persone a cui è legato. Comunque ho fatto anche qualche tentativo con il genere della narrativa breve: tralasciando i racconti di G.R.R. Martin, ho letto Bestiario di Cortazar (di cui ho parlato qui) e Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? di Carver. E, che dire, alcuni racconti mi sono piaciuti ma il genere nell’insieme non mi ha convinto.
Con Salinger, invece, il discorso è cambiato. Mi ha tenuto incollato al libro dall’inizio alla fine; ne avessi avuti altri nove, sarei stato felicissimo di leggerli. Ma come c’è riuscito? In tutta sincerità, non lo so. Non riesco ad identificare la ricetta del suo successo. Posso dire che, ancor più che nell’inventare situazioni e trame, ha un talento incredibile per creare i personaggi. Lo fa così bene che riesci a capirli e ad affezionarti a loro anche nell’arco delle poche pagine di un racconto. E poi sa scrivere, c’è poco da girarci intorno. È vero, i suoi racconti sono prevalentemente dialogati – quasi teatrali, a volte – ma, quando descrive una scena, sa scegliere i dettagli giusti per disegnartela perfettamente davanti agli occhi.
Oltre a questo, in realtà, non si può dire molto in generale. Data per scontata l’ambientazione realistica, infatti, i racconti sono uno diverso dall’altro e non si lasciano trattare nell’insieme.

Ho deciso di parlarvi di due di essi, lasciando a voi il piacere di scoprire gli altri.
Cominciamo con una domanda: perché ho deciso di leggere questo libro?
Vi ricordate Franny&Zooey? Ne avevo parlato qui. Ad ogni modo, per chi non ne sapesse nulla, è un libro di Salinger che ho letto negli ultimi mesi. Di fatto, unisce due racconti facendone un romanzo. I protagonisti, Franny e Zooey, appartengono alla famiglia Glass – una famiglia che ritorna in altri racconti dello stesso autore.
Sui Glass, infatti, J. D. scrive una storia in forma di frammenti: non un romanzo che segue le vicende dall’inizio alla fine, ma un insieme di racconti che il lettore non può fare a meno di collegare per tentare di ricostruire il più possibile sui protagonisti. Salinger dimostra di saper giocare con il non-detto e con la curiosità che questo riesce a creare, perché in ogni racconto rivela, sui personaggi che non compaiono direttamente, quel poco di informazioni che basta a stuzzicare l’interesse del lettore senza però soddisfarlo.
Fra tutti i personaggi, il più affascinante è senza ombra di dubbio Seymour. In Franny&Zooey viene creata intorno a lui un aura quasi sacrale, tanto che, non appena ho scoperto che era protagonista di un racconto, non ho potuto non volerlo leggere. Volevo sapere di più su di lui e “vedere com’era”.
Il racconto di cui parlo è “Un giorno ideale per i pesci-banana”: è quello che apre la raccolta ed è, per l’appunto, il motivo che mi ha spinto a comprarla.
È un racconto che non delude le aspettative. Già solo il fatto di “vedere” Seymour varrebbe tutta la raccolta. Su di lui non ci vengono rivelate troppe informazioni nuove, in compenso le domande crescono – e va bene così, sto iniziando a capire che questo fa parte del fascino dei racconti: avere sempre qualche lacuna e poterla riempire con la propria fantasia. E il finale – anche se può essere intuibile per chi ha letto Franny e Zooey – da un punto di vista strettamente narrativo è a dir poco efficace. Lascia senza parole.

L’altro racconto di cui muoio dalla voglia di parlare è Teddy. L’ultimo della raccolta, ti capita fra le mani quando ormai Salinger ti ha conquistato senza sbagliare un colpo e ti aspetteresti, quasi, un racconto di un livello un po’ più basso degli altri a dimostrazione che nessuno è infallibile.
È evidente, invece, che Salinger i suoi fallimenti deve averli chiusi a chiave in un cassetto, perché i Nove Racconti hanno un finale col botto. Teddy racconta di un bambino americano di 10 anni – Teddy appunto – che, nella sua vita precedente, è stato un praticante induista di grande spiritualità che ha smesso di meditare poco prima dell’illuminazione. Adesso si è reincarnato in un bambino che, però, è riuscito a recuperare i ricordi della sua vita passata e ha ripreso il suo cammino arrivando ad un contatto davvero profondo con l’universo e con i suoi segreti.
Salinger era uno studioso di filosofie e religioni orientali. Tenendo a mente questo mentre si legge, sembra quasi di sentire parlare direttamente lui attraverso la bocca di Teddy – come se nell’ultimo racconto della raccolta avesse voluto svelare qualcosa di sé, comparire in trasparenza e lasciare al lettore qualche domanda su argomenti che ritiene importanti – cosa che, ci tengo a precisare, non aveva fatto in nessun altro racconto della raccolta.
Basterebbe già solo questo a fare di Teddy una degna chiusura. Ma non finisce qui: il racconto non è di altissimo livello solo per le idee filosofiche che contiene, ma anche per tutto ciò che è puramente narrativo. Ancora una volta, proprio quando pensi che la raccolta abbia già dato il meglio di sé, volti l’ultima pagina, leggi l’ultima scena e resti sbalordito perché collega una serie di dettagli disseminati nel racconto a cui non avevi prestato attenzione (non in questo senso, almeno!) in un evento che già di per sé non ti saresti mai aspettato. E tu resti lì, con l’ultima pagina aperta fra le mani, incapace di spegnere la luce e di andare a dormire.

Quasi dimenticavo, citando Teddy: la vita è un caval donato.


Se volete leggere i “Nove Racconti” di Salinger, potete acquistarli a questo link: Nove racconti. Oppure, potete trovare il cofanetto contenente tutte le opere pubblicate di Salinger qui: Cofanetto Salinger.

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5 poeti che vorrei approfondire quest’anno

La sessione invernale è finita e diariodiunviandante.it torna operativo! Iniziamo questa nuova stagione con un post diverso da quelli a cui vi avevo abituati. Diverso sia nel formato, perché per la prima volta si tratta di un elenco, sia nel contenuto, dal momento che non vi parlerò di libri che ho letto ma di libri che vorrei leggere. Consideratelo una sorta di raccolta di “buoni propositi per l’anno nuovo” a tema letterario!

Prima di cominciare, una breve comunicazione: d’ora in avanti, in ogni articolo (anche in quelli della scorsa stagione), troverete dei link attraverso i quali potrete acquistare i libri di cui parlo su Amazon. Vi rubo un minuto per spiegarvi come funziona: se voi acquistate attraverso il mio link, i prodotti per voi hanno lo stesso prezzo ma a me viene riconosciuta una piccola percentuale della cifra che spendete, perciò farlo è un ottimo modo per supportare i miei progetti. Inoltre, questo si verifica per qualsiasi prodotto acquistato attraverso un mio link, anche se non è quello a cui io vi rimando. Infine, se non siete sicuri di acquistare subito, potete aggiungerlo al carrello: se entro 89 giorni confermate l’ordine, a me viene comunque riconosciuto l’importo. Se deciderete di farlo, quindi, starete sostenendo il mio progetto e mi permetterete di dedicare sempre più tempo al blog, perciò ve ne sarò grato.

Ora, cominciamo:

1. Allen Ginsberg.

Il primo poeta che vorrei approfondire nel 2018 è il portavoce in versi della Beat Generation. Di lui ho già letto “Urlo”, la sua poesia più famosa – forse la poesia più famosa in assoluto fra tutte quelle scritte dai Beatnik. Una sorta di manifesto in versi della loro generazione tanto quanto “On the road” di Kerouac lo è in prosa.
Il primo verso ormai è iconico: “Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia, affamate, isteriche, nude”. Da lì in avanti, la poesia è un vortice di immagini che trascina il lettore fra le strade più squallide di New York a conoscere con i suoi occhi la sete spirituale e gli eccessi dei giovani membri del gruppo.
E ho letto anche “Kaddish”, edito da ilSaggiatore in un unico volume con “Urlo”. Si tratta di un poema molto diverso dal precedente, più intimo, che Ginsberg ha scritto per la morte della madre.
Ora vorrei approfondire la conoscenza dell’autore, leggendo innanzitutto “Jukebox all’idrogeno”. E dopo, chissà, magari qualcun’altra delle raccolte che ilSaggiatore sta continuando a pubblicare.

Urlo e Kaddish: Urlo & kaddish
Jukebox all’idrogeno: Jukebox all’idrogeno
Altri lavori: Allen Ginsberg

2. Eugenio Montale.

Ma come, non hai ancora letto Montale? In effetti, no. Quando l’ho conosciuto al liceo, è rimasto subito oscurato da Ungaretti, che è tutt’ora uno dei miei poeti preferiti in assoluto, e negli anni successivi è rimasto lì, come lacuna che non ero particolarmente interessato a colmare.
E poi, cos’è cambiato? In realtà, non molto. Continuando a non conoscerlo e sentendone parlare spesso molto bene, mi sono incuriosito. E quest’anno mi sembra l’anno giusto per rimediare!
Penso che comprerò la raccolta completa delle sue poesie, in modo da “tagliare la testa al toro”, ma sono interessato principalmente a “Ossi di seppia” e “Satura”.

Ossi di seppia: Ossi di seppia
Tutte le poesie: Tutte le poesie

3. Robert Frost.

Come sa chi mi segue su Instagram, qualche mese fa un’amica mi ha regalato una raccolta delle poesie di Frost – una delle poche che mi risulta siano state pubblicate in Italia. Ma avevo già diverse letture in programma, così ho lasciato il libro nello scaffale più di quanto si meritasse. Adesso è giunto il momento di leggerlo, anche perché ci sono alcune sue poesie – le poche che ho letto o che conosco per altri motivi – che mi piacciono davvero tanto! A titolo d’esempio, oltre alla più famosa “La strada non presa”, anche “Riluttanza” è una poesia che lascia il segno.
Ora, per Frost le cose si complicano. Come accennavo, in italiano non si trova molto. La raccolta che ho io non è più in circolazione, perciò non posso consigliarvela. Mi risulta però ci sia un e-book su Amazon, perciò vi lascio il link a questo (precisando che non l’ho letto e che, quindi, non posso esprimermi sulla qualità della traduzione). Per quanto riguarda me, credo proprio che dopo il libro che ho già tenterò con l’e-book oppure proverò a leggerlo direttamente in inglese.

Poesie in e-book: Le Poesie di Robert Frost nella Traduzione Italiana

4. Miklós Radnóti

Ok, qui immagino che molti di voi abbiano pensato: “Chi?”. Niente paura, mi avessero fatto il suo nome un mese fa lo avrei pensato anch’io. Anzi, probabilmente lo penserei anche adesso visto che non sono ancora riuscito a memorizzarlo. Quindi partiamo da una domanda più facile: come l’ho conosciuto?
All’incirca due settimane fa sono stato alla prima teatrale di “Ogni storia è una storia d’amore” ad Asti. E fra le sei storie che D’Avenia ha scelto di raccontare quella sera, c’è stata proprio quella di Miklós Radnóti e di sua moglie Fanni Gyarmati. Resta poco da dire: mi ha colpito. E mi hanno colpito anche le (mi sembra) due sue poesie che sono state lette durante lo spettacolo. Riuscivano a creare immagini veramente nitide ed evocative. Perciò non voglio lasciare che la curiosità si raffreddi e intendo leggere: Mi capirebbero le scimmie. Poesie (1928-1944). Testo ungherese a fronte.

5.

Bene, ora emergono i problemi. Avevo intenzione di scegliere cinque poeti perché mi piaceva il numero, ma non so quale includere nell’elenco come quinto – ce ne sono troppi! Perciò condivido con voi i nomi che mi restano: innanzitutto Anna Achmatova; ho avuto la fortuna di leggere qualche sua citazione su internet e ne sono rimasto piacevolmente incuriosito. Poi Emily Dickinson, perché da amante della letteratura americana è una lacuna che non posso permettermi. T.S. Eliot, che mi incuriosisce da diverso tempo. E, dulcis in fundo, Wislawa Szymborska, che ormai hanno letto praticamente tutti!

Spero che vi siate segnati qualche nome, perché mi piacerebbe portare un po’ più di poesia negli scaffali dove la narrativa regna sempre incontrastata! Di seguito, vi lascio i link ai libri di cui ho parlato. Intanto, gli articoli torneranno ad uscire con cadenza settimanale.


Urlo e Kaddish: Urlo & kaddish
Jukebox all’idrogeno: Jukebox all’idrogeno
Altri lavori: Allen Ginsberg
Ossi di seppia: Ossi di seppia
Tutte le poesie: Tutte le poesie
Poesie in e-book: Le Poesie di Robert Frost nella Traduzione Italiana
Mi capirebbero le scimmie: Mi capirebbero le scimmie. Poesie (1928-1944). Testo ungherese a fronte
Poema senza eroe: Poema senza eroe
Tutte le poesie di Emily Dickinson: Poesie
La terra desolata: La terra desolata. Testo inglese a fronte
La gioia di scrivere: La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009). Testo polacco a fronte

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